Adigemarathon uno stimolo per migliorare

Una delle opere di Alviano Mesaroli
Il logo della IX edizione
Ci sono volute nove edizioni dell’Adigemarathon per riuscire a portare sul palco di Pescantina Alviano Mesaroli. Mai prima di oggi il mitico uomo dell’Adige ha fatto la sua comparsa davanti al numeroso pubblico che da sempre anima questa manifestazione. Le sue parole, a fine gara,  sono state poche, ma precise: “è andato tutto bene, quest’anno nessuna ambulanza si è mossa e nessun medico ha lavorato, grazie e arrivederci”. Coinciso, sintetico, essenziale. In queste poche parole un sunto del suo grande lavoro capace di coordinare oltre 300 volontari impegnati nel suo settore: la sicurezza. Ma se queste sono state le parole che hanno definito in maniera eccelsa questa nona edizione allora non possiamo neppure trascurare di sottolineare che per la prima volta l’organizzazione si può dire soddisfatta a 360 gradi. Certo c’è sempre da migliorare e le idee per il futuro non mancano, ma questa volta ho visto negli occhi di tutti i partecipanti la gioia di essere presenti con l’orgoglio di dire: quest’anno c’ero anch’io. Nessuna nota stonata. Per la grande riuscita e per onestà dobbiamo dire che tutto è stato il frutto di una perfetta sincronia di elementi, primo fra tutti una giornata estiva preceduta da una settimana che ben faceva sperare per il week-end. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Elogiare e dire quando siamo bravi poco serve quindi andiamo subito a capire quali sono stati i punti dolenti o da analizzare per guardare al futuro con serenità.

Chiudiamo un occhio per i soliti “portoghesi” che si infilano nella discesa, sfruttando tutti i servizi dell’organizzazione a discapito non tanto di chi cerca di offrire il massimo servizio a tutti, ma soprattutto a discapito di chi invece regolarmente c’è e paga la quota di partecipazione. Mancanza di rispetto verso i compagni di discesa, mancanza di rispetto verso tutto il movimento della canoa, ma si sa che è difficile spiegare ciò agli asini che tali sono e tali resteranno.

La nona edizione di questa manifestazione, riconosciuta da tutti come il più partecipato ed eterogeneo avvenimento nazionale e non solo per lo sport della pagaia, ha però messo in evidenza tante problematiche per il nostro sport.

Partiamo dagli espositori che quest’anno sono diminuiti nonostante che le richieste di collaborazione dell’organizzazione siano rimaste inalterate, anzi sono stati offerti dei buoni pasto in più rispetto al passato. Ora c’è veramente da chiedersi perché chi opera nel settore non spinga per avere più  manifestazioni di questo genere. Sempre restando fra gli espositori mi sembra di capire che ci sia poca volontà di fare un fronte comune per cercare di  crescere numericamente il nostro sport. Ognuno cura una propria nicchia cercando di definire chiaramente i propri confini, facendo così però il rischio è di restare piccoli e mantenere piccolo il giro degli appassionati e praticanti.

L’assoluta assenza da parte degli organi istituzionali sportivi è stata notata da molti; unica eccezione i  discorsi di circostanza di pochi minuti del neo eletto Alessandro Rognone e del presidente del Comitato Regionale Veneto Fick Andrea Bedin.
Perché la Federazione Italiana Canoa Kayak non sfrutta gli spazi aperti dall’Adigemarathon, a costo zero, per farsi propaganda? Cosa potrebbe costare alla Fick impiantare uno stand  promozionale come ha fatto il Comitato Organizzatore dei mondiali di canoa discesa sprint di Solkan del prossimo 14/16 Giugno  2013? Assolutamente nulla considerando il fatto che i due rappresentanti sloveni sono stati ospiti del Comitato Organizzatore dell’Adigemarathon per vitto e alloggio e per stand espositivo, come i giudici arbitri della DAC ai quali, sempre il Comitato Organizzativo Adigemarathon paga anche le spese di viaggio. Per la Federazione essere presente a questi avvenimenti significherebbe visibilità e possibilità di contattare direttamente i nostri sponsor per i loro interessi. Si aprirebbero contatti. Per fare ciò, ci permettiamo di suggerire alla Federazione di dotarsi di un buon ufficio marketing che curi tutti questi aspetti: essenziali ai giorni nostri per cercare si sopravvivere. Mandare in giro i consiglieri federali anonimi poco serve, anzi...

