Non prendete in giro gli Atleti

Che spettacolo Matteo Rabottini oggi nella 15esima tappa del Giro d’Italia da Busto Arsizio  a  Lecco/Pian dei Resinelli. Vedere un’impresa così ti fa andare a letto contento, ti fa apprezzare il grande ciclismo e ti regala grandi emozioni. Sto ragazzino di giallo vestito che va in fuga, poi fa un volo in discesa che se capita a chiunque altro di noi comuni mortali ci mettiamo in malattia un mese e chiediamo pure l’indennità al Comune perché la strada era sconnessa, mentre lui si rialza in piedi, salta in sella per proseguire la sua fuga, come nulla fosse.  Poi quella risposta, uscita non dalla forza delle gambe perché non ne aveva ormai più e neppure  dalla testa, ma venuta solo  ed esclusivamente dal cuore per  seccare lo spagnolo Joaquin Rodriguez, dal nome più di un ballerino che di un pedalatore della fatica, a 70 metri dall’arrivo. Quell’ultima fiammata che arriva dopo aver speso tutto lungo i 169 chilometri nella tappa considerata di alta montagna senza dolomiti o Appennini, ma con salite importanti come la Valcava simbolo del Giro di Lombardia.
Va beh consoliamoci così visto che Nadal - Djokovic si giocherà solo domani e noi stiamo andando a letto dopo una domenica passata a programmare i prossimi 4 mesi di allenamento e a seguire a distanza una gara di slalom che lascia veramente  delusi gli atleti perché tutto può succedere, ma non che non vengano rispettati e presi in giro. Che ci volete fare bisogna pur guardare in faccia la realtà e non scandalizzarci più di nulla visto che ormai nelle gare nazionali di canoa  c’è anche la possibilità che non ti prendano il tempo o che nonostante che la Fick abbia un elenco di teste di serie ti facciano partire in coda con evidenti problemi per te e per il  poveretto che si trova a partire un minuto prima. Dove andremo a finire di questo passo se quello che un tempo era il momento magico e voluto da tutti oggi si trasforma in una vera  e propria pagliacciata?  Si potesse almeno  parlare di festa paesana e di allegra scampagnata, ma neppure di tutto ciò si tratta! Per fortuna che comunque... "life is good" e "W"...(il mio amico Carlo Alberto dopo il viva ci metterebbe la parola gnocca) ma in questo caso diciamo "W" a  chi se l'è inventata.

Occhio all’onda!

Certezze

                                                                                                                                                         La persona è una globalità che non va scissa


Mi immedesimo in una mamma che sta passando le notti accanto al suo pargolo in silenzi bianchi di luoghi che odorano di pulito e disinfettante. Mi immedesimo in un padre che fra le mura domestiche stringe idealmente  la mano ad un figlio accudito dalla sua amata. Mi immedesimo in una ragazzina che senza parole, ma dagli sguardi profondi, cerca il calore di un fratello più grande, che questa sera non c’è e chissà per quante altre ancora.  Mi immedesimo in un ragazzo diventato uomo troppo velocemente in una notte di stridi, corse, lampeggianti, pianti, dolori, catapultato in una realtà che mai avresti voluto conoscere da così vicino. Mi immedesimo in un figlio, che dal suo forzato giaciglio guarda gli occhi lucidi e stanchi di chi l’ha generato, ma che nulla lasciano trasparire. Fingere non per questioni d’orgoglio, ma semplicemente per infondere forza, calore e amore. Torneranno i tempi delle incomprensioni per parole magari non dette o per scontri generazionali. Torneranno i gabbiani sull’Adige, segno del tempo che scorre come l’acqua che sempre raggiunge il mare e come il tempo si porterà via anche questo momento di vita difficile, ma intenso, ricco di sguardi, di parole non dette, di pensieri allontanati, di preghiere, di ansietà, di paure, di sentimenti profondi. Immedesimarmi in un amico che soffre perché inerme contro i fatti della vita nulla può mi è troppo facile è troppo triste, forse però la luce che domani si riaccenderà su tutti noi ci porterà buone nuove per un futuro radioso... ne ho la certezza, non può essere diversamente - 


Occhio all'onda! 

