Buona domenica ministro Saccomanni

Non mi occupo di politica e non sono un economista, faccio altro nella vita, ma Fabrizio Saccomanni, ministro dell’economia, mi ha proprio fatto saltare sulla sedia e mi ha irritato non poco sabato sera a “Che tempo che fa” per affermazioni che denotano l’assurdità di coprire ruoli senza nessuna idea nella testa. Un ministro che parlando di riduzione del debito pubblico è capace di dire: 

“L’obiettivo è quello di dare una mano alla riduzione del debito pubblico queste privatizzazioni  non serviranno ad aumentare la spesa corrente, ma andranno direttamente nel fondo del debito pubblico è noto che è assai elevato e quindi abbiamo bisogno di dare un segnale che al di là del rigore fiscale c’è anche un altro modo, che è quello delle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico”. 

Bene! mi domando se serve una laurea in Economia e Commercio all’università Bocconi di Milano, seguire corsi di economia monetaria internazionale alla Princeton University nel New Jersey. Essere stati direttori generali della Banca d’Italia, vicepresidenti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Far parte del consiglio direttivo dell’Einaudi Institute of Economics and Finance oltre ad altre diverse cariche, nonché essere  Cavaliere di gran croce dell’ordine al merito della Repubblica Italiana (non me ne voglia Nello Ricciardi), Grande ufficiale e commendatore per presentarsi in televisione e  dire che se vogliamo sanare il debito pubblico vendiamo quel poco che rimane allo Stato e dimostriamo così che oltre alle tasse, che paghiamo, si può fare altro.  E questo altro caro Ministro cos’è? Quali sono le vostre proposte? Vendere? Chiunque è in grado di capire che se la barca affonda basta scaricare qualche barile di troppo per rimetterla in sesto sperando che poi la bonaccia duri. Questo però non è il sistema per dimostrare che siamo in grado di uscire a testa alta da questa crisi. Se la Rai, presa in discussione nella trasmissione e la cito solo come esempio per questo motivo, non funziona perché è un baraccone ci vuole la forza, la capacità, la professionalità e la buona volontà di cacciare le mele marce, rimettersi in carreggiata e lavorare, con idee e con persone che sono in grado di farla rendere. Caro Ministro, non c’è solo la Rai che non funziona, ci sono tante altre realtà che sono  sulla stessa onda... tanto per rientrare nel mio campo! Secondo lei però   l’unica soluzione è vendere per salvare alla fine chi?  Io la penso diversamente e mi scusi se mi permetto di esteriorizzare una mia idea, ma questa sera mi hanno proprio disturbato le sue affermazioni, comunque: "buona domenica anche a lei caro ministro Saccomanni".


Occhio all’onda! 

Pagaia un neurone da sfruttare



Ci sono momenti in cui basta salire in canoa e la vita ti sorride anche se piove a dirotto, anche se vivi una lontananza che non vorresti ci fosse. La canoa ti avvolge, ti fa star bene, ti parla di lei e ti fa sorridere, poi il resto viene da solo seguendo la musica e il ritmo dell’acqua. 

Oggi tecnica di base e cioè pagaiata. Ho insistito con i miei atleti sul fatto che tutto nello slalom ruota attorno alla propulsione. Le altre manovre sono complementari all’azione principale che è per l’appunto la pagaiata. Abbiamo iniziato a riscaldarci a secco. La cosa la ritengo necessaria anche se per la verità  qui non ci sono problemi di freddo e si può tranquillamente iniziare a pagaiare direttamente per riscaldarsi. Qualche esercizio a terra  però aiuta a mettersi in moto nel miglior modo possibile. 

In acqua solitamente non si presta molta attenzione a pagaiare bene. Lo si fa con troppa abitudine e molte volte senza dare peso alla stessa azione. Non ci si concentra  ad apprezzare il gesto in sé e soprattutto non si riesce, molte volte, a raccogliere la profondità e il recondito significato introspettivo dell’azione. 
Per i primi 15 minuti ho lasciato libero il gruppo e ho iniziato a pagaiare sul lago che si forma all’arrivo del canale.  Alcuni di loro dopo qualche minuto hanno iniziato a piantare la coda o a fare altre manovre, alcuni a parlare e soprattuto a non dare considerazione e valore alla proposta che avevo fatto: pagaiate 10 minuti. Io ero curioso di capire come interpretavano questa mio suggerimento. Guille, il mio collega allenatore, anche lui in acqua ha pagaiato concentrato in questa azione.  Finito il tempo prestabilito sono stato più preciso  nel dare i vari lavori da fare. Uno tra questi  è stato quello di entrare nel filone di corrente a fine canale solo pagaiando, senza cioè usare il Duffek per entrare in corrente dalla zona di morta. L’idea suggerita era cercare di cambiare solo l’angolo del braccio di spinta per salire sopra la corrente e rimettersi in linea verso valle. Prima da un lato poi dall’altro. Alla fine incrociando lato, disegnando cioè un otto in acqua. Sempre e solo usando la pagaiata di propulsione. 

Da qui parte lo slalom, da questa azione  basica e fantastica che ti permette di muoverti sull’acqua. 

Poi siamo andati sul canale e lo abbiamo disceso più volte solo pagaiando poiché non erano ammesse altre manovre. Qui sono intervenute una serie di problematiche che ovviamente hanno influenzato il modo con cui bisognava approcciarsi ad ogni pagaiata. Quindi l’inclinazione della barca, le linee d’acqua da seguire, i riccioli su cui saltare, la posizione del corpo, diventano elementi che devono essere analizzati nella loro individualità e devono essere affrontati con proposte diverse di pagaiata, ma sempre nella centralità di questo gesto. Si deve  mantenere  però chiaro il concetto legato alla propulsione per avanzare e per far rendere al massimo ogni colpo  inserito nell’acqua e non dare priorità ad altre manovre che io vedo solo come rimedi a una pagaiata che non ha reso come avrebbe dovuto. 

