Australian open 2017 archiviati

Dagli « Australian Open » sono emersi dati interessanti su cui basare alcune considerazioni per i nostri atleti  in vista della stagione agonistica che è praticamente iniziata anche se sarà lunga e difficile. 
La gara, il momento esaltante per ogni alteta, a volte si trasforma come un incubo dove si fatica a mantenere serenità e gioia di esprimersi, chiudendosi in se stessi. Bisogna imparare a dare i giusti valori ad ogni cosa e soprattutto non basare la propria positività solo se si ottengono risultati di prestigio. 

Chi vicersa  ha confermato di essere ai vertici assoluti sono due fenomeni che rispondo al nome di Jiri Prskavec e Jessica Fox.
 

Il primo è un 23enne bronzo olimpico, campione del mondo assoluto, tre volte campione europeo come Daniele Molmenti e che indubbiamente per il  kayak maschile  è  oggi l’atleta  di riferimento in assoluto. Il ragazzo praghese è maturato moltissimo sotto il punto di vista tecnico, mettendo a punto un modello di approccio alle risalite decisamente efficace e più che mai sicuro. L’elaborazione di questa tecnica è frutto di una lunga evoluzione che ha come basi le sue grandi doti di destrezza e velocità oltre ad una naturale sensibilità sull’elemento liquido. Prskavec ha fatto suo, aggiustandolo pagaiata dopo pagaiata, un concetto fondamentale per uno slalomista e cioè la presa di coscienza e la relativa consapevolezza  di quello che sta facendo in quel preciso momento, quindi diventa tutto gestibile anche in situazioni estreme.  Scontato si potrebbe pensare, ma in realtà non è così. Sono due infatti gli elementi che disturbano questo stato mentale perfetto per mettere in pratica una tecnica ripetibile praticamente sempre. Il primo  arriva dalla reazione naturale di un atleta a fare senza pensare e disperdersi quindi in migliaia di colpi inutili.  Quello che con un concetto possiamo definire       « reazione  inconscia ed istintiva ad un evento » che può portare casualmente ad un risultato positivo, ma ha anche tante possibilità di non raggiungere l’effetto sperato. Viceversa una reazione ad un evento conscia e mirata porta ad un risultato praticamente certo o meglio ancora permette di esprimere le potenzialità che un atleta ha.
Quindi dove sta la difficoltà? Semplice:  nella capacità di gareggiare nello stesso modo in cui ci si allena mettendo in atto ciò che si riesce a realizzare con costanza e che viene ricercato proprio nell’allenamento. Lo capite se vi fermate ad osservare questo atleta nelle tante ore che passa sul canale per mettere in sintonia il suo gesto, il suo corpo e la sua canoa  con paline e acqua.  Un costante approccio positivo in ogni sua discesa che gli permette di accumulare positività e coscienza motoria.
Il secondo aspetto è l’incapacità di saper aspettare. Quando si è in acqua si pensa sempre di dover agire per far sì che la canoa possa correre, ma non sempre è così. Anzi bisogna lasciare al gesto e alla canoa il tempo per cui possa realizzare quanto messo in atto, niente di più niente di meno.

Un vero e proprio capolavoro artistico come fosse  un quadro dalle tinte forti quello messo in scena  da Jessica Fox durante la finale di questi           « Australian Open » fatti  nella completa assenza di pubblico e mass-media. Un’opera d’arte regalato ai pochi intimi che domenica erano presenti nel bacino olimpico di Penrith. Togliendo  una penalità banalissima alla due con la pala destra il tempo realizzato ha dell’incredibile ad un 7,2 % da un Prskavec strepitoso. Lo slalom è fatto anche di penalità quindi la reale percentuale di distacco è del 9,5%, ma tanto per farsi una idea la media in tre campionati del mondo per vincere l’oro in questa categoria è del 17,03% dal miglior K1 uomini!

