Analisi Video

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Il confine tra Brasile e Paraguay a Foz de Iguacu è un mondo a parte. Tutto impressiona. Tutto sembra irreale. Tutto è troppo come nei film e nella fantasia sud-Americana di tutti noi. Eppure esiste, vive, pulsa, scorre come il tempo che in questo luogo, Ciutad dell’Este, sembra battere più velocemente che altrove. Un ponte sul fiume Paranà unisce le due città che in sostanza si sono fuse in una realtà unica. Si parla una lingua che non è nè portoghese nè spagnolo ma una loro evoluzione. Brasile - Paraguay, uniti da un unico destino: la diga di Itaipu che è stata ribattezzata per l’appunto Binacional. Una lunga vicenda politica nei primi anni ’70 per trovare un punto in comune con lo scopo di costruire e produrre energia elettrica su un fiume che si vede diviso in due da un confine.
Passi quel ponte e scopri che la vita ha altri valori, ha colori diversi, ha emozioni e profumi che fatichi ad individuare. Un aspetto futuristico in un contesto di povertà. Palazzi di negozi senza prodotti esposti sostituiti da una miriade di persone che ordinano e acquistano davanti ad un terminale. Tu devi andare lì con idee chiare sul prodotto che ti interessa e sei sicuro di portarlo via al miglior prezzo possibile in quel momento al mondo. Da qui passa tutta la cocaina del Perù verso gli Stati Uniti e verso l’Europa. Qui puoi tornartene a casa con una “Colt” o una “Magnum” senza problemi, nascondendo all’occorrenza anche qualche bomba a mano sotto il sedile della macchina. L’unica cosa che devi fare è mostrare il colore verde della moneta dello “Zio Tom”. Qui le guardie passano a ritirare le casse con i fucili a pompa e al confronto Terminator è un dilettante. Si posizionano agli angoli del negozio, tre di loro coprono le spalle della guardia che ritira l’incasso e, come i romani contro i galli, lo scortano dietro a scudi crociati.
Qui tutto vale soldi, anche la vita delle persone che, se non rispettano i giochi economici e la legge della strada, pagano salato il conto. Nessuno si scandalizza a vedere, sotto le insegne luminose delle grandi multinazionali, ragazzini che a piedi nudi e sudici, vestiti di stracci, corrono da una parte all’altra per portare pacchi che certo non sono per loro. Nessuno si scandalizza nel vedere vecchi senza età rovistare nella spazzatura per ricavarci il cibo quotidiano. Si vende tutto e di più. Pensate una cosa e qui c’è.
Da tutto il Brasile si organizzano pullman per venire ad acquistare coperte, materassi, jeans, magliette, ma anche accessori come I-phone, computer, altoparlanti per le auto che quando passano ti assordano per la potenza dei loro impianti musicali. Le liste di nozze si fanno durante il viaggio assieme ai futuri sposi che prima passano da qui per il corredo nuziale con amici e parenti.
Pullman sgangherati che magari hanno fatto tre giorni di viaggio e altrettanti dovranno fare per tornare a casa carichi di mercanzie. Viaggiatori che per tutto questo tempo vivono su poltrone di velluto, sulle stesse poltrone dormono, mangiano, giocano, parlano, scherzano, amoreggiano, e poi ancora mangiano, giocano...
Tempi morti lunghissimi alla frontiera per ispezioni che sanno tanto di tangente che la gente paga senza rinunciare però a contrattare come contratta gli acquisti per intere ore.
Ma ciò che veramente mi ha sconvolto e mi ha lasciato attonito è la chiusura dei banchi a fine giornata. Migliaia di venditori raccolgono le loro mercanzie e iniziano a impacchettarle con la massima cura. Magliette, cappellini, pantaloni, costumi, giacconi, asciugamani, coperte, cianfrusaglie di ogni ordine e genere vengono sistemate in scatoloni di cartone ricoperti da sacconi neri e sigillati con montagne di schotch. Il tutto viene depositato su carretti o furgoni che spariscono con l’accendersi delle luci della città. L’operazione è lunga, meticolosa, attenta, fra urla, mezzi e persone che mangiano, bevono, acquistano a loro volta e vendono le ultime cose. Una corsa per accelerare i già frenetici tempi di rimessaggio. Tutti si muovono come le formiche che trasportano le foglie all’interno del loro formicaio seguendo gesti che arrivano dall’istinto di sopravvivenza. Domani l’operazione inversa e alla fine ancora una volta tornerà come ora per 364 giorni all’anno si chiude solo a Natale! Le strade all’imbrunire sembrano essere state saccheggiate da Unni senza pietà, sembra impossibile che domani si riprenderà questa giostra in una città miracolosamente ripulita e lavata.

