Donne in C1 guardiamo cosa succede negli altri sport

Innaffiare il giardino alla sera mi rilassa oltre a farmi piacere mi stimola a riflettere. Finalmente lo spazio antistante la nostra casa si è trasformato in un’area ben organizzata e soprattutto la parte verde è diventata predominante e carina: un mix di giardino giapponese e giungla equatoriale. L’impegno serale quindi non è eccessivamente complesso, lascia la mente libera di pensare alle cose fatte nella giornata appena conclusa, mentre i ragazzi della squadra sono all’università, e rimane tempo anche per guardare al futuro. 
Il tema di questi giorni rimane la canadese femminile ai Giochi Olimpici e guardando che cosa fanno gli altri sport ho cercato di capire il livello femminile rispetto a quello maschile. 
Prendiamo gli 800 metri dell’atletica leggera,  regina degli sport come si suol dire, e che a mio giudizio si possono paragonare ad una gara di slalom in relazione ai tempi di percorrenza. Ai recenti campionati del mondo disputati a Mosca quasi un mese prima dei mondiali di slalom di Praga gli 800 metri sono stati vinti dall’etiope Aman Mohammed, bel talento di corridore, con il tempo di 1’43”31. Sto ragazzo nel 2010 a soli 14 anni aveva un personale sul kilometro di 2 e 19... non male, ma è un’altra storia, scusate.  Gli 800 donne sono andati alla keniota Eunice Sum con il tempo di 1’57”38 e cioè a 14”,07 dal collega, un tempo più alto del 13,61%. Alle spalle della keniota la russa Savinova a 0,42 decimi e  bronzo alla statunitense Martinez a 0,11 decimi dall’argento e a 0,53 dall’oro. La finale a otto si è chiusa con un distacco massimo tra la prima e l’ottava di 3 secondi e 21 decimi. Se risaliamo alla semifinale le escluse, e cioè dal 9^ al 16^ posto sono state eliminate per meno di due secondi. Attenzione ai minimi richiesti per la partecipazione ai mondiali che erano fra 2,00.00 e un 2,01.50 in relazione all’appartenenza ad una nazione annoverata tra quelle di serie A o B. Quindi la selezione partiva già da questo pre-requisito di alto livello. 
Altro esempio è il nuoto. Prendiamo i record del mondo dei 200 metri nelle quattro specialità. Anche qui la scelta ricade sul fatto dei tempi similari a quelli di una gara di slalom.  Vi risparmio nomi e dati, se non vi fidate controllate, ma le donne rispetto ai maschietti sono di media al 10,2%. Quindi ad un gap decisamente buono per garantire spettacolarità e interesse agonistico.
Ecco il punto preciso: garantire la qualità dei partecipanti ad un campionato del mondo, immaginiamoci ai Giochi Olimpici. Ho già parlato delle difficoltà incontrate dai poveri telecronisti chiamati a commentare la finale della canadese rosa mondiale che hanno distacchi del 27% per la prima per passare poi all’argento che si trova al 42% dal collega uomo.
Disastrosa è stata l’immagine mandata in televisione per le gare a squadre che hanno avuto distacchi di oltre 50 secondi dalla prova maschile. 
Una soluzione però a tutto questo c’è e la possiamo prendere da sport come lo sci, il ciclismo, la pallavolo e tanti altri. Lo sci disputa due circuiti distinti fra uomini e donne, il ciclismo ha distanze diverse, la pallavolo ha altezza della rete da 2,43 per gli uomini a 2,24 per le donne e potrei continuare così a lungo. Tutto questo per dire semplicemente che forse sarebbe il caso di applicare due misure diverse per i due sessi se vogliamo far crescere velocemente il livello delle atleta in Canadese monoposto e se vogliamo facilitare la crescita anche di nazioni che non hanno  antiche tradizioni e mezzi per arrivare più velocemente ad alto livello. 
Mi sembra così logico e scontato che forse per questo che non ci si pensa e si continua viceversa sbattere la testa contro il muro forzando la mano su discriminazioni che esistono solo se continuiamo su questa strada. Riconoscere la diversità non significa sminuire il valore delle atlete e tanto meno delle donne slalomiste. Significa solo adeguarsi a quello che già si fa in molti altri sport di successo. 
Mi fermo qui il giardino ha già preso la quantità di acqua sufficiente per oggi! 

Occhio all’onda! 