La bionda australiana con sangue francese e inglese ha affrontato tutte le porte come se fosse un maschietto, tagliando le risalite con maestria e soprattutto senza rischio. Poi alla 13 in risalita è stata semplicemente divina, tanto è che pochi colleghi uomini sono riusciti a fare quella porta come la brava e bella figlia della Volpe. 
A fine gare, commentando la prova con la mamma allenatrice,  ho detto che vincere le gare con sei secondi sulla seconda significa ammazzare lo sport se lo pensiamo in senso generico per questa categoria considerando la netta superiorità della figlia che a questo punto potrebbe essere inserita a gareggiare nel kayak uomini!  Infatti il 94,56 le avrebbe tranquillamente aperto le porte della finale tra gli uomini. 

Occhio all’onda! 


Chiara Sabattini 7^ in finale nel K1 donne

Kudejova a sinistra e Hilgertova impegnate a veriicare i numeri della Repubblica Ceca a termine della gara


 

Qualifiche archiviate nel migliore dei modi


Tutto come da copione, come si suol dire si sono scaldati i motori anche se la pista per la verità, già facile a vista, si è dimostrata ancora più banale e scontata. Comunque va bene così considerando il fatto che siamo a febbraio e la stagione 2017 sarà lunghissima molto di più di ogni altra con i mondiali a fine settembre.
Non trovo molte cose da aggiungere alle classifiche se non il fatto che bisogna sempre stare attenti ad ogni particolare e mai fidarsi dell’organizzazione tanto meno se vi capita di gareggiare da queste parti: controllate tutto compresi i tempi di gara!
Giornata alterna in campo meteorologico, abbiamo iniziato con il sole, poi nuvole, quindi gara sospesa per temporale con grandine, quindi finito su pioggia battente e con una serata ad analizzare tempi e video per preparare al meglio la semifinale e speriamo finali di sabato e di domenica.
Devo fare una rettifica a quanto scritto sul fatto che Martikan avrebbe guardato le gare da bordo pista. Il campione slovacco non ce l’ha fatta, si è infilato un pettorale ed è sceso alla grande.  Conseguenza di ciò:  tre slovacchi nei primi tre posti rispettivamente Benus, Martikan e il giallo nero Slafkovsky poi tutti gli altri dietro a rincorrere questi fenomeni.
Svelato pure il mistero di come Michelino sistema la sua canoa quando non è in acqua. Infatti è praticamente sospesa  con delle cinghie sulla tettoia che copre il porta canoe, come quella del figlio del sindaco di Liptovsky, ma se quest’ultimo supera il metro e 85 e la cosa a lui risulta facile altrettanto non si può dire per Martino che a stento arriva al metro e settanta. Se non hai altezza allora ci vuole testa e dopo tanta attesa abbiamo scoperto il trucco. . .  vi basterà guardare la foto qui sotto per capirlo!





QUI I VIDEO K1 DONNE - C1 UOMINI -
 

Occhio all’onda! 