Sto rientrando a casa dopo aver fatto il giro del mondo. Ho lasciato un figlio nella parte australe, ho vissuto tante gioie ed emozioni in Brasile, eppure chiudo gli occhi e l’immagine di quel ponte è viva come le 40.000 persone che ogni giorno lo attraversano, lo animano, lo movimentano, lo calpestano. Gente che vive quel momento con l’entusiasmo di un bambino che corre per il piacere di farlo, per scoprire la vita, per illudersi che forse al di là troverà la risposte che tutti noi sempre e comunque cerchiamo. Mi accompagna la musica di “Back to life”, quasi propiziatoria... back home vorrei gridare al mondo, e il mio sguardo segue e si illumina con il sorriso di un bambino che, a quattro zampe, si muove e ride al mondo intero, nell’immensa sala d’attesa di Rio de Janiero, con l’unico dente che ha!

A Francoforte non ho problemi a capire che sono ritornato nel vecchio Continente, anche senza leggere o sapere la mia destinazione. Le facce sorridenti e colorate che ho lasciato sono sostituite da sguardi assenti, da visi scoloriti, da uomini in giacca e cravatta con borse da manager che affollano l’aeroporto in attesa di un volo che li porterà a concludere qualche affare importante o forse no! I pochi in jeans e con la pelle abbronzata, con i loro zaini colorati sono guardati come essere alieni, ma sono gli unici però che trasmettono serenità.

A casa mi aspetta il sorriso e la pizza di Amur e solo Dio sa quanto è buona. Mi aspetta il mio C1 preferito con i suoi occhi che mi sanno trasmettere gioia, emozione e tanta energia... il Brasile fino a fine Aprile può aspettare!


Occhio all’onda!
“Champions aren´t made in the gyms.
Champions are made from
something they have deep inside them
- a desire, a dream, a vision.”

Muhammad Ali



prosegue...

