Ci vuole solo buonsenso e tanta voglia di lavorare


Penso di non aver mai usato così tanto il cappuccio del mio piumino. Ora che ci penso sto usando molto anche il cappuccio della felpa, per non parlare dell'ombrello. Per essere sinceri non ho ricordi di un fine maggio così freddo, piovoso e noioso: non se ne può più del freddo vogliamo pagaiare con il sole e con le maniche corte. Ma parlare di ciò non serve a nulla tanto più che il tempo fa come vuole lui come la Federazione che  non ascolta e va diritta per una strada senza uscita, tanto c’è il  buon Cali e gli U23 che si arrangiano e che salvano la faccia a tutti!  

Continuo a non  capire la necessità di mettere delle selezioni per gli Junior a Merano dopo che questi erano già stati impegnati con gare  da tre settimane, saltando scuola. Tanto più che i campionati del mondo di categoria saranno dal 17 al 21 luglio e gli europei ancora più tardi e cioè la prima settimana di agosto. Logica conseguente ci dice che sarebbe stato possibile posticipare le selezioni finite le scuole, ma loro nulla per aiutare gli junior a crescere. Non c’è ragione  perché  lo staff tecnico nazionale si occupi di tutto, compresi  gli junior. Bisogna staccare i settori e farli lavorare in base alle loro necessità e non in base alla disponibilità che resta del triunvirato dei tecnici senior. Nessuno di questi ultimi ha esperienza con i giovani poiché mai hanno lavorato con costanza nei club per far crescere i vivai. Oltre al fatto che dai loro curriculum si nota che poca importanza è stata data anche alla scuola, quindi non vedo perché dovrebbero tutelare i giovani sotto questo aspetto che al giorno d’oggi è fondamentale se non vogliamo creare delle persone inutili alla società. 
Serve un gruppo di lavoro per gli junior indipendente. I tecnici ci sono e visto che mi piace essere concreto faccio anche i nomi. Erik Masoero che ha chiuso l’attività l’anno scorso è sul mercato. Costa poco, ha grande passione, oltre alla grande esperienza non solo ad alto livello, ma anche nella società. Affidategli un mezzo federale, distaccatelo dalla Forestale e il budget per gli junior e il gioco è fatto. Se poi volete fare centro inserite anche un tecnico donna che completa la visione d’insieme e chiedete alla brava Elena Bargigli di darvi una mano se Cristina Giai Pron vi dicesse che non è interessata. Meglio sarebbe prenderle in toto. 

Non ci vuole molto, ci vuole solo buonsenso e tanta voglia di lavorare!

Occhio all’onda! 

Concetti diversi di concepire lo slalom - Different concepts in conceiving the slalom




Lo slalom è ancora in una particolare fase evolutiva sotto l’aspetto della sua pura concezione. Basta guardare le foto di due campi di slalom: uno in Slovenia (Tacen), l’altro in Slovacchia (Liptovsky) per rendersi conto di ciò.  Attualmente lo sport fra i pali dell’acqua mossa, a mio modo di vedere, paga quello che definirei un periodo di transizione e di mancanza di coraggio da parte dell’ICF. 
Gli sloveni hanno un’idea di questo sport molto dinamica con tracciati a palo unico, nella maggior parte delle porte, sulla durata poco superiore agli 80 secondi. Gli slovacchi invece rimangono ancorati a concetti vecchi e secondo me obsoleti di percorsi sui 100 secondi con due pali per porta.  
Le ragioni di questo diverso modo di concepire lo slalom è da ricercare nelle fondamenta di realtà che non vogliono scrollarsi di dosso il passato. Complici atleti di altissimi livello che non accettano il cambiamento che aveva iniziato ad avere lo slalom.  E’, se vogliamo, quello che sta succedendo anche nella discesa dove si insiste sulla gara classica e non si concentrano le forze solo sullo sprint. Slalom e Sprint devono unirsi per dare vita ad una sola grande manifestazione che racchiuda i mondiali di slalom, un super gigante, uno sprint e una combinata. Così facendo si utilizzano al massimo le strutture artificiali, i titoli iridati si moltiplicano e si aprono le porte a nazioni che non hanno tradizione tra i pali.  

