It's not always what You see



Il dilemma enorme per un tecnico è capire dove sta l'effettivo problema in un gesto errato o poco redditizio e di conseguenza intervenire. Per capire bisogna partire dall'osservazione, ma non limitarci solo a ciò che i nostri occhi possono vedere, dobbiamo andare oltre. Dobbiamo scavare e dobbiamo arrivare ad osservare ciò che non si vede a occhio nudo. Mi spiego meglio. Se cacciate alle stelle una pallina dopo averla colpita con la vostra racchetta molti intervengono nella posizione della racchetta sulla mano... certo può essere questo il motivo dell'errore, ma... forse non solo! Se in una porta in risalita la canoa non ruota a dovere si può pensare che aprendo di più la presa della pala in acqua la cosa possa migliorare. Se una ballerina non gira, magari forzando un po' con le braccia la cosa può migliorare. Ma dove effettivamente sta il problema negli esempi sopra citati? Ma soprattutto su che cosa si concentra il maestro o l'allenatore in questi casi? Nella maggior parte dei casi l'intervento si basa sui riscontri visivi avuti, molto spesso ci perdiamo però il non visto che in certi casi passa in secondo piano. Le gambe, ma soprattutto il loro relativo peso creato dal movimento vanno ad incidere spesso e volentieri in una buona riuscita o meno del gesto messo in atto. Se in tanti sport comunque tutto ciò può essere visto e analizzato, nella canoa resta tuttavia un elemento sconosciuto impossibile da registrare con qualsivoglia telecamera. Potremmo intervenire inserendo dei sensori sulla pianta dei piedi e sui vari punti d'appoggio sul mezzo usato ma la cosa si complica non poco. Forse il vero problema è proprio laddove non riesce a vedere il nostro occhio. forse lì bisogna ricercare la causa e capire in profondità il gesto per apportare le dovute migliorie.

Occhio all'onda!

L'essenza del movimento

Premetto: non sono un grandissimo tennista, ma mi piace giocare a tennis. In verità la cosa che più apprezzo in questo sport è il contatto che si riesce ad avere con l'attrezzo usato e con la pallina ogni qualvolta che la sfera gialla incappa fra le corde. Giusto un istante, forse meno di una frazione di secondo, ma in quell'attimo c'è il piacere dell'azione. 
E' come quando senti ruotare attorno alla tua pagaia la coda della canoa e il resto del tuo corpo si trova in armonia con l'universo. 
Ti sembra di volare in un cielo di stelle quando la tua ballerina ti ruota attorno leggera per seguirti poi nel passo successivo. Un movimento, una azione, una situazione, un istante, una vita che si concentra attorno alla ricerca e alla scoperta costante di una essenza, di un elemento di te stesso che si concretizza attraverso un gesto semplice, ma molto redditizio dal punto di vista interiore. Credo che sia la stessa emozione che ognuno di noi può avere anche tirando una linea su un foglio bianco o una pennellata su una tela. Il piacere di inquadrare un paesaggio, un viso o un particolare, in una macchina fotografica per poi premere il tasto e immortalare la sensazione vissuta in un fotogramma.
Battere freneticamente le dita su una tastiera per tirare fuori quello che vorresti dire al mondo. 
Credo che ognuno di noi possa trovare godimento in ciò che fa solo però se lascia spazio alla propria energia e alla propria fantasia senza pudori e senza paure. Gli spazi da occupare dal movimento sono tanti c'è solo l'imbarazzo della scelta, lasciamo al nostro corpo decidere e scegliere tutto ciò! 

Occhio all'onda!

