Tanti Auguri di un Santo Natale


In viaggio con il Tango nel cuore





Chiedo scusa se ho profanato il sacro mondo del tango, senza averne la competenza. Un mondo però che mi affascina per  la sua storia, per le persone che lo popolano, per la sua musica, per i colori, per le emozioni e soprattutto per la sua universalità. Nel mio essere cittadino del mondo non ho quasi mai trovato difficoltà a rifugiarmi  nel tango o a ballarlo ovunque mi trovassi. Qualche  volta sì, ma considerando che non sempre bazzico nelle grandi metropoli la cosa è più che giustificabile. Questo libretto raccoglie una serie di racconti vissuti in prima persona in questi ultimi tre anni e scritti praticamente a quattro mani con Amur che ha sempre condiviso ogni attimo della mia vita e ogni mio respiro in questi ultimi magici e fantastici 27 anni. 
Considerando il fatto poi che abbiamo  finito di scrivere tutto ciò  in prossimità della fine dell’anno 2012 prendiamo l’occasione per augurare a tutti un sereno e felice Natale per proseguire poi con tanta felicità e salute per tutto il nuovo anno e oltre - 

Occhio all’onda! 

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Architetti


Qui in Brasile è la notizia del giorno: l’architetto Oscar Niemeyer è morto a 104 anni ed è praticamente lutto nazionale. Mi piace un suo pensiero:  "Non è l'angolo retto che mi attrae, né la linea diritta, dura, inflessibile, creata dall'uomo. Quello che mi affascina è la curva libera e sensuale: la curva che trovo sulle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle onde dell'oceano, nelle nuvole del cielo e nel corpo della donna preferita"

Letteralmente un genio e tutto il Brasile lo piange.

Conosco molte persone architetto e anche qualche architetta e per loro ho una sorta di riconoscenza e ammirazione. Solo alcuni non mi sono simpatici, anzi, se potessi radiarli dall’ordine lo farei con immenso piacere, ma considerando il fatto che le eccezioni confermano le regole posso dire tranquillamente che mi piace il lato artistico che inevitabilmente in ognuno di loro c’è. C’è la giusta percentuale di schizofrenia e la cosa non guasta. Si sa che  L’architetto è un essere particolare, intendo quello vero, quello attirato da uno spirito nuovo, illuminato dalla sua creatività. Sono personaggi che camminano nei loro pensieri accompagnati sempre dalle loro idee che molto spesso li precedono. Vestono in modo strano o meglio in modo poco convenzionale. Parlano poco e quando lo fanno sono ricchi di particolari. Gira e rigira alla fine ti riportano sempre sul filo logico di qualche loro opera, di qualche loro ultimo lavoro. Un architetto, quando gli commissioni qualche cosa da fare ti ascolta forse per il primo minuto, poi parte per la tangente e vedi nei suoi occhi i progetti realizzarsi. Devi avere fiducia e sarai ripagato o la prossima volta cambi!
L’architetto ti entra in casa e lo vedi scrutare ogni minimo particolare e le sue espressioni facciali  esprimono il suo pensiero. Usualmente non esprime giudizi, ma con giri di parole ti fa capire esattamente ciò che non va e ciò che lui viceversa farebbe. 
Fondamentalmente gli architetti sono dei romantici e amano il loro lavoro, che si portano sempre appresso. Detestano orari e la puntualità è una qualità di cui non  vogliono neppure sentir parlare. 
Fondamentalmente sono brave persone un po’ vecchio stile, anche se molti di loro si sono dovuti adeguare alla tecnologia del computer. Gli è rimasta quella matita con le mine che si portano sempre nel taschino della giacca o nella inseparabile borsa a tracolla. La matita serve per illustrare  al cliente i  super tecnologici progetti visto che senza la loro spiegazione restano disegni astratti da appendere su qualche parete di un museo di arte moderna.  

"L'architettura è il mio hobby - diceva spesso Oscar Niemeyer e aggiungeva - è una delle mie allegrie”.

In effetti se penso ai miei amici architetti mi danno un po’ tutti quest‘impressione. Il  lavoro per loro è semplicemente un piacevole e amato hobby e come tale va organizzato.  Il tutto è giustificato da un principio base dell’architetto che è l’inspirazione. Questo sublime elemento che vaga libero nelle menti di questi procreatori di ingegno si coglie quando si coglie. L’importante è non farselo sfuggire. Per questo motivo l’architetto è sempre desto e attento per captare tutte le  occasioni che vengono poi riassemblate nella sua mente per esprimere successivamente l’opera.  

Fondamentalmente sono brave persone che rendono il mondo più piacevole e che ci regalano emozioni belle e stimolanti ovunque noi volgiamo lo sguardo.

E a Oscar Niemeyer un saluto e un abbraccio per essere sempre stato coerente nella sua lunga vita con le sue idee e grazie per ciò che ci ha lasciato... certo non ci dimenticheremo facilmente di lui 

Occhio all’onda!

Chapeau Monsieur Tony!


Raffy ha avuto la capacità di emozionarmi!  Il piccolo C1 destro, saputo oggi stesso del ritiro ufficiale dalla competizioni del grande e mitico Tony Estanguet, scriveva sulla sua bacheca di facebook: “honor to the glory” e ha completato questa riflessione inserendo una foto del poster che il grande campione gli regalò qualche anno fa con una dedica speciale: “A Raffy futur champion de C1 - vive la relève”.
Bello, molto bello ed eccitante. Raffy ha colto nel segno con l’immagine e con la precisa locuzione verbale:  “onore alla gloria” per salutare un campione come Tony Estanguet. In effetti  chi più del pagaiatore transalpino ha il merito di aver reso grande la canoa slalom e l’immagine dell’eroe senza macchia e peccato?  E chi più di lui può parlare di gloria? Gloria  per l’eternità a colui che si ritira con la corona di campione olimpico sul capo, gloria a colui che chiude una carriera sportiva con un titolo così importante; “Gloria in excelsis  deo”  per un atleta che ci ha regalato discese da manuale, esempio di modestia e professionalità. Gloria e onori sul campo ad un atleta che ci ha esaltato, ci ha rapiti in mille peripezie, danzando magistralmente tra le porte dello slalom, vincendo, perdendo e vincendo ancora.
Tony Estanguet mi ha fatto sognare e di volta in volta me lo immaginavo come un giovane guascone pronto a difendere l’onore delle Francia. Il D’Artagnan che in mano non teneva la spada, ma la pagaia. Ho un flash forte e chiaro di un moschettiere con al collo la sua terza medaglia d’oro a cinque cerchi che corre dietro ai suo compagni per incitarli, per spingerli, se questo fosse mai possibile, tanto quasi da finire in acqua con loro. L’ho visto gioire per la medaglia della Fer e l’ho visto soffrire per la mancata medaglia  dei compagni del C2. L’ho visto sorridente e composto dopo ogni vittoria così come dopo ogni sconfitta. Quest’uomo, prima che come atleta, ha dimostrato di poter essere un vero gentleman sempre e comunque.
L’ho apostrofato nel corso degli anni con molti appellativi: Il duca di Lee Valley, il Signore della pagaia, il cavaliere errante e  tanti ancora tutti scaturiti dalle sue gesta, dalle sue gare epiche. Lui è stato insignito dal presidente francese Cavaliere della Legion d’onore, l’onorificenza istituita da Napoleone Bonaparte il 19 maggio 1802, quindi non ci sono andato molto lontano ad individuare quale sia la sua vera natura! Ora la sua storia sportiva è arrivata al suo atto conclusivo. Per lui si chiude un capitolo e certamente se ne apriranno degli altri, primo fra tutti in quel suo ruolo di rappresentante degli atleti all’interno del Comitato Olimpico Internazionale per i prossimi sei anni.
Tony Estanguet rappresenta per la prima volta  la Francia ai campionati del mondo junior nel 1994 dove finisce in ottava posizione e prende una medaglia d’argento a squadre. Quei mondiali, disputati a Wausau (USA) furono vinti da Michal Martikan, e qui inizia la storia della grande sfida con il campione slovacco che è durata fino ad oggi. L’anno successivo agli europei junior prende la sua prima medaglia individuale un argento dietro ancora una volta allo slovacco. Nello stesso anno esordisce in Coppa del Mondo.
Partecipa a 10 campionati del mondo conquistando individualmente  tre ori (2006 - Praga; 2009 - La Seu d’Urgell; 20120 - Tacen) e tre argenti (2003 - Augsburg; 2005 - Sydney; 2007 - Tres Coroas). Mentre a squadre vincerà il mondiale nel 2005  e 2007 e due argenti nel 1997 e nel 2003.
17 le Coppe del Mondo a cui partecipa vincendone due e cioè nel 2003 e 2004.
9 i Campionati Europei disputati con tre ori individuali (2000, 2006 e 2011). Due argenti ancora nella prova individuale nel 2002 e 2012. A squadre è campione europeo nel 2011 ma con i compagni ha conquistato altri  due argenti e tre bronzi.
4 le Olimpiadi a cui a preso parte vincendone 3 (2000, 2004, 2012) e finendo nono nel 2008.
Questa in sintesi il palmares del campione francese che si ritira a 34 anni da campione olimpico. Si pensava che continuasse almeno per un altro anno per non perdere gli sponsor e sfruttare così il suo grande momento. Ritirarsi oggi però dimostra che Tony Estanguet esce dai meccanismi di un facile guadagno nascondendosi dietro il titolo di campione e atleta. Lui ha preferito chiudere un capito e aprirne subito un altro.  Lui esce a testa alta, da grande uomo e da esempio per tutti.

