Un pensiero vale mille parole


Si inizia ad aver bisogno della copertina alla notte. La cosa mi rende felice perché si dorme molto bene e si recuperano energie per il giorno successivo. E’ cambiata anche l’ora e viene buio prima. Per la verità non noto molto la differenza.
Ho aperto il mio armadio e ho tirato fuori una splendida, soffice e delicata coperta tigrata. Durante il giorno ovviamente fa da copriletto al mio lettone e dà un non so che di esotico a questa mia stanza che è anche la mia casa, il mio rifugio, il mio ufficio, il mio deposito, il confessionale per i ragazzi, la sala video, la sala riunioni e tanto ancora.
Quando vedo la copertina è automatico pensare ad una mia amica, una tipa speciale, molto particolare, dal sorriso dolce e dalle parole gentili che ama tutto ciò che è “animalier”, sinonimo di passione e desiderio. Lei è più per il leopardato, ma anche il tigrato non è poi così male!

Quando sono a Verona la trovo passeggiando. Meglio: lei passeggia e io sono di corsa, per fare un po’ di movimento fisico. Oppure sfreccio con la bici per mille commissioni che mi ritrovo sempre a fare nei miei passaggi da casa e la incontro in centro accompagnata sempre dal suo sorriso. Mi ferma gesticolando, per attirare la mia attenzione in mezzo al traffico, si beve un caffè velocemente assieme e in cinque minuti ci raccontiamo gli ultimi aggiornamenti sulle nostre rispettive vite. Ci diamo un appuntamento per una cena a casa nostra, ma puntualmente riparto prima di riuscirci. Non ci si vede praticamente mai, ma è come se comunque ci si vedesse sempre. Lei mi bacchetta o mi elogia su qualche mio scritto e mi manda segnali di fumo per farmi partecipe della sua presenza e della sua attenzione costante nel seguire il mio blog mantenendosi sempre molto discreta, piacevole, elegante, ma soprattutto fraterna.
Ha un cane, o meglio, un bassotto, considerando il bassotto non certo della famiglia degli animali e tanto meno dei cani. Il bassotto è il bassotto punto e basta. Lei invece è una bella donna di poco più o poco meno di 50 primavere. Ti affascina il suo sorriso se la vedi e non la conosci, viceversa se la conosci l’ammiri per la sua storia, per la sua vita e apprezzi tutto di lei, anche quell’amore che forse oggi non è più corrisposto se non per obblighi paterni. Passeggia alla mattina relativamente presto lungo l’Adige, un giro rilassante, un giro immersa nei suoi pensieri.
Io l’ho conosciuta come si conoscono le madri dei compagni dei nostri figli e se devo esser sincero è stato un periodo molto bello e spensierato. Comunella tra una decina di genitori fuori dal portone di scuola dei nostri pargoli che puntualmente accompagnavamo. Ci si fermava a scambiare quattro “ciacole” come si dice in dialetto dalle nostre parti. Argomenti vari, sempre molto animati, eravamo tutti presi dai nostri sogni un pochino idealistici, un pochino forse diversi. Ma alla fine ci siamo scoperti essere uguali a chi fuori da quei cancelli ci ha preceduto. Anche noi forse uguali ai nostri genitori, uguali e uniti nelle tristezze e nella gioia del mondo, ma consapevoli di noi stessi. Il rapporto fra noi si rafforzava di giorno in giorno mentre vedevamo, di giorno in giorno, crescere quei bimbi che lasciavamo ogni mattina sul cancello della “scuoletta”, dalle sembianze fiabesche e dal giardino forse troppo piccolo per tutta l’energia che animava quelle mura costruite più di cinquant’anni fa. Poi le cose cambiano, poi la vita piano piano passa e per qualcuno, si ravviva per qualcun altro si fa difficile.
Cosa significherà mai passare il tempo ad inseguire i fantasmi di un amore che non ha conosciuto mezzi termini?
Perché in fondo si ama senza pretendere nulla in cambio. Non è facile accettare tutto ciò rinchiusi nel nostro eterno egoismo e nelle nostra voglia di possedere l’anima altrui. Lei ci è riuscita. Forse per questo la sua serenità è percepibile a pelle e lei è capace di trasmetterla con estrema facilità... bisogna però saperla cogliere.
I suoi cappelli ricci, il suo comportamento, quel suo tenero modo di avvicinarsi alla gente, quel vagare in una città che le appartiene e a cui appartiene. Una storia forse come tante altre, ma esaltata da quattro figli, martoriata dalla perdita di uno di loro per una banalità in una casa di gente per bene. Una storia di cui non l’ho mai sentita parlare, ricordare. Una storia che evidentemente porta dentro sé e che non condivide perché forse condividere significa dissolvere al vento sentimenti, emozioni, ricordi.