Facciamo un discorso generale in relazione al movimento agonistico nazionale per capire il livello di partecipazione, con la seguente premessa: un atleta e una società dovrebbero avere come obiettivo principale quello di partecipare alle gare e competere per misurarsi. Questo è e dovrebbe rimanere lo spirito dello sport agonistico con la consapevolezza che più si gareggia e più si cresce a livello qualitativo, tecnico, emozionale, fisico e motivazionale.
Rimango sconcertato come addetto ai lavori vedere che le società di velocità sono praticamente assenti rinunciando ai ricchi premi in denaro e soprattutto non offrendo ai propri atleti l’opportunità di competere, di misurarsi e quindi  di crescere agonisticamente.

Rimango convinto che il livello numerico e qualitativo sia decisamente basso per la  canoa italiana. Frutto di questa mancata programmazione e opportunità.

Nel settore discesa fluviale troviamo il 47enne  Cesare Mulazzi vincere i campionati italiani senior di marathona su Mariano Bifano di oltre 2 minuti e staccando pure il miglior U23. Possibile che nessuno si chieda che cosa stia succedendo all’intero movimento?  Destatevi dal letargo perché la notte di San Lorenzo potrebbe arrivare presto per qualche giovane stella perché  se non verranno supportate a dovere, spingendo con forza la canoa discesa all’interno dell’ICF, cadranno inesorabilmente come tutte quelle che ho già visto dissolversi alle prime luci dell’alba. Nate e velocemente  spente nell’anonimato dopo che molti si sono riempiti la bocca dei loro successi giovanili.

Che cosa manca quindi al movimento per cercare di ovviare a tutte queste problematiche? Semplice... apparentemente, ma sicuramente manca la volontà di riunire tutte le forze in campo e riconoscere limiti e difficoltà, creare un gruppo di lavoro e andare diritti all’obiettivo, per riempire il più possibile piazze e fiumi ogni domenica dell’anno per propagandare con i fatti questo sport magnifico nella natura,  come l’Adigemarathon sta facendo da nove anni.


Occhio all’onda!

p.s. mi ero ripromesso di non scrivere più nulla sulla discesa visto che tutto va bene come mi è stato più volte detto! Quindi  scusate per l’intromissione ritorno nel mio mondo dei paletti portando comunque con me l’amore che ho per questa stupenda specialità che vedo sparire piano piano nell’indifferenza.

Sulla strada di casa

Sono arrivato alla stazione dei bus a San Paolo alle 11 della mattina partendo da Piraju alle 5,45. A quell’ora mi aveva accompagnato alla partenza Pepe che ieri ha fatto una finale da incorniciare e da ricordare a lungo... proprio una bella prova. Il ragazzo è in crescita e in casa, davanti alla sua gente, rende al mille per mille. Su acque invase da gorghi e ritorni d’acqua enormi, tanto che ti sembra di pagaiare in mezzo al mare in tempesta perdendo spesso e volentieri la stella polare per andare a visitare i fondali marini.  Zeno ha dovuto lottare  anche contro il vento sia in prima manche che in seconda chiudendo entrambe le prove con due salti di porta, nel senso che proprio le porte, quando è passato lui, non si sono viste!
Abbiamo attraversato la capitale Paulista a lungo in mezzo alle nuove costruzioni che si ergono sopra favelas a perdita d’occhio. In poco tempo tutto ciò dovrebbe sparire e le case di cartone con il tetto in lamiera dovrebbero lasciare ovunque il posto ai grattacieli.  Il sole è alto in un azzurro primaverile e io sto ripensando ai tre giorni di gare sul fiume Paranapanese. Stavo rivedendo mentalmente il gruppo di giovanissimi che hanno partecipato alla gara e mi rendo conto che fra loro c’è qualche bel talento, tanto fra i maschi, tanto fra le femmine.
Per preparare i mondiali junior del 2015 a Foz inizieremo con il prossimo anno ad avere degli stage per questi giovani proprio sul canale di Itaiup per iniziare un graduale lavoro di impostazione tecnica con loro e con i loro allenatori di società. Questi tre giorni di gare ci sono serviti anche per mettere in essere il sistema video, quello che l’ICF chiama il “Technical Video System”, e che avremo da oggi in poi a tutte le gare nazionali e fisso al canale di allenamento. Sarà così facile analizzare la gara e gli allenamenti. Oltre il fatto che sarà disponibile su internet per tutti con lo scopo di creare una base per il confronto tecnico.
Prossimo appuntamento per i miei atleti saranno i campionati brasiliani di slalom a Tres Coroas, dove nel 1997 furono disputati i campionati del mondo di slalom.