Mato Grosso




Piccoli aerei volano bassi quasi rasenti alle piantagioni di cotone e mais per spargere dal cielo trattamenti fertilizzanti o pesticidi. Corrono veloci e virano verso la strada principale per ripartire da quella linea immaginaria che avevano disegnato nel passaggio precedente con le loro emissioni e che ora riprendono per spostarsi poche centinaia di metri più a lato. I Piper PA 25 sono agili e si muovono con destrezza in queste immense distese di verde, che si perdono con la vista.
Noi attoniti  nel bus ci abbassiamo all’interno per evitare l’impatto con l’aereoplanino  in caduta libera... come se ciò potesse servire!  Ci taglia la strada che divide in due  le piantagioni.  Possiamo vedere in faccia il pilota che indossa un capello che lo fa assomigliare all’eroe della prima guerra mondiale Manfred Von Richthofen, soprannominato Il Barone Rosso! La velocità del velivolo è ben superiore alla nostra e per fortuna l’impatto non c’è. L’occhio segue il volo di quell’uccello meccanico in quel mare dalle mille tonalità di verde e velocemente com’è arrivato si allontana diventando minuscolo  e, scomparendo alla vista, lascia una scia di commenti e sorrisi.  Il bus, viceversa, prosegue su quella strada così retta che sembra essere stata gettata lì per disprezzare le curve. E’ formata da blocchi di cemento uniti uno all’altro longitudinalmente  e passano a stento contemporaneamente due veicoli che marciano in senso opposto.  Noi stiamo viaggiando da oltre 24 ore, tempo necessario per partire da  Foz do Iguaçu e per arrivare Primavera do Leste. Quindi dallo stato del Paranà allo stato del Mato Grosso del nord. A dividere i due mega stati brasiliani il fiume Paranà; per attraversarlo impieghiamo molto tempo per la qualità del ponte e per il traffico sempre consistente. Un fiume che scorre in tre stati, Brasile, Argentina e Paraguay e che supera i 2.700 km. di lunghezza. Se solo ci  penso per un istante mi rendo conto di essere un nulla in mezzo a tanta acqua e a tanta vita che la stessa acqua genera. I pensieri e le emozioni che mi assalgono in questo lungo viaggio sono delle più svariate. Mi accorgo che spesso e volentieri durante il giorno sono con gli occhi sbarrati a guardare incredulo tutto ciò che appare d’incanto al di fuori di questo veicolo che ci trasporta su al nord. Arrivato a Primavera do Leste dopo quasi 2.000 km di viaggio mi rendo conto che non mi sono ancora abituato a quella distesa infinita di verde che ci sta accogliendo, che ci sta avvolgendo, che ci sta emozionando. Non avevo mai visto le piantagioni di cotone alle quali ovviamente la mia mente collega il mio primo romanzo letto e scovato tra i libri gelosamente custoditi da mio papà che ne era un avido consumatore: “La capanna dello zio Tom”.  La storia è ambientata negli Stati Uniti; geograficamente parlando siamo altrove, ma la mente, se la lasci libera, gioca spesso e volentieri con il vissuto e non ha confini, non ha di queste preoccupazioni: vaga e sprigiona ricordi, riportando alla luce anche affetti che si custodiscono tanto gelosamente come i libri del mio papà.
Il libro, ricordo, aveva una copertina ingiallita dal tempo, con  fogli così lisci che prima di consegnarmelo mio papà ci fisso una protezione di plastica trasparente che non era altro che una delle tante  cartelle porta documenti che avevamo a casa per le mille carte che sempre e comunque da sempre invadono qualsiasi casa.
Il Mato Grosso ha vissuto prima attraverso tante popolazioni indigene, poi sotto i portoghesi che hanno seminato  terrore e violenza per accaparrarsi oro e ricchezze. Un Mato Grosso passato velocemente dall’eccitazione dei ricercatori d’oro all’abbandono e all’isolamento forzato da una natura che si impadronisce di quello che un tempo possedeva. Oggi è fonte di denaro, qui si coltiva di tutto e di più. Ci sono grandi allevamenti di bovini che vagano liberi in prati verdi sempre con giganteschi struzzi che hanno il compito di tenere sotto controllo i cobra oltre al fatto di dare una connotazione particolare alla nostra vista. Ci sono “Faziende” con oltre 1.000 funzionari impegnati in uffici sempre più moderni; quello che manca invece è la manodopera da impegnare sui campi. Coltivazioni che sono sempre più caratterizzate dalla tecnologia.