ora però mi piacerebbe fare un giochino semplice semplice perché secondo me ci sono ancora molti allenatori che pensano di insegnare tecnica e conoscenza ai giovanissimi, cosa pretenziosa e piuttosto limitante. Sono loro viceversa che ci regalano la possibilità di crescere e scoprire nuove evoluzioni tecniche. Mah! Seguitemi e rispondetevi ad alta voce.
Nella canadese monoposto abbiamo avuto quattro precise epoche. La prima iniziò con la storia dello slalom e cioè pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Cioè quando? ... rispondete a grandi linee....
Vi aiuto. Il 1945 ha rappresentato l’ultimo atto della guerra, lo slalom esordì solo quattro anni più tardi. Cioè quando?
Già che ci siamo scopriamo anche dove è stato disputato il primo campionato del mondo. Vi aiuto sempre io e vi dico laddove si mantiene a tutt’oggi la massima indipendenza dall’Europa, proprio nel suo centro. Si scia molto e Mikel Kurt è lo slalomista di quella nazione che è arrivato secondo in coppa del mondo. Facile no! Di che nazione si tratta?
Bene solo 20 anni dopo i primi mondiali abbiamo la prima vera sterzata per la categoria della canadese monoposto; ad imporre tecnica, canoe e stile sono gli atleti della primavera di Praga. Parliamo cioè della?
Uno stile basato principalmente su una forza brutale, ma anche da diverse ore passate fra i paletti dello slalom. Chiusa la loro stagione è la volta degli uomini di Bill Endicott a stelle e strisce. Parliamo cioè degli?
Bene il maggior interprete di allora fu un personaggio mitico che porta lo stesso nome di Bon Jovi il cantante o, togliendo una n e una y, dell’attore Depp. Si tratta cioè di? Ok ci siete con il nome e ora per il suo cognome basterà metter davanti al nome del suo allenatore una “elle”, una “u” e una “g”. Chiarissimo no?
Arriviamo alla terza grande generazione: l’attuale. Un transalpino e cugino di noi italici e uno slovacco. Il primo di che nazione è?
Bene abbiamo giocato e voi avete scoperto che il primo mondiale di canoa slalom si disputò nel 1949 in Svizzera. A dettare legge dal 1969 in poi sono gli atleti della Cecoslovacchia, che hanno passato l’eredità agli atleti degli Stati Uniti d’America e che il personaggio mitico è Jon Lugbill. Ora un francese e uno slovacco sono gli attuali leader della categoria.
Ecco questa è la “scoperta guidata”: costa energia e tempo perché per dirvi tutto ciò si possono usare 5 righe o 22! Nel secondo caso la fatica è evidente a tutti, ma il risultato è quello di condurvi ad usare l’intuizione e non semplicemente sentire delle belle storielline che tra le altre cose vi avevo già raccontato in vecchi appunti e aneddoti. La domanda che sorge quindi è: questi atleti che hanno cambiato la storia si sono limitati a seguire le strade dei vecchi, ad obbedire ciecamente alle regole tecniche proposte da chi li ha preceduti o la loro evoluzione è frutto di intuizioni, scoperte personali, nuovi stili e sfruttamento di innovazioni di materiali e mezzi?
L’altro aspetto che desidero sottolineare quindi è la necessità di utilizzare e di far lavorare con i più giovani persone preparate ed educate a ciò. E’ facile prendere il primo che passa e farlo divertire alle spalle dei ragazzi ridendo dei loro errori e della difficoltà con cui si propongo percorsi assurdi che metto in chiara evidenza l’incapacità non tanto di chi è sull’acqua ma di chi li propone. O ancora offrire ruoli di tecnico a chi dichiaratamente lo fa per i quattro euro che gli vengono offerti, pur sapendo che con questo sistema non si va da nessuna parte. La gravità maggiore però arriva da chi, pur essendo consapevole e responsabile di un settore importantissimo come quello giovanile, accetta tutto ciò!

Occhio all’onda!

Zeno up left - winter 2011

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Un strada lunga lunga




E’ una strada lunga lunga e larga larga per arrivare alla diga di Itaipu. La percorro tutti i giorni per andare e tornare alla mattina e per andare e tornare alla sera finito il secondo allenamento. E’ una strada popolata e colorata. Qualche volta nel primissimo pomeriggio mi fermo ad un chioschetto a bere un caffè lungo lungo che ingoio grazie solo alla quantità di zucchero che riesco a farci stare nella tazzina di plastica. L’illusione però di bere il caffè mi desta da quel momento di chetichella che mi prende a quell’ora. Eppure a pranzo mangio veramente poco e tante volte salto perché tra una cosa e l’altra non ho molto tempo, quindi non dovrei avere momenti bui. Al ritorno, viceversa assetato più che mai, mi fermo all’angolo della via dove ci sono gli uffici della Federazione Brasiliana per bermi una bomba ghiacciata di vitamine e zuccheri. Qui ogni giorno sosta un Volkswagen Van, ve lo ricordate quello arrotondato, uno dei primi nove posti che guidavi praticamente restando in piedi sul volante. Bene, all’interno, eliminati i sedili, ha preso posto una macina in cui la gentile signora, che mi sa tanto da druido Panoramix, ci infila la canna da zucchero e l’ananas. Il tutto funziona con un motore a scoppio e dopo vari passaggi puoi bere, con meno di mezzo euro, questa sorta di bevanda magica. L’effetto è spettacolare dopo una giornata passata sul campo di allenamento!