Poco importa perché spesso uno sguardo, un pensiero o un piccolo gesto valgono molto di più di mille parole.

Occhio all'onda!

Gioia e tristezza, gloria e malinconia


Le due facce della medaglia: la gioia e la serenità per aver realizzato il sogno della propria vita; la tristezza e la malinconia per veder sfumare quel sogno. Rincorrere la stessa meta. Lavorarci per anni e poi salire sul cavallo alato per volare a Londra oppure scendere da quel cavallo per affrontare la vita senza più quella grande meta da raggiungere. Quattro anni sono tanti e forse per qualcuno potrebbe non esserci più tempo. Certo la vita non deve essere solo la rincorsa verso un grande obiettivo, la vita è bella e va vissuta nella sua pienezza indipendentemente dai successi che si possono ottenere. Il vero successo deve essere quello che ogni giorno troviamo dentro di noi quando apriamo gli occhi e iniziamo una nuova giornata. Belle parole, ma c’è chi le apprezzerà e chi viceversa dovrà uscire dall’incubo di una porta che si è chiusa e che non potrà aprirsi se non, forse, in un futuro che è lontano.
Sono le due diverse immagini che ci hanno regalato gli “Oceania Championships” che in questi giorni ci mantengono in tensione per conoscere i primi nomi di chi sarà al via ai prossimi giochi olimpici per la canoa slalom.

Due volti di due ragazze australiane che fino all’ultima pagaiata hanno lottato per prendersi l’unico posto a disposizione su quella start list che a luglio ci regalerà grandi emozioni. La giovane talentuosa, carina e dal “pedigree” raffinato e la più anziana, si fa per dire, che dalla sua aveva più esperienza. Finirà che la prima andrà alle olimpiadi a rappresentare l’Australia, suo paese di adozione; mentre la seconda ha chiuso un capitolo e dovrà aprirne subito un altro:

“I am not going to the Olympics :( But maybe I will go on some other adventures instead...” così si legge sul social network per eccellenza in attesa di essere quotato in borsa.


Una sfida per la verità che fin dall’inizio pendeva da una parte sola. Troppo il divario tecnico tra le due. Eppure nel 2008, quando sua sorella le rubò il posto a Bejing vincendo poi l’argento, e lei vinse la coppa del mondo, sembrava essere la donna nuova del panorama mondiale. Ma… la vita cambia velocemente. Un 2009 in salita e poi il buio e non riesce a trovare più l’eleganza che le aveva permesso di vincere ad Augsburg l’anno prima. Nel 2011 è fuori dalla squadra per i mondiali.
La sua diretta rivale non ha ancora compiuto 18 anni, ma ha finito l’high school giusto a novembre per preparare al meglio la selezione a cinque cerci. E’ ancora junior è ha già due titoli iridati sul suo personale “CV” oltre a finali in coppa e mondiali. Ma non è questo che impressiona di più! Ciò che mi ha esaltato è stata l’uscita dalla prima risalita agli Oceania Championships, la porta numero 4. Se a questa ci aggiungiamo la spinta che si è procurata sul muro alla risalita successiva, e cioè alla 6, il gioco è fatto e non ci sono più scuse per non capire che campioni certo si nasce, ma si diventa solo se si lavora duramente ogni giorno. Quelle azioni sono capolavori, frutto di ingegno e tanta applicazione. Movimenti mascolini, raffinati dall’eleganza che solo una donna può avere. Mi sarebbe bastato questo, avrei potuto spegnere il mio fidato MAC e non guardare più il magico sito di Siwidata. Avrei scommesso mille dollari australiani che la piccola “volpe” non avrebbe avuto più rivali: quella maglia olimpica era sua. Ho proseguito a deliziarmi con un traghetto alla “maine wave” - 9 - 10 - magico per concludere con l’ultima risalita a destra la 11, che arrivava dopo una combinazione di doppia risalita e un coast to coast per arrivarci. Alla terza risalita consecutiva - non ho ricordi di averne viste tre di seguito se non ai tempi delle 30 porte nei primi anni ’80 - la sua pagaia si cementava nell’acqua svolgendo funzione di perno rotante. A quel punto non c’è stato nessun tentennamento o esitazione alcuna, la pala ferma, con la canoa che ruotava attorno, la proiettava fuori a 100 km all’ora! Solo sul finale, quella retro 17 le faceva perdere qualche secondo prezioso, ma ormai già assaporava i piaceri della gloria. Senza probabilmente quell’errore e anche con una penalità avrebbe vinto sulla Hilgertova di trenta primavere più vecchia di lei. Un altro secondo posto che segna il bis dopo gli “Australian Open” di due settimane fa.

