Grazie Enzo


"...El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu

rincorreva già da tempo un bel sogno d'amore.
El purtava i scarp de tennis, el g'aveva du occ de bun
l'era il prim a mena via, perché l'era un barbun.
..."

Mi addormentavo da piccolo con le canzoni di Enzo Jannacci. Mio papà era un grandissimo appassionato  e per ascoltarlo aveva fatto la grande spesa di un mangiacassette che piazzava tra il mio letto e il suo. Alla sera prima di darmi la buona notte, mi diceva: “Cesco, così mi chiamava mio papà,  ascolta questa poesia che poi dormi meglio”. Io ero veramente piccolo, lo guardavo e lo rassicuravo sul fatto che non mi sarei addormentato prima della fine della canzone, cosa che non avveniva però quasi mai.  Lui non solo si sedeva sul letto in religioso silenzio ad ascoltare ogni passaggio, ma era anche dotato di un libretto con i testi che recitava come fossero veramente i vespri. Sono cresciuto con la pagaia in mano e con le canzoni di Enzo Jannacci, che accompagnavano  le mie serate e inconsciamente le mie notti di sonno, considerando il fatto che mio papà restava a lungo in piedi a leggere e ad ascoltare quest’uomo che seppe catturarmi poi per tutta la vita.  Oggi quindi per me è un giorno triste, se ne va una parte della mia gioventù, se ne va una parte di me cresciuta grazie anche ad un artista unico e speciale come è stato Enzo Jannacci. Quante belle parole nelle sue storie cantate o meglio recitate dal profondo del cuore. Quante verità e quante sofferenze nell’ascoltare spezzoni di vita. Quanta ammirazione per un uomo che ha saputo entrare e scavare nella vita con una sensibilità unica offrendo l’ironia giusta per poi affrontare comunque la vita di tutti i giorni a testa alta. 
Mi emoziona pensare che Jannacci è riuscito a trasferire al figlio tutta questa sua passione, tutta questa sua poesia. Un figlio che ha ereditato tanta saggezza e tanta sensibilità capace di portare avanti quanto creato da chi lo ha generato. Questo probabilmente è il grande, grandissimo merito di Enzo Jannacci essere riuscito a trasmettere epidermicamente a molti un mondo di parole che hanno espresso quel suo modo quasi assurdo di percepire i fatti della vita. Poeta, cantante, amante della vita ecco forse Jannacci è stato tutto ciò nella semplicità di chi ha saputo mettere in musica concetti molto impegnati o semplici ballate e cantarle con il piacere di farlo. Se ne è andato con eleganza, come ha vissuto e come resterà dentro di noi ogni volta che ci suonerà nella mente una sua canzone. Grazie Enzo per i grandi momenti che ci hai regalato. 

Occhio all'onda! 

Tango a Buenos Aires


"Nessuno può dire in quale città il tango sia nato, Buenos Aires, Rosario o Montevideo, ma tutti sanno in quale via - la via delle prostitute"

                                            Jorge Luis Borges





Era tanto tempo che non viaggiavo senza una canoa e con relativi annessi! Era tanto tempo che non mettevo il mio zaino sulle spalle per camminare sulle strade del mondo senza il patema di allenamenti o gare. Unici mie compagni la macchina fotografica, Guille e ovviamente Amur che, se non presente fisicamente, porto nel cuore e tengo per mano sempre.