Occhio all'onda! 

Una focaccia squisita

Tacen in un maggio freddoloso e piovoso in attesa degli apripista

E’ il 27 maggio e questa mattina al mio risveglio a Liptovsky ho mangiato l’ultimo pezzettino di focaccia genovese, il resto è stato divorato in viaggio. Una focaccia che mi ha portato direttamente dalla Liguria il mio amico Franco a Tacen in occasione delle gare. Semplicemente squisita e per l’ultimo boccone mi sono permesso di aprirla per imbottirla di nutella. Vi dirò che il connubio, dolce/salato, non è male come mi aveva suggerito molto tempo fa un altro amico grande esperto di sapori, cibi e vini oltre ad essere un saggio uomo di vita.
Sono i piccoli particolari che molte volte fanno la vera differenza e che rendono la vita piacevole tanto da essere vissuta intensamente. Come non ci si può emozionare per un pensiero così delicato che testimonia non solo il particolare affetto che ci lega, ma è prova anche dell’amore per la propria terra e per le proprie tradizioni.  Il particolare e il dettaglio molte volte fanno la differenza e rendono elegante e stimolante tutto il resto, come una bella pagaiata vissuta intensamente e senza fretta. Ecco... proprio questo ho detto oggi ai miei atleti nel lavoro di tecnica della mattina in acqua. Ho cercato di lavorare sui tempi di attesa della pala in acqua quando svolge la funzione di fulcro e ho cercato nuovamente di spezzare i due movimenti pagaia e canoa, parte superiore del corpo, parte inferiore. La prima in rotazione nella parte iniziale  per caricare un Duffek, la seconda pronta a rispondere alla carica che arriva dalla stessa azione combinata. Qui nasce il problema esclusivamente legato ai tempi di reazione. Questo è il vero dilemma da risolvere e da far entrare nei neuroni degli atleti per ottenere il massimo rendimento da ogni singola pagaiata. Ecco perché ho preso ad esempio la vita dicendo loro che non bisogna perdersi nulla, bisogna saper cogliere tutte le mille sfumature per poi restituirla a chi ti circonda con altrettanta energia: la vita è nella tua pagaia, ciò che ti circonda è la tua canoa quindi non esitare vivi la vita, ma spingi sulle tue gambe per proiettare il tuo guscio nello spazio.

Occhio all'onda! 

Un colpo in meno per essere più veloci



A Tacen sul lato sinistro del canale di allenamento c’è una panchina. Ci si siede volentieri e si possono osservare gli atleti che si allenano o che si riscaldano prima di scendere in acqua sul canale di gara. La panchina è semplicemente formata da cinque legni orizzontali appoggiati su due sostegni di cemento. E’ comunque  carina e protetta dagli alberi. Non lo so se è stato il momento, oppure la stessa panchina, ma mi è venuto un pensiero che ovviamente condivido con piacere. Si tratta di una riflessione tecnica. Molte volte ci si sforza a spingere forte sulla pagaia e magari non ci si concentra sulla velocità effettiva della canoa. E’come se in formula uno ci si preoccupasse più di consumare benzina possibile che essere veloci. Il maggior consumo non è sinonimo di velocità, anzi diventa un elemento sviante come può diventare la frequenza di pagaiata. Ad ogni colpo tirato in acqua
deve corrispondere una reazione specifica per quell’azione, mentre a volte anche atleti di alto livello cadono nel tranello e nell’equazione tanti colpi, maggior velocità, minor tempo. Tutto ciò accade spesso nelle porte in risalita. Infatti la preoccupazione di molti è tirare velocemente il Duffek (aggancio alto) per passare alla pagaiata larga dalla parte opposta, perdendo così il vero obiettivo che è quello di far ruotare velocemente la coda della canoa per uscire il prima possibile dalla risalita. Si pensa di risolvere il problema di velocità aumentando il numero di colpi, ma in realtà bisogna lasciare la pala in acqua il più a lungo possibile al fine di creare il vero fulcro di rotazione. Se noi andiamo a togliere repentinamente il punto in cui si appoggia la rotazione della barca significa perdere completamente contatto con l’acqua. A questo punto la canoa bloccherà la sua rotazione fermandosi oppure uscendo troppo alta dalla porta perdendo così metri preziosi verso il traguardo. 
Si parte normalmente dall’acqua piatta per allenare questo gesto e per capire esattamente la funzione e l’utilità di tenere la pala in acqua. Poi passando in corrente cercheremo di capire la reazione che la canoa ha quando estraiamo la pala lasciando libera la canoa di rispondere a quell’impulso.  
Molte volte l’impulso di pagaiare con maggior frequenza è dato dalla voglia di soddisfare gli stimoli che ci arrivano dal cervello che vorrebbe fare sempre di più, nascondendo viceversa le informazioni che riceviamo dalla canoa e dalla pagaia che ci chiedono solo di essere lasciate libere di correre sulla corrente o di fare più presa sulla stessa. 