Pura utopia

Un sistema che funziona si basa sulle capacità e sulla lungimiranza dei suoi dirigenti e politici, ma quando tutto ciò non c'è cosa dobbiamo fare? Dobbiamo  forse cercare di inserirci in questo ingranaggio molto complesso che è fatto di piccoli intrecci per esigui vantaggi personali?  Oppure dobbiamo cercare di metterci in discussione e porre sul tavolo i problemi e confrontarci in una logica di cambiamento e progresso? E' difficile per molti prendere posizione, forse per paura di perdere quei minimi vantaggi di cui parlavamo sopra. E' difficile per molti esporre le proprie idee, se mai ce ne fossero. Eppure non dovrebbe essere difficile rendersi conto che la realtà sportiva in cui viviamo non porta a nulla, se non mantenere le stesse persone sullo stesso posto. Capire che i risultati sono frutto di individualità e non di progettualità e crescita di federazioni o di enti sportivi e tanto meno della stessa scuola ce lo diciamo da tempo.  Eppure, rendendoci conto di tutto ciò, nessuno riesce a contrastare un potere fatto di nulla e di tanto fumo. Non credo nei grandi sitemi e tanto meno in organigrammi che se sulla carta possono avere un senso, non vengono poi rispettati in concreto. Credo nel lavoro costante e quotidiano. Credo nella condivisione del lavoro. Credo nell'esempio che un allenatore, un dirigente o un politico deve dare e fare conquistandosi credibilità e conoscenza sul campo. Soffrire ogni giorno con i propri atleti condividendo, chilometri in macchina, caldo, freddo, riscaldamento, allenamento, defaticamento, felicità, tristezze, gioie, emozioni e tanto altro ancora.
Dobbiamo programmare cose semplici come quella ad esempio di riunire le forze e organizzare un mezzo per andare alle gare magari con otto atleti e un allenatore, abbattendo i costi e raddoppiando l'allegria fra i ragazzi. Poi succede che proponi queste cose e pur trovando degli sponsor disposti, per puro spirito d'amicizia a contribuire alle spese, non si riesce ad organizzare per incapacità e colpe di chi?   Sarebbe stato bello offrire una motivazione ulteriore ai nostri giovani atleti facendoli gareggiare per difendere i colori di un Comitato Regionale o di una rappresentanza nazionale. Cosa tra l'altro fatta dal Comitato Regionale Emilia Romagna. Perché loro sì e in Veneto no?  Di tutto ciò nessuno parla, cadrà nel dimenticatoio,  come nessuno tira le somme di una Coppa del Mondo di Slalom nell'assoluto anonimato o di un Europeo di categoria fra i paletti dell'acqua che corre che viceversa ci ha visto protagonisti. Le interviste rilasciate non dicono nulla e di relazioni ufficiali neppure l'ombra.

Sarebbe bello fermare tutto, guardarsi negli occhi e chiederci che cosa vogliamo fare e che cosa vogliamo offrire alle future generazioni...lo so pura utopia!

                                        Occhio all'onda! 

Team Giovani Speranze test fisici o gioco?


Rimango letteralmente stupefatto nel leggere il programma di lavoro previsto per il "Raduno Team Giovani Speranze" presentato nella circolare di convocazione del 13 agosto.
Il tecnico nazionale per questo settore è stato nominato, dopo anni di assenza, lo scorso giugno e cosa ti propone? Un incontro di 4 giorni a Marlengo con due sessioni in canoa per giorno più corsa e lavori in palestra. Stiamo parlando di giovanissimi atleti che vanno dai 12 ai 14 anni ai quali verrà proposto pure di fare un test sui 2.000 metri di corsa e sulle due porte in acqua piatta. Tutto questo a due giorni dal campionato italiano ragazzi e dalla gara nazionale allievi e cadetti. Mi domando quali sono i criteri per proporre questo tipo di attività e quali sono gli obiettivi. Per ogni fascia d'età ci sono dei veri e propri principi da rispettare senza saltare nessuna tappa formativa per una crescita sportiva agonistica che deve guardare ad un risultato solo nel pieno della maturità fisica se si vogliono raggiungere i massimi traguardi.