A Buenos Aires ho conosciuto tre tipologie di tango, anzi per la precisione, se mi è concessa la catalogazione, mi spingerei ad affermare che in realtà ne ho toccato con mano quattro.  
Il primo genere è quello turistico, quello cioè che ti propongono visitando “la Boca”, il bario dove praticamente si dice sia nato questo ballo con tutte le varie influenze migratorie che comunque ci sono state nei primi anni dell‘800. In questo quartiere ti accolgono ballerine e ballerini che dopo essersi esibiti si prestano a farsi fotografare facendo fare alle turiste e ai turisti qualche passo per fermarsi in posizioni plastiche tipiche di questa danza.
A “la Boca” cercano di riproporre i sapori di un tempo tra le case dai colori sgargianti e dai tetti in lamiera. Se poi ci si sposta verso San Telmo, in modo particolare la domenica, riassisti alle stesse sceneggiate tra un bagno di gente che cammina trascinata fuori da un vita che, per molti, quotidianamente è  decisamente diversa. Il tango turistico prosegue poi nei ristoranti dove tra una portata e l’altra sei travolto  da mini show tangueri tra bandoleoneros che suonano e tangueri che ballano nei loro vestiti di scena. Anche qui certe figure diventano acrobatiche allontanando lo spirito del tango dalla vera origine, dalla vera essenza. 

Poi c’è un tango che realmente vivi in qualche Milonga. A me è capitato alla “Confitería Ideal” tra l’Avenida Corrientes e  Suipacha a pochi passi dall’obelisco, tanto per intenderci. Lì veramente ti rituffi nel passato. Credo che parte del merito vada certamente all’architettura di un locale molto particolare, ma soprattutto sia da ricercare in alcuni personaggi che incontri sulla pista. Sicuramente degli abitué che devono aver ormai consumato il marmetto rosa di un pavimento che porta le loro impronte. Sono caratteristici, semplici se pur molto eleganti. Le loro dame faticano ad alzarsi dalle seggiole viennesi sulle quali però, lasciano le tante primavere trascorse e, una volta abbracciate al loro leader, sembrano tornare ad un passato fatto di tanti bolèi, ganci e ocho. Sono leggere, nonostante l’età e a volte la stazza. Sono eleganti nei lori vestiti in organza. Sono ancora abili sui loro tacchi. Sono spavalde nei movimenti. Sono forti negli abbracci, ma sono soprattutto sincere negli sguardi languidi ed ancora innamorati verso i loro compagni con i quali probabilmente hanno condiviso una vita, tra gioie e dolori che inevitabilmente comporta l’essere su questo pianeta.  Le signore sui tavoli hanno tazze di tè, gli uomini un buon bicchiere di vino, quasi mai birra... appesantisce il movimento! Loro, gli uomini, sono molto premurosi. Gentili nel prendere il soprabito all’amata e nell’aiutarla a indossarlo. Nello scendere la lunga scalinata che ti riporta sul piano della strada si sostengono a vicenda ed escono con il sorriso. Si infilano nella notte e nelle corse delle ultime auto prima che l’alba li catturi sul portone di casa. 

L’altra faccia di questo tango è quella incontrata al “El Beso”  al 416 di Riobamba una traversa dell’Avenida Corrientes. Per me troppo poco spontanea e sincera. Le luci  offuscate, le dame in prima fila ritte senza toccare lo schienale delle loro pur comode poltroncine... se solo si degnassero di appoggiare tutto il loro lato B lo scoprirebbero con piacere! Gli sguardi e gli inviti forzati. La musica decisamente antica, senza il minimo spazio per riuscire a muoversi, tante sono le coppie sempre in pista. E poi quel fermarsi a lungo prima di riprendere a ballare dopo ogni brano. Tutti fermi a chiacchierare con sorrisi falsi, perdendo tempo e musica. L’impressione è brutta fin dall’inizio quando cioè una vecchia maitresse che gestisce i tavoli  ti dice dove sederti, riservando a chi fa comodo a lei posti che resteranno a lungo vuoti.  No, questo non è il tango che mi ha rapito e che mi dà curiosità, che mi fa sentire partecipe e vivo.  Non è il tango che sto cercando di scoprire, quel tango che mi porta a capire dove il movimento può regalare emozioni, gioie, senza dimenticare fatica e dedizione per raggiungere l’obiettivo.  Per fortuna che ho trovato sulla mia strada “DNI Tango” una scuola al 1011 di Bulnes che ha dato senso al viaggio e alla lontananza che molte volte, anche senza volerlo, mi aggredisce alle spalle e mi lascia sgomento nel buio della notte o alla luce del sole. Tanto a lei poco importa dove sei, lei è solo dietro all’angolo ad aspettarti. 