Occhio all'onda! 

Vita da coach



Scendo le scale carico di cose. Faccio un check di tutto quello che sto portando e che mi ritrovo addosso. Parto dall’abbigliamento, oggi previsto tempo instabile, indosso i pantaloncini corti, non ci dovrebbe però essere freddo. Quindi rimango un attimo nel dubbio, ma alla fine mi convinco che ho fatto la scelta giusta. Bene! Il mio piumino leggero verde fosforescente è nella macchina in caso mi servisse. Nel fedele e quasi inseparabile zaino ho: l’altrettanto fedele MAC, cronometri, cartellina con la carta per scrivere, penne, anzi l’intero astuccio. Ieri me l’ero dimenticato e non ho potuto utilizzare per l’ordine di partenza i miei evidenziatori. Queste start list,  per risparmiare sulla carta, giustamente, sono sempre più piccole e io ormai ho bisogno degli occhiali... che mi dimentico sempre!  Poi ho la telecamera pronta a registrare, anche lei l’ho formattata prima di addormentarmi. Il carica batteria c’è, visto che è stato l’ultimo oggetto che ho messo dentro. Nella mano destra ho la borsa termica con i panini al formaggio e prosciutto che ho preparato anzitempo, poi ci sono una red-bull per atleta, che dà la carica giusta... così pensano gli atleti e ancora cioccolata e succhi di frutta. Questo sarà lo spuntino tra una manche e l’altra per la squadra. Sulla sinistra porto il sacchetto della frutta: banane e mele. Scendo gli ultimi scalini e con loro termino anche la mia check-list: c’è tutto e mi infilo nel pulmino aspettando gli atleti che gareggeranno nella mattinata. Come sempre faccio la scontata domanda: “Você tem tudo? colete, salva-vidas, capacete?” Sembra di sì quindi si parte. Questa mattina, dopo una settimana di Jovanotti, punto sulla radio e  una dolce Céline Dion in “The power of the love”allieta i primi chilometri. La dolce melodia finisce presto e lascia spazio al notiziario in lingua slovacca... presumo che sia!  Meglio cambiare stazione; si cade male: radio Maria è anche qui! Spengo e cerco il dialogo con chi mi sta a fianco sulle cose da fare appena arriviamo al canale.  
La strada, che percorriamo di buon ora è ovviamente semi deserta, arriviamo al campo di gara, com’è mia abitudine, tra i primi per assaporare il silenzio prima di una giornata che sarà intensa e non priva di emozioni. In questi momenti mi chiedo quasi sempre: che cosa sarebbe la mia vita senza tutto ciò? Senza l’adrenalina che ti sa regalare la competizione. Poi mi rendo conto che anche oggi, come ieri, la mia  giornata prevede il fatto di vivere intensamente 18 manche e la cosa mi preoccupa non poco. Sarò in grado di reggere a tale sforzo? Sò già che sarà una faticaccia e ogni volta che partirà un mio atleta sarà come entrare con lui in quell’inferno che è una gara di slalom. La discesa, come quasi sempre, la vivo attraverso lo schermo della telecamera e con la sinistra prendo gli intermedi, che poi riscriverò velocemente sul mio block-notes tra un atleta e l’altro. Fatico a stare fermo perché mi verrebbe da schivare con il corpo le porte mentre i  miei ragazzi scendono, ma devo restare immobile e respirare lentamente per non oscillare con le riprese video.
Devo restare concentrato al massimo per non perdermi nulla di quella discesa, ogni gesto è importante, ogni movimento diventa determinante. 
Poi la giornata corre via veloce, non c’è un attimo libero tra rivedere le discese degli atleti con loro, rivedere il tracciato per la seconda discesa, preoccuparsi che tutto fili via liscio, senza dimenticare di dare gli ultimi ragguagli ai ragazzi e spingerli a cercare la massima concentrazione all’ombra e isolati dal mondo. 
La sera mi coglie quasi di sorpresa e il campo di gara torna ad essere silenzioso come la mattina al nostro arrivo. 
Alla fine di ogni gara ci sono atleti contenti e atleti che lo sono meno. Mi rendo conto che il lavoro non è finito, devo rimettere in ordine molte cose, ma ciò che mi preoccupa maggiormente è che dovrò usare armi diverse con ognuno di loro per rassicurarne qualcuno, per gioire con altri, per approfondire con altri i problemi da risolvere. Questo è il lavoro del coach che lavora all’inferno,  non conosce il paradiso, e... forse solo qualche volta fa una scappata in purgatorio!