Lungo i 10 chilometri che mi separano dall’albergo al canale di canoa ho il tempo per guardarmi attorno e sempre scopro lati che non avevo mai visto in questo mio primo mese qui a Foz do Iguacu. Un punto preciso però aspetto sempre con molta ansia e con curiosità e ogni volta mi sembra di vederlo per la prima volta... è lo stesso effetto che mi fa Amur, ma questo magari ve lo racconto un’altra volta. La strada dalla città al canale sale leggermente e, a poco meno di due chilometri dall’entrata ufficiale alla diga più grande al mondo, si arriva sul punto più alto. In quell’istante si ha la visione della maestosità di quanto è grande e immensa questa struttura. La strada davanti a me scende e permette così di spaziare con la vista da est a ovest per qualche secondo. Hai sull’orizzonte la diga che incontra il cielo e sembra fondersi in una vista surreale.
In questo brevissimo tempo di transito ci si interroga sul mondo e sulla sua esistenza. Uno spazio temporale brevissimo, ma che, come lampi nella notte, ti illumina. L’occhio, ormai allenato a quel panorama, riesce anche a cogliere sullo sfondo la nube d’acqua che si forma da uno dei tre scoli di contenimento. Il risultato della fotografia è quello di altri tempi, immagine che si sfuoca e ti lascia esterrefatto ... non so se e quando riuscirò ad abituarmi a questa quotidiana visione. Una volta superata la barriera per entrare ai Itaipu con tanto di guardie e controlli accurati, si entra ai piedi della diga e ti catapulti in un altro mondo. Tutto è perfetto, l’aspetto della strada è liscio con spartitraffico di fiori che ti fanno entrare piano piano nella natura. Pochi chilometri e si incontra un laghetto invaso dai capivara. Questo è il bacino artificiale alimentato dal Paranà che rimane circa 3 chilometri a monte. Da qui prende vita il canale di slalom che nel 2007 ospitò i Campionati del Mondo e su cui noi, ogni giorno, passiamo diverse ore. Fra non molto qui verrà costruita una struttura con uffici, sala video, spogliatoi servizi, palestra che ci renderà la vita molto più facile risparmiandoci gli 80 chilometri giornalieri di trasporto.

Occhio all'onda!

... continua

E qui si conclude l'inverno!


A volte alcune giornate diventano veramente importanti. Ti fissano e ti rimembrano aspetti fondamentali. E’ stato così oggi con il gruppo del pomeriggio con cui ho lavorato con molto piacere e con il tempo che a volte ti sembra ti possa prendere in giro tanto passa velocemente.
Avevo il rumore del canale alle spalle che mi richiamava, ma ho preferito far finta di nulla e lavorare sull’acqua piatta per ripassare e per puntualizzare alcuni fondamentali. Certe volte ci vuole coraggio per saper dire no!
La pagaiata, che sembra una cosa scontata per molti e sulla quale si passa spesso e volentieri sopra, rivela in realtà la vera potenzialità di uno slalomista. Il modo con cui si ruotano le spalle e con cui si tira la pala in acqua con la relativa spinta dei piedi la dice lunga. Ho cercato di mettere nella condizione i miei giovani atleti di scoprire quante cose si possono fare mantenendo la pala in acqua sia per le canadesi che per i kappisti. Ho cercato di far capire che la pala non è altro che il prolungamento in acqua delle nostre mani e del nostro… “culo”. Risate perché pensavano che scherzassi, ma in realtà, dopo i vari sghignazzamenti e chiarimenti sul fatto che proprio lì abbiamo grandi neurotrasmettitori hanno “tastato con mano” quanto detto e proposto. Anche i più esperti tra loro si sono resi conto che se si utilizzano al meglio la rotazione delle spalle e la pala nell’acqua si risparmia la forza delle braccia che potrebbe venire buona al momento di dover cambiare ritmo o per risolvere situazioni con poco spazio e in maniera molto dinamica.
Domani proseguirò il lavoro con gli istruttori che seguono il lavoro del gruppo dei giovanissimi, più di 1.000 ragazzini che, tre volte alla settimana, vanno al lago ad apprendere l’eskimo e i fondamentali della canoa. Bisogna avere la certezza che i giovanissimi abbiano la possibilità di essere messi nella condizione di scoprire da soli le tecniche di base aiutati e coaudiuvati da personale preparato ed attento. Quella che viene chiamata la scoperta guidata. Ma come fare se ci si intestardisce a tutti i costi solo ed esclusivamente sull’apprendimento legato a gesti tecnici troppo schematizzati e senza dare spazio alla percezione dello stesso movimento? Ecco domani cercherò di trasmettere tutto ciò a chi deve seguire i primi passi... (pagaiate) degli oltre mille giovani brasiliani che si stanno mettendo in moto per un grande obiettivo.
Mi accorgo solo ora però che il 21 marzo è passato. E qui finisce un altro inverno fra i paletti dello slalom. Ringrazio tutti i lettori che mi hanno accompagnato dal 16 gennaio a oggi. Spero di avervi trasmesso emozioni sentimenti che abbiamo avuto la fortuna di vivere prima in Australia e ora in Brasile. Ho condiviso con voi preoccupazioni, dubbi, ma anche certezze e voglia di migliorare. Ho cercato insomma di farvi partecipi di tutto ciò che un allenatore dello slalom vive costantemente... spero di esserci riuscito.
Un ringraziamento particolare a tutti gli interventi che hanno animato e stimolato tutti noi. Sono certo che molti avrebbero voluto partecipare, ma forse per pigrizia non l’hanno fatto, qualche volta però bisogna sforzarsi per cercare di comunicare nella speranza che si possa sempre migliorare e superare momenti troppo statici e negativi per il nostro movimento. La stagione è ormai alle porte e quindi fra non molto si ritornerà a parlare di selezioni, noi qui in Brasile le abbiamo finite domenica scorsa. Torneremo ad emozionarci con la Coppa del Mondo per arrivare diretti al mondiale di Bratislava alla seconda settimana di settembre: selezione olimpica!
Che dire di più se non augurare a tutti una grande stagione fra i “paletti dello slalom” e naturalmente ...