Altro punto fondamentale è capire dove e quando inserire la pala in acqua per spingere la propria canoa. Ogni azione da far fare alla propria canoa, legata al tracciato, deve avere come riferimento principale l’azione propulsiva e di scivolamento dello scafo. Più la pala rimane in acqua e più diventerà il nostro diretto interlocutore con la stessa. La pala è una sensibilissima antenna che ci trasmette dati ed informazioni direttamente al nostro meccanismo propriocettivo. La definirei la terminazione nervosa che da inizio al processo neurofisiologico per trovare le risposte alle nostre necessità. Una sorta di neurone in più a nostra disposizione. 
Durante l’allenamento, sotto la pioggia, non ho mai fatto correzioni ho solo suggerito di volta in volta di prestare attenzione alle varie problematiche che ho elencato sopra.  

Ero partito per approfondire le osservazioni dell’amico di pagaia  Sirio Cividino sul post relativo alle “riflessioni sui campionati del mondo di slalom numero 3”. Ha toccato punti molto interessanti con  acute e intelligenti  approfondimenti, ma non potrebbe essere diversamente vista l’etimologia del suo nome. Magari domani tra un allenamento e l’altro vediamo di approfondire il tutto... per oggi accontentatevi di questo perché quando le cose vengono di getto devono esser colte subito altrimenti rischiano di perdersi fra la corrente o essere dimenticate dietro ad un sasso.

Occhio all’onda! 

Sensazioni metabolizzate nella natura


“E ancora proteggi la grazia del mio cuore 
adesso e per quando tornerà l'incanto. 
L'incanto di te... 
di te vicino a me.”
Vinicio Capossela -


Che strana sensazione quella di vivere contemporaneamente in due posti diversi  a 10.300 chilometri di distanza, anche se per la verità sono in questo stato quasi perennemente. 
Comunque potrebbe sembrare impossibile, ma succede visto che è stato così per me anche domenica scorsa quando fisicamente ero seduto davanti a due computer per seguire le gare di slalom dei miei atleti qui a Foz ma, nello stesso tempo, mi sono ritrovato anche tra la folla e tra i canoisti che hanno animato la decima edizione dell’Adigemarathon anche se non ho il dono dell’ubiquità, ma c’ero sono sicuro!  L’ho sentita così vicina, così dentro di me che ho potuto assaporare il profumo dei tortellini di Erminio, ho percepito le fatiche dei 409 atleti e dei tanti amatori che hanno sfidato l’incertezza del tempo. Ho pagaiato sul gommone del mio amico Battistini e ho seguito la gara agonistica grazie ad Andrè. Mi sono bagnato sotto la pioggia  con Vladi e Chicco smontando i tendoni e prendendo parole da Leone. Poi con Bruno ci siamo salutati e, come succede in ogni edizione da dieci anni a questa parte, sono tornato a casa stanco ma contento.

Tutto ciò è stato metabolizzato dentro di me passeggiando  e ammirando le cascate di Iguaçu 24 ore  più tardi. Non ero solo. Ero con  Max, Markus e Guille  e con l’immensità di un panorama che incanta sempre anche dopo la centesima volta che lo rivedi.  La piacevole ed interessante compagnia e “l’incanto” mi hanno regalato ancora forti emozioni a distanza di un giorno, ma ciò che mi sconvolge di più è che la “grazia del mio cuore” non mi ha abbandonato “proteggi perché  succeda”. Semplicemente fantastico. Poi gli interessi comuni ti portano ad essere in sintonia anche nel condividere un giorno di pausa.  Le parole diventano interessanti e profonde, le idee si incrociano e nascono reciproci stimoli per migliorare sempre ognuno nel proprio lavoro che evidentemente si ama e si cerca di farlo con gusto, piacere e passione. Markus e Max ci hanno dato delle ottime indicazioni per migliorare il tecnical video che abbiamo fisso sul tracciato, mettendoci anche il cronometraggio elettronico.  Noi abbiamo cercato di trasmettere a loro il maggior numero di informazioni del nostro sport che ormai però conoscono molto bene. 
Cose semplici, una passeggiata in Paraguay, una birra per scoprire  "le sirene”, un churrasco a casa di Argos, una corsa all’aeroporto per stringere ancora una volta la mano di un amico perché:


 "ascoltare le sirene
  non smettono il canto 
  nella veglia infinita cantano 
  tutta la tua vita" 





   




Occhio all’onda!  

ADIGEMARATHON


L’Adigemarathon è l’orologio del mio tempo, segna la mia vita ed è la fotografia dell’amore per la canoa.

10 anni fa, giusto dopo le olimpiadi di Atene, con Franco Conforti, Alviano Mesaroli e Bruno Panziera avevamo un sogno in comune, quello cioè di dare vita ad una manifestazione che radunasse un po’ tutte le realtà della canoa. Una sorta di festa della pagaia a fine stagione prima del grande freddo e prima che l’acqua abbandonasse il nostro fiume in attesa del nuovo disgelo. Coinvolgere i due canoa Club, Verona e Pescantina, non ci volle molto visto l’entusiasmo che da sempre  anima queste due associazioni sportive per condividere con tutti le emozioni di pagaiare sull’amato Adige. La Federazione Italiana Canoa Kayak, a quel tempo con presidente Conforti, fu particolarmente sensibile per questa iniziativa, poi la Federazione Canoa Turistica fece il resto e riscoprimmo la sincera amicizia con un personaggio mitico e unico come Arcangelo Pirovano.
Nasceva  quindi da un sogno una manifestazione che tutt’oggi è un sogno e che negli anni è cresciuta in maniera esponenziale grazie soprattutto ai tanti volontari che animano  da sempre questo momento dedicato ai canoisti di tutta Europa e non solo. 