Occhio all’onda! 

Paradiso o inferno?


Una gara di slalom è un elegante duello interiore con te stesso che vinci solo se saprai dominare la tua mente su tutto ciò che ti circonda. Una sottile sfida di un uomo che con la sua canoa danza tra onde, ritorni d’acqua e paline sospese nel cielo. Tutto il resto non conta! 
Dovrai essere sensibile come una piuma al vento, forte come cento leoni e dovrai essere tenace come gli inferi per arrivare diretto in paradiso, ma prima dovrai sconfiggere orchi, serpenti, usando i cento occhi di Argo, senza farti incantare però dalla musica di Ermes. Non dovrai mai perdere il gusto della sfida che offre sapore  alla vita. 
Per la verità la via crucis inizia molto prima del fatidico 3, 2, 1 go! I giorni precedenti alla gara sono effervescenti, hanno un sapore diverso dagli altri  mille giorni che passi allenandoti in funzione proprio di questo esaltante e per certi versi unico momento. 
Provi e riprovi mille combinazioni con la mente fissa ad un  solo obiettivo chiaro, preciso e che ha un solo colore: quello della vittoria. Entri ed esci dalle porte nella speranza di aver provato almeno una volta e almeno una delle mille possibili combinazione che poi ritroverai in gara. Tutto ciò ti dà sicurezza, tranquillità e fiducia.   Ti fermi a guardare gli avversari, cerchi di carpire eventuali segreti o spii combinazioni che magari non erano mai passate nemmeno per l’anticamera del tuo cervello. Poi hai le conferme ogni volta che piazzi la pala in quell’acqua e che ti restituisce emozioni, sensazioni, informazioni. 
Poi la vigilia con i suoi rituali. L’ultima ora di acqua, l’ultima discesa, l’ultimo allenamento, il controllo imbarcazioni e materiali. La notte fatta di tanti pensieri belli o brutti poco conta perché l’unico vero pensiero vivo e forte è per la gara di domani.
Arriva il giorno, arriva il momento. Ti infili nella tua canoa controllando ogni dettaglio, poi ti presenti alla partenza e tutto si azzittisce. Tutto prende altre forme e sai che quando oltrepasserai la fotocellula inizierai a sentire il calore delle fiamme dell’inferno. Inizierai a dribblare  le porte, ti infili senza timore nei vortici di qualche girone dantesco, ti ritrovi spinto da forze che non pensavi più di avere e che piacevolmente ritrovi all’improvviso. La frenesia dei giorni precedenti si trasforma nel guizzo magico per riportare la tua canoa sulla giusta linea, su quella linea immaginaria che ti sei costruito mentalmente quando dalle rive hai studiato la strategia da adottare.  E all’improvviso rivivi ciò che già avevi vissuto precedentemente in maniera inequivocabilmente unica. 
L’ultimo respiro lo trattieni per fissare lo sguardo sul tempo. Nell’attimo in cui si illumina passa una vita, ma inconsciamente il tuo corpo, la tua mente già conosce il risultato che ora è apparso: "paradiso o inferno?"