Altra cosa interessante che è successa a Piraju è stata quella di incontrare alcuni professori dell’università di San Paolo per discutere su alcuni test fisici da proporre  agli atleti della squadra permanente di slalom. Ci siamo confrontati a lungo e io ovviamente ho portato la mia esperienza in relazione a tutto ciò.

Capisco perfettamente le esigenze di chi si dedica allo studio per teorizzare il movimento cercando di dare risposte fisiologiche e biomeccaniche ai gesti atletici. Capisco anche che tutto ciò può essere importante per creare letteratura specifica in merito, ma in ogni proposta c’è sempre da capire dove si vuole parare. Soprattutto mi piace capire il perché e l’utilità che ne possiamo ricavare direttamente da tutta una batteria di test che ci è stata proposta.
I test per lo slalom sono molto ambigui e soprattutto molto difficili da realizzare se partiamo da un principio semplice che è legato al gesto tecnico. I risultati dei test dovrebbero offrire all’allenatore la possibilità di programmare gli allenamenti su dati più o meno scientifici, oltre ad un’altra serie di possibilità come quella di tenere monitorati i ragazzi nella loro crescita e sullo stato dell’allenamento. Si offre  la possibilità di conoscere, ad esempio, la soglia anaerobica individuale e su quella basare poi l’allenamento, ma come si può arrivare a definire ciò nel momento in cui l’atleta nel ripetere il gesto commette un errore  o più errori andando a lavorare su frequenze cardiache diverse da quelle proposte?
Nel passato ho dedicato molto tempo a tutto ciò e possiamo dire tranquillamente che con Roberto D’Angelo siamo stati dei precursori in questo campo. Mi ricordo sul Limentra agli inizi degli anni ’80 che giravamo con caschi tecnologici con tanto di antenne e trasmettitori, quando il wifi non si sapeva neppure che cosa fosse, per non parlare di internet. La macchinetta del lattato era direttamente il prelievo del sangue e prima di avere i dati bisognava congelare tutto e portare in laboratorio.

Lo slalom però ha un limite ben preciso e determinante e cioè che spesso e volentieri il gesto non è ripetitivo, elemento quest’ultimo su cui si basano la gran parte dei test. Ecco perché la maggior parte delle prove è fatta su acqua ferma facilmente ripetibili e di sicuro monitoraggio. Diventano interessanti per chi non ha acqua mossa e che non può trasferirsi in aree calde durante la preparazione, ma non li trovo così necessari per chi ha invece l’opportunità di lavorare sul gesto specifico sempre. Hanno anche un altro aspetto che se ben proposti agli atleti potrebbero essere motivanti.
Avevo trovato interessante monitorare alcuni allenamenti con il prelievo di lattato per capire se effettivamente si sta lavorando all’intensità voluta al fine della finalità voluta da quella sessione di lavoro.  Lattato e frequenza sono elementi interessanti per verificare ciò.

Vado a mangiare qualcosina prima di imbarcarmi per tornare nel vecchio continente. Mi aspetta una settimana intensa: Adigemarathon, Amur e Raffy oltre al tango. Cosa dite è pretendere troppo per una sola settimana a casa?

Occhio all’onda!