Io ho tanti flash personali di queste nove edizioni vissute intensamente sempre con la mia famiglia.  Nel 2004 faticai a tenere il piccolo Zeno fuori dall’acqua, quell’anno aveva solo 10 anni, ma era già sceso dal canale olimpico di Atene e avrebbe voluto prendere il via, cosa che fece l’anno successivo con una canoa da discesa gigantesca per le sue dimensioni. Partì da Dolcè a tutta davanti alle centinaia di canoe che coloravano l’Adige e non si fermò fino a Pescantina. Per lui si trattava comunque di una gara e non di una passeggiata turistica. Saltò tutti i ristori e all’arrivo la mamma lo raccolse sfinito. Io seguì la scena e mi commossi, ma dovevo continuare il mio lavoro di speaker.  Avrei voluto andare da lui e abbracciarlo perché mi aveva riportato indietro nel tempo, quando cioè da piccolo come lui avevo preso la via dello spirito dell'acqua che corre.
Nel 2006 non c’era più tempo per lui di dedicarsi al piacere della discesa perché iniziò a lavorare nell’organizzazione in acqua per la sicurezza e per portare poi a valle i gommoni. Necessitavamo di guide. Lui era ancora giovane, ma già allora si nutriva di canoa, fiumi, canali, porte da slalom e sogni competitivi. L’esperienza non gli mancava per la marathona e lavorando si impara.  Io me lo ricordo piccolo, piccolo, con un salvagente giallo a corpetto e un casco da ciclista verde acqua. Poi fermo alla rapida sotto il ponte dell’autostrada e poi ancora a incitare i compagni sul gommone. Ritornava a casa raccolto dalla mamma, mentre io mi fermavo a smontare i tendoni e a mangiare la pizza con chi aveva lavorato fino all’ultimo. 

Su fratello nel 2006 aveva 9 anni e scese in C1 da Dolcè cosa che ripeté l’anno successivo, quindi nel 2008 e 2009 in indiana con Carlo Benciolini e poi una edizione in C2  con il suo amico Michele. All'arrivo nel 2006 sempre sua mamma dovette tirarlo fuori dalla canoa, non riusciva più a stare in piedi. Passò le ore successive a massaggiargli le gambe prima che potesse rimettersi eretto per camminare da solo. Una vero e proprio sacrificio per non essere da meno del fratello. Dal 2011 ha iniziato anche lui a servire la nostra manifestazione come guida di rafting. Da quest’anno prima di fare la guida sarà in acqua per fare sicurezza.  Poi c’è Amur che nei primi anni della marathona seguiva i figli, chi in acqua, chi ancora fra le sue braccia. Poi il suo ruolo in segreteria al sabato e poi la domenica alla partenza amatori. Insomma tutti coinvolti presi dalla voglia di condividere emozioni e piacere. 

Chiudo gli occhi e vedo Erminio a dirigere le sue donne in cucina, lo vedo correre da me al microfono per ricordarmi di dire che la cucina è aperta. Poi quella sfilza di risultati che aggiorno di secondo in secondo grazie al lavoro di Andrè della Siwidata che ormai è diventato parte integrante ed insostituibile della nostra gara, che è anche diventata sua. Mi vedo pensieroso e aspetto la telefonata di Carlo Alberto che mi aggiorna sul passaggio degli atleti a Santa Lucia. 
C’era quel momento magico a Borghetto d’Avio quando il buon Borghetti mi aspettava tra la nebbioina che saliva dal fiume per consegnarmi la pistola che avrebbe dato il via alla gara e mi faceva tutte le raccomandazioni del caso.
Quella corsa verso l’isola di Dolcè per immergermi nel vero spirito di questa manifestazione.  Due parole al microfono con il l’amico e collega Maurizio, due parole anche con Ivano che coordinava le partenze con i gommoni. Lui mi sorrideva e mi diceva :"vai tranquillo qui tutto ok, ci pensiamo noi". Poi via verso Pescantina dove ad aspettarmi Stefano e il suo staff della RST Service, mi microfonavano e iniziava la festa grazie alla loro grande professionalità.
Le premiazioni con lo sguardo che cercava Alviano. La sua presenza in piazza significava che tutto era andato bene e che potevamo considerare chiusa la parte in acqua della manifestazione. Poi vedevo Massimo Ugolini salutarmi sbracciandosi e facendomi segno che scappava via per mandare i comunicati stampa che i colleghi delle tante redazioni stavano aspettando.
Gli abbracci, i baci, le strette di mano, le parole di amici, canoisti, conoscenti e non tra una parola e l’altra detta al microfono, prima di iniziare a smontare l’infinità di tendoni che coprono la zona arrivo per la mostra mercato. Chicco, Vladi, Leone, Ennio, Carlo, Giorgio, Spagna, Filo, Teo con loro fino all’ultimo palo da caricare sul camion, sporchi, impolverati, stanchi, ma tutti enormemente felici.

C’era poi quell’ultimo sguardo con Bruno prima di prendere la via di casa per dirci: è finita! 