Grazie Tony per i magici momenti che ci hai regalato - chapeau Monsieur Tony!


Occhio all'onda! 

"Io credo nell'uomo"

(Michilini), CHE GUEVARA CON EL CRISTO AMARILLO
Oggi sono andato da solo in bici  a Icli, dove ci alleniamo da quando l’acqua non c’è più sul canale, vista questa secca memorabile. Sono poco più di 17 km. che ho fatto ascoltando musica e dialogando con i miei pensieri. I primi otto chilometri corrono a lato della superstrada. Poi giri per Tres Lagoas e ti sposti su una strada secondaria che attraversa per l’appunto il paesino e che ti porta sul grande lago che forma la diga di Itaipu. Il percorso, all’andata, è in leggera pendenza con qualche piccola salitina  che ti fa guadagnare quota e ti mette a dura prova le gambe. Ci impiego circa 40 minuti anche se per la verità, considerando l’intensità dei pensieri che mi hanno accompagnato oggi,  mi sono sembrati molti di più. Mi sono visto nel mondo a pedalare e mi chiedevo che cosa gli sta succedendo... al mondo!  Mi sono detto che forse c’è meno romanticismo e poesia di un tempo. Forse è colpa nostra se non siamo in grado di apprezzare le piccole cose della vita e non gioire abbastanza per esse. Forse è colpa nostra se non riusciamo a trasmettere queste emozioni e queste sensazioni alle persone che ci circondano per far sì che la gioia di vivere questo momento sia tanto contagiosa che nessuno  possa  sfuggirne. Se il mondo fosse contaminato da ciò forse avremmo trovato la soluzione a tutti i problemi.  La sensazione di pedalare e prendere il vento in faccia, mi faceva sorridere. La musica mi faceva cantare ...”Quatro pasos quiero acordarme. Quatro pasos ya sé. Tu me quisiste, yo te quise...” Una sensazione di grande energia mi ha avvolto  e toccava  tutto ciò che mi circondava. Non lo so se la mia velocità di pedalata aumentasse, so solo che la mia mente ne traeva beneficio e la sensazione è stata quella di  volare e di non sentire la fatica. Poi, complice il film visto ieri sera, ho pensato a Che Guevara morto in Bolivia, se vogliamo poco distante da dove sto vivendo. Ho pensato a questo uomo per il mondo a lottare per cercare di far trionfare il suo credo. Bella la scena del film dove un soldato gli chiede: “Lei non crede in niente, Comandante?", "No, io credo nell'uomo", dice il Che una volta catturato, e sarà proprio questa sua incrollabile fiducia a condurlo alla sconfitta finale. Beh tutto ciò è semplicemente magnifico è di una profondità unica e sublime. Mi sono detto che era così  anche per Gesù Cristo no!

Arrivato al lago ho pagaiato con Zeno e Pedro, gli altri miei atleti erano rimasti alla Pousada per studiare. Sono tutti sotto esami visto che fra poco meno di due settimane si chiudono i battenti e il Brasile entra in un periodo di stasi tra natale e la fine del carnevale. Ora, uffici, scuole, istituzioni, banche e tutto il resto  ci stanno dando dentro per chiudere i conti e per iniziare in tranquillità questo lungo periodo di stand-by, fatto di tante feste e mangiate, musica, samba e tanto altro. Noi non ce lo possiamo permettere avremo solo una piccola pausa di un mese,  poi ci si ributta a capofitto nella preparazione.
Al lago abbiamo pagaiato con un cielo minaccioso e con tuoni in quota che hanno reso  l’atmosfera molto particolare e tenebrosa. Solo una quarantina di minuti per disintossicarsi dall’allenamento della mattina con i pesi e poi via di nuovo in bici per ritornare alla base. Nel ritorno ho pedalato in compagnia visto che è venuto con me Adriano, il tecnico del progetto “Meninos do Lago”,  e i pensieri sono stati meno profondi e soprattutto condivisi.  La  serata è stata piacevole anche se  ho un pochino ecceduto:   tre fette di pane tostato ricoperte da uno strato di nutella incantevole... inizio ad avere bisogno d’affetto. Vado a nanna e non ci penso illuminato dalla Luna che piena e luminosa mi illumina. Una leggera brezza entra dalla finestra, Zeno si sta addormentando ed io ti sto abbracciando Amur ... buona notte! 

Occhio all’onda!

Imparare, migliorare, raffinare per arrivare a fare tuo un gesto motorio



Tutto ha un tempo... anche il mio porta abiti appeso alla porta è deceduto... la colla non lo supporta più e questa notte, con un tonfo bestiale, ci ha lasciati. Me ne sono reso conto solo alla mattina al mio risveglio quando ho visto le cose appese a terra e così ho metabolizzato il tonfo notturno percepito nel sonno. Va beh magari provo a rincollarlo o altrimenti prendo due viti e lo fisso con quelle. Un rimedio lo troverò senz’altro.
E così pensandoci e ripensandoci sono arrivato al mio primo anno di lavoro qui in Brasile.  Un periodo passato molto velocemente che, se non fosse per la lontananza dal 50% della mia famiglia, è scivolato via piacevolmente  e velocemente. Eppure di lavoro ne è stato fatto parecchio e ho visto crescere quotidianamente  sotto i miei occhi questi sedici pargoletti con cui ogni giorno condivido gioie e dolori. Di miglioramenti ce ne sono stati molti  sotto vari  punti di vista. Per l’aspetto fisico non dubitavo minimamente anche perché non me ne sono mai  fatto un problema. Ritengo la cosa sotto controllo e facilmente raggiungibile. Dal  punto di vista tecnico sono state costruite le basi per riuscire a camminare su una strada che potrebbe sembrare nei primi anni molto tortuosa, ma che alla fine ci farà raggiungere la vetta con tranquillità e serenità.  In sostanza non ho scelto scorciatoie o soluzioni di forza, ho cercato e ricercato la consapevolezza del gesto tecnico da migliorare, da imparare, da raffinare e solo alla fine da fare tuo. Ciò su cui ho maggiormente puntato è stata la partecipazione attiva dell’atleta nel progetto e nella crescita individuale. Abbiamo messo sotto torchio i ragazzi perché intraprendessero questa strada e non si facessero abbindolare dalla voglia di saltare tappe fondamentali per la crescita. Non abbiamo mai posto pressione per ottenere oggi risultati sportivi importanti, anzi è sempre stato chiaro a tutto il gruppo che se ciò fosse avvenuto avrebbe portato alla disgregazione del lavoro.  Un allenamento quindi molto specifico, che se pur fatto per ovvie ragioni in gruppo, ci ha portato a personalizzarlo per ogni soggetto. Una presa di coscienza coadiuvata da ogni responsabile di area con la condivisione comune dei miglioramenti, delle difficoltà, delle problematiche che ogni volta si presentavano. Una distribuzione del lavoro tra noi tecnici e una responsabilizzazione graduale verso gli atleti sono stati gli elementi fondamentali per motivare ognuno di noi nel proprio ruolo.  Molto utili ed interessanti sono state le riunioni del lunedì mattina tra lo staff tecnico e i vari settori, sanitario, amministrativo, logistico, per fare il punto sulla settimana passata e per chiarire gli obiettivi della settimana successiva.
Ora ci aspetta un mese di pausa, una vacanza attiva per gli atleti e una vacanza rigenerativa per noi allenatori che ha lo scopo di farci staccare per un attimo la spina prima di riprendere la preparazione per la stagione 2013. Ci sarà la possibilità di meditare su tutto quello fatto e di cogliere le sfumature che, per forza di cose, arrivano sempre a scoppio ritardato, ma che diventano fondamentali per migliorare.