Scoprire la propensione dei vostri allievi

Finito l’allenamento lascio quasi sempre ai miei ragazzi una quindicina di minuti liberi da usare a piacere. Mi interessa guardarli e capire come utilizzeranno quello spazio di tempo dopo una sessione di allenamento ben definita. Da come useranno questo tempo si potranno fare delle considerazioni individuali molto interessanti e che potranno influenzare le proposte di allenamento successive. Giusto per citare qualche esempio diciamo che c’è chi non contento della sessione ritorna a fare le stesse porte, quasi come se fosse una serie di ripetizioni in più, perché quelle fatte magari non sono state sufficienti ad appagare la sete di allenamento. Oppure non ha ricevuto le risposte che si sarebbe aspettato,  C’è poi chi ne approfitta per andare  a rivedere solo ed esclusivamente alcuni passaggi sui quali ha riscontrato difficoltà fuori misura. Chi, viceversa,  va a pagaiare sull’acqua piatta, lasciando mente e corpo liberi di muoversi senza pensare per defaticare. C’è chi viene da me a parlare di quello che non è andato. C’è chi viene a parlarmi di quello che è andato bene. C’è chi mi ignora se è andato male, quasi avesse paura confrontarsi, con la conseguenza di chiudersi  in se stesso e  metabolizzare male la sessione di allenamento appena conclusa.
Tutte risposte diverse determinate dalla motivazione individuale e anche dal momento specifico. Dalla loro reazione si può capire per quale fattispecie di allenamento ogni atleta è predisposto. Nel senso che alcuni sentono la necessità di fermarsi a  lavorare su un singolo gesto fino alla noia, ripetendolo e trovando giovamento proprio dal numero di volte che si va a rifare. Alcuni, invece,  più insistiamo su una sola manovra e più questa gli viene difficile da attuare e da mettere in pratica con regolarità. Viceversa questi elementi rendono di più nel momento in cui si cambia spesso tipo di lavoro anche all’interno della stessa seduta.

Io sono un tipo che amavo ripetere mille volte un determinato gesto fino all’esaurimento, cercando ogni volta la sensazione che mi spingeva ad avere certe risposte motorie. Godevo nel sentire la canoa e la pagaia nell’acqua, ero una macchina da allenamento perché godevo nella ripetitività. Cercavo nella stanchezza fisica che si andava ad accumulare, la lucidità mentale per rispondere sempre allo stesso modo sia dal punto di vista tecnico, che fisico. Ero influenzato dal principio che solo dalla stanchezza arrivava il miglioramento. In realtà non è proprio così o lo è solo in parte.

Ora da tecnico mi rendo conto che non posso influenzare la predisposizione naturale di ogni persona;  posso solo cercare si scoprire qual’è  e aiutarla a capirsi e conseguentemente esprimerla.   Questo perché sono estremamente convinto che si possa arriva ad un risultato seguendo strade diverse. Il difficile è capire quale metodologia è migliore o  si adatta meglio alle  caratteristiche dell’atleta da seguire.

Mi rendo conto che molti allenatori in questo periodo si danneranno per fare delle tabelle di allenamento legate allo sviluppo della capacità aerobica, considerando il periodo dell’anno in cui siamo entrati. Suggerisco a questi allenatori di fare alcune riflessioni in merito al tema proposto nei precedenti post e cioè la velocità. Sacrificare la velocità per dare spazio al lavoro di endurance potrebbe creare grossi squilibri tecnici che difficilmente poi riusciremo a recuperare. Sarebbe forse meglio incrementare i volumi di lavoro lentamente, mantenendo la velocità. Lo scopo è quello di arrivare alle distanze di gara non attraverso un lavoro di rifinitura, ma bensì l’opposto e cioè un lavoro di costruzione su elevate velocità.

Magari ci torniamo sopra se qualcuno di voi è interessato -

Occhio all’onda!

Velocità personale! Banalità?

Questa sera dopo aver accompagnato a scuola Zeno e gli altri ragazzi mi sono fermato al Super Max in rua Edmundo de Barros sulla strada per tornare alla Pousada. Dovevo comprare pane, prosciutto e formaggio per la colazione di domani mattina. Edmundo de Barros era un ufficiale brasiliano che nel 1897 definì il parco delle cascate do Iguaçu, subito dopo che Argentina e Brasile avevano marcato i confini. La strada è un continuo sali e scendi che ti porta diritto in avenida Paranà. Al Super Max finalmente ho trovato terriccio e alcuni vasi per le mie piante grasse che da diverso tempo mi imploravano per avere più terra e soprattutto un appoggio più consono alla crescita che in questi ultimi periodi è notevole. Arrivato alla Pousada mi sono dedicato al giardinaggio da camera! Ora le due piantine succulente sono state divise e ognuna ha un suo vaso e una sua collocazione, una sul tavolo e l’altra sul davanzale della finestra. Considerando poi il fatto che al Super Max avevano le roselline in promozione ho pensato bene di approfittarne.
Domani si va a Piraju, 800 km. a nord di Foz ad ovest rispetto San Paolo. Andiamo a fare l’ultima tappa della Coppa do Brasil di slalom. Poi io torno a casa per una settimana a lavorare per l’Adigemarathon, mentre Zeno si ferma qui per fare la prova di ammissione all’università e allenarsi. Marina si è tagliata i capelli e a detta di Raffy sta molto bene. Mi sono incavolato con Teo e con Emma via Skype perché non è possibile non capire che ci sono momenti a cui non si può mancare... cascasse il mondo! 