Per la verità ho avuto una soffiata importante per arrivarci e grazie a Dio che ho chiesto, vero Sabina? altrimenti mi sarei perso nella selva delle offerte che a Buenos Aires certo non mancano, ma che ti possono anche far perdere soldi e tempo.  
Ci sono arrivato con molta circospezione, mi sono affacciato e una volta varcata la soglia  sono entrato subito in sintonia. Beh! in effetti è facile pagaiare sulla stessa onda quando a guidarti ci sono ragazzi poco più che 25enni che esprimono gioia, freschezza, eleganza e soprattutto passione. Maestri che hanno fatto della danza e del  tango la loro vita.  Tutto ciò te lo trasmettono attraverso l’insegnamento e soprattutto quando li vedi ballare. Ti basta osservarli per capire che alla base c’è una continua ricerca tra la relazione del movimento naturale del corpo con il movimento del tango. Il loro metodo (TTC acronimo di Tango Technologia Cenceptual) si basa sull’idea che il ballo è comunicazione e il tango è il suo linguaggio che ha una sua struttura e  le sue parole hanno  a loro volta una sequenza che diventa una preghiera. Il TTC è il suo alfabeto che divide il tango nei suoi elementi più basici e li segmenta per essere studiati. 
Detta così è complessa, ma come la esprimono loro la cosa si semplifica. E se non mi inganno credo che siano sulla stessa onda del mitico Graziano Fenzi che ti dice che quando  balli è come quando cammini con una donna al tuo fianco: puoi tenere la mano in tasca, puoi abbracciarla, puoi guardarla, puoi relazionarti con lei. Tutto però deve essere estremamente naturale e fluido com’è naturale e bello camminare tenendosi la mano. 

C’è un inizio e una fine solo fisica nei viaggi...  la mente difficilmente lo capisce! 


Occhio all'onda! 

“No hay nada imposible, porque los sueños de ayer son las esperanzas de hoy y pueden convertirse en realidad mañana”



Week-end finito


Il primo week-end di ritorno a Foz , dopo tanto tempo, è finito! 

Ho iniziato con una riunione con tutti gli atleti durata più di un’ora e poi sono tornato in rete con due bei gol nella tradizionale partita di fine settimana. Il primo di testa da una rimessa in gioco con le mani e il secondo in mischia nell’area avversaria. Non so però come ho infilato la palla in rete, so solo che è entrata.  La serata del sabato si è conclusa al ristorante italiano “La Mafia”, tralascio commenti sulla scelta del nome,  dove ho apprezzato un Valpolicella Classico Zonin  con dei saltinbocca alla romana non male considerando il fatto di mangiarli molto lontano da dove sono stati inventati. 
Domenica mattina abbiamo pagaiato sul lago superiore di Itaipu con Teco, Ana e Omira, mentre al pomeriggio mi sono rilassato leggendo e  dopo essere andato a fare la spesa per la cena: avevo promesso di preparare una carbonara per tutti.   Mannaggia a volte non fa bene rilassarsi  troppo, tanto più se si sta vivendo un momento di standby  generale sui progetti futuri. Abbiamo problemi di siccità e così l’acqua non entra nel canale con la conseguente impossibilità per noi di allenarci. Tutto ciò ha portato a cambiare i programmi che avevamo studiato fino nei minimi dettagli e che invece poi sono saltati causa ritardi burocratici e, come già si sa, per motivi naturali: ha piovuto poco nei mesi passati e ora paghiamo tutto ciò.  Così a metà pomeriggio di domenica sono saltato sul letto, cacciato il libro che sto leggendo lontano e mi sono rimesso a rivedere  l’architettura del piano di allenamento in funzione delle possibili alternative. 
Mai mi era successo in passato di esser costretto a rivedere tante volte un piano di allenamento che normalmente è progettato per vedere una crescita dei propri atleti nel quadriennio olimpico. Sì certo, qualche aggiustamento va fatto, ma certamente non rivoluzionato in toto.  Spesso mi è capitato di dover cambiare qualche data o ritardare qualche tipo di lavoro per un’improvvisa influenza e o per qualche malanno fisico. Qualche volta anche per gare rinviate o cancellate. Ma oggi sono costretto a rivedere tutto il quadro nel suo complesso e ridisegnarlo con tutti i rischi annessi.  Mi ero fatto una minuziosa tabella di marcia con tanto di interventi specifici e mirati alle varie problematiche individuali, appuntandomi i vari lavori fatti giornalmente. Ero soddisfatto perché in quest’ultimo anno e mezzo eravamo cresciuti quasi costantemente ed eravamo sulla strada giusta per proseguire l’avanzata verso Rio 2016.  Sulla mia scrivania, ieri, iniziavo a rimettere mano ai programmi e così in un attimo mi sono ritrovato sommerso da documenti e note varie che uso fare durante queste analisi. I fogli e i libri hanno invaso anche il mio lettone, ma non mi sono dato per vinto. 