Occhio all’onda! 

Avanguardia tecnica fra i paletti dello slalom



Mi è piaciuto l’ultimo editoriale del direttore di “Sette” del Corriere della Sera Pier Luigi Vercesi, che tra le altre cose dice:
il peggior crimine è quello di spacciarsi per ciò che non si è, e cercare ruoli che non si sa nemmeno in cosa consistano e quali responsabilità comportino”
poi prosegue: “Il malinteso della democrazia web, secondo la quale tutti saremmo intercambiabili, deriva dai videogiochi, dove di volta in volta si è vittima o carnefice, supereroe o ladro, pedone o regina, inseguitore o inseguito. No, la realtà è un’altra cosa. È fatta di studio, di apprendistato, di lavoro, di errori commessi che si impara a non replicare, di carriere costruite sul merito”.
Già!  Viviamo in una Italia dove basta candidarsi a delle primarie o proporsi sul web  per diventare un politico a tutti gli effetti. Dal nulla ad amministratori pronti a relazionarsi con i massimi sistemi. Ciò che non concepisco è come si possa arrivare a certi ruoli senza aver fatto la giusta gavetta con le dovute esperienze. Come si possa  poi accettare tutto ciò senza vergogna o imbarazzo non lo capirò mai.   Per fortuna che lo sport non ti permette queste scorciatoie. Se vuoi raggiungere il sogno olimpico hai una sola via, un solo cammino o percorri quello o resti seduto davanti alla televisione a guardare chi quella strada l’ha percorsa, faticando, soffrendo, piangendo, gioiendo. 

Come al solito cado nel tranello di scrivere anche gli strani pensieri che girano in questa “cabeza” e non mi limito invece a raccontare le emozioni che anche oggi ho vissuto sul campo di slalom di Liptovsky, restando così nel mio campo anzi nelle mie acque di competenza. Veniamo quindi al punto che sintetizzo molto velocemente definendolo d’avanguardia al pari passo di quello che fu nei primi anni del ‘900 il Surrealismo. Il movimento aveva lo scopo di far emergere l’inconscio vissuto da noi nei nostri sogni e tradurlo in arte, parole o disegni. Il surrealismo ha tre tematiche fondamentali che sono l’amore come fulcro della vita, il sogno e follia considerati i mezzi per superare la razionalità e in fine la liberazione dell’individuo dalle convenzioni sociali.  Bene tutto ciò l’ho ritrovato oggi guardando un allenamento di Cippo (al secolo Stefano Cipressi*) con Co (Andrea Benetti**) in C2. Sicuramente nella loro arte sportiva c’è l’inconscio di qualche sogno notturno, dove l’amore è quello per la canoa e per i paletti dello slalom, mentre la razionalità è superata dall’azione per liberarsi dalle limitazioni delle convinzioni comuni.  La loro ricerca stilistica è talmente avanti che mi è difficile da capire, ma che viceversa apprezzo come arte d’avanguardia creata da due geni della pagaia. Troppo facile sarebbe stato per loro prendere un normale C2, salirci sopra e mettersi a pagaiare più o meno come il resto del mondo sta facendo. Ovviamente lo sforzo che sono chiamati a fare, penso del tutto volontario, è enorme. Mettere in crisi un sistema consolidato e mettersi in crisi personalmente non è facile tanto più se devi combattere contro onde, ritorni d’acqua, freddo, invidie e altri mille sottili sotterfugi che non dovrebbero far parte del mondo sportivo, ma che purtroppo ahimè ci sono. 
Nel guardarli si rimane incantanti come davanti ad un opera d’arte che può piacere oppure no, ma comunque va ammirata e se possibile capita ed interpretata. Forse i due atleti dovranno ancora lottare molto, ma se è vero che li conosco bene e da tempo, sicuramente riusciranno ancora a farmi emozionare e a farmi godere davanti alle loro future rappresentazioni artistiche. 