Viceversa mi ero caricato di emozione nel vedere qualche tempo fa le foto di Francesco Salvato che aveva fatto proposte molto interessanti ai suoi giovani allievi esaltando la propriocettività, la destrezza, la velocità e l'acquaticità. Mi è scesa pure qualche lacrimuccia nel vedere il "vecchio" saggio (Checco passami l'aggettivo che va letto nel suo puro significato di persona che ha lunga pratica e conoscenza) che alla sera incantava i suoi allievi con racconti e letture sui fiumi e avventure canoistiche.  Certo lui ha più una visione della canoa amatoriale, turistica e d'alto corso, ma l'approccio per un giovane deve essere proprio questo e non certo con cronometro e test fisici.

Secondo il mio modesto parere, seguendo l'esempio con cui ho cresciuto i miei atleti che poi hanno conquistato medaglie ai campionati del mondo ed europei di categoria e non solo, io punterei a quest'età più su una proposta legata allo sviluppo dell'equilibrio e della velocità oltre ovviamente a tutti gli aspetti legati  alla sicurezza che nel nostro sport diventa un elemento determinate per sé e per gli altri. Oltre ovviamente agli aspetti prettamente ludici del nostro amato sport, che sono tanti e che possono dare le vere soddisfazioni e motivazioni. Destrezza, acquaticità e conoscenza storica gli altri elementi che proporrei ai giovani approfittando della loro età per fissare le basi per un futuro costruito non sulla forza fisica, ma sulla sensibilità neuromuscolare. C'è ancora  però chi, a quanto pare, punta tutto sulla forza e sui riscontri cronometrici pur di avere nelle mani qualche dato inutile da sbandierare! Dispiace constatarlo vista l'evoluzione del nostro sport, delle metodologie di allenamento giovanile e dei suoi atleti migliori. Basterebbe conoscere il passato di alcuni di loro per rendersene conto e fare proposte adeguate ai tempi e alle reali necessità.

Occhio all'onda! 
    


fonte facebook della pagina di Free Flow Kayak


Contropancia

Mi esalta in modo particolare vedere in azione un atleta quando usa la "contropancia" per entrare in una risalita o per cambiare direzione di marcia. In sostanza questa manovra non è altro che un modo veloce per sfruttare la velocità dell'acqua nel suo senso di scorrimento. Ovviamente qualche rischio lo slalomista se lo deve prendere se vuole sfruttare al massimo questa opportunità, che se messa in atto alla perfezione fa acquisire molta velocità con poco sforzo fisico.
Sul canale di Cunovo, qui a Bratislava in Repubblica Slovacca, c'è un'onda proprio sotto l'ultima  passerella che si presta molto a questo tipo d'azione per entrare al volo nella risalita a destra. Così facendo la conseguenza è quella di  essere proiettati fuori dalla risalita senza quasi "colpo ferire", si usano cioè i fianchi per dirigere e per dare velocità alla canoa.
Ci sono due regole fondamentali per metter in essere la contropancia. La prima è la velocità che deve essere sostenuta e la seconda è la capacità dell'atleta a seguire alla perfezione il movimento dell'acqua con il solo gioco dei propri fianchi. Il leggero movimento del peso del corpo farà il resto. Si sfrutta al massimo il giro d'acqua che forma il ricciolo senza salirci fino in cima e si esce nel momento in cui la canoa ha preso la direzione voluta. Una manovra da fare quasi senza mettere la pala in acqua perché altrimenti si rischia che la stessa finisca mangiata dal ritorno d'acqua e trascinata  sotto lo scafo portando l'atleta al ribaltamento sicuro. Un ruolo fondamentale quindi lo svolgono i fianchi che in sostanza accompagnano fino al suo limite il ricciolo che ritorna su se stesso. Questo potrebbe essere l'inizio di un kick-flip che ovviamente viene smorzato nel momento in cui il corpo non si lancia indietro, ma si proietta in avanti per entrare in morta, in questo caso, o per cambiare direzione. 


Bene,  in attesa del lungo e intenso week-end di gare, tra Augsburg finale di Coppa del Mondo di Slalom e  la 7^e 8^ prova dell'ECA Junior slalom Cup a Bratislava, un augurio di buon ferragosto a tutti.