Mi mancherà tutto questo e per me domani non sarà facile rimanere concentrato su un altro importantissimo lavoro che sono stato chiamato a fare e al qualche non ho potuto rinunciare.  A tutti però va il mio più sentito grazie e il mio più forte e amorevole ... occhio all’onda! 

Giochiamo con i numeri



Mi sono divertito a mettere assieme qualche dato di questi ultimi 20 anni di campionati del mondo di slalom ed è uscito un grafico abbastanza interessante.
In sostanza ho preso il tempo del vincitore nel kayak e l’ho messo a confronto in percentuale con i tempi relativi agli altri vincitori delle altre categorie. 
Dal grafico si può notare che la percentuale di distacco tra i K1 men e le altre categorie è rimasta pressoché uguale in 13 edizioni iridate, con la tendenza ad aumentare. 
Nel corso di questo ventennio sono cambiate molte cose dal punto di vista dei regolamenti. Modifiche che sono state volute di volta in volta dai vari presidenti del boarding ICF Slalom per cercare di dare un impulso diverso al nostro sport. 
Oggi a distanza di questo lungo periodo possiamo dire tranquillamente che in realtà non è cambiato molto e tutti gli sforzi fatti sono risultati vani. Il motivo, secondo me, è perché molte volte si è cambiato giusto per il gusto di farlo senza seguire un progetto, un obiettivo, una idea proiettata al futuro. Senza prima chiedersi perché cambiare?

Sono partito dal 1993, perché secondo me è stato il momento in cui lo slalom ha effettivamente rivoluzionato  una logica di pensiero. Inserire cioè gare di qualifica con successiva finale poteva essere la vera svolta giusto l’anno successivo al rientro nella rosa degli sport olimpici a vent’anni di distanza dalla prima apparizione a cinque cerchi. Un cambiamento logico dettato da tempi televisivi ristretti. In buona sostanza la RAI non avrebbe avuto tutto il tempo necessario per mandare l’intera gara. Il dilemma era seguire la gara in diretta per 50 minuti, ma non aver trasmesso la gara del vincitore. Quindi l’alternativa era avere solo i migliori 30 kayak e non gli oltre 120 iscritti.  Quindi si diede vita ad una gara di qualifica per selezionare per l’appunto questo numero di atleti che sarebbero andati in diretta televisiva. Si continuò su questa strada anche per l’edizione successiva nel 1995 in Inghilterra a Nottingham. Due anni dopo e cioè dopo le olimpiadi di Atlanta 1996 si mantenne la qualifica e successivamente, dopo la prima scrematura, si disputavano in sostanza ancora due manche facendo la somma dei tempi. Questo fino alle Olimpiadi di Bejing 2008. Nel 2005 fu introdotto un cambiamento sulle lunghezze delle canoe. Il kayak e il C1 da 4 metri fu portato ad una lunghezza minima di 3,50. Il primo largo 0,60 e il secondo 0.65. Il C2 da 4,20 a 4,10 per 0,75. I pesi erano 9, 10 e 15 kg. Ulteriori modifiche all’inizio di quest’anno portando K1 e C1 a 8 kg. e C2 a 13 kg. Questo abbassamento del peso dello scafo si pensava potesse avvicinare le altre categorie ai kayak, ma la cosa non ha portato a ciò.

Tutti questi aggiustamenti  però, non hanno evidenziato grandi cambiamenti sulle percentuali di distacco. Tutto più o meno si è mantenuto come nel 1993. Sono cambiate anche il numero di porte e i tempi più o meno consigliati per un tracciato di gara. Dai 2 minuti e 5 di Nottingham 1995 al minuto e 31 secondi di Tacen. Tanti cambiamenti in 13 edizioni iridate, tra cui anche aver assegnato ad un tocco di porta prima  5 secondi poi 2.

Prendiamo le donne in kayak

Nel 1993 Myriam Jerusalmy vinse la gara con un distacco del 20,79% dal primo kayak (suo marito Richard Fox). Nel 2013 Emilie Fer vince con il 22,45%. Il distacco scese fino al 9,19% nel 2005 quando Elena Kaliska vinse il mondiale a Penrith. Poi si è assestato tra il 12 e il 14%. 
In altri sport il divario donna-uomo è andato sempre calando. Un ricerca dell’Università di Oxford è arrivata addirittura a sostenere che le donne nel nuoto e nella corsa veloce supereranno gli uomini. Se le previsioni di questa università sembrano azzardate, c’è però da dire che effettivamente in altri sport le donne si sono avvicinate parecchio ai colleghi maschi.  

Nella canadese monoposto abbiamo avuto l’apice a Praga nel 2006 con la vittoria di Tony Estanguet che fermò i cronometri con un distacco da Stefano Cipressi del 2,81% contro il 5,34% di David Florence a sette anni di distanza e sullo stesso percorso. 

C2 dal 20,58% del 1993 al 20,72. Passando per l‘8,41 del 2003 ad Augsburg.

Altra curiosità emersa dalla raccolta di dati in relazione alle penalità.

Nei kayak hanno vinto mondiali con penalità dal 1993 al 2013 solo tre atleti: Becker nel 1997, Lefevre 2003, Hradilek 2013.
Nella canadese monoposto in 13 edizioni solo David Florence ha vinto un mondiale con una penalità
Nella canadese doppia ben 7 su 13 edizioni. Hanno fatto meglio le donne in kayak che hanno 8 atlete iridate che hanno vinto con penalità. 

Occhio all'onda! 

"sometime we forget the real aim of our sport if the only thing we think at, is the times”


La musica e la poesia di Vinicio Caposella mi accompagnano per riguardare per l’ennesima volta la finale dei k1 uomini ai recenti mondiali. 