foto di Franca Formenti da Facebook
Nel frattempo avevo lo sguardo puntato sulla gara interregionale di Parma. Infatti il mio vecchio amico, emerito professor Cozzini, qualche tempo fa mi aveva rintracciato e mi aveva chiesto di andare a fare lo speaker, cosa che mi avrebbe fatto  molto piacere, se solo fossi stato un tantino più vicino e non avessi dovuto trasvolare un Oceano intero per arrivarci!  Pietro Cozzini è proprio una brava persona e lo considero il simbolo più romantico della canoa discesa. Sì, perché questa specialità è rimasta tale e quale al tempo passato, quando cioè iniziai nel 1975 la mia avventura con la pagaia in mano. Rivedendo le foto della manifestazione mi ha preso una certa nostalgia per tempi andati. Quando cioè si andava per fiumi e la gente sulle rive ti guardava come se tu fossi un alieno.  Quella canoa che diventa manifestazione con un solo gazzebino in mezzo al nulla, su rive spoglie  e con i colori dei canoisti che le rendono comunque uniche. Quella canoa che ogni domenica ti faceva alzare all’alba per passare diverse ore in furgone ammassati per arrivare chissà dove con lo scopo di gareggiare. In prossimità del risveglio della primavera e cioè di questi tempi si andava sulle acque appenniniche dove i fiumi iniziavano ad avere i livelli giusti per poter iniziare a discenderli. Lì venivi accolto dai veri valori dello sport, semplici, puri, ma importanti e soprattutto genuini. Ecco che il panino con la mortadella o il salame casereccio che ti offrivano alla partenza acquisivano sapori diversi.  Il tè e il caffè, se pur leggeri e  trasparenti tanto da  faticare a distinguerli diventavano il gusto della gara, con i biscotti comprati a peso.  Poi arrivavano i pettorali, sempre giganteschi o di carta della coca-cola. Spesso erano gli stessi che giravano per le varie gare. Le liste di partenza con tanto di orari mai rispettati, passando di mano  in mano si scolorivano velocemente.  L’immancabile pioggia che come usava dire Paolo Zanoni “è il tempo del canoista preferito, tanto non ci si può far nulla”. C’era allora, meno probabilmente oggi, un voglia di condivisione, una voglia irresistibile di pagaiare ovunque fosse mai possibile. 
Nelle foto della gara di Parma, gentilmente postata dalla onnipresente Franca ho visto un Vladi Panato che mi ha ricordato tanto Giancarlo Parenti mitico personaggio del Canoa Club Val Trebbia, dove erano emersi i vari Sbaraglia, Montruccoli,  Capuzzo, Baravelli (questi ultimi due tutt’ora in attività) e tanti altri.  Il buon Vladi, con i jeans rimboccati in mezzo al fango,  a controllare i suoi allievi pronto ad intervenire per ogni emergenza. Mentre Simonelli agguantava una forchettata di pasta fatta a bordo campo... Proprio come un tempo, quando ci si portava il fornello a gas e il pentolone per far da mangiare alla ciurma. Anche le cronache post gara sanno tanto del tempo passato. Lo stile dell’ufficio stampa federale sembra ispirarsi ancora  al “Dizionario sportivo italiano” del 1932 firmato da Ermanno Amicucci direttore della Gazzetta del popolo di Torino. Certo chissà quanto tempo è stato usato per trovare un attacco così accattivante che non lascia scappare il potenziale lettore: 