Occhio all’onda! 

Stefano Cipressi
   - campione del mondo K1 slalom 2006 
   - 3 World Cup 2004 k1 slalom
   - 13 Giochi Olimpici Londra 2012 - C1
** Andrea Benetti
    - 3 campionati del mondo 2007 - C2 (Erik Masoero)
    - 6 Giochi Olimpici 2004 - C2
    - 5 Giochi Olimpici 2008 - C2 

Sogni e immaginazioni


Ci sono sogni che vorresti vivere e che diventano una spasmodica ricerca per ogni notte di una vita vissuta sotto un altro cielo di una vita però che fugge via. Poi il destino decide di farteli vivere per qualche attimo, ma lo stesso destino te li allontana altrettanto velocemente. Arriva il momento in cui ti accorgi che rincorrere una strada che non è la tua non porta a nulla, eppure ci credevo, eppure mi ero impegnato molto, eppure qualche risultato personale sembrava arrivare.  Meglio allontanarsi e lasciar perdere:  odio l’improvvisazione.
Poi c’erano le attese condivise che erano la forza della quotidianità. C’erano gli amici e i tuoi punti di riferimento, ma soprattutto c’era chi, come te, viveva di attese, di speranze e forse anche di illusioni. Forse tutto questo era solo nel sogno e nell’immaginazione o nelle attese del sognatore.  La realtà purtroppo è nella luce del giorno, il sogno si nutre delle notti stellate di altre costellazioni.    
Mi domando se la vita ci lascia il tempo per godere di un abbraccio oppure la vita richiede che questo abbraccio non sia uno solo, ma che si trasformi in un altro e un altro ancora e più ancora. Abbiamo bisogno di mille conferme, abbiamo bisogno di mille baci, abbiamo bisogno di possedere chi amiamo per sentirci vivi, per sentirci accettati da un mondo che non ha più confini con i sentimenti.  Eppure l’eccitazione è sempre quella della prima volta, non servirebbe null’altro. Le promesse e le parole volano e cadono nel nulla. 
Ho cavalcato per una vita l’onda dello spirito che corre, sarei sciocco se oggi ricercassi ancora quelle emozioni materialmente. Quelle emozioni ormai le porto dentro di me e  mi appagano ogni volta in cui fermo i miei pensieri. In quel momento tutto mi è chiaro e lucido:  ritrovo in un istante  la velocità della corrente, la forza dell’acqua che sbatte su una pietra. Sento la mia pagaia vivere, così come la mia canoa spinta dalle mie gambe e da tutto me stesso. Rivivo velocemente lo sforzo per arrivare a cavalcare l’infinito fiume che si trasforma in una gioia immensa. Quel fiume, quella forza pensavo di portarla con me per condividerla, per farla apprezzare a chi mi è vicino, ma purtroppo anche i sogni qualche volta  si trasformano in brutti incubi che fanno fatica ad allontanarsi in notti vissute sotto le stesse stelle.  

Occhio all’onda!