Donne in canadese la risposta di Fox all'ICF

Richard Fox sulla sinistra in compagnia del tecnico francese Vincent Redon ai
campionati del mondo di slalom a Praga - settembre 2013
La polemica sulla canadese femminile ai Giochi Olimpici non si ferma. Questa volta ad alimentarla è Richard Fox che scrive all’ICF contestando la scelta dell’organo internazionale sui tempi di inserimento di questa specialità.
Ora dire chi è "Riccardo Volpe" mi sembra decisamente inutile, tutti lo abbiamo amato e preso da modello quando era atleta. L’uomo che segnò un’epoca e fece fare allo slalom un grande salto di qualità per stile e per visione sul futuro del nostro amato sport. Lo abbiamo conosciuto  come allenatore, come direttore tecnico per l’Australia, ruolo che ha tutt’ora, poi come vicepresidente ICF e anche come genitore della medaglia d’argento olimpica in k1 donne e campionessa del mondo in C1 agli ultimi campionati del mondo. Quando ci si vede si parla  sempre volentieri per  confrontarci su vari temi. Uno di questi è per l’appunto la canadese donne sulla quale abbiamo le stesse idee, ma con tempi diversi. 
Per la verità il britannico naturalizzato nel continente australe è da tempo che sta spingendo per inserire la canadese nella rosa degli sport a cinque cerchi puntando sul fatto che la canoa ha solo 5 specialità femminili contro le 11 del settore maschile e sul fatto che bisogna dare un segnale di cambiamento per stare al passo con i tempi che cambiano. In relazione a ciò bisogna però dire che il numero di partecipanti donne, confrontato con il numero di partecipanti uomini, è decisamente e notevolmente inferiore. Basta guardare in casa nostra per renderci conto la proporzione che c’è tra uomini e donne. Cosa che riscontro puntualmente qui in Brasile e in varie parti del mondo. Sul secondo punto ci sarebbe molto da discutere perché, secondo il mio umile punto di vista, allo slalom o alla canoa in generale non è cambiando le regole che riusciremo a fare il salto in avanti che tutti noi ci aspettiamo. Restiamo però sul tema! 
Fox  nella sua lettera attacca l’ICF dicendo che quest’organo internazionale della canoa  avrebbe potuto e dovuto appellarsi ad una regola del CIO che è quella della quota neutrale, che dice in sostanza, che ogni sport è abbastanza libero per giocare sulla percentuale di donne e uomini. La proposta chiara di Fox è quindi quella di togliere il C2. Questo però  mi sembra molto “unfair” per dirla all’inglese, mentre i  latini direbbero “mors tua vita mea” e cioè cacciamo una specialità con 24 atleti con una storia che ha inizio con lo slalom per sostituirli con 16 donne e aprendo alle altre specialità gli  8 posti restanti (di cui 4 donne e 4 uomini). Ripeto: non mi sembra una buona strategia per il nostro sport! 
L’ICF dal canto suo si è attenuta a quanto previsto dalla carta olimpica e cioè che eventuali cambiamenti devono essere proposti 7 anni prima, regola questa che forse il nuovo presidente del Cio, Back, vuole togliere. 
Capisco l’interesse personale di Fox , ma a tutto ci deve essere un limite e soprattutto deve essere ben ponderato nel momento in cui un personaggio pubblico del suo calibro interviene in questioni che lo  toccano troppo  direttamente. Dovrebbe, secondo me, tirarsi fuori dalla partita e lasciare spazio agli altri su questi temi.
In realtà inserendo le donne in canadese fin dalla prossima edizione chi veramente ci guadagnerebbe sarebbe proprio il Team dei canguri, che pur con un parco donne decisamente limitato (la miglior junior ai mondiali di quest’anno è guarda caso un’altra Fox la più giovane e cioè Noemi)  riuscirebbe comunque a raddoppiare la partecipazione sia in K1 che in C1, considerando il fatto che le uniche due loro donne di valore possono gareggiare sia in una che nell’altra specialità ad alto livello. 
Penso che la strada intrapresa dall’ICF a questo punto è corretta proprio per il fatto che pone obiettivi e modi da seguire per arrivare preparati all’esordio in rosa della canadese olimpica. 
Lo stesso avvocato 59enne Thomas Back, pochi giorni fa a Roma,  in occasione della sua presenza al congresso dei comitati olimpici europei ha dichiarato:”due cose sono insormontabili - il numero di atleti che possono partecipare e il numero minimo di stadi richiesti alle città organizzatrici, tutto il resto si può discutere” inoltre ha aggiunto: “attualmente abbiamo 28 sport, o meglio, federazioni che prendono parte. Forse  non dovremo cancellare discipline per aumentare e mantenere il numero di atleti, ma solo ridurre la quota”. Poi il buon presidente tedesco, dimostrando fin dall'inizio la sua politica e la sua diplomazia,  ha rimesso tutto nelle mani del presidente della federazione internazionale tennis, Francesco Ricci Bitti che è anche presidente della ASOIF (Association of Summer Olympic International Federation), una associazione messa in piedi nel 1983 da quel genio che si chiamava Primo Nebiolo, l’uomo che ha fatto fare all’atletica leggera il vero grande salto di qualità... lo avessimo noi un dirigente così!

Occhio all’onda! 

Un albero

nessun pensiero, sentimento, emozione deve essere frenato e nascosto tra due innamorati se succedesse ciò fra loro non posso immaginare come si possa pensare ad un mondo migliore







C’è un albero nel mio cammino quotidiano, per la verità ne incontro molti, ma questo è particolare. Un albero dalla grande chioma che si apre sul mondo con un fascino unico. Di questa stagione è tutto fiorito di un rosso infuocato, come solo questo colore sa esserlo. E’ maestoso da lontano, è bello  da vicino, è intimo  passarci accanto, è divino abbracciarlo e godere di ciò.  Ti dà un senso di saggezza, ti affascina per la sua estensione quasi a proteggere il mondo. Rami che sembrano avvolgerti per rassicurarti sul presente e sul futuro, mettendoti  al riparo dal tempo che passa e che non ritorna più, ma che comunque ti lascia un segno! Lui è lì da molti anni e certamente di cose da raccontare ne ha tante. Da questa parte del mondo lo chiamano “árbol de fuego” e ammirandolo nella sua massima fioritura se ne capisce chiaramente il motivo. Essere un albero non deve esser facile, ma deve essere anche affascinante. Stai lì, cresci e sei testimone del tempo che passa. Con gli anni maturi e ti fai saggio regalando serenità. In un anno fai un intero ciclo della  vita. Cresci e continui a farlo, poi ti fai godere per le tue bellezze e per quel senso di gioia che regali guardandoti. Poi i fiori ti lasciano. La gente ti nota meno, ma continua ad apprezzarti. Poi arriva il tempo di lasciar andare anche le foglie per prenderti una pausa dal mondo entrando in uno stato di riflessione e pace. Poi ad un certo momento ti risvegli e riprendi a vivere più forte e motivato di prima e ritorni ad essere un simbolo e uno stimolo. 