In Emilia giornata di sole dopo una pioggia insistente che ha alimentato la Parma fino alle 20 del sabato e ha dato modo a ben 194 atleti in rappresentanza di 23 società italiane di misurarsi in un corso d’acqua di livello” (dal sito Fick) 

Rispettata quindi appieno la sesta regola per un articolo giornalistico che ha posto il povero fruitore nel dubbio più profondo. A Parma si alimentano di pioggia e il comune diventa improvvisamente di genere femminile. Molti lettori però hanno poi chiamato i centralini informatici di mezzo mondo per farsi spiegare il livello del corso d’acqua. Poco interesse per i risultati, ma questo è abbastanza normale per un articolo che dovrebbe essere di cronaca. 


Poi preso dallo sconforto mi sono messo a guardare qualche video e sono cascato male anche qui!  Va beh! il week-end è finito mi aspettano tre giorni di lavoro intenso, ma poi una bella novità... tranquilli vi racconterò! 

Occhio all’onda! 

P.S. la carbonara è venuta buona e i ragazzi si sono leccati i baffi chiedendo il bis!!!!

Vivere senza rimpianti


  
 L’ultima immagine che ho del Messico è alla sala imbarchi. Lascio una ragazza visibilmente  triste seduta sulla poltroncina di un aeroporto che  inganna il suo stato d’animo ascoltando della musica,  ma immersa nei suoi pensieri. Lo sguardo perso nel vuoto, i piedi appoggiati  allo zaino, gli occhi lucidi, la divisa di una viaggiatrice frequentatrice di ostelli e non certo di hotel a cinque stelle. L’avevo notata qualche ora prima abbracciata ad un ragazzo nell’area di pubblico accesso prima di passare i controlli doganali. Mi avevano affascinato in quel loro tenero abbraccio. Mi avevano colpito per la loro semplicità e per la loro freschezza. Sono stati pochi attimi, il tempo di passare, notarli e quasi sfiorarli, ma che a volte ti regalano molto e ti lasciano il segno.  Si capiva chiaramente che uno dei due stava partendo.  Poi quell’immagine al momento della chiamata del nostro volo per Chicago mi ha fatto metabolizzare tutto quello che avevo percepito, forse a mia insaputa, poche ore prima. Com’è la vita... bisogna essere sempre allerta perché poi immagini, emozioni, ricordi, pensieri entreranno in te e ti accompagneranno nel tuo essere nella vita. Come mi accompagneranno nel futuro le tante immagini che ho impresso dentro di me di facce e luoghi di un Messico che assolutamente non immaginavo e tanto meno conoscevo. Bimbi , uomini, donne, animali, alberi, strade, deserti, montagne, lagune, laghi, fiumi, musica, danze, odori, profumi, cibi, bevande, piazze, case, chiese, distributori di benzina, macchine, camion, oggetti, colori, tramonti, sole, calore, freddo, tepore, sguardi, parole dette e non, abbracci, strette di mano e adii. Tutto questo esageratamente sintetizzato in una sola parola che ne racchiude tante altre. Già, di tutto ciò si potrebbero raccontare mille storie vissute in questa settimana intensa a rincorrere un obiettivo sportivo, ma che comunque non ti può lasciare indifferente a tutto ciò che ti circonda. Tanto più se a coinvolgerti sono  bimbi che corrono  in mezzo ad una natura oggi arida, ma che nel tempo delle piogge si trasforma.  