Va beh, al di là della cronaca sono soddisfatto dell’allenamento di oggi con i ragazzi. Li ho visti cresciuti e maturati sotto molti aspetti. L’allenamento di tecnica su un tratto di canale ti permette di concentrarti bene su ogni particolare, curando i dettagli. Oggi abbiamo usato il grande rullo centrale (che qui chiamano Jack)  per ricordarci come saltarci sopra ad alte velocità con l’obiettivo di virare poi dalla parte opposta al fine di infilare una risalita con la conseguente uscita. Dov’è il trucco o meglio su cosa ci siamo concentrati per raggiungere l’obiettivo tecnico del giorno? Sono partito dicendo ai ragazzi di arrivare con inclinazioni diverse rispetto al buco e di lasciare le spalle in direzione della porta successiva. La conseguenza è stata quella che loro stessi hanno trovato l’inclinazione ideale per arrivare nella risalita successiva. Ognuno ha toccato con mano che cosa significa e soprattutto che cosa comporta cambiare l’inclinazione della canoa anche di pochissimo. L’altro suggerimento è stato quello di provare  ad affrontare il tutto a velocità diverse. Anche qui ognuno alla fine ha trovato la propria velocità ideale. Si crea così il concetto di "velocità personale" che può essere definita come  quella velocità che ti permette di fare tutte le porte senza perdere tempo. Banalità? Forse! ma è il primo passo per migliorare e su questo poi cercheremo di capire quando e dove provare ad accelerare.

Occhio all’onda!

Sacrificare l'entrata per privilegiare l'uscita

                                                                                                                     Io la sera mi addormento
                                                                                                                     e qualche volta sogno...

C’è una velocità ideale per eseguire una porta in risalita oltre alla quale è sconveniente andare? E’ una domanda  che mi pongo spesso e che giro ai miei atleti. Loro faticano a pensare che ci possa essere qualche cosa di positivo andando più piano, presi sempre dalla frenesia di essere veloci.  La velocità però in questo caso loro la ritengono come una aspetto non ben definito liquidandola come quell’azione eseguita nel modo più rapido possibile.  Ma la velocità a che parametro di riferimento la consideriamo? Quale deve essere l’assunto per dire se quella determinata risalita è stata fatta alla massima velocità possibile? Meglio ancora dove sta esattamente il riferimento vettoriale di inizio e termine dell’azione della risalita per definire la sua velocità nel suo complesso? Mi potrei fermare qui e innescare una sorta di dibattito. Considerando il fatto però che nessuno dibatte pur vivendo in mezzo a mille e oltre presunti allenatori che la sanno lunga e che poco dibattono, vi dirò la mia!

Ritengo che per lavorare su una risalita dobbiamo partire da un’azione che inizia ben prima della risalita in sé. E’ come per un saltatore in alto considerare lo stacco come azione unica e determinante per superare l’asticella posta ad una determinata altezza. Nel salto in alto abbiamo la rincorsa, lo stacco, la rotazione, il valicamento o azione aerea, l’atterraggio. Tutte queste fasi concorrono alla buona riuscita o meno del salto finale. Tutte devono intervenire in momenti diversi per mettere assieme quello che viene definito salto in alto.

Nel motociclismo, per impostare una curva, c’è un principio base: “sacrifico l’entrata per privilegiare l’uscita”, possiamo dire altrettanto per l’esecuzione di una risalita ottimale? O meglio dove deve iniziare il nostro sacrificio in funzione dell’obiettivo finale che è quello di essere il più veloce possibile dalla partenza all’arrivo?

E’ difficile spiegare agli atleti che si è più veloci andando più piano, è difficile da far passare come concetto base perché molto spesso gli atleti sono presi dall’ansia di dover fare e fare tanto.

Allora, se posso permettermi, darei un consiglio agli allenatori, anzi due già che ci sono.

1° prendere sempre i tempi dalla porta precedente alla risalita fino alla porta successiva, ovviamente se queste due non sono risalite a loro volta.
2° mai far finire un percorso in una risalita. Non considerare mai questa porta come il traguardo finale. In tanti anni di slalom non ho mai visto concludere una gara su una porta in risalita!