                                                                                                                fine prima parte ...

seconda parte...




Così, oltre all’impiego di aerei, irrigazione automatizzata, e trattori giganteschi che sembrano i dinosauri che certamente un tempo hanno abitato qui, oggi questo stato è diventato  il granaio non solo del Brasile, ma di tutte  le Americhe e chissà cosa ci riserverà il futuro. Primavera do Leste ha festeggiato i 26 anni di vita proprio nei giorni delle gare della Coppa do Brasil di canoa slalom e oggi, in così poco tempo, conta oltre 60.000 abitanti. Una  metà dedita all’agricoltura e l’altra metà costruisce case per chi lavora nei campi e per chi presto arriverà chiamato da una frenetica necessità di manodopera, sia qualificata che specializzata in precisi rami.

Per arrivare al campo di slalom dobbiamo lasciare il mega bus, con tanto di poltrone che si trasformano in letti, sulla strada in una sorta di oasi creata tra quest’immensità di campi coltivati.  Un’area che si affaccia sul rio della "Muerte", un nome che la dice lunga, e che è dotata di tutti i comfort immaginabili per passare le giornate all’aria aperta con gli amici. Da qui ci si sposta con un camion 4x4 che ci attende con tutte le nostre canoe, noi prendiamo posto ovunque ci sia uno spiraglio per trovare un supporto con le nostre mani e, lasciati i  lastroni di cemento della strada principale, ci infiliamo in mezzo ai campi e si inizia a saltare. In un attimo torno a vivere le avventure vissute più di vent’anni fa in Costa Rica quando dopo le discese sul Reventazon tornavamo a Turrialba con il camion attraversando la giungla. Non pensavo di avere ancora una volta la fortuna di rivivere quelle emozioni e cioè riassaporare lo spirito avventuriero di una canoa slalom che allora stava cercando una sua identità. Mi ero dimenticato di strade sterrate, di canoe in vetroresina, di salvagenti e caschetti consunti, di fili per le porte abbarbicati su palme e liane.  Agganciare una porta sul filo portante è un gesto automatico e ormai lo posso fare tranquillamente senza guardare, ma era da molto tempo che, prima di mettere in atto questa operazione, non mi guardavo ben attorno per controllare che non ci fossero serpenti o strani animali appollaiati su quel filo sospeso sul fiume. Come era da tempo che non mi presentavo per montare il campo di slalom con macete e guanti anti cobra!
Mi ero perso lo spirito libero che ha accompagnato la mia gioventù o forse si è solo assopito in qualche meandro della mia anima pronto a riemergere al momento opportuno per ricordarmi sempre da dove siamo partiti. Mi sento fortunato ad aver vissuto l’epoca pionieristica dello slalom, oggi che è così tutto perfetto, oggi che si arriva sui campi di gara comodamente e l’acqua è regolata con meccanismi altamente tecnologici, mentre noi ci affidavamo alla danza della pioggia in caso di poca acqua e in caso di troppa godevamo lunghe discese su fiumi incantevoli, dimenticandoci dei pali dello slalom. Oggi più generazioni non sanno pagaiare su un fiume e si perdono se la loro discesa non è segnata dai numeri delle porte. Ecco qui ho rivissuto momenti magici della mia gioventù, peccato che non ci fossero i miei vecchi compagni di avventura per riassaporare  assieme il tempo andato. Ma si sa la vita cambia per tutti... quasi per  tutti!

Ho rivisto ragazzini con gli occhi da tigre, ho rivisto ragazzini camminare scalzi e restare per ore vestiti da canoa, ho rivisto ragazzini felici di ricevere una medaglia alla fine delle giornate di gare. Ho visto nel loro futuro grandi cambiamenti e crescita. Ho visto nell’immediato la spensieratezza di anni passati a rincorrere un sogno.