L'albero che ci ricorda ogni anno i cicli della vita diventandone alla fine la sua vera e propria parodia!  

Occhio all'onda! 

La discussione si accende sulla canadese donne alle Olimpiadi

La discussione sull’inserimento della canadese femminile continua a far discutere ed è oggetto di riflessioni profonde. 
Principalmente non piace il fatto che questa specialità debba aspettare almeno sei anni prima di fare il suo esordio ai Giochi Olimpici, pur godendo di grandi apprezzamenti da parte dello stesso presidente ICF Jose Perurena, che al recente congresso in Perù ha detto: “Women’s C1 in both Sprint and Slalom has improved dramatically over the last couple of years and the proposal to include it in the Olympic programme will further support its future development.”. 
Ma è di oggi una lettera anonima su questo tema scritta e inviata a Sportscene.tv da una atleta olimpica, così si definisce lei stessa anche se non pratica la canadese in nessuna forma , in cui esprime con toni forti la sua idea sull’attuale realtà sportiva canoistica.
In sostanza lo scritto  ricorda che la carta costituzionale del  Comitato Olimpico Internazionale (CIO) dice che:"Ogni forma di discriminazione nei confronti di un paese o di una persona per motivi di razza, religione, politica, sesso o altro è incompatibile con l'appartenenza al Movimento Olimpico" e credo che su questo siamo tutti d’accordo. 
Mi sembra però inopportuno basare su una presunta discriminazione il motivo per cui  non si  inserisce già  a Rio nel 2016 la canadese femminile.  Dire che non ci si  attiene ai principi morali ed etici del CIO, e aggiungo io di tutti noi, ci vuole una bella fantasia. Tanto più che la strada per la canadese femminile è già stata segnata proprio dall’ICF con chiari e quanto mai precisi obiettivi. Cosa molto apprezzabile e soprattutto auspicabile anche per altre problematiche!
La vera discriminazione arriva se facessero gareggiare le donne in questa categoria senza aver raggiunto un livello tale da competere degnamente per una manifestazione che è l'apice sportivo. E ciò non è una opinione personale, ma è solamente una confutazione di una analisi tecnica con dati e risultati alla mano su tempi e percentuali, ampiamente illustrati nel post precedente.
La canadese monoposto ha fatto la sua apparizione nel 2009 ai mondiali in Spagna a La Seu d’Urgell  in maniera dimostrativa e oggi vanta al suo attivo solo tre campionati del mondo ufficiali. Ora, se guardiamo al passato, lo slalom è entrato ai Giochi Olimpici per la prima volta nel 1972 dopo 23 anni dal primo campionato mondiale disputato a Ginevra nel 1949 dove si gareggiò in 4 specialità - K1 men, K1 women, C1 men e C2 men. 
Spostando l’attenzione sull’atletica leggera, che ha 195 paesi che partecipano alle gare a cinque cerchi, ha inserito il salto con l’asta femminile, specialità maschile da sempre ai Giochi Olimpici e cioè dal 1896,  per la prima volta ai  Giochi di Sydney nel 2000. Ripercorrendo la storia di questa specialità in rosa ci accorgiamo che si praticava comunemente negli States fin dalla fine degli anni ’20 e le prime gare ufficiali sono negli anni ’70. Questa specialità viene riconosciuta ufficialmente però solo nel 1992 con il suo primo record del mondo. Oggi il record del mondo femminile è per un 17,7% inferiore a quello maschile. Nel settore slalom la migliore atleta assoluta al recente mondiale di Praga è al 27,05% dal vincitore nel kayak maschile e la seconda al 42,91!
Il tono della lettera è molto duro tanto che invita addirittura a fare ricorso nei vari tribunali per fermare questa presunta discriminazione fra i sessi. 
Mi dispiace perché eravamo sulla buona strada ad educare le nuove generazioni a credere negli obiettivi e lavorare per questi in una prospettiva olimpica e non raggiungere tutto alzando la voce e appellandoci a principi etici e morali di altissimo contenuto.
Quando eravamo giovani non avevamo la certezza di riuscire a competere ai Giochi Olimpici, ma ugualmente consideravamo lo slalom Olimpico. Ci abbiamo creduto così tanto che alla fine è entrato. 
Mettiamo la discussione sul tema tecnico e lasciamo perdere polemiche e falsità che si vogliono creare per alimentare sempre di più la vera discriminazione che è altrove e non fra i pali dello slalom


Occhio all’onda! 

Canadese femminile un passo avanti

Il tema di questo momento per la canoa internazionale è la canadese femminile.
 L’ICF, all’ultimo convegno a Lima, ha preso la decisione di portare avanti questa specialità in previsione dei Giochi Olimpici del 2020 e arrivare ai successivi in pari quota uomini e donne. Questo ovviamente ha scaturito una serie di riflessioni da parte di chi si chiede perché, se l’organo internazionale della canoa ritiene la canadese femminile degna di entrare nelle specialità olimpiche, bisogna aspettare ancora 7 anni. 
C’è poi la prospettiva di avere la stessa quota atleti per uomini e donne. Ciò potrebbe avere delle drastiche conseguenze su alcune categorie, ma andiamo per ordine e  analizziamo ciò che accade in slalom.
Partiamo dalle donne inginocchiate e guardiamo il livello raggiunto oggi attraverso la Tav.1 e ipotizziamo che i posti disponibili per questa categoria siano 15 in rappresentanza di altrettante nazioni. 
TAV. 1 - Risultati qualifica, semifinale e finale ai recenti campionati del mondo di slalom a Praga con % di distacco tra le atlete e in relazione al miglior k1 men. 