Occhio all’onda!

Foz do Iguazu, 23 marzo 2011

Riferimenti visivi


Molti slalomisti si ostinano ad usare il palo come punto preciso di riferimento per eseguire manovre di rotazione o spostamenti specifici. In realtà non sempre i tracciati costringono l’atleta a tutto ciò, ma i meccanismi allenati in quel modo portano comunque a questo tipo di scelta. Dal mio punto di vista diventa un fattore limitante e sbrigativo: limitante perché troppo spesso ci si dimentica che si possono scegliere altre linee d’acqua per entrare nelle risalite oppure nelle porte in discesa: il palo, o la porta, diventa l’unico riferimento visivo dell’atleta creando dei limiti nella scelta di altre possibilità, senza considerare tutti i rischi che si assumono ruotando vicino o sul palo stesso.
E’ sbrigativo perché l’atleta nella sua analisi a secco non prende in considerazione bene i movimenti d’acqua che dovrebbero essere alla base di ogni spostamento sul tracciato.
Cosa si deve e cosa si può fare per far capire all’atleta di analizzare meglio l’acqua prima di prendere decisioni affrettate? Il primo consiglio che normalmente adotto è quello di proporre percorsi molto aperti che seguano l’acqua con il posizionamento del palo distante dal punto dove l’acqua è più vantaggiosa. In questo modo l’atleta non prenderà nemmeno in considerazione il riferimento visivo del palo, ma cercherà l’acqua veloce. Il secondo metodo che utilizzo è quello di costringere l’atleta, attraverso il posizionamento della porta precedente, ad utilizzare linee molto rette prima per arrivare in anticipo sul passaggio che mi interessa. Lo scopo rimane quello di cercare anche soluzioni lontano dalle porte che diventano in questo modo esclusivamente un passaggio obbligato niente di più. “De paso” si dice in portoghese di una porta posizionata in corrente e che si traduce bene con la parola transito che rende benissimo l’idea del concetto che vorrei esprimere. Myrian Jerusalmi, ora do per scontato che la conosciate tutti altrimenti chiedete a google.com, spiega bene il concetto dello slalom. In sostanza lei dice che è molto semplice basta seguire i numeri sopra le porte che ti dicono in che sequenza devi fare il tutto! Semplice no? Lo stesso concetto di quando guidate la macchina. Infatti i segnali sono posti diversi metri prima di quello che vogliono segnalare così successivamente vi trovate pronti a fare ciò che è indicato. Il tutto quindi con margine ed anticipo e non all’ultimo secondo rischiando di non fermarvi allo stop.
Mi sembra di avervi detto tutto in merito a questa idea che sto cercando di far percepire ai giovani atleti brasiliani e non inculcare. Ah! forse inculcare in questi giorni è un po’ inflazionato. E’ un po’ che sono fuori dall’amata Italia, ma le castronerie del nostro premier fanno il giro del mondo. Comunque e sempre TANTI AUGURI ITALIA!