Occhio all'onda!

Per non perdere il momento

Un allenatore vive di piccole, ma nello stesso tempo di grandi soddisfazioni.
Bisognerebbe fare sempre una fotografia di quando si inizia a lavorare per poi ripeterla con costanza e regolare cadenza. Alla fine, accostando i vari fotogrammi, ci si può rendere conto del lavoro effettivamente portato avanti e della crescita avvenuta.  Questo è un sistema.

A volte però il lavoro ti regala delle sorprese e allora senti dalla voce di un tuo atleta, al termine di un esercizio che non riusciva a mettere in atto qualche mese fa, “però allora l’allenamento serve veramente!”   Questa testimonianza diventa la vera spinta per continuare a lavorare e a credere in quello che si sta facendo.  È qui che scatta il momento di maturazione dell’atleta, quando tocca direttamente con mano il risultato, quando cioè raggiunge l’obiettivo. In questo momento nel suo patrimonio personale si scriverà un nuovo capitolo che gli permetterà di  proseguire al meglio la sua maturazione. 

Monitorare la crescita e gli sviluppi dell’allenamento serve a due scopi precisi. Il primo per avere dei chiari punti di riferimento se il lavoro proposto e fatto ha delle ripercussioni positive e in quanto tempo, mentre il secondo obiettivo è ricevere dai dati informazioni su come proseguire il lavoro senza mai adattarsi alle proposte precedenti. Ciò che poteva andare bene tempo addietro, magari non può andare bene oggi o tanto meno per un futuro prossimo o remoto.

Annotarsi i miglioramenti sarà molto utile e diventerà un punto di riferimento preciso per l’allenatore e per il suo atleta. Interessante prendere nota non solo dei vari test effettuati, ovviamente, ma anche dei  piccoli miglioramenti che magari si possono notare durante l’allenamento.
Molto spesso l’atleta che effettua il Test potrebbe pagare l’ansia da prestazione e non ottenere i risultati sperati, mentre durante l’allenamento l’atleta è libero di esprimersi, senza nessuna preoccupazione. 
Comparare eventualmente i due dati (test consapevole e test inconsapevole)  risulterà molto utile per capire se il proprio atleta è affetto da questa “malattia”!
Spesso e volentieri applico questi sistemi proprio per capire in profondità l’atleta con cui lavoro. Interessante successivamente mettere a conoscenza di ciò lo stesso atleta consegnandoli i risultati dell’analisi fatta.

A casa e  ora anche qui, ho “tonnellate” di quaderni di appunti con disegni, percorsi di gare, idee che nascono osservando gli allenamenti, gare, video.   Scrivo tutto perché ciò mi dà modo di concretizzare in quel momento il pensiero e successivamente per riprenderlo e rielaborarlo. 


Interessante e soprattutto comodo per ritrovare e ritrovarsi

Occhio all'onda! 

Rua Mato Grosso la strada di casa

... prosegue da Rua Mato Grosso

Alcune settimane fa sicuramente l’argomento di discussione erano le elezioni del Prefeito e cioè del sindaco. La campagna elettorale è stata molto colorata nel vero senso della parola! Praticamente se la giocavano due personaggi e cioè  il numero 40 e il 65; i nomi francamente non me li ricordo, ma neppure loro si sforzavano in questa direzione puntando soprattutto sul colore e sul numero.  Il primo vestiva tutti i suoi sostenitori di giallo e l’altro di rosso. Entrambi piazzavano molte persone ai semafori con bandiere e volantini e,  mano a mano che ci si avvicinava all’evento, le persone di giallo o di rosso vestite andavano aumentando. Tanto che arrivare ai semafori ti sembrava di essere all’arrivo o alla partenza del gran premio con bandiere che svolazzavano ovunque e con tanta gente che ti accoglieva.  La ripartenza al verde risultava sempre molto complessa. In quei giorni ho riempito la macchina di santini elettorali e di pubblicità varia. Sì perché ad approfittare della situazione erano i vari punti vendita che, con proprio personale, distribuivano assieme ai programmi elettorali, , le offerte di questo o di quel centro commerciale. Insomma con uno stop facevi il pieno. Si dice che per stare con la bandiera in mano ai semafori i sostenitori prendessero 50 reals al giorno (poco meno di 20 euro),  ma la cosa in realtà poteva avere anche un altro risvolto:  gli stessi potevano  riversare quei soldi nelle casse del candidato che, se eletto, avrebbe restituito con gli interessi eventuali favori che lo stesso “sbandieratore” avrebbe richiesto. Il problema però è sempre lo stesso e cioè avere l’uovo oggi o la gallina domani? Il rischio che il candidato non fosse eletto era pari al 50%  quindi prendere  i 50 real o investire nel futuro nella speranza che il vento giri nel verso giusto? 
Terminate le elezioni, la gente sulla Rua Mato Grosso, ha ripreso il suo tram-tram normale e molto probabilmente oggi e per i prossimi quattro anni non si parlerà più di politica.  I  discorsi tornano a essere quelli di sempre. Si parla di storie conosciute o di nuove nascite che qui sono sempre numerose. I bimbi certo qui non mancano e tutti si danno un gran da fare per aumentare il numero di brasiliani. 
La cosa è sicuramente interessante.  Certo è che le famiglie hanno una dimensione diversa da quella che noi abbiamo come modello.
Arrivando quasi alla fine della strada si incrocia prima avenida Argentina e subito dopo avenida Costa e Silva e qui finisce Rua Mato Grosso che aveva preso vita dal lato opposto da avenida Felipe Wandscheer. Se si gira a sinistra ci si trova di fronte al centro commerciale più grande di Foz. Ci si trova di tutto ed io ogni altra sera vado a far provviste per il frighetto che ho in camera. Giusto qualche bevanda, latte, yogurt e cereali per saziare i buchi della fame di  Zeno che alla sera torna da scuola  con un certo appetito. Se si gira a destra si affronta una strada molto grande che ti porta fuori dalla città. Qualche volta la percorriamo per andare ad allenarci sul lago a monte della grande diga di Itaipu.
Non ho scritto che su questa via c’è anche una base per il “Moto Taxi” che da queste parti va alla grande visto che costa poco ed è veloce. Le moto che usano sono generalmente Honda 125 o 200 gialle e questo servizio è operativo 24 ore al giorno e non ha pause per festività o per scioperi. Il moto taxi lavora sempre visto che non ha solo il compito di trasportare passeggeri da una parte all’altra, ma può essere contattato per una serie di servizi. Ad esempio se vi serve acquistare qualche cosa in Paraguay chiamate il Moto Taxi, lo fornite di tutte le informazioni necessarie e lui a breve tornerà con la merce richiesta. Si resta un po’ perplessi sul tema sicurezza vedendoli sfrecciare fra il traffico senza rispettare limiti, incroci e semafori. A loro sembra tutto permesso.  
Due chilometri di strada nel cuore del Brasile, due chilometri di vita, una strada come tante altre, una strada però che giusto da un anno è diventata la via di casa.

Occhio all'onda!

Tango la fine del racconto

...
Abandonò su viejita,
que quedò desamparada
y loco de pasion, ciego de amor,
corriò tras de su amada,
que era linda,
era hechicera,
de lujuria era un flor,
que burlò su querer hasta que se cansò
y por otro lo dejò.
...