Se consideriamo ora i risultati di Praga ipoteticamente le nazioni che si guadagnerebbero il posto ai Giochi Olimpici sarebbero state: Repubblica Ceka, Australia, Slovacchia, Great Britain, Germania, Kazakistan, Spagna, Francia, Austria, Brasile, Ukrainia, Canada, Russia, Cina, Giappone. In questo modo è rappresentata la globalità dei Continenti, ma nasce il problema della qualità. Infatti tra la prima atleta e la 15esima c’è una differenza di poco più di 11 secondi che in percentuale significa 9,70%. La prima atleta  è al 27% dal miglior k1 uomini, mentre la seconda è al 42%. Fino ad arrivare ad un oltre 55% se ipotizziamo la finale a 8 come per i colleghi maschi. Nella finale della canadese monoposto femminile si entra con il 21,93% dalla prima classificata e tanto per aver un’idea con il k1 maschile la percentuale per entrare in finale dal vincitore della semifinale è stata del 3,1% e per quest’ultima categoria bisogna stare sotto il 7,9% per passare il primo turno, mentre nella C1 donne è sufficiente il 16,33%.


A questo punto il livello della eventuale gara olimpica si riduce notevolmente considerando il fatto che ai recenti Campionati del Mondo di Praga su 15 eventuali nazioni ammesse solo sette hanno conquistato la finale delle 20 iscritte nelle prove di qualifica. In finale ai mondiali nella C1 donne avevamo 7 nazioni e nelle prime otto solo cinque. Per arrivare alle 8 eventuali finaliste bisogna andare a ripescare 3 nazioni che sono molto distanti dalle prime cinque. In questo modo la finale risulterebbe ad appannaggio esclusivo di solo cinque squadre, di cui tre guadagnerebbero una medaglia. Ciò sta a indicare che la percentuale di vincere una medaglia per queste 5 nazioni è molto alta.  Per la verità i Giochi si ridimensionerebbero non poco e la portata internazionale si avvilisce con il gioco dei numeri. 
Evidentemente da questi dati emerge il fatto che questa categoria non è ancora pronta per  affrontare le gare a cinque cerchi per uno standard medio ancora piuttosto basso. La differenza anche per le medaglie è troppo elevata per garantire una buona qualità.
Il fatto di lanciare la proposta è un chiaro segnale di apertura che va appoggiato e che probabilmente potrà dare un altro importante contributo alla crescita di questa categoria. Bisogna però avere pazienza e lavorare bene per non mettere in crisi anche tutto un sistema che si collega alla divulgazione del nostro sport.
Ora concorderete con me che per chi ha commentato gli ultimi mondiali non è stato facile portare a termine la telecronaca e il povero Dario Puppo su Eurosport ha dovuto arrampicarsi sugli specchi per non suicidarsi in diretta televisiva vedendo scendere molte atlete in maniera piuttosto ortodossa (per mantenere un tono gentile e per incoraggiare il settore). 
Veniamo al secondo punto quello ciò che l’ICF si è impegnata per il 2024 a portare tante donne quanti saranno gli uomini. Questo ha un solo significato plausibile e cioè quello di cancellare una specialità maschile se la quota atleti rimane fissa a 85.

Io rimango della mia idea che ancora una volta bisogna portare avanti il progetto (che presentai ancora all’ICF e all’allora vice presidente Richard Fox nel 2006 e che ho riproposto due settimane fa al presidente ICF e ai chairman slalom e discesa) della combinata e cioè oltre alle medaglie da assegnare in slalom e in sprint anche una terza nella somma delle due. Così facendo manteniamo la stessa quota atleti, ma agli stessi offriamo tre possibilità di medaglia oltre al fatto di usare una struttura molto cara per 10 giorni di Giochi. 

Occhio all'onda! 