"Australian Open" al via

Un percorso effettivamente un pochino  banale per le qualifiche e che viceversa per le semifinali e finali, pur mantenendo lo stesso numero di porte e cioè 18, sembra più angolato e complesso. Così facendo sicuramente si stravolgerà il tracciato e lo si renderà più consono ad una gara ranking ICF. In effetti la qualifica non presenta particolari difficoltà e Mark Delaney e Mike Druce certo non si sono sprecati per tracciare questo percorso considerando il fatto che saremmo intorno agli 82/83 secondi di gara per i kayak uomini più veloci. Oggi l’inossidabile  Campebell Walsh, dopo la demo run a pezzi,  ha messo giù una manche a 89,15.  Lo scozzese,  che da anni allena la Nuova Zelanda e in particolare Luukas Peterson Jones, si mantiene in perfetta forma tra la corsa quotidiana, la passione per la bici e ovviamente tra tutto questo la canoa, suo grande amore, ha sempre uno spazio per qualche discesa sul canale per mantenere vive le sensazioni che poi cerca sempre di trasmettere ai suoi atleti.
Come sempre, anzi forse peggio di sempre, l’organizzazione qui è di un livello talmente basso che ormai non vale la pena  spendere neppure una parola in più su questo argoomento. Tutto è affidato alla povera Sue Natoli, che pur cercando di fare del suo meglio rimane comunque sola. Mossi da compassione  la famiglia Jezek collabora per cercare di salvare il salvabile. Anche la voce di Richard Fox oggi durante la demo run è sembrata più spenta del solito, probabilmente il campione di un tempo e oggi ex direttore tecnico dell’Australia che pagaia ha esaurito le sue energie finite chissà dove, come  finito è  il suo contratto con i locali, sembra per incomprensioni reciproche.
Venerdì dedicato alle qualifiche alla mattina con K1 uomini e C1 donne e C2 (in questa categoria solo 9 partenti tra cui anche i campioni olimpici Skantar/Skantar qui in Australia al completo con mogli e figli). Pomeriggio spazio alle altre categorie. Nel frattempo un’altra assurdità: il regolamento ICF che avrebbe dovuto entrare esecutivo dal primo gennaio di quest’anno è stato prorogato a maggio, quindi qualche atleta ha pensato di rimettere le tanto discusse alette sotto le canoe o a togliere il peso per mantenere gli 8 kg. del vecchio regolamento!
Quindi probabilmente gare sfalsate anche per queste incongruità assurde.
Nel k1 uomini tanti gli atleti di livello presenti a partire dal campione olimpico Clarke al campione del mondo Prskavec e ai vari Grigar e Aigner. Italia con Zeno Ivaldi. Fra le donne favorito numero uno Jessica Fox che tre settimane fa ha vinto gli Ocean Champioships nel nuovo canale di Auchland,  mentre ci sarà Chiara Sabatini delle Fiamme Azzurre per il tricolore italiano. Dolente nota al riguardo proprio del tricolore considerando il fatto che la bandiera italiana non sventola sul pennone come per tutte le altre nazioni e alla nostra domanda di questa dimenticanza ci è stato risposto che non sanno dove sia stata messa! Ho evitato di replicare per educazione e per rispetto alla mia amata Patria.
Nella canadese monoposto ben tre atleti italiani Nicolò Ferrari, Paolo Ceccon e Raffaello Ivaldi citati in rigoroso ordine di partenza.  Grandi nomi pure qui con Benus, Slafkovsky, Florence, Tillard solo per citarne alcuni, mentre Martikan e anche Hradilek pur presenti resteranno sulla riva ad osservare gli avversari per il futuro.

Occhio all’onda! 



Free on canal


Mi è piaciuta particolarmente  la risposta data  da Zeno  alla domanda di Chiara in relazione a che cos’è l’allenamento free on canal: « una riconciliazione di  te stesso con l’acqua ».
In effetti il vero scopo di quest’oretta di  libera gestione  ha proprio questo obiettivo quello cioè di permettere all’atleta di rimettersi in sintonia cercando nell’acqua i propri equilibri e la propria dimensione. 
"Free on the canal" è un allenamento in cui  lo slalomista si lascia trastullare dalla corrente e nello stesso tempo è chiamato ad aprire  la mente a tutte le possibili soluzioni che si possono adottare con porte, paline, onde e riccioli.  Creare o ridimensionare  gesti motori che forse troppo spesso noi allenatori blocchiamo o proponimao secondo  modelli che non possono però contemplare la sacra ed irrinunciabile personalità di ogni interprete in acqua.  E’ quello che un tempo lontano  chiamavamo  « river play »  che non erano altro che le infinite  ore che abbiamo passato per discendere magici fiumi tropicali, alpini o californiani. Incantandoci su onde giganti a surfare da parte a parte,  catturati dallo spirito dell’acqua che corre che inesorabilmente ci portava verso valle esausti. Manca oggi questo tipo di opportunità e le nuove generazioni di slalomisti hanno dimenticato, ma forse neppure mai conosciuto, l’incantesimo di una discesa su rapide che non finiscono mai e che ti regalano emozioni forti e durature nel tempo. Ecco perché è importante comunque lasciare spazi aperti e liberi agli atleti che alleniamo per offrire a loro la possibilità di scoprire e testare i propri gesti senza l'obbligo di fare percorsi pensati prima dove la loro fantasia motoria sarà la vera protagonista in assoluto. Alleneremo ad attivare le risposte più appropriate da applicare  al momento giusto. Elemento quest'ultimo che è la vera arma vincente, perché è proprio il perfetto tempismo che crea la differenza tra atleta e atleta.