I tramonti, in questi luoghi, arrivano presto. Anche i colori che ci hanno accompagnato durante le lunghe giornate vanno a riposare. Si risale in pullman e ci attendono le 24 ore di viaggio intervallate da solo tre soste, ma saprò come farle passare velocemente... l’unica possibilità di non dimenticare tutto ciò è di condividerla.

Occhio all’onda!

Mi-Londra!


Tu vai a Londra e ti immagini  di ballare il tango con qualche  Milady  De Winter e magari d’improvviso ti ritrovi in mezzo ad un duello con uno dei miei idoli e cioè il giovane guascone Charles de Blatz de Castelmore  -  più famoso come d’Artagnan - in trasferta dalla Francia per aiutare la sfortuna regina Costanza che cerca di recuperare il gioiello che aveva regalato al suo amante, il duca di Buckingham, e che ora il suo re, nonché sposo, Luigi XIII, le ha chiesto di indossare per un ricevimento ufficiale. Un treppo messo in piedi per smascherare la nobildonna austriaca che non era simpatica al cardinale Richelieu. Centra poco, ma è venuta così e così resta!
Poi, visto che  tutti sanno che sei a Londra, compreso il tuo maestro,  ti chiedono come ballano le inglesi. Beh come rispondere? Non è facile saperlo perché di gentil sesso realmente indigeno, nelle mille “Milondre”che ci sono ogni sera da queste parti, se ne vedono ben poche, o meglio, si mimetizzano bene fra le moltissime signore e signorine che popolano questo mondo  e che poco hanno di sangue prettamente britannico!
L’imbarazzo della scelta su dove prendere lezione o dove ballare è forte ogni sera nella capitale che conta più di 8 milioni di persone... e te ne accorgi perché ovunque sei c’è gente, giorno e notte.   Di “Milondre” ne trovi almeno 4 o 5 sparse nei vari punti cardinali, ma dopo una settimana sto capendo che le più frequentate sono quelle che hanno lo zampino di madame Brigitte. Sì! Avete letto bene si tratta di una francese che molti anni fa ha portato qui il tango direttamente da Parigi. Ebbene la gentil donzella, che ha superato abbondantemente il mezzo secolo di vita, dai tratti tipicamente parigini e con un inglese caratterizzato dalla erre tipicamente transalpina, organizza vari stage con maestri più o meno famosi e in luoghi più o meno belli e molto centrali ai quali fa seguire quasi sempre serate danzanti. Il caso ha voluto che proprio in queste due settimane di mia permanenza in territorio di sua maestà, … ah... dimenticavo:  qualche giorno fa qui hanno festeggiato l’anno di matrimonio fra Kate Mddleton e il principe William, si aspetta solo l’erede perché la favola d’amore continua e i giornali impazziscono: l’Europa è in crisi nera e qui se la godono così! Dicevo che il caso ha voluto che i maestri di questo ciclo siano stati Jimena Hoeffner e Juan Stefanide. Bene lo so che a molti questi nomi non dicono forse nulla, ma quando il  sottoscritto ha letto il programma sulle pagine di internet, non credeva ai suoi occhi!!! Avevo conosciuto Juan Stefanide ad Atene nel 2007  in una delle mie primissime timide uscite nelle classi di tango in un  bar nella magica Glyfada. Quella sera dopo la lezione l’argentino si fermò a parlare molto con me perché sentiva la necessità di fare quatto chiacchiere in spagnolo dopo molto tempo che era fuori dalla sua amata patria. Nacque una sorta di amicizia, mantenuta grazie a Facebook. Poi gli anni  passano e… guarda caso chi ti ritrovo da queste parti a fare lezione?!? Quindi non ho perso tempo, anche per cercare di stare al passo della mia amata che tanto brava, leggiadra e ricercata è nel tango, e mi sono lanciato a capofitto.
Quindi al martedì, dopo i due livelli di lezioni,  si balla al “Light Bar” in Shoreditch High Street al 233, facile da raggiungere visto che da Liverpool Station si esce, si va a sinistra e dopo cinque minuti di cammino  si arriva al pub che ti accoglie in  uno stile tipicamente inglese. Musica gestita da Pablo un argentino, ovviamente, che come il nostro Silvio dj del Mascara, si alterna tra la consol  e la pista. L’affluenza è massiccia, le luci soffuse  e al banco del bar si serve dell’ottima acqua ghiacciata con limone. Bevanda questa molto apprezzata dai veri tangueri.  In 4 o 5 tande fai praticamente il giro del mondo. Passi dall’Asia, all’Europa via Americhe in giro di pochi minuti,  scoprendo così che le pulzelle arrivano da ogni dove.