Quanti silenzi dopo la “Cumparsita” che riporta alla realtà  persone che avevano lasciato la loro quotidianità altrove. Così dopo strette di mano e abbracci importanti, calorosi e sentiti, riaprendo le portiere delle auto ci si riveste di quelle vite, tuffandosi nella notte. Storie diverse, lontane forse da quei passi eleganti, pieni di sentimento e di emozioni. Lontane dalla soavità di una musica che ha la forza di trasportare le anime altrove; quella musica che ha la capacità di farti entrare nelle persone per comunicare e trasmettere o prendere energia. La strada che ti riporta a casa la conosci. Se ti capita di passarci di giorno ti ritrovi spaesato o ti accorgi di percorrerla in maniera diversa con un significato avulso da  una andata o un ritorno da o per  una serata di ballo. In quella notte però l’aria che respiri parla di un’altra vita che ti proietta in un’altra dimensione  e che  forse condividi con chi  ti siede accanto, presente o no.  E allora le parole sono dolci carezze, gli  sguardi sono teneri, i baci timidi, i pensieri profondi. Ti accorgi che l’intesa in pista c’è perché è la conseguenza di un rapporto che si è rafforzato, maturato, cresciuto, negli anni e si è radicato così forte che niente e nessuno può strapparlo da una terra che lo custodisce con cura e fertilità, rinnovandolo giorno dopo giorno e restituendotelo in forme diverse che devi saper riconoscere ed apprezzare. Forse per te e per il tuo rapporto, forse per trasmetterlo ad altri nel tuo lavoro, nella tua passione, nell’unicità di ognuno. E rivivi gli abbracci della serata…ma è sempre uno solo quello magico, quello che ballando non ti fa sudare e che ti regala solo sensazioni forti tanto da fermare il tempo a quel primo bacio che ha avuto la forza dirompente di unire due  mondi, per dare vita ad altri.
Sulla via di casa ad aspettarti c’è una gatta bianca che magicamente ti appare graziosa e armoniosa sul muretto appena scendi dall’auto e sorniona e con quel passo felino ti si avvicina, si lascia fare una coccola e ti accompagna. Entra con te dalla porta principale, orgogliosa di quell’atto che la rende unica  e fedele ai suoi padroni e si ritira in disparte per lasciare spazio al loro abbraccio. Una doppia salida, un altro gancio, una dissociazione  e un’uscita americana ancora per raggiungere l’estasi assoluta dove i corpi si uniscono per diventare una sola persona, per essere uno dentro all’altra, per fondersi nelle note di una notte speciale, come tutte le notti passate assieme unite in un puzzle unico. Ma l’oscurità illuminata dalle stelle non  regala solo intimità, ma sa anche rafforzare e gioire di tanto amore con la consapevolezza che tutti i minuti condivisi vicini o lontani sono magici per l’eternità.


... 

Sintiò que desde el cielo,
la madrecita buena,
mitigando sus penas e sus culpas
perdonò.


Occhio all'onda! 


Rua Mato Grosso a Foz do Iguaçu

Rue Mato Grosso è una strada lunga poco più di 2 chilometri e correre quasi parallela ad  Avenida Paranà. Rimane all’interno e forma il quartiere Maracanà. Una zona in cui sorgevano lateralmente numerose favelas. Da dimore occasionali si sono trasformate negli anni in veri e propri agglomerati con tanto di bar e rivendita di genere alimentari. Il bar, nella parte iniziale della via, è  costituito da una tettoia in lamiera, un bancone di cemento e mattoni, un frigo  delle birre e degli espositori anni ’50. Il bazar dei generi alimentari sembra essere passato sotto un bombardamento, ma ha veramente di tutto considerando la fila di gente che sempre affolla questo luogo, con bimbi scalzi che passano sotto le gambe a tutti per prendere comande di chissà chi.  Nelle vicinanza c’era anche un primordiale campetto da calcio con le porte tenute in piedi miracolosamente e su un terreno che si addice più ad un percorso di bmx. I bimbi, scalzi, lo affollavano spesso e volentieri giocando con palle che non sempre si possono considerare tali. Sgonfie, spelacchiate, quadrate, gialle, nere, ma ciò che non ho visto mai cambiare è il sorriso sul volto di questi bimbi. Ciò che non ho mai visto mancare è l’energia per correre dietro ad un pallone. Ciò che non manca mai è il sole che illumina questi piccoli giocatori di calcio.
Poi il tempo passa e i governanti hanno deciso di dare una svolta  abbattendo il precario per costruirvi palazzoni che presto offriranno alloggio a molte persone.
Salendo lungo la via la scenografia piano piano cambia. Dopo la nostra Pousada ci sono due belle ville chiuse sempre impeccabili e pulite. Di fronte stanno costruendo due palazzoni. Fino a qui  Rua Mato Grosso e ha due sensi. Poco più avanti si può risalire la via da un lato solo. Qui ci sono sempre due cani che camminano tranquilli padroni della strada. Uno è alto alto chiaro, l’altro è pure chiaro ma è lungo lungo, potrebbero sembrare fratelli, ma sicuramente da padri diversi. Sono tranquilli  e non si affannano per nulla. Quando si avvicinano ai vari cancelli gli altri cani si agitano non poco. Questi ultimi abbaiano come forsennati e loro due osservano i colleghi con superiorità. I cani con padroni sembrano stressati con mille problemi, mentre gli spiriti liberi di alto e lungo sembrano godersela sotto i baffi. Forse loro qualche pasto lo saltano pure, certo è che sembrano non farci caso avendo in cambio la loro libertà, il loro essere i veri padroni di Rua Mato Grosso. Anche nell’attraversare la strada impressionano per classe e disinvoltura. Ho la certezza che qualche pasto caldo lo recuperino da una signora grassa, grassa che al sabato e alla domenica si siede sul ciglio della strada giusto fuori dall’uscio di casa. In effetti pensandoci, questa via ha due aspetti. Quello infrasettimanale e  quello dei week-end.  Il primo molto formale con la concessionaria della Hyundai aperta e con auto che entrano ed escono in continuazione. Poi ci sono due parrucchiere dove possono trovare spazio anche gli uomini per una accorciatina al capello.
Si arriva al secondo semaforo e sulla sinistra, di angolo, c’è una pizzeria. Ci sono stato qualche volta a mangiare la pizza. Non è male, ma devi pensare di andare per mangiare qualcosina, ma con la consapevolezza che non si va a mangiare pizza. Chiaro il concetto? Poco prima c’è il gommista dove mi fermo qualche volta a gonfiare le ruote della bici. E’ molto gentile e non mi chiede mai nulla. Le “borracarie” da queste parti sono numerose considerando che le strade non sono proprie e vere piste da biliardo, quindi a loro non manca il lavoro e la gente è contenta trovarle praticamente in ogni angolo.  
La particolarità però di Rua Mato Grosso è la gente che la popola nei fine settimana. Come una giovane mamma che dall’imbrunire del venerdì sera, all’altezza del primo semaforo,  fino alla domenica pomeriggio trasferisce sul marciapiede tavolino e sedie sulle quali ci piazza i tre figlioli. Giusto a lato pesca la comida da  una marmitta. Piazza sui piatti riso, fagioli e ogni tanto qualche pezzo di carne. I bimbi si alternano al tavolo o sulla strada per giocare con rudimentali e scassati giocattoli. Ogni tanto con loro c’è un signore, probabilmente il papà, visto che la bimba più vecchia, che forse arriva ai 10 anni, gli assomiglia molto. Quando i bimbi non sono a tavola, loro giocano a carte e sembrano raccontarsela e passarsela bene. Bevono mate e sorridono. Io quando passo in bici li saluto e loro sembrano per la verità non farci molto caso, più sorpresi sono certamente i bimbi che mi guardano e a loro volta mi sorridono. Ogni tanti ci trovo anche i due cani dallo spirito libero che si sdraiano vicino ai bimbi e aspettano in silenzio che qualcuno  allunghi loro qualche osso per farci serata.
L’altra cosa che sembra essere comune a molti che abitano qui è il fatto di lavare il metro quadrato di marciapiede che sta giusto in fronte alla porta di casa il venerdì pomeriggio.  Per farlo usano una pompa collegata all’acqua e così facendo praticamente inondano mezza Rua. L’effetto però è sorprendente perché i marciapiedi, con questo sistema, sono tirati a lucido. C’è anche chi li personalizza facendo proseguire la pavimentazione della casa fino al limite della strada.
C’è una casa azzurra molto particolare su questa strada con un albero gigante, di quelli che ti colpiscono e che non passano inosservati.  Con il tempo è cresciuto adattandosi alla casa stessa diventando un suo  complemento, ma la stessa casa  sembra essere stata costruita per lasciare spazio all’albero. Negli alberi c’è scritta la nostra storia, bisogna saperla leggere. Negli alberi c’è scritta la storia di un luogo basta saperla interpretare. Quindi risulta che l’architettura complessiva assuma un fascino molto particolare e se vogliamo unico nel suo genere. Mi attira questa abbinata di verde intenso della natura e l’azzurro della casa. Poi le tonalità cambiano relativamente alle ore della giornata e ovviamente alle stagioni. Così mi capita di passare quando il sole si è appena alzato e mi incanto a guardare il gioco di luci che questi due elementi riflettono.
Sono tante le persone che nel fine settimana o in serate molto calde si siedono agli angoli delle intersezioni. Si portano la loro bella sedia di plastica e se la raccontano...