Occhio all'onda!  










Allenamento questo sconosciuto

I due  Mark con  Mike  allenatori della canoa slalom mondiale da sinsitra Mark Ratcliff al centro Mike Druce e a sinistra Mark Delaney

                          « Siamo eterno siamo passi siamo storie
                            Siamo figli della nostra verità
                    E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona »

Sanremo è stato il trionfo delle donne anche se lo ha vinto un uomo! Donne fantastiche e piene di personalità da Paola  Cortellesi a Maria De Filippi passando da Rita Pavone e proseguendo per  Giorgia Todrani, oltre  ovviamente alla vera mattatrice nonché sublime e grande Fiorella Mannoia che ieri sera di rosso vestita è stata capace ancora una volta di una interpretazione artistica eccezionale.  Contenuti, musica,  voce e presenza sul palco magistrale,  tutto quello di cui ha bisogno la canzone per potersi chiamare così, ma sappiamo che non sempre i migliori  vincono e il suo secondo posto lascia dell’amaro in bocca a chi predilige l’arte alla strofe in rima con contenuti vuoti e banali. 

Il recupero attivo fa parte dell’allenamento e diventa essenziale per ricaricare i serbatoi  e ripartire con più energia. Recupero che serve al corpo per metabolizzare il lavoro fatto e alla mente per staccare la spina da pressioni o da tensioni varie.
Uno dei temi più discussi da sempre è certamente la quantità di allenamento che un atleta di alto livello deve fare settimanalmente per preparasi alle competizioni che contano. Io sono dell’avviso che tutto è soggettivo e che la giusta miscela varia da soggetto a soggetto.
Ci sono due cose che mi mandano in bestia quando parliamo di allenamento. La prima è quando mi vengono portati ad esempio o presi a modello metodologie dell’allenamento di altri sport che molto spesso nulla hanno da condividere con la canoa slalom. La seconda assurdità che a volte mi chiedono di fare è quella di preparare tabelle di allenamento da inviare magari via mail, io purtroppo per fare questo devo condividere tutto con un atleta prima di essere in grado di dargli qualche suggerimento. Mi devo alzare la mattina e guardarlo negli occhi per capire che cosa potrebbe andargli bene in  quel giorno per raggiungere il suo obiettivo. Attenermi ad una tabella prefissata magari settimane prima, renderebbe sterile il mio lavoro che viceversa è fatto di mille attenzioni e segnali che continuamente devono arrivarmi dagli atleti.
Lo slalom secondo me non ha paragoni con altri sport se non con lo sci alpino, solo sotto  l’aspetto prettamente  mentale. Lo slalom è un’arte e come tale va trattata ed allenata. Ha sue precise caratteristiche e peculiarità e di conseguenza anche il modo con cui ci si allena deve prendere in considerazione ciò. Allenare le capacità condizionali mutuandole dal nuoto o da altri sport ciclici diventa assurdo e fuori luogo non avendo nulla da spartire con discipline così definite  e misurabili. La stessa gara di slalom può avere margini di differenza anche di 10/15 secondi non solo tra percorso e percorso, ma addirittura tra qualifica e semifinale/finale. Una tale differenza  può trasformare completamente una gara, immaginatevi uno sprinter puro che raddoppia la sua prova passando dai 100 metri ai 200!

Buona domenica a tutti e.. .  Occhio all’onda! 





Uomini e donne due tecniche diverse per uno sport tra i pali

Stanovsky è una famiglia con la grande passione per la canoa slalom e vivono vicino a Liptovosky, ma passano l'inverno in Australia per allenare i figli. Il papà, tra le altre cose, è anche il promotore e l'organizzatore dell'ECA Cup Junior & U18

Ma quanto è brava Paola Cortellesi, ma l’avete vista ieri sera a Sanremo in coppia con un altro grande personaggio che si chiama Antonio Albanese? Ci sono persone che hanno qualità infinite e che ci regalano emozioni con la loro voce, con il loro sorriso e con il loro corpo. Della  mimica di Antonio Albanese  ne vogliamo parlare? Danza e canta con quei movimenti sgraziati, ma garbati nello stesso tempo semplicemente fantastici.