Bimbi che dimostrano meno dell’età che hanno perché si nutrono di patate, di riso e qualche volta di latte, forse quando si uccide il maiale ci scappa anche un pezzo di carne. Bimbi dagli occhi spalancati e immobili a guardare le canoe che solcano il fiume, ma che si trasformano nel momento in cui ti metti a tirare con loro quattro calci ad un pallone. Poi ti rendi conto che lo sport che ami ha avuto la forza di attirare tanta gente sulle rive nei giorni della gara. Beh! devo essere sincero è stato emozionante perché raramente mi era capitato di vivere tutto ciò così in profondità. Non avrei mai creduto che anche la mia amata canoa avesse questa forza, questa energia per trascinare in quel luogo ameno persone che sono arrivate con ogni mezzo. Pullman organizzati dalla municipalità, auto private, carretti tirati da buoi, a cavallo, a piedi, in bicicletta. Tanta gente che incitava gli atleti, tanta gente che faceva festa ognuno a modo suo. C’è chi è arrivato di buon ora organizzando vere e proprie tendopoli, chi con seggiole prese in prestito dal salone di casa, chi ha preferito assistere alle prove disteso su amache, chi invece è rimasto imperterrito per ore sotto il sole a bordo fiume e chi ancora ha approfittato dell’evento per vendere le cose del suo campo.  Come particolare e partecipata è stata la sfilata per la cerimonia di apertura tra le vie di Union de Tula. Non c’è nulla da dire: la canoa ha ricevuto un’accoglienza eccezionale, come hanno ricevuto un trattamento esaltante gli atleti che per una settimana sono stati al centro dell’attenzione.  Le ragazze poi del luogo, molto intraprendenti, non hanno certo lesinato sorrisi e affetto testimoniando la grande ospitalità del Messico e soprattutto degli abitanti di questo paese fatto da poco più di 20.000 anime.  Poi ci sono le gare che come sempre mi caricano e mi danno la giusta emozione e adrenalina per rendermi conto di quanto è eccitante gareggiare. Le gare sono il momento più esaltante per un atleta e per il suo allenatore, sono per noi l’essenza del lavoro che si sta costruendo. Sono il sale della vita. 
Solo alla vigilia e alla mattina dell’evento l’aria è effervescente, fresca, pulita, eccitante. C’è quell’atmosfera inebriante, quel senso del rispetto verso ogni cosa e ogni persona. Tutto, anche il più insignificante gesto, prende forma con estrema eleganza. Respiro attraverso la pelle dei miei atleti. Non mi serve neppure sfiorarli, mi basta guardarli e a volte anticiparli su pensieri che farebbero fatica ad esprimersi se non sollecitati. Paure, tensioni che resterebbero tali se non strappate a forza dai loro cuori. Parlarne con loro, una volta portati in superficie, per capirli e per trasformarli in positività. 
Vivrei di gare settimanalmente perché è  solo lì che ti rendi conto che l’atleta cresce, si evolve, matura. Solo lì si vive veramente e  solo sulla concretezza del risultato, positivo o negativo, costruisci la motivazione per migliorarti e  per allenarti giornalmente. A volte ci si dimentica che si fatica e ci si lavora non per il gusto di farlo, ma perché abbiamo un solo e preciso  scopo: gareggiare e vincere la sfida con noi stessi.  Se poi risulti essere il migliore tanto meglio altrimenti l’importante è non aver rimpianti, non lo sopporterei mai! 

Occhio all’onda! 