Voi magari  vi chiederete perché  parliamo  dei mondiali di Praga che per molti sono finiti e archiviati? Beh! per il semplice motivo che è passato praticamente un mese. Il tempo necessario per metabolizzare un evento di tale portata. Ora, dopo riaver visto le gare molte altre volte, siamo arrivati al punto che dobbiamo iniziare a parlarne in maniera più dettagliata e soprattutto cercare spunti per migliorare e per non far cadere nel dimenticatoio imprese mitiche e per certi versi uniche. Riguardando quindi questa gara mi è venuto spontaneo chiedermi che cosa ha provato Vavrinec Hradilek quando ha toccato la porta numero 4 di quella finale tanto attesa davanti alla sua gente, oltre 4.000 persone presenti, e seguita in diretta televisiva. 


Il ceco lo conosco da tempo, ho avuto piacer di allenarmi diverse volte con lui in giro per il mondo. Lo ricordo a Rotorua in Nuova Zelanda  nel 2010 quando abbiamo condiviso un allenamento un po’ particolare e che avevo proposto a Eoin Rheinisch, mio atleta a quel tempo. Uno di quegli allenamenti decisamente particolari sull’ascoltare l’acqua, sul trasmettere emozioni attraverso la pagaia, sulla ricerca di equilibri con lo scafo portato al limite tra onde e ritorni d’acqua importanti. Esercizi con gli occhi chiusi e pagaiate con le mani. Proposte a volte azzardate, ma prese sempre con la massima serietà  e soprattutto con la voglia di scoprirsi nel profondo a differenza dell’irlandese che non aveva gradito particolarmente quella sessione speciale nata per mettere gli atleti in “stato di necessità”*
per trovare delle risposte diverse da quelle usualmente utilizzate.  Quell’allenamento però mi è sempre rimasto impresso per tre motivi:
  • la gioia con cui Vavra cercava di mettere in atto ogni mia proposta sforzandosi di trovare anche soluzioni diverse;
  • il suo stile nell’interpretare lo slalom: una danza con l’acqua e le porte;
  • il modo con cui si è congedato da me alla fine dell’allenamento: 
“wonderful workout Ettore, sometime we forget the real aim of our sport if the only thing we think at, is the times”

Bene! tutte queste emozioni le ho riassaporate seguendo la sua gara a Praga. Infatti ho ritrovata la sua gioia nel suo


la porta 16 in risalita dove gli era stato assegnato un 50 in semifinale
dal giudice italiano che si vede sulla sinistra in azzurro con il braccio destro
alzato e con la mano aperta  per segnalare la massima penalità 
sorriso sempre in questi mondiali anche quando ingiustamente gli era stato dato un 50 in semifinale alla porta 16 dal giudice italiano Enrica Berlingeri, poi tolto perché inesistente. Anche in quei momenti e davanti ai giornalisti aveva mantenuto il sorriso perché quella porta in risalita l’aveva fatta senza nessun dubbio. Aveva invece rischiato subito dopo quando alla 17 la corrente gli aveva rubato per un attimo il fianco e lui miracolosamente è riuscito a fare in un solo istante due cose:

  1. non finire con la testa sotto
  2. entrare nella porta.

il momento del miracolo canoistico in semifinale

Ma la sua finale è stato un vero capolavoro.  Una danza sublime in perfetta armonia con le acque di un canale che lo ha visto nascere, allenare e ora vincere un oro iridato. Per noi è stato uno spettacolo unico vederlo pagaiare così. Aggressivo al punto giusto, potente quando necessitava, con il guizzo giusto e senza paura nelle risalite e in modo particolare alla 5 e alla 10. Poi una parte centrale senza sbavature, prendendosi però anche grandi rischi come alla 14 e alla 15. Perché un mondiale non lo vinci passeggiando e neppure senza una punta di follia che si deve fondere comunque con la buona sorte. Alla risalita 21 a destra dopo il ponte ha un attimo di tentennamento che risolve tenendo il sinistro in acqua e spostando lateralmente la canoa tutta verso la pagaia per non toccare la porta. Uno spostamento laterale... un esercizio che in quell’inverno di tre anni fa a Rotorua avevamo fatto a lungo! 

Insomma una finale perfetta tanto più se si pensa che è stata vinta con una penalità. La cosa non succedeva da 10 anni per i kayak uomini quando cioè nel 2003 ad Augsburg un certo monsieur Lefevre (4^ in finale a Praga con una penalità) vinse il suo secondo oro iridato con 4 penalità (in finale toccò la 15 e la 23, andando a vincere su David Ford con un margine ancora di 1,81). Prima nel 1997 a Tre Coroas (Brasile) a vincere fu Becker con un tocco nella seconda manche. Va detto, per dover di cronaca, che al tempo c’era la somma delle manche (semifinale sommata alla finale - tolta dopo i giochi olimpici del 2008).

Il giorno seguente la finale ho visto  Hradilek e sono andato  da lui per fargli i complimenti.  Mi abbracciò e come sempre  ritrovai subito la gentilezza e l’armonia nelle sue  parole che già avevo apprezzato e conosciuto nel 2010. Non gli ho chiesto però, perché non ne ho avuto il coraggio in quel momento, che cosa  aveva pensato quando la sua canoa aveva toccato il palo destro della 4. Non volevo farlo pensare, avevo solo il desiderio di trasmettergli tutta la mia stima per l'uomo e per l'atleta Vavra.  Rimango con la curiosità, ma forse un giorno o l’altro, magari quando verrà qui ad allenarsi e  tra una birra e l’altra mi farò coraggio e glielo chiederò!