Un piccolo ricordo di Raimondo D'Inzeo

Raimondo D’Inzeo lo vidi gareggiare all’Arena di Verona. Ero piccino e il mio papà ogni anno mi portava all’anfiteatro per guardare da vicino quelli che erano considerati dei veri e propri eroi dello sport nazionale. A quel tempo, nella mia città,  si organizzava un concorso ippico piuttosto famoso e arrivavano cavalieri da ogni dove per gareggiare in quello splendido scenario. Se non ricordo male era inserito nell’ambito della FieraCavalli e per noi era un’occasione per fantasticare su un mondo decisamente lontano dalla nostra consuetudine. Certo è che  vedere da vicino Pietro e Raimonodo D’Inzeo con  Graziano Mancinelli saltare ostacoli, che a me sembravano veri e propri muri, ti faceva sempre piacere e restavi incantato da quanto alto si può andare con un cavallo. A stupirmi non ero solo io considerando il fatto che specialmente sugli ostacoli più difficili al salto seguiva un "Ohhhhhhh" di assenso o di paura da parte di tutto il pubblico. Poi ero incantato dalle gabbie che per quell’occasione molte volte ricordavano le opere liriche. Mi faceva impazzire la “riviera” come nei 3.000 siepi nell’atletica leggera. I cavalli atterravano dopo un salto alto, alto, lungo lungo e colpivano la nuda terra con un tonfo che faceva vibrare tutti sugli spalti che erano sistemati giusto a ridosso della pista. Mi ricordo che le gare duravano qualche giorno e mi ricordo anche di un acquazzone durante le prove. Per evitare il peggio ci riparammo sotto gli arcovoli dell’arena. Fu allora che incontrai a tu per tu il leggendario vincitore olimpico di Roma 1960  Raimondo D’Inzeo. Ci passò accanto camminando come noi mortali e mi rimase impressa l’espressione di mio papà che lo guardò a lungo mentre lui stava discutendo a voce alta con un'altra persona. Poco tempo più tardi parlando di quell’episodio con degli amici mio padre raccontò che quell’incontro lo sconvolse non poco considerando il fatto che l’eroe a cinque cerchi nell’immaginario collettivo era un uomo alto e dal comportamento nobile, ma in realtà giù dal cavallo era più piccolo di quello che si potesse immaginare e la sua camminata non era certo quella di un re, se pur appiedato. Mio padre aveva avuto la mia stessa impressione. Sorrisi e confermai la stessa versione ai commensali i quali per la verità non diedero un gran peso alle mie parole. I due fratelli gareggiavano con le loro divise di ufficiali  il primo di cavalleria e il secondo della benemerita, e mi chiedevo sempre il segreto dei loro berretti che nonostante la velocità  e i vari salti restavano fissi sulle loro teste. Poi arrivavano alla fine della manche e invece di togliersi il copricapo, come facevano gli altri fantini, portavano la mano destra al cappello, come giusto che fosse considerata la divisa e il loro stato di militari, rendendo onore alla giuria.  
Era tempo che non sentivo parlare dei D’Inzeo, oggi purtroppo la brutta notizia della scomparsa di Raimondo che ci lascia, ma porteremo dentro di noi la sua vita vissuta per lo sport con le sue otto partecipazioni olimpiche, le sue medaglie e i suoi titoli iridati. Ecco questo il mio ricordo di quest’uomo che se pur semplice e veloce ha lasciato un piacevole e indelebile segno in me. 


Occhio all’onda! 

Pensieri ed esempi da seguire

“Noi dobbiamo usare e inventare l'avvenire 
tutto quello che viene dall'immaginazione dell'uomo 
è per l'uomo realizzabile”

- Fiorella Mannoia - 

Il piacere di leggere arriva, secondo me, solo dal fatto di trovare interessante e coinvolgente quello che stai leggendo specialmente quando sei giovane o poco avvezzo alla letteratura. Sembra un concetto scontato, ma non lo è!  Poi arriva un certo momento nella vita che ti manca qualche cosa. Ti senti povero e senti la necessità di capire. Ti rendi conto che certe basi rafforzerebbero il tuo piacere di conoscere e di leggere. Allora torni nel passato sui quei testi che tanto ti avevano annoiato per riprenderli in mano e capirne la profondità. 
Oppure ti capita di osservare gli altri che sai non essere molto amanti della letteratura che magari passano un’intera settimana immersi tra le pagine di un libro e ti dicono: “bestia come scrive bene questo qui”. Ascolti e sorridi compiaciuto e ti rallegri con quell’autore perché in un attimo diventa un grande. 

Lo sport è come la lettura. Solo se sei curioso di ricercare nuove storie riuscirai a non stancarti mai di leggere e di allenarti, devi aver la fortuna nel tuo cammino di trovare qualche poeta che ti coinvolga e che ti sappia trasmettere la passione per scoprire te stesso. Un uomo, come genere, che ti possa guidare alla ricerca del tuo potenziale.  Poi ci sei tu come protagonista assoluto che, come la lettura, magari devi tornare sui tuoi passi e rivedere i fondamentali per crescere, per progredire. 

Si inizia da piccoli a corricchiare o a fare qualche sport per provare. Poi magari ti butti a capofitto su una specialità.  Il vero problema nasce in quel momento. E cioè non trasformare una passione in noia e perdere la curiosità di capire che cosa può offrirti un impegno serio e duraturo in una attività che potresti amare e portare con te per tutta la vita. 

La responsabilità che può avere un allenatore è la stessa che può avere un professore, uno scrittore o un genitore per far scattare nei giovani la curiosità per la vita. Molte volte però queste figure nell’immaginario sono munite di forche e pensano sempre a farti male o a giudicarti. In realtà insegnando e allenando succede esattamente l’opposto: l’allenatore impara dai suoi atleti e si adatta alle esigenze personali  per entrare in loro e per aiutarli a portare alla luce ciò che  madre natura ha regalato a loro. 

E’ un bravo atleta che fa grande un allenatore”, come dice sempre Alviano Mesaroli

Aleksandr Sokurov diceva: “Al mestiere non serve il talento, ma al talento il mestiere è indispensabile”.  

Già quanti talenti che ho visto nel cammino perdersi e non riuscire a dare ciò che effettivamente avrebbero potuto. Credo che questo sia il più grande e grave problema della nostra società in generale. 

Lo slalom è una danza. Lo slalom è una ricerca costante dell’armonia. Lo slalom è arte. Lo slalom non segue le metodologie di allenamento classiche. Lo slalom si nutre ogni giorno dell’energia che scaturisce dalle rapide e dai ritorni d’acqua. Lo slalom è una turbina che si autoalimenta solamente se riesce a percepire tutto ciò! 

Per essere amato e capito però deve essere proposto bene, deve coinvolgere, deve offrire opportunità. 