Mexico


Hanno gli stessi sguardi e gli stessi comportamenti dei bimbi che molti anni fa ci aspettavano a Peralta sul rio Reventazon in Costa Rica e che ci assalivano per portarci le canoe fino al treno. Noi arrivavamo distrutti da discese appassionanti e particolarmente difficili, quando, un tempo, la canoa slalom era anche tutto ciò. Quando s’ intervallavano duri allenamenti tra le porte con infinite discese romantiche alla ricerca delle onde e dell’avventura con le  grandi rapide dai nomi altisonanti come  “Jungle rapid”  o “Orendo” ... garanzia di divertimento e adrenalina. 
La gente qui a Union de Tula, Messico, rimane incantata per ore a guardare le canoe sul Rio Ayuquila. Hanno volti inespressivi, non tradiscono emozioni e per farli sorridere bisogna mettercela tutta. In effetti però, con la vita che conducono e con le prospettive future, certo c’è poco da sorridere. 
Vivono isolati dal mondo e solo in questi giorni hanno qualche cosa di diverso. Nella loro quotidianità si dedicano all’allevamento dei pochi capi di bestiame che possiedono, qualche mucca, due o tre capre, un asino. Ci sono anche tre maiali che vanno a passeggio con i ragazzini e alla sera vengono chiusi in un recinto fatto di sassi, mentre i bimbi entrano in case fate di mattoni ricoperte da tettoie di alluminio.  Ci sono anche un paio di galli che camminano con passo spavaldo  seguiti da galline vispe e che si danno un gran da fare per seguire il maschio dominante. Più distante e alla rinfusa arrivano anche i  pulcini che si perdono a giocare con tutto e tutti.  
Le donne più giovani sono vestite con maglioni molto colorati, ma decisamente smunti dall’usura. Fa molto caldo eppure la gente di qui veste pesante con maniche e pantaloni lunghi.  Le donne più anziane al fiume ci vanno per prendere acqua e per lavare gli indumenti che poi stendono su un filo tirato tra due grandi alberi. Le vedi nell’acqua fino alle ginocchia alla mattina quando passiamo per andare a fare allenamento e poi le rivedi ancora la sera quando rientriamo in città lasciando quel paesaggio intatto alla sua natura. 
Sì perché la gara non è proprio a Union de Tula, una cittadina di 20 mila persone, ma è a circa 40 km dentro la montagna. Si percorre un primo pezzo di statale 50 in direzione ovest e poi ci si infila in una strada sterrata che ti porta in cima alla montagna che sovrasta Union de Tula. Quando ci arrivi sopra devi scendere dall’altra parte su una strada sempre fatta di terra e tanti tanti sassi, mettendo ogni volta  a dura prova la tenuta delle gomme dell’autovettura noleggiata a Guadalayara. Su queste stradine di montagna ogni tanto qualche capitelo o qualche ricordo di defunti. Il Mexico è molto cattolico e le chiese, semplici, le puoi vedere spiccare in mezzo al nulla. 
Ci sono cactus così grandi che ti sembra impossibile possano esistere e poi ci sono le piante grasse con tante spine che spuntano dai sassi e capisci che la forza della natura sfida tutto pur di trionfare.  I muli qui li caricano di legna o di acqua e loro quieti e forse rassegnati svolgono il loro compito con il massimo impegno. Non è raro vedere anche muli che portano uomini che si arrampicano sulla montagna irta per andare a controllare le piantagioni di tequila. Ci dicono, ma non le ho viste, che più nascoste all’interno e lontano dal villaggio ci siano anche piantagioni di marujana. Qui è una zona di traffico di droga, un punto di passaggio importante. Lo scopri per il fatto di vedere camionette di militari vestiti da guerra che scorazzano sulla statale 50.    I soldati che viaggiano nel cassone sono ritti in piedi. Indossano l’elmetto con un passamontagna sul viso e  con il mitragliatore pronto a fare fuoco. Dietro di  loro colleghi seduti, forse stanchi, forse addormentati, per il turno appena terminato sul ponte di plancia di queste camionette d’assalto. Noi siamo scortati dalla polizia federale fatta venire in gran numero per i Pan-Americani. Eppure sembra tutto così fuori dal tempo, sembra impossibile che si possa vivere ancora  coltivando un pezzettino di terreno, oppure portando le vacche al pascolo che in questo periodo dell’anno è piuttosto scarno. Per fortuna che da giugno a settembre arrivano le grandi piogge. Ci dicono essere molto abbondanti  e trasformano il giallo di oggi in un verde vivo.

Occhio all'onda!