TANTI AUGURI ITALIA

Una borsa metafora della vita


Chi l’avrebbe mai detto che il mio borsone olimpico finisse la sua avventura in un paese lontano, oltre oceano eppure la vita ci riserva sempre tante sorprese.
Mi ricordo quando lo ricevetti, faceva parte del completo olimpico per Atene 2004. Bello, robusto, una tela molto particolare, blu con inserti azzurri e il bianco ai lati con la scritta “Italia Team” e sotto il tricolore stilizzato. Su un lato porta il logo del Coni, che per la verità non mi piace molto e anche al sua simbologia mi lascia un pochino perplesso. Nel lato opposto il marchio dell’allora sponsor tecnico e cioè ASICS che come tutti sanno è l’acronimo di Anima Sana in Corpore Sano aforisma di “mens sana in corpore sano”. Già... quante avventure assieme e ora purtroppo è arrivato il tempo dei saluti, ma si sa che prima o poi bisogna affrontare questo aspetto della vita. Per la verità avrei dovuto lasciarlo morire tranquillo in Australia, infatti il danno finale successe proprio la sera prima di partire. Stavo chiudendo la cerniera principale e chiesi aiuto a Zeno perché effettivamente era troppo carico. In due si sa si fa meglio e non ci furono problemi a comprimere un pochino le cose al suo interno e a chiuderlo. Nel mentre però che eseguivamo una manovra che di per sé è sempre complessa e rischiosa, successe il patatrak! La zip si chiuse ma cedette un lato della cucitura. Zeno ed io ci guardammo molto perplessi. Il povero borsone ora si trovava ferito e pieno di mercanzie, ma soprattutto doveva affrontare un viaggio trans-oceanico, doveva esser preso in consegna da chissà quante mani e trasportato a lungo su nastri trasportatori che non hanno pietà delle loro prede. Loro, i nastri trasportatori, non guardano in faccia nessuno e vanno diritti verso l’obiettivo, poco importa se ad una curva il passeggero sbatte sugli angoli o su un cavalcavia scivola verso valle, tanto troverà qualcosa di più pesante che lo fermerà e lo riporterà a destinazione e soprattutto non parla, anche se i segni però, a volte, li porta evidenti.
Le alternative erano due. La prima cambiare borsa e abbandonare al suo destino il povero sventurato, ma non avevo nessuna voglia di rifare un’altra volta la fatica che avevo appena concluso. Facendo così avrei poi lasciato il mio figliolo senza bagaglio costretto ad andare a comprarsi una borsa nuova, visto che avrei dovuto prendere la sua. L’idea geniale però balenò prima negli occhi del giovincello e poi nella sua mente che espresse una banalità più che unica: “ che problemi ci sono all’aeroporto te lo fai imballare”. Giusto e così feci. A Buenos Aires, dove mi sono fermato una notte e ho dovuto cambiare aeroporto con conseguente nuovo check-in, ovviamente non ho sballato il borsone con la scritta Italia, per questo motivo ho dormito vestito in hotel e mi sono comprato uno spazzolino per i denti nuovo appena sbarcato a terra.
Arrivato a destinazione ho tagliato le striscette che lo tenevano unito e lui l’amico di tante avventure si è sciolto come neve al sole. La tasca laterale era un po’ che mi aveva abbandonato, il fondo era decisamente provato, ma tutto sommato manteneva il suo aspetto fiero non fosse altro per la grande avventura sportiva che aveva vissuto solo sette anni prima. Per dirla veramente tutta l’ho riempito ancora una volta visto che ho dovuto cambiare hotel, nell’illusione che forse mi ero confuso e che in realtà tutte le sue parti erano ancora integre ed efficienti. Mi sbagliavo anche se il vecchio borsone ha cercato di avere la sua ultima impennata d’orgoglio e mi ha condotto fino all’interno della nuova camera. Lì si è lasciato morire e lì lo lascerò portando però sempre con me un ricordo molto bello dei giorni trascorsi assieme. Mi sembrava giusto fargli conoscere il suo sostituto che ho appena acquistato su una bancarella nell’avenida Brasil per poco meno di trenta euro. Tutto nero, porta anche due rotelline su un lato per faticare meno nei tragitti tra i lunghi corridoi di aeroporti che non finiscono mai. Ha due barre di rinforzo nel fondo e ovviamente il tipo che me l’ha venduto mi ha assicurato che è di ottima qualità, tela grossa e zip a prova di bomba, importante è crederci!
Non facciamo un dramma però! Nella vita bisogna cambiare ed essere aperti sempre a nuove avventure, ricercare nuovi lidi con entusiasmo e passione. Non mi dimenticherò della mia vecchia valigia, non mi dimenticherò mai di tutte le cose che mi ha trasportato per il mondo, non dimenticherò mai il suo devoto contributo che ha contribuito a farmi vivere questa nuova e affascinante avventura.