Mi chiedo e mi dico che: se per chissà quale sconosciuta ragione non fosse stato suo il posto olimpico lei avrebbe potuto comunque gioire perché quelle tre opere d’arte che aveva messo in scena: sono la garanzia di un grande futuro. Certo... se all’estetica si unisce il profitto c’è sempre da guadagnarci.

Dimenticavo questa è in pillole la storia di Kate Lawerence , che le olimpiadi le guarderà dalla televisione, e Jessica Fox che viceversa sarà al via a Londra da protagonista

Occhio all'onda!

18 febbraio


"

Cercavo una poesia, cercavo una canzone, cercavo una nota, cercavo un passo di tango, cercavo di raccontare la profondità della persona che amo che è anche in tutto ciò.

La persona che mi dona energia, che nutre ogni giorno i nostri figli e non solo fisicamente ma di vita, di gioia, di insegnamenti, di allegria di sorrisi.


Ho cercato in questa natura un fiore, un colore, un animale, un pesce, un’onda, un sasso da donarle per trasmetterle la forza che loro donano ogni giorno a me, a noi.


Cercavo dentro di me belle parole, cercavo nelle pagine dei libri che ho letto, cercavo nel motore di ricerca di quel mondo che si apre con un solo click.


Cercavo ovunque per trasmetterle i miei Auguri, ma...


facendo ciò mi sono incantato a pensarla e mi ha catturato e rubato al passato, al presente al futuro e all’eternità che vincerà la morte perché Lei è tutto ciò.

Mi sono ritrovato a sorridere, felice di vivere al suo fianco. Mi sono ritrovato catturato dai suoi occhi Marini, sono rimasto felicemente intrappolato nei riccioli d’oro, sono rimasto affascinato dall’eleganza dei suoi piedi e ci siamo ritrovati a camminare lungo le strade del mondo mano nella mano. Abbiamo parlato a lungo come sempre facciamo: con le parole, con il silenzio, con il profumo della nostra pelle, nella lontananza che è solo fisica, con i chilometri d’inchiostro che sempre hanno accompagnato la nostra vita.

Ho cercato di riprendermi, voglio dirle tanti Auguri, voglio trovare le parole giuste, ma sono ricascato in quel sorriso. Sono ricascato nell’intimità dei suoi abbracci che sono infiniti teneri e sempre nuovi.


...

Al risveglio al mio fianco di abbraccerò ancora, ti bacerò se non lo sto già facendo, e nella profondità del mio animo troverai scritto



Tanti Auguri Amore mio!

Che bella storia d'Amore!