Occhio all’onda! 

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* "Stati di necessità" - teoria dell'allenamento prof.Walter Bragagnolo (ISEF - VR) e prof. Alviano Mesaroli allenatore di Vladi Panato.

“Una retro certa è preferibile e più sicura di una vittoria sperata”


 “Tutior est certa pax quam sperata victoria”
  Tito Livio 




L’altra sera, dopo un’ora e mezza di boxe, sono tornato a casa e mi sono riguardato la finale del K1 donne del mondiale di slalom di Praga. Mi era rimasta in testa un’idea e volevo capire se riguardando le gare quell’idea fosse ancora la stessa anche a  distanza di qualche tempo e soprattutto senza il pathos del momento con cui avevo vissuto quella prova in diretta. 
In sostanza avevo l’impressione che in quella finale Katerina Kudejova avesse letteralmente buttato alle ortiche una vittoria certa. Rivediamo la gara. La praghese, classe 1990, parte a bomba è fantastica in tutta la prima parte. Entra nella prima risalita a destra veloce e sicura. Salta dentro la porta numero sei senza bagnarsi la faccia. Nella combinazione 8/9 è larga, ma la canoa corre veloce, dimostra di aver fatto una scelta azzeccata, poiché appena esce dalla prima risalita a sinistra ha un vantaggio enorme su tutte le atlete, ma soprattutto sulla leader attuale di classifica Emilie Fer che è prima con 111,74 più 4. Tanto per avere un’idea di cosa sta succedendo ricordo che la ceca aveva vinto la semifinale con 110,27 con percorso pulito. Il vantaggio dopo nove porte sulla campionessa olimpica è di 5,35 secondi considerando pure il tocco della transalpina alla 8.
Bene anche nelle tre porte successive la Kudejova e  fino all’entrata della porta 13 prosegue la sua marcia trionfale verso una vittoria che sta per essere annunciata ufficialmente. A questo punto sembra ipotecare la vittoria. Il suo tecnico Jiri Prskavec è difronte alla gigantesca tribuna sul lato sinistra del canale, proprio alla porta 13 e la osserva senza far trasparire emozioni. Ma nella porta successiva arriva l’imprevisto: è in ritardo alla discesa 14 e non riesce a prenderla al volo. E’ costretta a rimontare e perde esattamente 16 secondi e 21 decimi. 

Mondiale finito, e come cantava il mitico Claudio Villa, 
                                           ...
“addio sogni di gloria,
addio castelli in aria 
...
meglio tacer le memorie o vecchio cuor mio 
sogni di gloria addio”


L’interessante ora è capire come sia potuto succedere tutto ciò. Come cioè un'atleta del livello della Kudejova, che sta gareggiando in casa su un canale che conosce perfettamente, si possa far tradire da una situazione relativamente banale come il passaggio 13/14. Alla base di tutto c’è un errore tecnico dopo la porta 12 quando cioè fuori dal riflusso d’acqua le scappa via la coda. Lei in quel momento ha un attimo di esitazione e invece di trovare una soluzione alternativa, ignora il problema e prosegue sulla strada che aveva programmato precedentemente. In poche parole non cambia strategia insiste con caparbietà come se non fosse successo nulla, ed è qui che perde il mondiale.  Manca di lucidità, come dicevamo rimane ancorata alle sue idee evidentemente ben radicate nella sua testa. Frena con il destro, gira la canoa di 180 gradi e si lancia verso la 14, come aveva fatto nella semifinale, ma è in ritardo considerando il fatto che la corrente le spinge ancora la coda verso valle nel lato opposto. Inutile per lei il tentativo di recuperare. Prskavec coach abbassa lo sguardo, rimane freddo a quella tragedia, quasi pietrificato su quella sponda che ha percorso migliaia di volte per seguire gli allenamenti dei suoi atleti.  

Parafrasando Tito Livio diciamo che nel caso della Kudejova  “una retro certa è preferibile e più sicura di una vittoria sperata”, ma soprattutto il problema è stato quello di non voler cambiare in quel esatto  momento la sua strategia di gara. Errore che si è dimostrato fatale per la brava, bella, ma poco perspicace ceca. Per l'appunto una retro alla 13 le avrebbe salvato il passaggio successivo e si sarebbe messa al collo un oro già annunciato da tempo. 
Io, anche a distanza di un mese, sono rimasto della mia idea che è la stessa di settembre nonostante i numerosi pugni tirati al sacco con i miei nuovi guantoni rosso fuoco!  

Occhio all'onda! 