                                                                                                                    prosegue

Tango il racconto che prosegue

La musica struggente finisce e lascia spazio ad un applauso lungo e appassionato, le luci ridanno forma ai volti. La magica atmosfera creata lascia il posto ai colori e ai contorni di spazi e dimensioni.  C’è chi batte le mani forte e c’è chi le mani le batte ancora a ritmo di musica. C’è chi ha gli occhi illuminati e chi sugli occhi porta il segno della commozione, ci sono donne che guardano il ballerino con desideri vogliosi e chi con tenerezza e rimpianto. C’è chi non ha aperto il cuore ai sentimenti e c’è chi viceversa il cuore lo ha donato al mondo per farlo migliore per renderlo vivo e forte. Non si proferisce parola lasciando alle espressioni del viso il compito di comunicare l’emozione provata e vissuta attraverso altri che interpretano arte e poesia.
Loro, i ballerini, ringraziano con inchino. Sudato, scapigliato, sfiora con lo sguardo la compagna, tra loro l’intesa, oltre al tango, non è più segreta, ma ora non ha più bisogno di mostrarsi.  Il loro movimento è piacevolmente trasgressivo e spontaneo, dai gesti raffinati, dalle parvenze profonde e intime, dalla gestualità ricercata e curata in ogni momento della vita.  Me li immagino camminare tra la gente, me li immagino in coda alle poste, me li vedo al supermercato spingendo il carrello nella vita di tutti i giorni. Una passione, come la vita non ti abbandona mai, neppure quando pensi o fai altro, neppure quando nel cielo si concentrano nubi nere e piove a dirotto.  Li vedo danzare roteando nella folla; li vedo fermi sul posto a portare il peso da una parte all’altra in attesa del loro tempo; li vedo con il “dedo gordo del pie” disegnare cerchi su pavimenti di marmo nell’attesa che l’immaginaria ballerina completi il giro, fino a quando un numero ti desta.  Ai tombini ci passano larghi, nelle vie scelgono la via della ronda, la gamba cerca l’appoggio sicuro del piede, l’adorno c’è quando lo spazio lo permette. La promenade è con pivot e chassè sincopato.

Ritornano in pista gli spettatori che ora hanno dentro di sé una carica diversa. E allora le sacade diventano più importanti, la postura è nell’immaginario creato da quanto poc’anzi ammirato.  E allora a ballare ci sono tanti uomini e donne che si immedesimano nei loro idoli, che si muovono con spirito nuovo. Ecco l’effetto tanto sperato, ecco la gioia condivisa di tante ore passate a studiare, passate a coltivare e a ricercare l’estasi del movimento. Un regalo che l’uomo fa a se stesso, un regalo apprezzato, voluto e agognato. Ci sono poi quei silenzi, quegli sguardi persi, quegli appuntamenti dati per un’altra notte, per un altro sogno, per... continuare a vivere avvolti nell’incantesimo del “dos por cuatro”.


Occhio all'onda! o  come dice il mio maestro Gra "Ocho adelante"

Tango un racconto

                           “il tango è l’unico ballo che vale la pena di imparare
       perché è l’unico ballo dove le donne finiscono per essere sincere.”


Si muovevano al centro dell’arena con sublime eleganza,  su quello stesso palco che pochi istanti prima era calpestato da sognatori abbracciati alle loro dame e che danzavano aspettando la loro esibizione. Un movimento armonioso o rude, un assecondare e donare con il corpo risposte a proposte a volte scontate e a volte inaspettate. Occupare spazi altrui per poi concederli parsimoniosi, intrecciando gambe e abbracci in quella danza sensuale, armoniosa, grintosa, rude o dolce qual’è il tango.
Le loro vite iniziarono lontane una dall’altra, ebbero storie lunghe e passionali in altri e con altri lidi, prima di essere uniti da forze superiori e forse invisibili che la danza ha saputo scoprire. Storie comuni per un certo tempo, illuse forse per un amore lungo ed eterno. Un amore però che si spezzò nel fremito di una mordida, di un ocho atràs o di una medialuna. Se amori finiscono altri nascono perché la vita non la puoi controllare o dominare, la puoi e la devi solo vivere intensamente. Amori che nascono con la complicità di corpi che si muovono guidati solo dalla musica e da sguardi intensi che ti scavano dentro e non lasciano posto a falsità. In un abbraccio sono nascosti mille messaggi, mille segnali di fuoco, mille stelle da illuminare in notti buie. In una salida c’è l’approccio ad un passo successivo, ad un pensiero d’affetto ad un gesto sincero. La poesia di tutto ciò si frantuma varcata quella porta quando scesi dall’arena le strade tornano a dividersi. Ognuno ritrova una realtà costruita forse per noia o forse per errore e ora conservata e custodita per ignari pargoli. Eppure il destino è nascosto e ti incontra quando non lo cerchi o se lo cerchi non lo incontri. Storie di uomini, storie di donne, storie di amori espressi oppure nascosti, che trasudano in ogni passo in ogni gesto accompagnati dalla struggente musica del bandoneon. Perché nascondere sentimenti e gioie di passioni chiari e genuini come l’acqua che sgorga dalla sorgente per restare a vivere e non vivere situazioni ambigue e confuse in una ricerca di una normalità che nessuno può e deve definire? Il roteare sui passi dell’infinito ricercando un’estasi divina, dispensando emozioni e gesti a chi come te è attratto dal vortice di un approccio intenso e unico che nasce, vive e finisce nell’arco di quella tanda.  Effimera alla ricerca di un partner con cui accoppiarsi, con cui ballare, con cui condividere quel momento del ballo per sentirsi viva, per sentirsi in quell’istante eterna. E così per pochi o per molti minuti è rivivere velocemente e in continuazione il primo bacio. Dall’invito civettuolo gradito, sperato e atteso, al primo tocco quasi sfiorato. Il veloce approccio e disinibito battibecco di una storia che salta le tappe consumandosi sotto gli sguardi attoniti di chi ti circonda, ma come te malato, ammagliato, comprovato dalla stessa passione. Difficile credere che non sia così se il tango è veramente complicità in quel attirarsi e respingersi in quel vivere la tensione di un abbraccio ora forte ora sciolto. Capace di dividere coppie per formarne delle altre, capace di toglierti dal sonno, capace di portarti lontano, capace di farti fare ciò che mai faresti se non fossi spinto da una forza che ritrovi nel rito sopra raccontato.


Occhio allonda!  

... prosegue 


Adigemarathon uno stimolo per migliorare

Una delle opere di Alviano Mesaroli
Il logo della IX edizione
Ci sono volute nove edizioni dell’Adigemarathon per riuscire a portare sul palco di Pescantina Alviano Mesaroli. Mai prima di oggi il mitico uomo dell’Adige ha fatto la sua comparsa davanti al numeroso pubblico che da sempre anima questa manifestazione. Le sue parole, a fine gara,  sono state poche, ma precise: “è andato tutto bene, quest’anno nessuna ambulanza si è mossa e nessun medico ha lavorato, grazie e arrivederci”. Coinciso, sintetico, essenziale. In queste poche parole un sunto del suo grande lavoro capace di coordinare oltre 300 volontari impegnati nel suo settore: la sicurezza. Ma se queste sono state le parole che hanno definito in maniera eccelsa questa nona edizione allora non possiamo neppure trascurare di sottolineare che per la prima volta l’organizzazione si può dire soddisfatta a 360 gradi. Certo c’è sempre da migliorare e le idee per il futuro non mancano, ma questa volta ho visto negli occhi di tutti i partecipanti la gioia di essere presenti con l’orgoglio di dire: quest’anno c’ero anch’io. Nessuna nota stonata. Per la grande riuscita e per onestà dobbiamo dire che tutto è stato il frutto di una perfetta sincronia di elementi, primo fra tutti una giornata estiva preceduta da una settimana che ben faceva sperare per il week-end. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Elogiare e dire quando siamo bravi poco serve quindi andiamo subito a capire quali sono stati i punti dolenti o da analizzare per guardare al futuro con serenità.