E’ proprio una bella storia d’amore, quasi di altri tempi! Lui è un ragazzotto che supera i 2 metri e nell’ambiente del nuoto è conosciuto come il “Gigante gentile”. La ragione di questo soprannome c’è... sicuramente c’è! Il bel giovanotto con due medaglie d’oro olimpiche al collo e una d’argento a Beijng 2008 è stato recentemente protagonista di una dichiarazione d’amore che ha il sapore di una magica favola disneyliana.
Lei è Annie Chandler, una graziosa biondina del Texas, lui è un marcantonio dell’Illinois. Nel primo Stato ci sono andato una volta sola quando sono atterrato a Houston nel 1996 per andare, con il mio amico Manciu, a seguire i Giochi Olimpici ad Atlanta. Mi ricordo di un caldo allucinante e di una città semideserta. Poi ovviamente ho nella testa la famosa frase: “Okay, Houston, we've had a problem here”.
Dell’Illinos non so nulla ricordo quando nel film dei Blues Brothers Elwood chiede ad un poliziotto “Che diavolo succede qui?" e lui gli risponde: "i figli di puttana dei nazisti dell'Illinois stanno facendo una manifestazione" e Jack, il mitico e unico John Belushi, sottolinea: "Io odio i nazisti dell'Illinois"! Le mie conoscenze sui due stati sono quindi pressoché nulle e non ci pensavo fino ad oggi quando ho letto la notizia e visto il video.
Lui è Matt Greavers e dopo la cerimonia di premiazione al Missouri Gran Prix ha chiamato sul podio la fidanzata con la scusa di una foto e davanti a migliaia di persone si è inginocchiato ai suoi piedi e le ha chiesto di sposarlo. Lei ovviamente è praticamente svenuta e lui le ha regalato l’anello che li legherà per la vita... si spera.
Applausi, lo stadio del nuoto è praticamente venuto giù e anche noi ci siamo un pochino emozionati. Beh! che dire ancora solo tanti auguri e figli nuotatori, bravi ragazzi un bel gesto, romantico, puro, forse anche un pochino studiato, ma certamente capace di toccare il cuore di tutti oltre al fatto che certe cose possono succedere solo negli States!
E poi cosa volete che vi dica Matt Grevers mi è simpatico a pelle. Il suo nome mi ricorda tanto Matt, Jack e Leroy... vi dice nulla? Magari di questo ne parliamo la prossima volta, comunque certo è che la vita è bella!


Occhio all’onda!

La grande mareggiata da sud, estate 1962. Dei tempi passati ricordo un vento che soffiava attraverso i canyons. Era un vento caldo chiamato Santana che portava con sé il profumo di terre tropicali. Aumentava d'intensità prima del tramonto. E spezzava il promontorio. Io e i miei amici spesso dormivamo in macchina sulla spiaggia, e il rumore del mare ci svegliava. E così all'alba sapevamo già che sarebbe stata per noi una grande giornata”

Una romantica luna


In questa notte eccessivamente calda è ritornata a trovarmi... nel mio letto, nel nostro letto. Non capisco come riesca ad infiltrarsi... trova uno spazio angusto tra un albero e un muro e sgaiattola giusto a lato per saltare incrociata nel quarto. Sembra allungarsi o espandersi, non lo so, ma sembra cercarti e se non ti trova si chiede dove sei. Non posso tradirla. Anche lei come me ti vorrebbe qui accanto. D’incanto ti ho ritrovata al mio fianco, non per evitarle lo sgarbo, ma per amarti ed abbracciarti. Così ho riaperto gli occhi e abbiamo parlato a lungo. Ti illuminava come già fece in quelle notti. Ti disegna sensuali contorni e ti regala quella luce che poi porti sempre con Te nei tuoi sguardi, nelle tue parole, nelle tue carezze. Guardandoci in quella penombra illuminati da costei la vita non ci nasconde nulla. Ci sono le nostre paure di perderci perché sappiamo entrambi che le debolezze umane giustificano ogni cosa. Ci sono le nostre scelte di condividere ogni momento ed ogni istante. Non ci sono parole però che non tradiscono, o ci sono e volano lontane e prendono forza contro di noi. Ma questa sera è tornata, non ci può essere tempo per piangere, non ci può essere tempo per dormire perché se chiudo gli occhi ho troppa paura di riaprirli e non trovarti. Rimango ancora a fissarti in quella luce che ora è forte e fa brillare tutto ciò che tocca. Passa in un istante la notte ad accarezzati con il suo tepore e fascino, che solo le notti di lune romantiche ti possono regalare. Non posso dimenticare perché questa mattina, se pur di buon ora lei era ancora lì e prima di sparire nella luce del giorno, mi ha strizzato l’occhio quasi per dirmi: “non è un sogno, sono veramente io e tornerò in un’altra notte per guardarvi”

Occhio all'onda!