La nostra luce

San Francesco in una statua molto simpatica nel bairro Morumbi a Foz do Iguaçu


Si possono fare le cose con amore e si possono fare le cose per routine. Si può  prende la mano di una ballerina come se fosse la cosa più preziosa al mondo, ma si può prendere la stessa mano senza sentimento. Si può interpretare la musica con il cuore e si può ballare per mostrare se stessi. Si può comunicare attraverso la gestualità del corpo e si può ignorare chi ci circonda. 
Si può mettere in acqua ogni pagaiata con passione, ma si può anche pagaiare svogliatamente. Si può vivere come se fosse l’ultimo giorno che ti rimane, ma si può anche viverlo come magari si sono vissuti altri mille senza energia. A volte siamo presi dalla paura di essere ingurgitati dalla routine che purtroppo è contagiosa verso gli altri. Spaventa,  terrorizza. Ma la vita è tutto tranne una ripetizione del giorno precedente. Ogni giorno scopri aspetti che non conoscevi, ogni giorno di per sé è nuovo come se prima non fosse mai esistito nulla. Passi da strade che percorri tutti i giorni e scopri cose nuove. Parli con le persone e magari solo dopo tanto tempo ti accorgi della profondità degli sguardi o delle parole. Ritrovi in loro il tuo entusiasmo o le tue stesse paure. Ritrovi nei loro occhi la voglia di comunicare, di condividere, di vivere vite intense senza la paura del domani. L’eterno dilemma.
Qualche giorno fa sono rimasto a guardare papa Francesco in mezzo alla gente ad Assisi e al di là del semplice fatto di cronaca, non ho potuto non notare come uomini e donne lo cercavano. Il mondo o meglio le persone hanno bisogno sempre di qualcuno che li guidi, che dia loro una via da seguire. Più difficile è ascoltarsi e provare a guidare se stessi, meglio farlo fare ad altri. Questo mi depista non poco anche se amo molto questo papa che sale sull’R4, che non alloggia dove stavano da sempre gli altri  papi e che parla con Scalfari liberamente. Eppure questo a qualcuno non va giù. 
Mi è piaciuto particolarmente un passo dell’intervista con il famoso editorialista della domenica di Repubblica e il Vescovo di Roma, quando cioè parlano dei mistici. Il papa dice: "Il mistico riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini. Brevi momenti che però riempiono l’intera vita" e alla successiva domanda del giornalista: "A Lei è mai capitato?" 
il papa risponde: 
"Raramente. Per esempio quando il Conclave mi elesse Papa. Prima dell’accettazione chiesi di potermi ritirare per qualche minuto nella stanza accanto a quella con il balcone sulla piazza. La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso. Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente. Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività. Ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembrò lunghissimo. Poi la luce si dissipò io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinal Camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’“Habemus Papam”.

In effetti è proprio questa luce che dobbiamo seguire e che abbiamo la fortuna di aver dentro senza per forza di cose essere papi, re, uomini, donne, potenti o miserabili... Buona domenica a tutti!

Occhio all'onda! 



In mancanza di Milonghe...



ll tango è un movimento d’improvvisazione come la canoa. La ginnastica è fatta da movimenti predefiniti come i tuffi o sport ciclici come nuoto o atletica leggera su distanze che non prevedono grandi strategie o tattiche di gara. Il basket è un gioco d’improvvisazione come il calcio. Cosa significa tutto ciò? Capire che cosa stiamo facendo per impostare il nostro allenamento è fondamentale. Troppo spesso mi sono trovato a discutere o a vedere allenatori che impostano programmi d’allenamento con tabelle o ripetute che non hanno senso riducendo il tutto ad una questione fisica. Lo slalom è un’arte che deve essere interpretata cercando nel profondo dell’atleta/artista la sua espressività. Nel tango impari a camminare con la musica e i passi da condividere con la ballerina. Nella canoa impari i fondamentali della pagaiata per avere una base da cui partire. Nella danza d’improvvisazione come nello sport di situazione ti devi poi lasciar andare far sì che arrivi tutto da sé immergendoti nel tunnel del lavoro, dell’allenamento, della dedizione, della passione. Poi un giorno inizi a intravedere la luce della tua espressività che darà  senso al tutto. 

Attenzione non dico che dobbiamo nutrirci solo di spontaneità perché ci potrà essere solo dopo un grandissimo lavoro di fondo. Senza ciò significa dover tornare molto spesso indietro oppure significa non capire perché certi risultati non arrivino nonostante una grossa mole di allenamento e dedizione. 

Mi è piaciuto l’allenamento dell’altro giorno con due miei C1. Ho cercato di mettere le loro certezze in discussione. Lo scopo era quello di far capire e rafforzare un concetto semplice: in slalom certezze non ce ne sono fino al momento in cui non diventi un tutt’uno con l’acqua, con le porte e solo quando la tua spontaneità ed espressività vanno a braccetto avrai ottenuto la formula magica per iniziare un nuovo ciclo di vita. 
Ecco il motivo per cui anche i grandi campioni passano molte ore sui canali a provare e riprovare migliaia di volte le stesse combinazioni. Lo scopo è rendere semplice uno slalom che molte volte si complica per strani concetti psicologici e atletici. Molte volte il mio maestro di tango mi porta a ripassare e a rivedere una “salida basica” senza mai stancarsi di riprovare concetti base che potrebbero essere scontati.  Tutto parte dalla semplicità per arrivare alla complessità. Purtroppo si è attirati molto spesso però dal secondo concetto. 
Dalle mie parti non ci sono Milonghe a cui partecipare, quindi la sera mi guardo molti video di ballerini famosi e sono attratto però dalle loro semplicità, mentre fatico ad ammirarli nei passi che hanno solo lo scopo scenico. 

Tornando all’allenamento, abbiamo iniziato a discendere il canale senza togliere la pala dall’acqua. Poi abbiamo ripetuto la stessa cosa ma, questa volta, la pala era in acqua dalla porte opposta della pagaiata e cioè in debordè. Quindi una discesa in retro ruotando a guardare indietro. Poi ancora la stessa cosa, ma senza girarsi con la testa per guardare, con l’idea di prendere riferimenti attraverso quello che già era passato. Ancora una discesa usando solo la pala per pagaiare in dietro dalla parte concava, quindi ricerca della massima rotazione. Una discesa dal lato opposto di pagaiata. 
Quindi siamo entrati nelle porte con un circuito molto facile. Partenza da una risalita per andare a fare un’altra risalita a sinistra, quindi una discesa in mezzo alla corrente e un’altra risalita a destra con uscita. Varie le proposte.
Ho invitato gli atleti a contare le pagaiate. Poi cercare di fare il tracciato con il minimo numero di pagaiate, poi il contrario con il massimo e oltre. Poi la proposta di farlo esattamente con un numero di pagaiate decise prima di partire. Poi abbiamo confrontato tutto con rilevamento dei tempi. Non tanto per sapere chi dei due era più veloce, ma far capire a loro l’importanza di ogni colpo. Il risultato, per loro, è stato straordinario: meno colpi più veloci! 