Poco funziona l’invito con el cabeceo, vista la ressa di gente e le molte coppie che tardano a partire impalate a parlare... scandaloso se succedesse a Buenos Aires. Quindi bisogna passare alle maniere più decise e l’invito va fatto praticamente a ridosso per riuscire a comprendersi. I primi passi sono per conoscerci e finita la prima musica c’è il tempo per farmi dire che non mi hanno mai visto prima: ovvio visto che è la prima volta che arrivo da queste parti e da ciò deduco invece che loro sono delle abituè. Il mio inglese ovviamente fa capire che non sono londinese e confesso quindi di essere italiano. Per la verità anch’io mi rendo conto di trovarmi a ballare non certo con Milady e azzardo la domanda classica che è Where are You from? che tutto sommato non suona male. Molte mi guardano un pochino strano, quasi dispiaciute e prima di dirmi da dove provengono, mi anticipano dicendo che sono molti anni che vivono a Londra... una sorta di vanto evidentemente. Ci sono molte, moltissime asiatiche che appena porgi loro la mano sinistra si avvinghiano e aspettano il segnale per partire. Serve solo il primo passo, poi al resto ci pensano loro e sembrano prendere in mano la situazione ad ogni mio nuovo accenno di movimento. Sono molto tecniche, prediligono i ganci... ti ritrovi gambe ovunque, poi però c’è da riconoscere uno stile molto pulito se pur, nella maggior parte dei casi molto acrobatico,  come è rigido il commiato alla fine della tanda. Non sorridono, sempre molto serie e sono vestite sempre di scuro con gonne corte, ma attillate. Comunque la gonna corta va alla grande qui, beh non siamo mica a Londra per niente Mary Quant è di queste zone evidentemente se ne sentono gli influssi anche nelle Mini-longhe... ahahah!
Capito il trucchetto allora mi diverto e, quando mi fermo a guardare chi balla, cerco  di  capire da dove possono venire le ballerine, l’occhio, che vuole sempre la sua parte, si sforza e qualche volta ci azzecca. Le russe sono bionde per antonomasia e molto spesso statutarie, ballano un tango appassionato e sorridono spesso e volentieri. Ho ballato con una di loro che aveva un vestitino che se noi lo vedessimo  al mercatino del vintage ci chiediamo chi mai potrà indossarlo... la risposta c’è sempre come la  soluzione dei problemi! Natascia lavora all’ambasciata ed è nella capitale dell’U-K. da qualche anno ed è qui che ha scoperto il tango. Confessa però che anche a Mosca si sta ingrandendo il movimento per questo ballo argentino ed è sempre più in espansione anche nelle fredde notti moscovite.
Il colmo della danza arriva quando invito a ballare una gentil signora più o meno della mia età. Il suo inglese è comprensibile, quindi non è inglese! Riesco a muovermi in leggerezza e riesco nell’intento di farle fare sia il voleo indietro che avanti. Nella pausa mi chiede se sono spagnolo, no sono italiano ma lavoro in Brasile. La signora mi guarda e mi dice:"ma io sono brasiliana! e sono qui a Londra da un paio di anni per un’azienda import ed export". Cosa importino in Brasile non lo so visto che le tasse superano il 70% del costo effettivo e oltre tutto non hanno bisogno di nulla, considerando il fatto che producono praticamente tutto. Ci salutiamo e mi chiede quando saranno le gare olimpiche per venire a vedere i suoi compaesani.
Bevo un bicchiere di quell’ottima acqua gelata con limone e mi accorgo che c’è la coda per servirsi dalle caraffe sul bancone del bar, praticamente senza camerieri visto che hanno capito che poco si vende da quelle parti. C’è anche chi arriva con i termos o piccoli sandwich e non si fanno problemi a farne uso, senza che nessuno si scandalizzi per tutto ciò.
I "men" però non rinunciano alla birra e se anche guardati con una certa diffidenza dal resto dei tangueri  non rinunciano alla loro natura: qui ragazzi bevono da far paura. I pub sono impressionanti e l’altra sera tornando dal “Negracha”, alle 4 della mattina, vedevi gente piegata in due con ambulanze che correvano a destra e a manca per andare a raccogliere i vari zombie  sparsi in giro per terra in coma etilico.