Impareremo a volare


Bussano alla porta e io rispondo sempre “para frente”. A volte non serve perché la camera è spesso aperta. I ragazzi lo sanno che sono disponibile per loro praticamente 24 ore al giorno. Per me è facile perché condivido con loro ogni momento della giornata vivendo tutti nello stesso centro. Mi volevano dare un appartamento, ma ho insistito per restare dove sono. Qui percepisco tutti gli umori e le emozioni... e per me è molto importante capire tutto ciò anche fuori dalla canoa.
Ad entrare questa volta è Pedro un ragazzotto che giusto ieri ha fatto 16 anni lui è di Piracicaba e pagaia in C2. Il suo compagno è Rafael che di anni ne ha 18. Ha mani veramente enormi Pedro e si muove un pochino scoordinato. Probabilmente è cresciuto troppo velocemente per la sua età e ora cerca nuovi equilibri sia fisici che psicologici. Prima di lui è entrato il suo sorriso solare, leggermente offuscato dalla luce cupa dei suoi occhi e a bruciapelo mi dice: “Ettore o que devo fazer para melhorar?” e mi fissa speranzoso di aver la risposta in una sola parola, in un solo sguardo, in un solo magico tocco. Purtroppo non ho una parola risolutrice, e il suo sguardo, come dice magicamente Gibran,
rivela
il tormento interiore
aggiunge bellezza al volto,
per quanta tragedia e pena riveli,
mentre il volto
che non esprime, nel silenzio,
misteri nascosti non è bello,
nonostante la simmetria dei lineamenti.


Tormento che ora si è accentuato anche in me!


Cerco di prendere tempo e gli dico di sedersi sulla sedia che ho comprato pochi giorni fa al Mufatta - una catena di negozi molto popolare da queste parti. E’ una di quelle classiche seggioline da campeggio, ma ha un pregio e cioè è dotata di tettuccio per riparare dal sole. La porto con me al canale quando abbiamo percorsi lunghi tipo simulazione gara, mentre quando non mi serve per lavoro la tengo nella mia camera. La seggiola in tela azzurra ci sta bene e dà un tocco di eccentricità al mio spazio vitale in mezzo a tre muri bianchi e uno verde acqua. Chi si siede lì sembra sentirsi a suo agio e parla più apertamente di quando invece rimane in piedi. Cosa che però non succede con Pedro, anzi i suoi occhi ora non sono più cupi, ma sono particolarmente lucidi. Il pianto arriva invece prima nella sua voce!
E’ dura spiegargli che sta migliorando ogni giorno e che ci vuole tempo. A lui sembra di non vedere miglioramenti, lui è in continua lotta interiore e non si rende conto che sono proprio quei suoi piccoli progressi quotidiani che lo stanno facendo crescere. Siamo partiti da sole poche settimane e già si vorrebbero raccoglier grandi risultati. Io viceversa li sto smontando pezzo per pezzo e piano piano cerco di ricostruirli aggiustando o modificando parti di quelle macchine che stanno rivelando prima di tutto la loro bontà d’animo. Ci vorrà molto tempo, passione, fortuna e un aiuto dal cielo per riuscire nell’intento di raggiungere la meta.
Devo stare molto attento però a non farmi prendere troppo sotto il punto di vista personale. Devo assolutamente mantenere un certo distacco per essere più obiettivo e non farmi condizionare da quelle debolezze che tutti noi purtroppo abbiamo e con le quali cerchiamo di convivere e sconfiggere quotidianamente per non farci annientare dalle stesse. Tolstoj scriveva che “il tempo e la pazienza sono gli attributi più grandi di tutti gli eroi” - farlo capire ad un ragazzo un pochino scoordinato e impaziente di arrivare: non è facile, ma ci proverò! Come proverò a non farmi prendere dalla nostalgia di casa, dalla voglia di riabbracciare colei che vive in me in ogni respiro. Mi dicono che ora fa parte delle brave ballerine, non avevo dubbi. Di quelle ballerine che tutti i ballerini si contendono per avere il loro momento. Io invece sono qui a combattere con le paure di questi ragazzi. Io sono qui per cercare di concretizzare il sogno di ogni atleta offrendogli il mio umile contributo, soffrendo con loro, lottando con loro, pagaiando con loro per poi un giorno fare un passo di lato e lasciarli liberi di volare. Ecco a Pedro ho detto che un giorno, prima o poi, imparerà a volare... i suoi occhi sono tornati a brillare come il suo sorriso e i suoi tormenti sono spariti, mentre sono rimasti e rimarranno i miei!