David Florence per vincere il mondiale a Praga ha usato 89 pagaiate di cui 24 in debordè. Ciò che dal mio punto di vista conta di più è che analizzando attentamente il video non saprei dire se c’è stata in questa discesa una sola pagaiata inutile o tirata male. Oppure se ci fosse stato bisogno di un colpo in più per vincere... chiaramente no!

L’allenamento con i due C1 l’ho ripetuto poi questa mattina con chi aveva voglia di allenarsi anche la domenica mattina e questa volta sono sceso in acqua anch’io in mancanza di Milonghe questo e altro! 

Occhio all'onda! 

Shampoo... depressione!


E’ successo ancora: ho sbagliato a comprare lo shampoo. Non è possibile vado al Mufatta, il supermercato che sta nel centro commerciale vicino a dove vivo qui a Foz do Iguaçu, entro mi fiondo (si può dire mi fiondo? il correttore me lo evidenzia in rosso, ma il termine rende bene e lo lascio) nel reparto saponette e affini è c’è una parete intera di bottigliette per i capelli. Da queste parte per il “cabelo” ci tengono molto e ci sono mille prodotti. Scelgo quello che mi ricorda la mela verde Garnier e mi viene in mente la pubblicità di un tempo alla televisione, quello cioè di quel colore verde fosforescente e penso di andare sul sicuro. Certo leggo cosa c’è scritto e riporta per cabelos mistos e oleosos. Misto che è? e oleoso? il problema è che per la verità lo avevo già pagato. Va beh! arrivo a casa mi doccio, mi metto il Garnier Fructis e mi sento... per l’appunto oleoso!!! Rileggo e... si tratta di un condicionador con mela, menta per rinfrescare e con vitamina B3!  Vado su internet e ne ricerco la funzione. Wilkipedia mi illumina e mi dice che un certo Pinaud lo presentò all’Exposizione Universale nel 1900 a Parigi, e io ne scopro l’esistenza solo oggi cioè 113 anni dopo!  Questo prodotto dà beneficio al capello. Conseguenza: torno in doccia e mi rilavo. Uso però lo shampoo di Guille, il mio collega allenatore, e domani torno al Mufatta, ma so già che cadrò nuovamente in depressione davanti a quella sfilza di prodotti per il... cabelo!   

Occhio all'onda! 

Sono felice



Sono felice perché un amico è felice. Lui ha fatto una grande scelta di vita ed è contento e soddisfatto di ciò. Questo mi ha reso felice e mi ha contaminato. 
Bravo Amico mio, penso che non sia stato facile prendere questa decisione, lasciando un lavoro sicuro per andare alla ricerca del mondo. Non è facile voler entrare nella profondità di te stesso per scoprirti veramente, ma solo la ricerca di ciò ti renderà sereno.  Vivere con rimpianti è ben peggio e aver perso poi  la voglia di mettersi in gioco deve essere molto duro accettarlo un giorno quando non ci sarà più il tempo per tornare indietro.  Ma tu queste preoccupazioni non le hai mai avute e non le avrai nel futuro. 
Bravo perché hai sempre contato solo sulle tue forze e sulle persone che ti sono care. 
Bravo perché non ti sei fatto prendere dall’ingranaggio di una vita fatta di routine, di false credenze e comodità. 
Bravo perché hai saputo trarre grande saggezza dai lunghi silenzi che hai dovuto vivere lontano da tutto e da tutti. 
Bravo perché ti sei aperto alla vita e ora la vita è solo nelle tue mani, nei tuoi sorrisi, nella tua disponibilità verso gli altri. 

Vivi quindi con intensità questa libertà fatta di paesaggi marini, di cieli tersi e di cieli dalle nuvole grandi che corrono veloci per altri mondi. Corri sui prati verdi dell’isola dalle 26 contee. Assapora l’aria che arriva dal mare e che porta il grande  spirito dentro di te.  Gustati il tramonto e i suoi  colori che ti fanno spalancare gli occhi e sorridere senza sapere il perché. Ti troverai solo, ma solo non lo sarai mai. Ti accompagneranno ovunque il calore dei tuoi amici, gli abbracci delle tue amate,  l’amore dei tuoi genitori e fratelli. Condivideremo con te questi paesaggi, le emozioni che vivrai, le gioie e anche i dolori e le tristezze che fanno parte comunque della nostra vita. 

Entra nelle case della gente, sorseggia la loro birra, gusta il “boxty” per capire come le patate sono state per molti contadini l’unico alimento fino  alla grande carestia del 1845. Ascolta ed immergiti nella loro musica così malinconia e profonda. Le loro ballate per un bicchiere di whisky. Le loro storie che raccontano del granoturco rubato  di Trevelyan. Vivi e vivi alle grande consuma le tue scarpe senza fermarti mai, porta il tuo sorriso tra loro. Dormi soddisfatto per la tua giornata terminata e prepara la successiva ascoltando solo il tuo cuore e prendendo spunto dai tuoi sogni.

Grazie caro Amico per regale a noi tutto ciò.

Occhio all’onda!