Il 30/12/2010 scrivevo sul questo  blog, come prendere riferimento cronometrico sulla risalita. Il concetto rimane, ma ponendo attenzione, e la successiva valutazione,  nell’azione complessiva che ci proponiamo di analizzare. Non soffermiamoci solo nella porta in risalita. Uniamo il tutto in correlazione per approfondire e capire dove effettivamente è il problema da risolvere per velocizzare il nostro atleta.


Occhio all’onda!

Entusiasmo - con Dio dentro di sé


Ho una particolare predisposizione per le magliette polo. Mi piacciono parecchio e ci sto bene. Le ritengo eleganti, ma nello stesso tempo sportive. Sono il massimo quando hanno anche il taschino. Per la verità non ci metto nulla dentro, ma mi sento rincuorato. Dovrebbe essere stato il mitico Jean Renè Lacoste a idearle lanciando il famoso marchio del coccodrillo. C’è poi l’incognita del colletto: su o giù? Secondo me è lo stile individuale di chi le indossa a dettare la vera regola. Ad esempio Richard Fox, che è un amante di questo capo di abbigliamento, la porta  sempre con il colletto alzato, Gli esperti precisano che dipende se si veste una  Lacoste o una Ralph Lauren. Questa seconda ha il colletto più piccolo e quindi si consiglia di portarlo rialzato. Bene!  A parte tutto ciò prendo spunto dall’osservazione di Nello Ricciardi al post precedente per restare sull’argomento dell’allenamento anche se avevo anticipato che avrei parlato dei percorsi di slalom. Considerando il fatto però che secondo me le osservazioni vanno prese al volo preferisco condividere il pensiero di un grande uomo, di un allenatore, di un dirigente e di un devoto soldato  prima di passare ad altro.  
Lui scrive: “Non c'è tecnica, non c'è velocità, non c'è resistenza o fatica che tenga se non c'è ENTUSIASMO”, poi Nello è molto carino e ci aggiunge dei complimenti personali. 

In effetti ha proprio ragione perché ci si può sforzare fino alla morte o strizzarsi il cervello per cercare mille soluzioni da proporre, ma se alla base di tutto non c’è qualche cosa che va oltre non si otterrà e non si vivrà appieno né l’allenamento né la vita. 

Il termine "entusiasmo" deriva dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con "con Dio dentro di sé" o "invasamento divino" . Per gli antichi Greci, lo stato di chi si riteneva pervaso dal potere degli dei, come gli indovini, i sacerdoti e i poeti. Ma questo stato “divino” chi può darlo e dove lo possiamo ritrovare se accettiamo il fatto che deve stare alla base del nostro essere atleti, allenatori, uomini? 

Sono alcuni giorni che discuto con una cara Amica sul fatto che non basta vivere accontentandosi di andare agli 80 km. all’ora, bisogna viaggiare a mille utilizzando appieno l’energia che il buon Dio ci ha donato. Il problema suo è che è entrata in quello stato mentale che ti fa accettare la vita regolata dai perversi meccanismi dell’ingranaggio.   

           “non è che mi manchi la voglia
                  o mi manchi il coraggio
                  è che ormai son dentro
                       nell’ingranaggio”

cantava il buon Giorgio Gaber  e aggiungeva:
 
                         “e non fermarsi mai
                            e ritornare a casa
                           silenzioso e stanco
                          senza niente dentro
                   appena il cenno di un sorriso
                          senza convinzione.”


Ecco tornare a casa dopo l’allenamento senza la luce negli occhi, senza condividere le fatiche, senza il sorriso che tutto ciò ti può offrire diventa triste e poco conta quello che hai fatto in acqua, poco conta quello che hai fatto in ufficio e se hai accudito bene i tuoi figli o se pensi di essere comunque in pace con il mondo. Perdere questa luce è perdere l’entusiasmo,  è perdere l’aspetto divino di ogni individuo. 


Occhio all'onda! 