Chiudiamo un occhio per i soliti “portoghesi” che si infilano nella discesa, sfruttando tutti i servizi dell’organizzazione a discapito non tanto di chi cerca di offrire il massimo servizio a tutti, ma soprattutto a discapito di chi invece regolarmente c’è e paga la quota di partecipazione. Mancanza di rispetto verso i compagni di discesa, mancanza di rispetto verso tutto il movimento della canoa, ma si sa che è difficile spiegare ciò agli asini che tali sono e tali resteranno.

La nona edizione di questa manifestazione, riconosciuta da tutti come il più partecipato ed eterogeneo avvenimento nazionale e non solo per lo sport della pagaia, ha però messo in evidenza tante problematiche per il nostro sport.

Partiamo dagli espositori che quest’anno sono diminuiti nonostante che le richieste di collaborazione dell’organizzazione siano rimaste inalterate, anzi sono stati offerti dei buoni pasto in più rispetto al passato. Ora c’è veramente da chiedersi perché chi opera nel settore non spinga per avere più  manifestazioni di questo genere. Sempre restando fra gli espositori mi sembra di capire che ci sia poca volontà di fare un fronte comune per cercare di  crescere numericamente il nostro sport. Ognuno cura una propria nicchia cercando di definire chiaramente i propri confini, facendo così però il rischio è di restare piccoli e mantenere piccolo il giro degli appassionati e praticanti.

L’assoluta assenza da parte degli organi istituzionali sportivi è stata notata da molti; unica eccezione i  discorsi di circostanza di pochi minuti del neo eletto Alessandro Rognone e del presidente del Comitato Regionale Veneto Fick Andrea Bedin.
Perché la Federazione Italiana Canoa Kayak non sfrutta gli spazi aperti dall’Adigemarathon, a costo zero, per farsi propaganda? Cosa potrebbe costare alla Fick impiantare uno stand  promozionale come ha fatto il Comitato Organizzatore dei mondiali di canoa discesa sprint di Solkan del prossimo 14/16 Giugno  2013? Assolutamente nulla considerando il fatto che i due rappresentanti sloveni sono stati ospiti del Comitato Organizzatore dell’Adigemarathon per vitto e alloggio e per stand espositivo, come i giudici arbitri della DAC ai quali, sempre il Comitato Organizzativo Adigemarathon paga anche le spese di viaggio. Per la Federazione essere presente a questi avvenimenti significherebbe visibilità e possibilità di contattare direttamente i nostri sponsor per i loro interessi. Si aprirebbero contatti. Per fare ciò, ci permettiamo di suggerire alla Federazione di dotarsi di un buon ufficio marketing che curi tutti questi aspetti: essenziali ai giorni nostri per cercare si sopravvivere. Mandare in giro i consiglieri federali anonimi poco serve, anzi...

Facciamo un discorso generale in relazione al movimento agonistico nazionale per capire il livello di partecipazione, con la seguente premessa: un atleta e una società dovrebbero avere come obiettivo principale quello di partecipare alle gare e competere per misurarsi. Questo è e dovrebbe rimanere lo spirito dello sport agonistico con la consapevolezza che più si gareggia e più si cresce a livello qualitativo, tecnico, emozionale, fisico e motivazionale.
Rimango sconcertato come addetto ai lavori vedere che le società di velocità sono praticamente assenti rinunciando ai ricchi premi in denaro e soprattutto non offrendo ai propri atleti l’opportunità di competere, di misurarsi e quindi  di crescere agonisticamente.

Rimango convinto che il livello numerico e qualitativo sia decisamente basso per la  canoa italiana. Frutto di questa mancata programmazione e opportunità.

Nel settore discesa fluviale troviamo il 47enne  Cesare Mulazzi vincere i campionati italiani senior di marathona su Mariano Bifano di oltre 2 minuti e staccando pure il miglior U23. Possibile che nessuno si chieda che cosa stia succedendo all’intero movimento?  Destatevi dal letargo perché la notte di San Lorenzo potrebbe arrivare presto per qualche giovane stella perché  se non verranno supportate a dovere, spingendo con forza la canoa discesa all’interno dell’ICF, cadranno inesorabilmente come tutte quelle che ho già visto dissolversi alle prime luci dell’alba. Nate e velocemente  spente nell’anonimato dopo che molti si sono riempiti la bocca dei loro successi giovanili.

Che cosa manca quindi al movimento per cercare di ovviare a tutte queste problematiche? Semplice... apparentemente, ma sicuramente manca la volontà di riunire tutte le forze in campo e riconoscere limiti e difficoltà, creare un gruppo di lavoro e andare diritti all’obiettivo, per riempire il più possibile piazze e fiumi ogni domenica dell’anno per propagandare con i fatti questo sport magnifico nella natura,  come l’Adigemarathon sta facendo da nove anni.


Occhio all’onda!

p.s. mi ero ripromesso di non scrivere più nulla sulla discesa visto che tutto va bene come mi è stato più volte detto! Quindi  scusate per l’intromissione ritorno nel mio mondo dei paletti portando comunque con me l’amore che ho per questa stupenda specialità che vedo sparire piano piano nell’indifferenza.

Sulla strada di casa

Sono arrivato alla stazione dei bus a San Paolo alle 11 della mattina partendo da Piraju alle 5,45. A quell’ora mi aveva accompagnato alla partenza Pepe che ieri ha fatto una finale da incorniciare e da ricordare a lungo... proprio una bella prova. Il ragazzo è in crescita e in casa, davanti alla sua gente, rende al mille per mille. Su acque invase da gorghi e ritorni d’acqua enormi, tanto che ti sembra di pagaiare in mezzo al mare in tempesta perdendo spesso e volentieri la stella polare per andare a visitare i fondali marini.  Zeno ha dovuto lottare  anche contro il vento sia in prima manche che in seconda chiudendo entrambe le prove con due salti di porta, nel senso che proprio le porte, quando è passato lui, non si sono viste!
Abbiamo attraversato la capitale Paulista a lungo in mezzo alle nuove costruzioni che si ergono sopra favelas a perdita d’occhio. In poco tempo tutto ciò dovrebbe sparire e le case di cartone con il tetto in lamiera dovrebbero lasciare ovunque il posto ai grattacieli.  Il sole è alto in un azzurro primaverile e io sto ripensando ai tre giorni di gare sul fiume Paranapanese. Stavo rivedendo mentalmente il gruppo di giovanissimi che hanno partecipato alla gara e mi rendo conto che fra loro c’è qualche bel talento, tanto fra i maschi, tanto fra le femmine.
Per preparare i mondiali junior del 2015 a Foz inizieremo con il prossimo anno ad avere degli stage per questi giovani proprio sul canale di Itaiup per iniziare un graduale lavoro di impostazione tecnica con loro e con i loro allenatori di società. Questi tre giorni di gare ci sono serviti anche per mettere in essere il sistema video, quello che l’ICF chiama il “Technical Video System”, e che avremo da oggi in poi a tutte le gare nazionali e fisso al canale di allenamento. Sarà così facile analizzare la gara e gli allenamenti. Oltre il fatto che sarà disponibile su internet per tutti con lo scopo di creare una base per il confronto tecnico.
Prossimo appuntamento per i miei atleti saranno i campionati brasiliani di slalom a Tres Coroas, dove nel 1997 furono disputati i campionati del mondo di slalom.