Mi sa che sono andato  fuori  tema nel senso che dovrei scrivere di canoa e lasciare a chi è del mestiere  parlare di  spettacolo, quindi torniamo a noi e disquisiamo   su tecnica maschile e quella femminile tra i paletti dello slalom. Inutile insistere siamo di fronte a due realtà diverse che pur scendendo sulllo stesso percorso fanno sport diversi.  La tecnica di un K1 uomini è totalmente diversa dalla tecnica di un K1 donne e le loro gare durano statisticamente di media su una analisi di tre campionati del mondo il 17,03% in più. Tanto per capirci meglio parliamo dai 15 ai 20 secondi di differenza tra le due categorie. Se poi andiamo a prendere il C1 donne ci allontaniamo ancora di più. 
Quindi  è evidente che dobbiamo allenare le donne in maniera diversa, ma c’è un ma! ed è legato al fatto che le donne sono chiamate a fare percorsi uguali a quelli degli uomini, quindi ciò comporta il fatto che così facendo limitiamo il potenziale di spettacolarità che potremmo avere nel settore maschile condizionando i tracciatori a proporre percorsi che devono andare bene più o meno a tutti.
E’ come se si obbligassero le saltatrici con l’asta o le lanciatrici di peso, disco e giavellotto ad usare gli stessi attrezzi dei colleghi maschi. Immaginatevi  le donne giù per Kitzbuel invece della libera di Garmisch.
Il livello del Kayak maschile oggi ha raggiunto un livello impressionante e gli atleti per cercare una finale e poi magari vincerla devono entrare a
 « bomba » in ogni risalita, ci si rende conto seguendo gli allenamenti giorno dopo giorno i rischi che devono prendersi per dare il massimo. Il modo con cui si allenano i grandi campioni ti fa capire che il margine tra vittoria e sconfitta è molto labile e sottile, quindi la forzatura è massima e il risultato è decisamente aleatorio.  Diverso invece per il settore femminile dove c’è più costanza nell’azione e il gesto tecnico se vogliamo è più definito e classico. Nell’uomo in kayak c’è una grande esaltazione della destrezza oltre ovviamente ad una grande condizione fisica considerando il fatto che nulla è concesso e un momento di rilassamento o una uscita troppo alta da una porta potrebbe compromettere decisamente il risultato finale. Oggi come non mai   c’è la necessità di avere circuiti per uomini e per donne separati, tanto più se vogliamo elevare il livello della canadese monoposto donne, altrimenti rischiamo di inserire una categoria ai Giochi Olimpici eccessivamente distante dai minimi richiesti per una dignitosa partecipazione a cinque cerchi. 

Occhio all’onda!

Che cosa fa la differenza?

Una veduta delle Blue Mountains, la grande catena montuosa lunga oltre 2.000 chilometri e che segue il profilo della costa. Oggi dopo  oltre una settiamna di allenamenti il primo giorno di riposo con camminata salutare per spierito e corpo in questo paradiso della natura.