Occhio all'onda!

João Vitor Machado um exemplo a seguir


 tradução de Guille Diez Canedo e Suellen Rocha


As vezes um treinador tem no seu trabalho uma verdadeira sorte que vira uma satisfação pessoal. Uma dessas foi ter a chance de treinar o João Vitor Machado, um atleta que acho um grande campeão e um verdadeiro profissional da canoagem slalom. Pouco conta se na folha dele podia ter alguns resultados que não alcançaram. Para mim é fundamental que um atleta que chega no final da sua carreira não tenha do que se arrepender e sobretudo possa falar tranquilamente: "tudo o que eu podia fazer foi feito, o restante não conta".
E de fato João nunca esmoreceu nada nos treinos, nos equipamentos ou nas provas. Sempre procurou o máximo em todas as coisas e a seriedade com que afrontou todas as etapas da sua vida foi para mim um grande exemplo. Não obstante o atleta nascido em Tomazina no ainda jovem caminho dele já passou por muitos momentos duros que tivessem tirado a positividade de tantos outros, porém nele não tiraram o sorriso doce e sobretudo reforçaram a sua fé num Deus superior, aceitando os desenhos dele.
João tem sido por muito tempo o ponto de referência para as seleções nacionais e como Cássio Ramon Petry marcaram a história do slalom brasileiro por a seriedade e competência deles.
Amanhã deixa a Equipe Permanente e volta para casa onde vai encontrar uma fantástica mulher e um projeto de homem, homem já na verdade, que vão saber lhe oferecer tudo o afeto e amor que sempre tiveram para ele. Eu vou levar comigo para sempre o sorriso dele. Vou levar os olhos dele, com aquela luz especial que sabe falar em silêncio muitas coisas, que sabe transmitir energia, que sabe dar confiança e esperança. A vida é que nem corrida de bicicleta. Tem etapas em plano onde você precisa pedalar e ficar junto ao grupo. Tem etapas em subida onde você precisa apertar os dentes e correr riscos para chegar na cima da montanha sozinho. Tem as descidas para pegar os escapados. E tem as etapas de transição que levam a gente em outras margens que talvez nos vão dar emoções ainda mais fortes, que não precisam de ser medidas com um cronômetro. E vai ter também os abraços de uma mãe e um pai que têm no João a razão de vida, como cada um de nós têm com os nossos filhos.
Que Deus dé sempre para você o sorriso e a sua doçura, tudo o resto vem sozinho. Obrigado por tudo o que me ensinou e transmitiu com infinito respeito e admiração

 
Occhio all'onda! 




Qualche volta un allenatore ha delle e vere proprie fortune nel suo lavoro che si aggiungono alle personali soddisfazioni. Una di queste è stata quella di aver avuto la possibilità di allenare João Vitor Machado, un atleta che considero un grande campione e un vero e proprio professionista della canoa slalom. Poco  importa poi se sulla carta certi risultati, che ci potevano essere, non sono arrivati. Per me è fondamentale che un atleta che arriva a fine carriera non abbia rimpianti e soprattutto  possa dire tranquillamente: "tutto quello che si poteva fare è stato fatto, il resto poco conta".
Ed in effetti João non ha mai lesinato nulla sugli allenamenti e sui materiali o   alle gare. Ha sempre ricercato il meglio in ogni cosa e la serietà con cui ha affrontato ogni tappa della sua vita è stata per me un grande esempio. Eppure l'atleta nato a Tomazina nella suo ancor giovane cammino ha dovuto fare i conti anche con tanti brutti momenti che ad altri avrebbero frantumato ogni positività, mentre in lui non hanno tolto il sorriso dolce e soprattutto hanno rafforzato  la sua fede verso un Dio superiore, accettandone umilmente i suoi disegni.
João è stato per lungo tempo punto di riferimento per le squadre nazionali e come Cássio Ramon Petry ha segnato la storia dello slalom brasiliano per serietà e competenza.
Domani lascerà l'Equipe Permanente e rientrerà a casa dove troverà una moglie fantastica e un cucciolo d'uomo, ormai uomo, che sapranno offrirgli tutto l'affetto e l'amore che da sempre hanno verso di lui. Io porterò con me per sempre il suo sorriso. Porterò con me i suoi occhi con quella luce speciale che sa dire nel silenzio molte cose, che sa trasmetterti energia, che sa dare fiducia e speranza. La vita è come una corsa in bicicletta. Ci sono tappe in pianura dove bisogna pedalare e restare nel gruppo. Ci sono tappe in salita in cui bisogna stringere i denti e prendersi i rischi per arrivare in cima alla montagna da soli. Ci sono le discese per recuperare i fuggitivi. Ci sono poi le tappe di trasferimento che ci portano su altri lidi e che magari ci regalano emozioni ancora più forti anche senza doversi misurare con il cronometro. Ci saranno poi gli abbracci di una mamma e di un papà che hanno in João la loro ragione di vita, come ognuno di noi con i nostri figli.
Che il buon Dio ti regali sempre il sorriso e la tua dolcezza tutto il resto arriverà da solo. Grazie per tutto quello che ci hai insegnato e trasmesso con infinito rispetto e ammirazione.