Altra cosa interessante che è successa a Piraju è stata quella di incontrare alcuni professori dell’università di San Paolo per discutere su alcuni test fisici da proporre  agli atleti della squadra permanente di slalom. Ci siamo confrontati a lungo e io ovviamente ho portato la mia esperienza in relazione a tutto ciò.

Capisco perfettamente le esigenze di chi si dedica allo studio per teorizzare il movimento cercando di dare risposte fisiologiche e biomeccaniche ai gesti atletici. Capisco anche che tutto ciò può essere importante per creare letteratura specifica in merito, ma in ogni proposta c’è sempre da capire dove si vuole parare. Soprattutto mi piace capire il perché e l’utilità che ne possiamo ricavare direttamente da tutta una batteria di test che ci è stata proposta.
I test per lo slalom sono molto ambigui e soprattutto molto difficili da realizzare se partiamo da un principio semplice che è legato al gesto tecnico. I risultati dei test dovrebbero offrire all’allenatore la possibilità di programmare gli allenamenti su dati più o meno scientifici, oltre ad un’altra serie di possibilità come quella di tenere monitorati i ragazzi nella loro crescita e sullo stato dell’allenamento. Si offre  la possibilità di conoscere, ad esempio, la soglia anaerobica individuale e su quella basare poi l’allenamento, ma come si può arrivare a definire ciò nel momento in cui l’atleta nel ripetere il gesto commette un errore  o più errori andando a lavorare su frequenze cardiache diverse da quelle proposte?
Nel passato ho dedicato molto tempo a tutto ciò e possiamo dire tranquillamente che con Roberto D’Angelo siamo stati dei precursori in questo campo. Mi ricordo sul Limentra agli inizi degli anni ’80 che giravamo con caschi tecnologici con tanto di antenne e trasmettitori, quando il wifi non si sapeva neppure che cosa fosse, per non parlare di internet. La macchinetta del lattato era direttamente il prelievo del sangue e prima di avere i dati bisognava congelare tutto e portare in laboratorio.

Lo slalom però ha un limite ben preciso e determinante e cioè che spesso e volentieri il gesto non è ripetitivo, elemento quest’ultimo su cui si basano la gran parte dei test. Ecco perché la maggior parte delle prove è fatta su acqua ferma facilmente ripetibili e di sicuro monitoraggio. Diventano interessanti per chi non ha acqua mossa e che non può trasferirsi in aree calde durante la preparazione, ma non li trovo così necessari per chi ha invece l’opportunità di lavorare sul gesto specifico sempre. Hanno anche un altro aspetto che se ben proposti agli atleti potrebbero essere motivanti.
Avevo trovato interessante monitorare alcuni allenamenti con il prelievo di lattato per capire se effettivamente si sta lavorando all’intensità voluta al fine della finalità voluta da quella sessione di lavoro.  Lattato e frequenza sono elementi interessanti per verificare ciò.

Vado a mangiare qualcosina prima di imbarcarmi per tornare nel vecchio continente. Mi aspetta una settimana intensa: Adigemarathon, Amur e Raffy oltre al tango. Cosa dite è pretendere troppo per una sola settimana a casa?

Occhio all’onda!

Scoprire la propensione dei vostri allievi

Finito l’allenamento lascio quasi sempre ai miei ragazzi una quindicina di minuti liberi da usare a piacere. Mi interessa guardarli e capire come utilizzeranno quello spazio di tempo dopo una sessione di allenamento ben definita. Da come useranno questo tempo si potranno fare delle considerazioni individuali molto interessanti e che potranno influenzare le proposte di allenamento successive. Giusto per citare qualche esempio diciamo che c’è chi non contento della sessione ritorna a fare le stesse porte, quasi come se fosse una serie di ripetizioni in più, perché quelle fatte magari non sono state sufficienti ad appagare la sete di allenamento. Oppure non ha ricevuto le risposte che si sarebbe aspettato,  C’è poi chi ne approfitta per andare  a rivedere solo ed esclusivamente alcuni passaggi sui quali ha riscontrato difficoltà fuori misura. Chi, viceversa,  va a pagaiare sull’acqua piatta, lasciando mente e corpo liberi di muoversi senza pensare per defaticare. C’è chi viene da me a parlare di quello che non è andato. C’è chi viene a parlarmi di quello che è andato bene. C’è chi mi ignora se è andato male, quasi avesse paura confrontarsi, con la conseguenza di chiudersi  in se stesso e  metabolizzare male la sessione di allenamento appena conclusa.
Tutte risposte diverse determinate dalla motivazione individuale e anche dal momento specifico. Dalla loro reazione si può capire per quale fattispecie di allenamento ogni atleta è predisposto. Nel senso che alcuni sentono la necessità di fermarsi a  lavorare su un singolo gesto fino alla noia, ripetendolo e trovando giovamento proprio dal numero di volte che si va a rifare. Alcuni, invece,  più insistiamo su una sola manovra e più questa gli viene difficile da attuare e da mettere in pratica con regolarità. Viceversa questi elementi rendono di più nel momento in cui si cambia spesso tipo di lavoro anche all’interno della stessa seduta.

Io sono un tipo che amavo ripetere mille volte un determinato gesto fino all’esaurimento, cercando ogni volta la sensazione che mi spingeva ad avere certe risposte motorie. Godevo nel sentire la canoa e la pagaia nell’acqua, ero una macchina da allenamento perché godevo nella ripetitività. Cercavo nella stanchezza fisica che si andava ad accumulare, la lucidità mentale per rispondere sempre allo stesso modo sia dal punto di vista tecnico, che fisico. Ero influenzato dal principio che solo dalla stanchezza arrivava il miglioramento. In realtà non è proprio così o lo è solo in parte.

Ora da tecnico mi rendo conto che non posso influenzare la predisposizione naturale di ogni persona;  posso solo cercare si scoprire qual’è  e aiutarla a capirsi e conseguentemente esprimerla.   Questo perché sono estremamente convinto che si possa arriva ad un risultato seguendo strade diverse. Il difficile è capire quale metodologia è migliore o  si adatta meglio alle  caratteristiche dell’atleta da seguire.

Mi rendo conto che molti allenatori in questo periodo si danneranno per fare delle tabelle di allenamento legate allo sviluppo della capacità aerobica, considerando il periodo dell’anno in cui siamo entrati. Suggerisco a questi allenatori di fare alcune riflessioni in merito al tema proposto nei precedenti post e cioè la velocità. Sacrificare la velocità per dare spazio al lavoro di endurance potrebbe creare grossi squilibri tecnici che difficilmente poi riusciremo a recuperare. Sarebbe forse meglio incrementare i volumi di lavoro lentamente, mantenendo la velocità. Lo scopo è quello di arrivare alle distanze di gara non attraverso un lavoro di rifinitura, ma bensì l’opposto e cioè un lavoro di costruzione su elevate velocità.

Magari ci torniamo sopra se qualcuno di voi è interessato -

Occhio all’onda!

Velocità personale! Banalità?

Questa sera dopo aver accompagnato a scuola Zeno e gli altri ragazzi mi sono fermato al Super Max in rua Edmundo de Barros sulla strada per tornare alla Pousada. Dovevo comprare pane, prosciutto e formaggio per la colazione di domani mattina. Edmundo de Barros era un ufficiale brasiliano che nel 1897 definì il parco delle cascate do Iguaçu, subito dopo che Argentina e Brasile avevano marcato i confini. La strada è un continuo sali e scendi che ti porta diritto in avenida Paranà. Al Super Max finalmente ho trovato terriccio e alcuni vasi per le mie piante grasse che da diverso tempo mi imploravano per avere più terra e soprattutto un appoggio più consono alla crescita che in questi ultimi periodi è notevole. Arrivato alla Pousada mi sono dedicato al giardinaggio da camera! Ora le due piantine succulente sono state divise e ognuna ha un suo vaso e una sua collocazione, una sul tavolo e l’altra sul davanzale della finestra. Considerando poi il fatto che al Super Max avevano le roselline in promozione ho pensato bene di approfittarne.
Domani si va a Piraju, 800 km. a nord di Foz ad ovest rispetto San Paolo. Andiamo a fare l’ultima tappa della Coppa do Brasil di slalom. Poi io torno a casa per una settimana a lavorare per l’Adigemarathon, mentre Zeno si ferma qui per fare la prova di ammissione all’università e allenarsi. Marina si è tagliata i capelli e a detta di Raffy sta molto bene. Mi sono incavolato con Teo e con Emma via Skype perché non è possibile non capire che ci sono momenti a cui non si può mancare... cascasse il mondo! 