Il “Negracha”, è al 4 di  Wild Court, ed  è un locale che sta andando alla grande. Ci si accede da High Holborn  infilandoti dentro una viuzza cieca che  ha tanto di misterioso. Non si hanno  dubbi che sia lì perché vedi entrare persone con le scarpe  sotto il braccio e poi ancora prima di arrivare nella viuzza vieni accolto dalla musica che sprigiona da quel posto.
Accedi ad un mezzanino dove trovi un personaggio  piuttosto particolare di colore che perennemente riordina le mille locandine di eventi tangueri.  Ti saluta e non aggiunge altro. Scopro che il costo è di 10 pound, lui prende i soldi e continua a non dire nulla. Paghi e puoi entrare in quello che dovrebbe essere un guardaroba per i cappotti, che ahimè si stanno ancora usando da queste parti. Lascio la giacca, nel mio caso, e mi cambio le scarpe per entrare nell’appuntamento tanghero del venerdì sera, super affollato e quasi sempre con performance di artisti che poi il sabato e la domenica tengono stage di approfondimento. Questo fine settimana ho assistito allo show di Eduardo Capussi e Marina Flores che potete vedere qui  e qui e diciamo che sono stato particolarmente colpito. Sono però in attesa del giudizio del mitico Fenzi per capirci di più. Siamo, secondo il mio modesto parere da ballerino della domenica pomeriggio, ai confini del tango. Siamo all’esaltazione del gesto che a sua volta è alla ricerca di un’espressione corporale che va oltre al semplice movimento. Bello però cercare di capire che cosa possa spingere le persone a trovare i limiti di ogni cosa. C’è chi lo fa nello sport, chi usa la mente o chi utilizza la musica per trovare nei suoi anfratti sfumature che a noi umanoidi sfuggono  e che invece vengono colte ed esaltate da persone che, lavorando assiduamente, riescono ad offrire nuove interpretazioni e spunti di riflessione. Nuove interpretazioni per non fermarsi mai al già visto o al già fatto. Solo così l’uomo è riuscito ad essere quello che è attraverso la curiosità per il  limite, per lo sconosciuto.  Interessante ed emozionante quando ti trovi a respirare quest’aria ricca di ossigeno puro  e che sa diventare stimolo per vivere intensamente la nostra vita.