Ho avuto il piacere di avere per poco più di un mese, qui al centro di Foz,  una ragazza, Marina, che è nata canoisticamente in Mato Grosso grazie alla passione di Claudio, il papà di Ana Satila. Bene! in questo mese ho imparato molto da questa atleta che non ha risparmiato nulla pur di stare al passo con atleti più vecchi e con più esperienza. Oltre al fatto che per pagarsi questo lungo periodo di allenamento lavorava, nel tempo libero, in cucina o nella Pousada per pagarsi vitto e alloggio.  Mi ha colpito la sua energia, la sua voglia di allenarsi, la sua forza di volontà a non mollare mai. Sempre, ripeto sempre con il sorriso.  Attenta, sensibile, occhioni grandi e soprattutto umile,  molto umile la vera arma per lasciare il nostro spirito libero di  inventare l’avvenire! 
Ai miei atleti della squadra molto spesso, per incentivarli, porto come esempio grandi e risonanti nomi del gotha dello slalom. Oggi ho portato Marina come esempio da seguire per tutti noi per tutto quello che ci ha mostrato in questa sua permanenza qui, per la sua semplicità e per i suoi grandi sogni pur dovendo superare mille difficoltà. Grazie e in bocca al lupo carissima Marina! 


Occhio all’onda! 

Riflessioni sulle osservazioni di Sirio Cividino

Qualche tempo addietro commentando il post numero 3 su “riflessioni sui campionati del mondo di slalom” Sirio Cividino scriveva: 

1- si è migliorato molto sulle metodiche di allenamento degli atleti top-gamma, tuttavia il bacino di utenza al nostro sport negli ultimi anni non è aumentato significativamente, ciò rende difficile un miglioramento oggettivo di tutto il sistema slalom.

La mia analisi fatta nel post numero 3 di Riflessioni sui campionati del mondo di slalom parte dal 1993 (campionati del mondo in Val di Sole). Avevo scelto questa data, come ho specificato nell’articolo, perché vi erano stati dei sostanziali cambiamenti legati al regolamento. Erano state inserite  le prove di  qualifica e poi due manche di finale. 

Sirio parla di miglioramento delle metodiche di allenamento. Andiamo quindi a vedere statisticamente cos’è successo prima del 1993 risalendo fino al 1979 anno in cui, secondo me, le metodiche dall’allenamento iniziavano realmente a cambiare.

Doverosa una premessa infatti in quegli anni stava nascendo la scuola statunitense che in sostanza cambiò il concetto dello slalom partendo proprio dall’allenamento. Il guru del tempo era l’allenatore William T. Endicott che riassumeva la sua filosofia in questa frase: “se vuoi vincere i campionati del mondo di sollevamento pesi allora usa questo strumento per allenarti. Se vuoi vincere i campionati del mondo di canoa slalom non hai scelta se non quella di allenarti più che puoi in canoa”.
Quindi il concetto era chiaro. Non ci si poteva permettere il lusso di fermarsi di pagaiare praticamente mai. Tanto che lo stesso Richard Fox (terzo a Janquire nel 1979 a soli 18 anni), usava per l’allenamento a secco il pagaiaergometro cinetico da lui stesso studiato e ideato. Mentre le ore in barca, nel suo piano di allenamento, erano ben superiori a tutto il resto per tutto il periodo dell’anno. 
Precedentemente a questa rivoluzione concettuale di come interfacciarsi con  l’allenamento era la classica letteratura sportiva che divideva una stagione agonistica nei mesocicli di: preparazione generale, preparazione specifica, periodo pre-cometitivo e competitivo. Chi dettava legge erano i tedeschi e i paesi dell’Est. Loro terminavano la stagione ad agosto (i mondiali erano quasi sempre  a maggio o a giugno) e poi riprendevano a salire in barca più o meno a marzo. Nella stagione invernale si dedicavano, nella prima parte, al miglioramento della resistenza generale con sci di fondo, corsa e chi poteva per questioni climatiche canoa da discesa. Poi si passava a lavorare sulla forza, quindi un periodo di circuiti con sovraccarichi in palestra e piano piano si riportava il tutto in canoa. Questo ovviamente a grandi linee.
Mi sento però di fare una ulteriore precisazione perché gli unici che si discostarono al tempo da queste metodologie erano gli atleti della Germania dell’Est. Loro o meglio la loro organizzazione sportiva, che era all’avanguardia, anticipò la rivoluzione a stelle e strisce tanto che le olimpiadi del 1972 le prepararono in maniera molto specifica. Si venne a sapere, molti anni più tardi, che avevano realizzato un canale uguale a quello di Augsburg per far allenare i propri atleti su un percorso che poi avrebbero trovato ai Giochi Olimpici.  E’ allucinante se si pensa bene a quanto hanno fatto e quanto questo metodo ha regalato a loro con tutte le medaglie vinte a Monaco ’72. Ricordo anche che per non far impazzire e stancare i propri atleti da tanto pagaiare, studiarono un colore che non portasse a questi disturbi. 
Oggi la tendenza è quella di non avere mai periodi lunghi fuori dalla canoa da slalom e tanto meno fuori dai canali o dall’acqua mossa. Regna il concetto di specificità e acquaticità.

Una volta fatta questa piccola premessa l’osservazione di Sirio diventa ancora più interessante anche riguardando il nuovo grafico che ci offre una visone più globale del tutto partendo non tanto dal cambio di regolamenti, ma dalle metodologie dell’allenamento. Ho rivisitato il grafico che parte dai mondiali del 1979 ad oggi (Tavola 1). Un altro grafico è dedicato ai Giochi Olimpici (Tavola 2).

Tavola 1 - percentuali di distacco dal vincitore nel k1 uomini per le altre categorie ai campionati del mondo

Tavola 2 - percentuali di distacco dal vincitore nel k1 uomini per le altre categorie ai Giochi Olimpici





Sirio dice anche un’altra cosa  e cioè il mancato aumento del bacino d’utenza.