Va beh, al di là della cronaca sono soddisfatto dell’allenamento di oggi con i ragazzi. Li ho visti cresciuti e maturati sotto molti aspetti. L’allenamento di tecnica su un tratto di canale ti permette di concentrarti bene su ogni particolare, curando i dettagli. Oggi abbiamo usato il grande rullo centrale (che qui chiamano Jack)  per ricordarci come saltarci sopra ad alte velocità con l’obiettivo di virare poi dalla parte opposta al fine di infilare una risalita con la conseguente uscita. Dov’è il trucco o meglio su cosa ci siamo concentrati per raggiungere l’obiettivo tecnico del giorno? Sono partito dicendo ai ragazzi di arrivare con inclinazioni diverse rispetto al buco e di lasciare le spalle in direzione della porta successiva. La conseguenza è stata quella che loro stessi hanno trovato l’inclinazione ideale per arrivare nella risalita successiva. Ognuno ha toccato con mano che cosa significa e soprattutto che cosa comporta cambiare l’inclinazione della canoa anche di pochissimo. L’altro suggerimento è stato quello di provare  ad affrontare il tutto a velocità diverse. Anche qui ognuno alla fine ha trovato la propria velocità ideale. Si crea così il concetto di "velocità personale" che può essere definita come  quella velocità che ti permette di fare tutte le porte senza perdere tempo. Banalità? Forse! ma è il primo passo per migliorare e su questo poi cercheremo di capire quando e dove provare ad accelerare.

Occhio all’onda!

Sacrificare l'entrata per privilegiare l'uscita

                                                                                                                     Io la sera mi addormento
                                                                                                                     e qualche volta sogno...

C’è una velocità ideale per eseguire una porta in risalita oltre alla quale è sconveniente andare? E’ una domanda  che mi pongo spesso e che giro ai miei atleti. Loro faticano a pensare che ci possa essere qualche cosa di positivo andando più piano, presi sempre dalla frenesia di essere veloci.  La velocità però in questo caso loro la ritengono come una aspetto non ben definito liquidandola come quell’azione eseguita nel modo più rapido possibile.  Ma la velocità a che parametro di riferimento la consideriamo? Quale deve essere l’assunto per dire se quella determinata risalita è stata fatta alla massima velocità possibile? Meglio ancora dove sta esattamente il riferimento vettoriale di inizio e termine dell’azione della risalita per definire la sua velocità nel suo complesso? Mi potrei fermare qui e innescare una sorta di dibattito. Considerando il fatto però che nessuno dibatte pur vivendo in mezzo a mille e oltre presunti allenatori che la sanno lunga e che poco dibattono, vi dirò la mia!

Ritengo che per lavorare su una risalita dobbiamo partire da un’azione che inizia ben prima della risalita in sé. E’ come per un saltatore in alto considerare lo stacco come azione unica e determinante per superare l’asticella posta ad una determinata altezza. Nel salto in alto abbiamo la rincorsa, lo stacco, la rotazione, il valicamento o azione aerea, l’atterraggio. Tutte queste fasi concorrono alla buona riuscita o meno del salto finale. Tutte devono intervenire in momenti diversi per mettere assieme quello che viene definito salto in alto.

Nel motociclismo, per impostare una curva, c’è un principio base: “sacrifico l’entrata per privilegiare l’uscita”, possiamo dire altrettanto per l’esecuzione di una risalita ottimale? O meglio dove deve iniziare il nostro sacrificio in funzione dell’obiettivo finale che è quello di essere il più veloce possibile dalla partenza all’arrivo?

E’ difficile spiegare agli atleti che si è più veloci andando più piano, è difficile da far passare come concetto base perché molto spesso gli atleti sono presi dall’ansia di dover fare e fare tanto.

Allora, se posso permettermi, darei un consiglio agli allenatori, anzi due già che ci sono.

1° prendere sempre i tempi dalla porta precedente alla risalita fino alla porta successiva, ovviamente se queste due non sono risalite a loro volta.
2° mai far finire un percorso in una risalita. Non considerare mai questa porta come il traguardo finale. In tanti anni di slalom non ho mai visto concludere una gara su una porta in risalita!

Il 30/12/2010 scrivevo sul questo  blog, come prendere riferimento cronometrico sulla risalita. Il concetto rimane, ma ponendo attenzione, e la successiva valutazione,  nell’azione complessiva che ci proponiamo di analizzare. Non soffermiamoci solo nella porta in risalita. Uniamo il tutto in correlazione per approfondire e capire dove effettivamente è il problema da risolvere per velocizzare il nostro atleta.


Occhio all’onda!

Entusiasmo - con Dio dentro di sé


Ho una particolare predisposizione per le magliette polo. Mi piacciono parecchio e ci sto bene. Le ritengo eleganti, ma nello stesso tempo sportive. Sono il massimo quando hanno anche il taschino. Per la verità non ci metto nulla dentro, ma mi sento rincuorato. Dovrebbe essere stato il mitico Jean Renè Lacoste a idearle lanciando il famoso marchio del coccodrillo. C’è poi l’incognita del colletto: su o giù? Secondo me è lo stile individuale di chi le indossa a dettare la vera regola. Ad esempio Richard Fox, che è un amante di questo capo di abbigliamento, la porta  sempre con il colletto alzato, Gli esperti precisano che dipende se si veste una  Lacoste o una Ralph Lauren. Questa seconda ha il colletto più piccolo e quindi si consiglia di portarlo rialzato. Bene!  A parte tutto ciò prendo spunto dall’osservazione di Nello Ricciardi al post precedente per restare sull’argomento dell’allenamento anche se avevo anticipato che avrei parlato dei percorsi di slalom. Considerando il fatto però che secondo me le osservazioni vanno prese al volo preferisco condividere il pensiero di un grande uomo, di un allenatore, di un dirigente e di un devoto soldato  prima di passare ad altro.  
Lui scrive: “Non c'è tecnica, non c'è velocità, non c'è resistenza o fatica che tenga se non c'è ENTUSIASMO”, poi Nello è molto carino e ci aggiunge dei complimenti personali. 

In effetti ha proprio ragione perché ci si può sforzare fino alla morte o strizzarsi il cervello per cercare mille soluzioni da proporre, ma se alla base di tutto non c’è qualche cosa che va oltre non si otterrà e non si vivrà appieno né l’allenamento né la vita. 

Il termine "entusiasmo" deriva dal greco antico enthusiasmòs, formato da en (in) con theos (dio). Letteralmente si potrebbe tradurre con "con Dio dentro di sé" o "invasamento divino" . Per gli antichi Greci, lo stato di chi si riteneva pervaso dal potere degli dei, come gli indovini, i sacerdoti e i poeti. Ma questo stato “divino” chi può darlo e dove lo possiamo ritrovare se accettiamo il fatto che deve stare alla base del nostro essere atleti, allenatori, uomini? 

Sono alcuni giorni che discuto con una cara Amica sul fatto che non basta vivere accontentandosi di andare agli 80 km. all’ora, bisogna viaggiare a mille utilizzando appieno l’energia che il buon Dio ci ha donato. Il problema suo è che è entrata in quello stato mentale che ti fa accettare la vita regolata dai perversi meccanismi dell’ingranaggio.   

           “non è che mi manchi la voglia
                  o mi manchi il coraggio
                  è che ormai son dentro
                       nell’ingranaggio”

cantava il buon Giorgio Gaber  e aggiungeva:
 
                         “e non fermarsi mai
                            e ritornare a casa
                           silenzioso e stanco
                          senza niente dentro
                   appena il cenno di un sorriso
                          senza convinzione.”


Ecco tornare a casa dopo l’allenamento senza la luce negli occhi, senza condividere le fatiche, senza il sorriso che tutto ciò ti può offrire diventa triste e poco conta quello che hai fatto in acqua, poco conta quello che hai fatto in ufficio e se hai accudito bene i tuoi figli o se pensi di essere comunque in pace con il mondo. Perdere questa luce è perdere l’entusiasmo,  è perdere l’aspetto divino di ogni individuo. 


Occhio all'onda!