Il pubblico al "Negracha" è decisamente vario. Ci sono due sale. La più grande al primo piano è molto retrò e la musica è la più classica del tango e tango valz. Una tanda, una cortina, si libera la pista e si riprende. Un piccolo servizio bar offre bevande a 2,50 pound, visto che gli inglesi a quanto pare vogliono tutti i benefici della Comunità Europea, ma si tengono le sterline, la guida a destra e le miglia! Si balla bene se arrivi presto, quindi verso le 22 e non balli più dalle 24 alle 2 di notte. La pista, in queste due ore,  pullula di gente come se fossi davanti a Buckingham Palace a sperare che la regina madre si affacci, magari assieme a Kate e al principe William. Rinuncio a ballare, bevo una coca-cola e converso con una anziana signora vestita in modo bizzarro, per la sua età, che mi spiega essere di Tokio ed è a Londra per perfezionare il suo tango. Si fermerà per un paio di mesi e ovviamente mi fa cenno che gradirebbe esercitarsi. Apprezzando la sua buona volontà nell’applicarsi a questa disciplina, come il sottoscritto,  non posso esimermi e nella bolgia cerco più che altro di difendere la gentil e piccola  signora nipponica da ballerine e ballerini che forse non si rendono conto dell’intasamento e si dimenano come se fossero da soli in mezzo all’oceano in un atollo tutto per loro. Per fortuna che la sofferenza finisce presto, mi congedo con tanto di inchino e mi trasferisco nella sala di sotto. Diciamo che la cosa migliora un pochino per numero di persone presenti anche se  lo spazio è più ridotto e l’atmosfera più informale. Qui si spazia su ogni genere di musica che si cerca di adattare comunque all’amato e passionale tango. Approfitto di un tango elettronico per chiedere ad una ragazza vestita di chiaro di ballare. Non perdo tempo, cerco di chiudere gli occhi e mi immagino con Amur a ballare questa nostra musica che entrambi apprezziamo. La ragazza è molto brava e non so se per soggezione o per un complicato meccanismo mentale di autoconvinzione mi rendo conto che è bionda, che è dell’altezza del mio “angelo biondo”, che sta bene in asse e che mi segue e che effettivamente mi sento come se fossi al Mascara avvolto dal calore e dalla gioia di chi sempre è al mio fianco. Tra una musica e l’altra non diciamo nulla, io non voglio spezzare quell’incantesimo che ho creato a chilometri di distanza, lei mi fa solo cenno che c’è molto caldo, come in effetti è, e si prepara per continuare a ballare, nella speranza, almeno da parte mia, di restare su questo genere. Riusciamo a ballare bene ancora con intesa, la cosa mi rallegra e penso che non potrebbe essere diverso visto che sto ballando con Amur!
La musica si interrompe per lasciare spazio a Ruben Sera  un maestro di bandoneon  che ci allieterà con tre pezzi  di cui uno anche cantato  dal suonatore argentino. C’è chi muove timidi passi  su quelle note struggenti, in molti, me compreso, siamo incantati ad ascoltare e a goderci il momento, per fortuna che ho la mia macchinetta per riprenderlo e per condividerlo con voi.
A spiegarmi che qui non è sempre così è Paola una argentina che avevo conosciuto la sera prima a “Latvia house”, dove insegna una certa Bianca di origini croate avviata  al ballo da un amore con un argentino maestro di tango conosciuto in Sicilia, trasferiti poi  a Londra per una vita assieme interrotta poi da chissà quali incomprensioni. Paola, l’argentina, mi dice anche che  il nonno era di Udine e la mamma francese,  ma che vive qui da otto anni ed è  frequentatrice delle milondre da solo un anno: “non avevo mai ballato prima - aggiunge - ma ad un certo punto ha sentito dentro di me un chiaro richiamo alla terra d’origine e  ho  riscoperto il tango dei mie genitori che avevo sempre ignorato e deriso”.
Le ore hanno perso il post meridian ed è tempo di rientrare visto che devo attraversare la città e dal  letto mi dividono poco più di 30 miglia che in tempo si traduce in circa 50 minuti... dipenderà dal traffico e dal mio navigatore che come un san Bernardo ha il compito di riportarmi tra le braccia di Morfeo per recuperare le forze spese. Per fortuna che domani non c’è allenamento di buon ora.



Non vi ho parlato di un altro bel locale dove si va a scuola o si va a ballare il mercoledì è cioè il “Dome” che si trova in Junction Road. Facile da raggiungere  perché è proprio sopra ad un famoso pub e cioè il Boston Arms.
Anche qui si accede da un portone che non lascia certo intendere che stai per entrare dentro una sorta di vecchio teatro. Fai una rampa di scale sulla destra e dopo aver spinto con forza una porta in legno,  ti trovi praticamente nel teatro nel cui perimetro ci sono le sedie e al centro è tutto libero per ballare. Scoprirò di lì a poco che ha un pavimento in legno decisamente scivoloso e che ti permette di far roteare le dame con molta facilità.  Il musicalizador, non sta sul palco come al Negracha, ma dove evidentemente un tempo ci stava la macchina da presa  per proiettare i film. Il pubblico è veramente, anche qui, molto assortito e invito a ballare una ragazza che penso non arrivi ai 25 anni, ma ha un bel sorriso solare che avevo notato entrando. Meglio eravamo entrati assieme e lei mi aveva fatto diciamo strada per capire dove registrarmi e pagare i 6 pound. Lei è australiana di Sydney, mi mancava qui a Londra l’Oceania danzante, e così mi da’ occasione di farle presente che nella sua città natale avevo ballato l’anno scorso a Five Dock e lei confessa che  proprio lì aveva preso le prime lezioni prima di partire per il vecchio continente. Ma il mondo è veramente piccolo e più giri e più si rimpicciolisce tanto più se sei un milonguero! 