La prima vera grande soddisfazione tecnica

La regia del Technical Video System alle Olimpiadi di Londra 2012
L’avevo proposto anche in Spagna appena arrivai nell’ottobre del 2006, ma pensarono che il mio sistema fosse troppo banale e così misero in piedi tutto uno studio incredibile per realizzare un super automatico sistema video che non ebbe mai l’utilizzo sperato. Spesero una fortuna e ai mondiali a La Seu d’Urgell nel 2009 non fu utilizzato costringendo le squadre  ad arrangiarsi al meglio unendosi per sopperire alla mancanza del Technical Video System. Per fortuna che successivamente l’ICF diede vita ad un servizio omogeneo su tutti i campi dove si organizzano gare di Coppa o mondiali.
Se il Parc del Segre e in modo particolare l’ingegnere Gagnet mi avesse dato ascolto, con poche centinai di euro,  avrebbe messo in  piedi un sistema video di gran aiuto per  tecnici e atleti, con il pregio di poter essere utilizzato  sempre e con semplicità.

Oggi,  a distanza di molti anni,  finalmente si è iniziato a concretizzare il tutto qui a Foz do Iguaçu con un “Technical Video System” permanente. In sostanza si tratta di una cosa molto semplice, ma come tutte le cose molto semplici è fondamentale per avere supporti immediati ed efficienti. Abbiamo passato un cavo coaxiale lungo tutto il percorso con quattro attacchi per le telecamere. Ogni cavo poi arriva alla centrale dove trasmette il segnale ad un computer. Un operatore, attraverso un mixer, dirotterà il segnale per registralo al fine di montare le varie parti della discesa mano a mano che gli atleti  sono sul percorso. Alla fine della propria prova il canoista potrà raggiungere la base, posta al centro del campo di gara, e rivedere la sua discesa con l’allenatore facendo tutte le considerazioni del caso. 

Facile no? Eppure è un sistema che costa poco, ma che può essere di grande aiuto all’atleta e al suo allenatore per migliorare e per vedere subito dove si può intervenire. Una volta visto...  si riscende in acqua e si riprova e prova ancora fino al raggiungimento di quanto voluto.  Io credo molto nell’ausilio del video, specialmente durante gli allenamenti. Ti dà la possibilità di capire molte cose e aggiustare errori che magari a vista fai fatica a vedere. Con l’analisi video hai tutto il tempo per riflettere e pensare dove intervenire. 

La stagione agonista da queste parti non è ancora finita, abbiamo una gara per concludere la "Copa Brasil de canoagem slalom" a Piraju e poi i campionati brasiliani a Três Coroas. Alla fine di novembre i campionati Sud-Americani a Pucon in Cile, una trasferta di 6.000 km. attraversando le Ande!  

Seguirà un periodo che dedicheremo al recupero fisico con allenamenti maggiormente aerobici e tecnici. Quindi una breve pausa per le vacanze di Natale e riprendiamo alla grande a metà gennaio per preparare la stagione 2013. 

E’ importante però non perdere di vista la velocità che dobbiamo comunque sempre mantenere.
E qui nasce il solito quesito: la tecnica a che velocità va allenata?  E la velocità pura che alleniamo in percorsi molto brevi potrà tornarci utile alla velocità di gara? Argomenti da approfondire e da tenere sempre in primo piano se vogliamo crescere e soprattutto se vogliamo far crescere i nostri atleti. Mi sento di suggerire che comunque bisogna sempre porre la massima attenzione nell’individualità anche se si lavora in gruppo. Non è forse un gruppo composto da tante individualità? E la velocità di base è decisamente diversa da individuo ad individuo come è diversa la capacità di miglioramento che passa attraverso strane e contorte strade di espressione corporea. Mi accorgo ora facendo un raffronto con alcuni video datati  novembre 2011 che  il cammino percorso da molti atleti, con cui lavoriamo  da quasi 10 mesi,  si è  trasformato e si è evoluto, quasi  senza però accorgersene. Convinti forse di vivere ancora il primo giorno di scuola. Eppure non è solo il loro modo di navigare fra le porte dello slalom a confermare la loro crescita sportiva, ma sono soprattutto le loro richieste ed esigenze a farmi capire che siamo sulla strada giusta, che sono cresciuti, che sentono alcune necessità tecniche che prima ignoravano. Iniziano a farsi domande, iniziano a chiedere più ore di allenamento, come se questo fosse possibile, iniziano ad essere protagonisti di loro stessi. Ecco la mia  prima vera e grande soddisfazioni  dopo questo primo lungo periodo di lavoro: sentire che stanno crescendo soprattutto come uomini e atleti... i risultati saranno solo la conseguenza logica di tutto ciò.

Nei prossimi giorni torneremo sui percorsi di slalom -

Occhio all'onda!