Ieri mattina con  Jirí Prskavec senior si scherzava sul fatto che se fosse lui responsabile del canale a Penrith, come lo è per il canale di Troja,  le porte invaderebbero ogni spazio e sarebbero perfette come lo sono a Praga: « magari il prossimo anno gli porto io qualche aggancio nuovo per spostare le porte », commentava l’allenatore  del campione del mondo e bronzo olimpico,  ed in effetti il sistema delle porte e dell’impianto stesso  si è fermato praticamente a 20 anni fa e cioè a quando il canale fu  costruito per le Olimpiadi di Sydney. Tutto questo mi ha dato modo di fare una riflessione che condivido  e che parte da una constatazione sui risultati ottenuti in questi ultimi 20 anni dal paese dei canguri e dei koala, messi magari a confronto con quelli della Repubblica Ceca.  Indiscusso il fatto che l’Australia, prima dell’era Jessica Fox, fenomeno a se stante con DNA speciale, ha avuto pochissimi  grandi atleti il più titolato sicuramente è stato  Robin Bell, terzo ai Giochi Olimpici di Pechino 2008 e precedentemente campione del mondo nel 2005 proprio qui a Penrith e terzo pure ai mondiali a Foz do Igaçu nel 2007.  Cito pure Jacqueline Lawerence, seconda ai Giochi Olimpici di Pechino  2008, e Danielle Woodward seconda a Barcellona 1992, per dovere, ma sono state due meteore per risultati  e costanza. La prima aveva avuto precedentemente come miglior risultato  un 17esimo posto ai mondiali del 2006 e la seconda un 7^ posto ai mondiali sul Savage river nel 1989. Poi nulla si è costruito e la mega struttura che il mondo intero sfrutta non ha prodotto molto in termine di atleti. Viceversa  l'organizzazione  della Repubblica Ceca, che tutti noi conosciamo molto bene  per risultati e per numero di atleti di alto livello in tutte le categorie (forse unico deficit di oggi il C1 donne dove c’è Martina Sakova che però potrebbe far bene in futuro)  è un esempio di efficacia e metodo in assoluto.
In che cosa si  differenziano quindi queste due realtà? Tecnici validi in Australia certamente ci sono anche se importati.  Il canale australiano è certamente un’ottima palestra per allenarsi visto che  tutti veniamo qui preferendolo a quello appena terminato in Nuova Zelanda (costi ancora troppo elevati per ogni ora di acqua e la vita per vivere è più cara, mentre il canale sembra essere troppo discontinuo privilegiando riccioli e salti in ogni dove) o a quelli in Brasile (Foz e Rio)  non accessibili. Quindi la differenza non sta nei tecnici e neppure nelle strutture, ma evidentemente bisogna cercarla altrove. Quello che noto mettendo a confronto le due nazioni è la maggior professionalità, la passione e la collaborazione che esiste in Repubblica Ceca rispetto all’Australia tra gli stessi allenatori e l’approccio ad un sistema che mette al centro il lavoro e gli obiettivi da raggiungre.  I primi danno l’impressione di avere una struttura o più strutture ben coordinate tra loro con tecnici che passano il loro tempo sul campo e una volta terminato il lavoro si ritrovano per condividere l’attività svolta, utilizzando gli ex-atleti per portare avanti in acqua i giovani.  I secondi sono sicuramente tecnici molto validi, ma quasi in conflitto tra loro e che curano piccole nicchie di atleti non dedicando tempo e passione anche per  costruire il futuro. Nessun atleta di un certo livello è rimasto a lavorare o a dedicarsi all’attività in acqua. Praticamente è dal 2002 che costantemente vengo in Australia nel periodo invernale e non ho mai visto gruppi di giovani a lavorare  sul canale seguiti da tecnici e allenatori, cosa che invece a Praga mi capita di incantarmi per delle ore a guardare come lavorano i cechi con la loro gioventù e le mille proposte che fanno costantemente per attirare attenzione e numeri.
Triste quindi non vedere uscire giovani da questa realtà che ruota attorno praticamene ad un solo nome garantendo però nello stesso tempi  a tutti tranquillità e risultati ancora a lungo. Eppure si potrebbe fare molto a partire  dalla promozione stessa della canoa slalom cosa che però non vedo fare neppure in occasione delle gare. Si pensi che gli Australian Open - gara ranking ICF - è praticamente ignorata anche dagli stessi abitanti di Penrith, la piccola cittadina ai confini della bella e grande Sydney.

Occhio all’onda!