Occhio all’onda!

Cioccolata e cannella?


Alla fine mi sono deciso. Era qualche tempo che ci giravo attorno, passavo, guardavo, leggevo la lista, mi soffermavo ad ammirare e poi non prendevo mai il coraggio di provare. Vuoi per il fatto che bene o male sono sempre di fretta, vuoi per la naturale diffidenza che ci può essere in questi casi o vuoi anche per il fatto che se poi la cosa mi fosse gustata non avrei avuto altre scuse per non dire che fondamentalmente qui c’è anche questo! Beh alla fine l’altro giorno ho preso la storica decisione. Mi sono seduto, ho aspettato l’arrivo della signorina che mi portava la lista, che ovviamente conoscevo già a memoria e, appena me l’ha consegnata, ho ordinato con decisione: “um capuccino obrigado”. Ora il tempo che è passato dalla comanda all’arrivo della sospirata bevanda non lo conosco con precisione, ma sicuramente è passata una vita con due richieste da parte della solerte cameriera. Una prima volta, dopo circa cinque minuti è venuta al mio tavolo per chiedermi se nel cappuccino ci volevo la cioccolata. Io ho risposto che mi sembrava una bella idea. Passano poco più di cinque minuti e la tipa ritorna e mi chiede: ”Você quer canela?”. A questo punto proviamo tutto nella vita e rispondo “sim obrigado”, convinto che fosse finalmente tutto chiaro e che qualche barista si potesse mettere all’opera per portarmi il cappuccino che avevo ordinato mezz’ora prima. Il bar, che si chiama “Stratto Caffè”, è al secondo piano del mega store "Catarata" a dieci minuti di cammino dalla “Pousada do Chico” dove viviamo tutti noi. I ragazzi ogni tanto fanno una scappata per distrarsi un pochino, fare qualche acquisto e per mangiare qualche gelato visto il caldo di questi giorni. Io ci vado raramente, ci sono stato per fare qualche compera pochi giorni fa e per gustarmi questo cappuccino di cui avevo sentito parlare dagli stessi miei atleti. Qualche mattina fa imprecavo per la mancanza di un buon caffè italiano e allora alcuni di loro mi facevano presente di questa opportunità... che in realtà io adocchiavo da tempo. Bene il tempo scorre e allo shopping passa molta gente. C’è chi occupa i tavolini vicino al mio. Vengono serviti, bevono e se ne vanno via. Arriva altra gente che segue più o meno lo stesso ordine delle cose, ma del mio sospirato cappuccino nulla! Butto l’occhio dove c’è la macchina del caffè ed in effetti ci sono ben tre persone intente a trafficarci attorno. Evidentemente le richieste sono molteplici, anche se in realtà mi sembra che si vendano più succhi di guanajaba, birre e coca-cola. Speriamo bene. Per fortuna ho i miei appunti sull’allenamento da finire di sistemare e allora ne approfitto, in fondo non si sta male da quelle parti. Quasi quasi mi dimentico che cosa ci sto a fare lì in mezzo al centro commerciale, seduto su un tavolino, con il block-note e con le mie penne sparse ovunque. Mi sorprendo quando d’improvviso mi si para davanti la ragazza con un vassoio enorme che guardandomi mi fa capire di sgomberare il campo per lasciare spazio all’ordine fatto. Raccolgo tutto in un battibaleno, sistemo nello zainetto (mi sembra di essere Oliver Fix che da allenatore girava sempre accompagnato da un mega zaino che con L8 ci chiedevamo sempre cosa mai contenesse) e mi preparo. In effetti lo spettacolo è unico: non è un semplice cappuccino che noi italiani beviamo tre volte al giorno, ma una sorta di opera d’arte. Percepisco che nell’aria c’è una certa tensione perché la ragazza mi guarda e contemporaneamente i tre addetti alla macchina del caffè stanno osservando la scena e stanno cercando di capire la mia reazione. Mi sento osservato, capisco che è un momento delicato. Guardo a destra, guardo a sinistra un pelo perplesso e alla fine guardo la ragazza e le faccio un sorrisone, lei si rasserena, e fa un cenno di "ok" ai tre tipi dietro la macchina e dopo che l’ho ringraziata se ne va soddisfatta. Ho aspettato parecchio, ma alla fine sembra esserne valsa la pena. Dal punto di vista visivo è un gran bel cappuccino, i ricami sopra la schiumetta sono decisamente raffinati. Si nota la cannella e la cioccolata, un tratto sicuro e molto regolare, il tutto crea la forma di un fiore. La tazza è accompagnata da un’altra tazzina più piccola che scopro essere panna acidula che secondo un mio rapido ragionamento dovrebbe consumarsi con la stessa bevanda principale. E’ un peccato rovinare un capolavro così e allora prima di attaccarlo faccio una foto. Non è male anche se diverso per consistenza dai nostri cappuccini. La schiumetta contiene troppa aria, ma se accompagnata dalla panna non è poi così male. Arrivo alla sostanza dopo qualche minuto e qui si inizia a sentire la cannella che nel frattempo si è impadronita del gusto del caffè. L’ultima sorsata mi lascia comunque un buon sapore e il retrogusto è piuttosto forte. Mi pulisco le labbra tra loro, assaporo ancora una volta il piacere di aver bevuto qui un buon cappuccino e mi riprometto di ritornare... magari avviso prima con una telefonata o una mail così quando arrivo sarà già pronto!