Occhio all'onda!

Nuove generazioni in rosa per la canadese slalom

C'è una sostanziale differenza fra le atlete che gareggiano in canadese monoposto in Coppa del Mondo o Mondiali  e le giovani atlete che sto vedendo  in gara in questi giorni all'ECA Junior Slalom Cup che va al di là del semplice cronometro. Le prime, in linea di massima e con alcune eccezioni, sono nate canoisticamente in kayak e diventate  canadesi in un secondo momento. Le giovanissime atlete impegnate viceversa in questo circuito di gare sono slalomiste nate in canadese. Cosa cambia è presto detto. Infatti fra le più giovani la tecnica è quella propria di una canadese, mentre le atlete più mature si sono adattate a questa specialità e hanno traslato la tecnica del kayak al C1 con numerosi cambi di pala. Il fatto è dovuto  all'abitudine di avere una pagaiata simmetrica da ambo i lati . Ecco quindi la difficoltà di usare il debordè che, come ho avuto modo di ricordare più volte nelle mie riflessioni tecniche, per un C1 puro non è altro che una parte integrata nel suo DNA.
Se noi prendiamo due atleti uomini come Cipressi e Lefevre che nascono kayak (entrambi campioni del mondo in questa specialità) ci accorgeremo che  il cambio di pala in loro è una cosa necessaria proprio per la loro provenienza. Comunque ottimi pagaiatori in ginocchio, ma impuri rispetto ad un purista della canadese.  
In buona sostanza ho visto queste giovani atlete tecnicamente molto ben preparate e predisposte a questa spettacolare disciplina che confermano quanto da tempo sto sostenendo su questa specialità al femminile: nell'arco di 4 o 5 anni questa nuova generazione sarà competitiva anche su tracciati impegnativi, proprio per il fatto che nascono sportivamente in C1. Considerando inoltre che la canadese è una specialità altamente  tecnica e che le donne sotto questo aspetto hanno ottime qualità le premesse per una veloce crescita ci sono tutte.

Vivo questa esperienza personalmente con due mie atlete brasiliane, nate canoisticamente in maniera diversa. La prima, Ana Satila, se pur ancora giovanissima (classe 1996), ha però un background importante in k1, mentre la più giovane, Beatriz Da Mota (2000), nasce principalmente in C1. Sostanziale la loro differenza tecnica. La prima usa spesso e volentieri il cambio di pala, mentre la seconda usa un solo lato di pagaiata utilizzando il debordé* in maniera del tutto naturale e sicuro, chiaro marchio di qualità per un C1!


Occhio all'onda!

* tradurre in italiano la manovra "debordè" in "incrocio" per dare la giusta terminologia tecnica. Mi piace molto in spagnolo la traduzione in "crusada" che dà perfettamente l'idea di cosa stiamo parlando.