Pazienza e curiosità costruiscono un risultato

David Florence con il suo allenatore Mark Delaney in attesa del secondo allenamento della mattina analizza il video
La finale degli Open d’Australia di tennis è stata una grande lezione  di  vita per tutti gli amanti dello sport e non solo. I due monumenti viventi della  racchetta sono  arrivati all’atto finale dopo ben due settimane di sfide continue dove praticamente ogni altro giorno si rimettevano in discussione di fronte al mondo e a se stessi. Un risultato costruito con certosina pazienza,  colpo dopo colpo,  senza mai abbandonarsi allo sconforto che molto spesso condiziona un risultato sportivo o la nostra vita. Quante volte un atleta al cancellato di partenza si chiede che cosa ci sta facendo lì e spera che il tutto finisca il più velocemente possibile per rientrare nel suo anonimato quotidiano che gli assicura tranquillità e pacatezza? Quante volte gli atleti, ma anche noi allenatori, non sappiamo aspettare, ma vorremmo avere tutto subito?
Eppure anche  le grandi sfide per la sopravvivenza  del passato necessitavano di preparativi e paziente elaborazione di strategie e tattiche con  assedi che duravano anni prima di avere la meglio sull’avversario. La pazienza e il lavoro quotidiano portano spesso e volentieri lontano e sono le uniche due vere carte importanti da giocare nella vita di un atleta condite dalla passione e dalla curiosità di scoprire i propri limiti.
Il confronto con altri tecnici o addetti al settore con  l’osservazione in allenamento di atleti  mi porta sempre a grandi e profonde riflessioni che hanno come meta finale la scelta migliore  da usare e  da proporre agli atleti per aiutarli a crescere e ad esprimere tutto il  potenziale individuale nascosto. Oggi ad esempio guardano in acqua David Florence, seguito dal suo tecnico Mark Delaney, mi chiedevo quante ore di lavoro ci sono sulle braccia di questo campionissimo che finita la sua avventura in C2 (il suo storico compagno Richard Hounslow si è ritirato il 31 dicembre di quest’anno) ritorna a pensare esclusivamente alla disciplina singola. Florence mi impressiona per le capacità di lavoro che sopporta senza mai abbassare la guardia. Un esempio di professionalità e stile per tutti, ma nello stesso tempo mi chiedevo se effettivamente questa grande mole di lavoro che lo vedo fare da sempre ha tutti quegli  effetti positivi  sperati che lo stesso britannico, scusate scozzese, è convinto di avere. Certo i risultati parlano a suo favore, non c’è  dubbio, ma è questo che fa di Florence il campione che tutti noi conosciamo? Pensate che questo atleta, arrivato a Penrith, lo scorso mercoledì, fa 4 ore di allenamento in acqua, 2 alla mattina e 2 al pomeriggio a seguire e che per chi mastica di allenamento capisce bene che è una cosa massacrante. Nella prima ora pagaia dal suo lato e cioè a destra, mentre nell’ora successiva a sinistra con tutte le problematiche che la cosa gli sta creando. Il tutto però mi ha incuriosito non poco e ovviamente sono andato a parlare con Mark, un mio collega e grande amico. Bene il tutto parte dall’analisi delle risalite fatte in debordè che sembrano esser decisamente più veloci rispetto l’aggancio dal proprio lato (si veda Garguad in debordè alla 7 a Rio contro Benus, il francese è stato decisamente più veloce - ne avevo parlato in Storie Olimpiche "I nuovi re della canadese") e così è partito questo progetto per cercare di migliorarsi ancora di più andando oltre i propri confini e che seguiremo pagaiata dopo pagaiata per capirne di più.
Mi chiedo sempre poi  se allenare o allenarsi quando il corpo è stanco o non è nelle migliori condizioni psico-fisiche per recepire gli stimoli che arrivano dall’allenamento sia positivo.  Lo slalom indubbiamente è uno sport di situazione dove l’azione dovrebbe essere esclusivamente la diretta conseguenza di uno stimolo che arriva dallo stesso elemento su cui l’atleta si muove e cioè l’acqua, quindi se non si è a determinate velocità o in perfetta forma psico-fisica vedo l’allenamento una pericolosa arma a doppio taglio che potrebbe modificare la tecnica vincente.  In poche parole ciò che deve illuminare ed elevare l’allenamento per una massima resa è la sua altissima specificità condita da una tecnica fatta a ritmi gara proprio per trovarla allenata al momento che serve e cioè in gara. Tutto il resto, come la vedo io,  è piacevole condimento alla pietanza principale e che riempie la pancia e tranquillizza l’anima, ma nutre poco il corpo!

Occhio all’onda!