Occhio all'onda!

Che bello pagaiare!


Non c’è nulla da fare: dopo aver pagaiato sul canale mi sento un leone! Che bello tenere la pala in acqua a ridosso di una risalita, ascoltare la coda che entra nell’acqua, gira e si carica al punto giusto per poi spingerti fuori dalla porta con velocità. La punta si affaccia alla corrente, tu cambi angolo, sposti il peso in avanti e sali sul treno che ti porta alla porta successiva. Semplicemente magico! Tengo la pagaia alzata... mi godo questo momento che vale per l’eternità. Le ragazze ferme nella morta mi guardano e ridono, capiscono che sono felice. Forse stiamo entrando in sintonia condividendo la forza dello spirito dell’acqua che corre.
Penso che si è capito che oggi ho pagaiato sul canale qui a Foz do Iguaçu e mi risento carico di energia.
Avevo infatti proposto alle mie due atlete di andare a lavorare in acqua, mentre gli altri ragazzi erano di riposo, per approfondire, o meglio, per apprendere il lavoro di gambe quando si fa saltare il proprio scafo su onde e riccioli. Insomma per non farsi inghiottire da ritorni d’acqua che fanno perdere tempo e direzione. Purtroppo questo gesto non l’ho trovato naturale in loro e in modo specifico per il settore femminile sembra essere sconosciuto.
Per la mia generazione era il pane quotidiano, la ragione è semplice. Noi abbiamo imparato ad andare in canoa sui fiumi. Ci siamo allenati macinando chilometri e chilometri sul fiume Noce. Questo torrente lo abbiamo scoperto ed esplorato da Pellizzano al lago di Santa Giustina con le nostre barchette in vetroresina... correva l’anno 1977. Abbiamo proseguito a pagaiare poi per il mondo e quando era possibile tra gli allenamenti preferiti c’erano proprio le lunghe discese scoprendo rapide nuove e seguendo l’istinto per navigarle. Quando vai su un fiume con la slalom non ti puoi permettere errori, passeresti il resto della giornata a fare resina per riparare i danni. Quindi scendevamo con molta cura, pennellando i sassi e quando ti trovavi davanti allo sconosciuto cercavi di saltarlo per evitare di trovare brutte sorprese magari proprio dietro ad un onda o ad un ritorno d’acqua. Eravamo sempre in agguato. Lo sguardo proiettato sull’onda successiva, mentre la pagaia sondava acqua ed eventualmente anche il fondale. E’ lì che abbiamo capito come evitare il pericolo: stare sempre in allerta, pronti a tutto e in caso di necessità saltare! Saltare, saltare sopra un ricciolo, saltare via un sasso, saltare un’onda, saltare quello che non ti ispirava fiducia. La tecnica è quella di oggi: ci si prepara con la pala in acqua, si inclina la canoa da quella parte, si aspetta il momento giusto, si pagaia e contemporaneamente si spinge forte con il piede. Attendi un nano secondo ed inizi a decollare! Bell’emozione, bel gesto, bella sensazione. Se lo fai bene non ti bagni neppure la faccia anche su onde giganti o buchi immensi.
I giovani d’oggi ormai non vanno più per fiumi, si è perso il senso dell’avventura fra gli slalomisti. Oggi sui canali non ci sono più sorprese, si conosce tutto prima di scendere e il livello di attenzione si è spostato su altri elementi. Io però oggi mi sono divertito a saltare da un’onda all’altra, da un buco ad un ricciolo, a sfiorare i sassi aspettando che il reflusso mi allontanasse. Ho cercato di raccontare alle mie ragazze tutto ciò scrivendolo sull’acqua con la mia canoa, con la mia pagaia e con il mio corpo.
Domani dobbiamo tornarci sopra, so che ci vorrà tempo, ma ringraziando il cielo non ci dovrebbe mancare.
Resto in tema e vi raccomando di non perdervi questo video fantastico
Fantastico per tre motivi.
Il primo è che è realizzato con grande maestria.
Il secondo è che mi riporta ai miei tempi quando, come dicevo prima, passavamo ore a discendere torrenti e fiumi.
Il terzo motivo è il messaggio che i due artisti della pagaia come Mike Dawson e Vavrinec Hradilek ci regalano. Loro stanno puntando ai giochi Olimpici di Londra. Il kiwi è già qualificato, mentre il ceco deve vedersela con le selezioni che avrà in aprile-maggio a casa. Ma al di là di tutto ciò si stanno allenando con un concetto che Alviano Mesaroli mi aveva messo nella testa tanto tempo fa quando ero ancora atleta e lui mi dava una mano a vedere oltre il mio naso. In sostanza mi allenavo per passare le selezioni sul fiume Noce e allora lui mi disse: “metti le porte alla segheria, allenati lì e poi non avrai più problemi”. E così fu! Beh godetevi il filmato non voglio aggiungere altro per non rovinarvi la sorpresa.