Anche al Dome trovi, su quello che dovrebbe esser il bancone del bar, caraffe di acqua ghiacciata con fette di limone e che ti fanno apprezzare la semplicità dell’acqua e il suo potere dissetante. Qui è la seconda volta che torno e mi rendo conto che inizio a rivedere le stesse facce che magari ho trovato la sera prima da qualche altra parte, si capisce che alla fine anche a Londra si è formata una sorta di comunità itinerante della notte che ama ballare e scaricare le tensioni della giornata nelle ronde, che guarda caso vanno in senso antiorario. Così rivedo la coreana con cui ho ballato una tanda al Negracha la settimana precedente, l’argentina che ho conosciuto dalla maestra Bianca, e poi tante altre persone con cui non ho ancora avuto modo di ballare o parlare.
Al Dome, essendo a metà della settimana e quindi il giorno successivo si va a lavorare, l’ultima tanda è a pochi minuti dalla mezzanotte.  Poco distante da dove sono seduto  c’è una signora che mi guarda e sorride e, poiché la sala si sta praticamente svuotando, non posso esimermi dall’esplicito invito. Balliamo l’ultima tanda. Lei è molto brava e mi dice di chiamarsi Ada perché  genitori erano amanti dell’Italia che lei conosce molto bene e va sempre a Verona a seguire l’opera. Io la guardo e le faccio presente che guarda caso io sono proprio un veronese DOC! A questo punto il suo inglese si trasforma in un italiano eccellente e il suo sorriso già sincero brilla ancora di più. Mi decanta le bellezze della mia amata Patria, nonché  del cibo e del sole, facendomi rimpiangere si tante bellezze. Dallo sgabuzzino esce una voce che annuncia l’ultima canzone. Ada mi chiede se anche in Italia si chiude la serata con la Cumparsita, io rispondo di sì e ne approfittiamo per fare l’ultimo giro a pista praticamente deserta. 


Esco dal Dome e mi accorgo che viceversa la strada pullula ancora di gente, mi prendono i crampi per la fame e mi infilo dentro ad un ristorante ancora aperto. Divoro il kebab che, vista l’ora e la fame, prende i connotati di una pietanza eccellente, ingurgito la coca-cola e risalgo in macchina per tornare in albergo. Nel ristorante ormai in chiusura due coppie. Rimango colpito da una di loro, hanno gli occhi lucidi entrambi e sembrano molto tristi, scambiano poche parole e il cibo sul loro tavolo ordinato rimane praticamente intatto. Usciranno prima che io finisca la mia prelibatezza, li guardo e quasi per scusarsi per quelle facce così tristi mi accennano ad un sorry! Non c’è nulla di cui scusarsi, mi dispiace solo per loro, speriamo che la note possa portargli bene.

Lungo il tragitto penso e ripenso alla serata. Cerco di appuntarmi mentalmente ogni piccolo particolare quando la voce del mio fidato GPS mi annuncia: “cambio itinerario” evidentemente ho mancato di svoltare da qualche parte, meglio concentrarsi e seguirlo più attentamente altrimenti rischio di vagare per una Londra sempre più fascinosa, ma anche sempre più complessa da girovagare, con le sue mille viuzze e i suoi sensi unici. In poco meno di 50 minuti mi tuffo nel lettone, crollo letteralmente, ma mi rendo conto, però, che non finisco di ballare... evidentemente la mia mente e la mia anima sono rimaste al Dome per un altro giro infinito di tanghi e mi viene da dire: “provaci ancora  ancora Sam”!





c o n t i n u a ... appena ritornerò a Londra e cioè a fine mese!