Qui si entra in quella che dovrebbe essere la politica sportiva pura. Non posso che dare ragione all’osservazione fatta, ma voglio aggiungere alcune riflessioni.

La prima è legata alla mia generazione di canoisti a livello nazionale. Posso affermare che la mia è stata la prima ondata di atleti “professionisti” nel senso che eravamo pagati dai centri sportivi militari o di polizia per allenarci e per gareggiare. Cosa è successo poi? Semplice molti di noi hanno scelto altre vie e pochi sono rimasti a lavorare per la canoa. Questo ha portato ad un lento, ma immancabile declino di un movimento che aveva iniziato a portare i primi risultati a livello internazionale. Molti di noi, terminata l’attività agonistica, hanno preso altre strade. Alcuni hanno aperto compagnie di rafting, altri hanno proseguito nel servizio in polizia o militare, altri hanno cambiato completamente rotta. Questo ha creato un vuoto generazionale perdendo risorse e grandi potenzialità costruite in tanti anni di attività agonistica di alto livello. La logica avrebbe dovuto portare questo gruppo a dirigere la canoa italiana negli anni successivi. Chi come consigliere federale, chi come allenatore di club, comitato o nazionale,  chi come presidente di società o altri ruoli legati alla nostra attività. Gli attuali consiglieri di settore per la canoa discesa e per lo slalom non hanno alle loro spalle nessun tipo di curriculum sportivo di rilevanza. 
Ma ciò che ancor più sconvolge è praticamente l’incapacità di molti di trasmettere ai propri figli quella che era stata una ragione di vita per molti di noi. Cosa che invece all’estero è cosa comune. Per verificare quanto vi ho detto guardatevi l’ordine di partenza dei campionati del mondo di slalom Junior e Under 23 di quest’anno a Liptovosky o verificate chi guida politicamente e tecnicamente le varie federazioni. 

I fattori che hanno portato a ciò sono molteplici, ma il primo sicuramente è da attribuire a chi non ha creduto di sfruttare queste professionalità.
Questa politica è più che attuale se si pensa che atleti olimpici con medaglie iridate non vengono assolutamente considerati da chi di dovere per essere utilizzati a formare le nuove generazioni o a collaborare alla crescita. Anzi vengo allontanati perché pensanti.

I numeri di praticanti in Italia sono ridicoli, anche se qualcuno pur di restare dov’è cerca di vendere fumo. I club che svolgono una funzione di promozione e di formazione si contano su una mano. I progetti per uscire da questo inghippo non ci sono e non esistono né per il settore agonistico né per il settore amatoriale turistico. Si pensi che è di questi giorni l’idea di trasformare la figura del maestro di canoa (nata nel 1987 e mai più considerata se non sporadicamente) in istruttore per attività fluviali. Questo ultimo passo la dice lunga sulle idee di chi dovrebbe soluzionare  questo stato della canoa slalom italiana. 

Il miglioramento oggettivo di cui parla Sirio Cividino, che se non mi inganno è un illustre cattedratico universitario, deve partire da questi punti:

  1. A chi ha vissuto di canoa e ha conseguito risultati importanti  bisogna offrire la possibilità di restituire quanto gli è stato dato negli anni dalle varie amministrazioni pubbliche e dalla stessa federazioni. A loro bisogna offrire una possibilità di lavoro in questo settore per far sì che la canoa non perda tempo a formare altre figure che tra le altre cose non ci sono o sono ridicole.
  2. Progetti chiari con altrettanti obiettivi precisi. 
  3. Strutture adeguate.
  4. Formazione attraverso veri formatori che hanno esperienza specifica.
  5. Offrire ai nostri giovani la possibilità di studiare e allenarsi con borse di studio che non siano ridicole a anacronistiche come lo sono oggi. 



La seconda osservazione di Sirio è:

a livello di performance l'utilizzo di canali artificiali ha aumentato notevolmente il livello tecnico e la spettacolarità delle gare influenzando forse il fattore velocità pura”.

In parte l’osservazione è condivisibile. L’equivoco nasce da un tentativo di trasformazione dello slalom frenato poi con tanti ripensamenti. Uno per tutti. Alcuni anni fa, dopo innumerevoli riunioni tecniche internazionali, si apriva la possibilità di avere il palo unico. Questo permetteva agli atleti di fare le risalite più velocemente guadagnando sulla velocità e sulla spettacolarità. Si accorciano le barche, più o meno per lo stesso motivo, si riducono  i percorsi di slalom e si propongono tempi di percorrenza inferiori. Il tutto per avvantaggiare velocità e spettacolo. Questo dal punto di vista tecnico facilitava non poco sia l’apprendimento che il raggiungimento di un risultato. Abbiamo assistito  all’avvicinamento fra atleti di alto livello. I giovani iniziavano prima ad insidiare gli atleti con più esperienza.  Si era fatto un passo avanti che poteva essere la chiave per una apertura massima.  Poi il ripensamento: si ritorna preponderatamente alle porte con due pali e i passi fatti avanti ora si fanno per tornare indietro. Semplicemente ridicolo. Non abbiamo la forza, la volontà e le capacità per progredire.  

Una piccola considerazione sui canali artificiali. E’ nota a tutti la difficoltà per riuscire a realizzarne in Italia almeno uno. Bisognerebbe concentrare le  energie prima sulla sistemazione di tratti di fiume per praticare lo slalom. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Ivrea, Valstagna, Val di Sole, Vobarno e ora Verona sul fiume Adige. Vedo questa opportunità più concreta senza dover aspettare l’ideale che sarebbe ovviamente un canale artificiale a Roma o a Milano. La prima avrebbe anche il fattore climatico che gioca a suo vantaggio oltre ad una offerta universitaria importante.