Occhio all’onda!

P.S. lo so per qualcuno la segheria è ben altra cosa per la mia generazione rappresentava la rapida più bella, interessante, emozionante e mistica di ogni altra! Oggi non c’è praticamente più ha lasciato il posto alla ciclabile e alla ferrovia. Resterà però sempre dentro i cuori di quei ragazzi che sul Noce hanno vissuto intensamente la loro gioventù.

TANTI AUGURI MAGICA GRA!

Cara Graziella,

lo so che sono un ballerino da strapazzo, ma vorrei comunque prenderti per mano e portarti in mezzo alla pista per farti gli auguri. Vorrei, tra una "salida" e una "volcada" dirti quanto sei carica di energia e quanto quel tuo dolce sorriso ci ha aiutati ad innamorarci di quell’arte così fina e raffinata che tu, assieme al tuo grande amore interpreti in modo così sublime ed elegante. Senza sfronzoli, senza mai eccedere, senza mai invadere gli spazi altrui. Insomma elegante è per me l’aggettivo perfetto, come è elegante il tuo tratto in ogni dove e in ogni quando!
Poi ci sono quegli occhi che danno attenzione a tutti indistintamente. Per tutti c’è una parola dolce e carina. Per tutti c’è anche quel tuo modo di fare che sdrammatizza o incita con estrema naturalezza. C’è quel saper ascoltare, nel ballo della vita, che ti distingue e ti regala un fascino particolare. Sono gli sguardi di Graziano che sottolineano la passione e l’amore che vi contraddistinguono. Ci sono poi quegli abbracci con cui ci accogli e ci saluti poi! Belli, emozionanti, forti come le tue mani grandi che come tutto il resto offrono sicurezza, sincerità. “Mani che raccolgono pensieri... per ritrovare i propri sogni” . Devo averlo letto in qualche raccolta di poesie, ma versi che mi sono tornati alla mente per farti mille e mille ancora auguri! C’è poi il ballo nel ballo che come ho già detto in voi lo vedo come un gesto raffinato, un gesto che segue la musica e le emozioni del corpo. Ci sono due vite che ne hanno regalato altre due, ci sono le tue pedalate, ci sono le tue parole che raccontano e sottolineano momenti semplici o importanti, c’è la gioia di vivere. C’è il piacere poi di avervi scoperti, trovati e conosciuti... tanti auguri magica Gra!

Occhio all’onda!