Noi dobbiamo lavorare per crescere con la base, offrendo ai più giovani la possibilità di essere impostati bene. Se poi si vorrà conquistare le medaglie olimpiche bisognerà preparare la borsa e iniziare a viaggiare. E’ stato così anche per campionissimi che sotto casa pur avendo  canali e strutture, hanno dovuto viaggiare molto per migliorarsi e per restare al passo con i tempi. Esempio illustre il campione olimpico Daniele Molmenti che per molte stagioni invernali aveva preso casa in Australia sul canale di Penrith. 

Occhio all'onda


Cile

"È proibito

piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
avere paura dei tuoi ricordi.
È proibito non sorridere ai problemi,
non lottare per quello in cui credi
e desistere, per paura
..."
Pablo Neruda


Incas, Salvador Allende, l’11 settembre del 1973, Pinochet, la complicità tacita degli  Stati Uniti di  Nixon nel colpo di stato.  Le Ande e la loro maestosità. Una nazione lunga lunga, freddo, neve, natura selvaggia, qualche verso che gira per la testa come “toglimi il pane, se vuoi, toglimi l’aria, ma non togliermi il tuo sorriso” del poeta Neruda e la sua storia che lo porta a vagare per il mondo per scappare alla dittatura. Qualche amico canoista conosciuto alle gare, qualche guida di rafting che  lavora in Val di Sole. Ecco il Cile che era dentro di me fino a pochi giorni fa.  Oggi la visione è decisamente diversa dopo una settimana a Los Andes per i campionati Sud-Americani di slalom seguita da qualche giorno di vacanza sulla costa pacifica. Città come Santiago, Valparaiso e Vina del Mar, che erano solo nomi su un atlante geografico, sono identità chiare che respirano e vivono  stracolme di persone vestite di maglioni pesanti e berretti di lana in questa primavera che aspetta l’estate. Strade piene di gente che cammina con sporte di plastica o borse segnate dal tempo e dall’usura. Strade a volte grandi e a volte più piccole sovrastate da centinai di cavi elettrici che penzolano tranquillamente sfiorando auto e bus. Case, palazzi, negozi, bar, ristoranti, vissuti e senza pretese se non quella di svolgere il loro compito per cui sono nati, così come l’arredamento e come le stesse persone che animano questi locali e che mi riportano indietro nel tempo.
In Valparaiso i muri diventano spazi su cui esprimere la propria voglia di libertà, di colore. Spazi per esprimere emozioni attraverso l’arte della pittura, dei versi, della musica. Ogni superficie conquista la forma e l’energia di chi ha idee per cambiarla. Si cammina tra i colori di un museo all'aria aperta che ti circonda e ti avvolge, diventando a tua volta rappresentazione dello stesso. 
Gente grande, vecchia e piccina ovunque.  Volti che portano con sé indelebile la storia di chi li ha preceduti e che parlano la lingua dei loro conquistatori. Autobus che corrono veloci per portare lavoratori da un luogo all’altro, fermi dopo ogni accelerata per ripetere all’infinito la stessa manfrina. Poi ci sono quei palazzoni a gradoni su una costa che si arrampica e si aggrappa alla montagna. Così per salirci in cima ci sono le cremagliere che hanno un fascino particolare. Poi ci sono i resti dei palazzi coloniali, fatiscenti che testimoniano un passato  segnato da chi qui era venuto per cercare nuovi mondi e nuove ricchezze, magari fregandosene dei  legittimi abitanti.
Le spiagge immense sono animate nei giorni di festa e che danno lavoro a tanti porteñi. Città che si allargano e che crescono seguendo il ritmo di un paese in espansione e orgoglioso mostra ovunque la sua bandiera.
Poi ci sono tanti   cani liberi che girano per la città senza segni bellicosi, rassegnati al loro ruolo di vagabondi  in città che non non si curano di loro, ma che neppure li ostacolano.  
C’è la natura che sa offrire tanto dopo che il Cile si è riscoperto paese vitivinicolo. I suoi rossi sono di ottima fattura e viaggiando dalla cordigliera verso il Pacifico sei circondato da splendidi vigneti che arrivano fino a metà montagna con tanto di canali di irrigazioni. Un  Cile, segnato pesantemente dai terremoti del ’60 e poi nel 2010, è un paese vivo con molta energia e con la voglia di far emergere la propria personalità. Lo capisci non dai numeri che puoi leggere girando su internet, ma lo percepisci chiaramente stanno fra la gente. Lo capisci parlando con la signora della pensione in cui siamo stati che si prodiga di attenzioni e con  orgoglio ti indica dove andare a pranzare o cosa visitare. Gente che parla molto e che ti chiede di dove sei curiosa e con sete di sapere. Ti siedi per una fantastica “empanada” e un signore sulla cinquantina  ti racconta la sua vita. In un attimo ti parla dei suoi dolori, delle sue preoccupazioni, ma anche del suo consapevole ruolo di lavoratore per un Cile libero. Le sue mani confermano le sue parole. Ci parla del periodo della dittatura, ci parla della preoccupazione per i suoi figli giovani che sono circondati dal pericolo della droga e del sesso facile. Ci parla di un amico che ha appena accompagnato al camposanto e non capisce l’odio che a volte si ha con il proprio vicino.

Questo è il Cile che ho conosciuto, vero, umano, aperto e disponibile con la sua gente e con la sua terra. 


Occhio all’onda!