Occhio all’onda!

L'uomo non è fatto per la sconfitta


«Con quel che ci è accaduto, quel che succede,
quel che conosciamo e quel che non possiamo conoscere,
inventiamo un qualcosa che non è una semplice rappresentazione,
ma una creazione totalmente nuova e più reale
di qualsiasi cosa reale ed esistente,
e se la rendiamo viva e
il risultato è buono, diventa immortale».

Ernest Hemingway



Vi prego passatemi il paragone, non mi sono montato la testa, ma lasciatemi dire per un solo momento che mi sto immedesimando in uno dei mie miti letterari e cioè Ernest Hemingway. Dai... non sorridete e se avete pazienza cerco di spiegarvi perché. E’ risaputa la passione per la pesca del grande scrittore statunitense e io guarda caso sono seduto a pescare in compagnia di Argos - il general manager della Federazione Brasiliana - discutendo di cose che sono la mia vita e che implicheranno per il futuro un enorme impegno. Attorno a noi una sorta di oasi di verde, palme, alberi, acqua, ruscelli che rinfrescano l’aria tutt’intorno. La canna da pesca in mano che ogni tanto ci fa sobbalzare sulla sedia con braccioli. Il pescetto fritto sul tavolo ci fa buona compagnia così come la freschissima Sol - una birra brasiliana che fa 4 gradi e mezzo e che ti disseta e ti tiene allegro.
Si parla dei progetti futuri, di quello che qui inizia già a concretizzarsi, del lungo lavoro che ci aspetta per cercare di arrivare preparati al sogno olimpico di Rio 2016. L’idea è quella di avere quattro centri sparsi per il Brasile con un riferimento nazionale che è a Foz do Iguacu dove fluiranno i migliori atleti per definire tecnica e preparazione. Nelle altre sedi si lavora con la base partendo dalle scuole con 4 allenatori per singola realtà impegnati costantemente sei giorni alla settimana per mettere le basi dello slalom. I giovani partono dall’acqua piatta con l’eskimo, poi impostazione sulle porte, verifiche tecniche, test, e avvicinamento all’acqua mossa. Si sta pensando a tutto, dalle sistemazioni logistiche, alle collaborazioni con medici e fisioterapisti, materiali tecnologici, alle strutture e come evitare errori che ovviamente ci saranno nel corso del lungo cammino. Ho preparato uno studio ed una analisi sul concetto di base che dovrà guidarci da qui al 2016, prendendo in esame esperienze internazionali per oltre tre decenni. Tutto ciò lo presenterò il 17 marzo ad una serie di figure che opereranno nel progetto. Sono fermamente convinto che il lavoro, unito a periodiche verifiche e aggiustamenti, possa portare lontano. E’ un puzzle che va unito e fatto funzionare attraverso una ottima gestione politica, amministrativa e ovviamente tecnica. Come dice il grande Alviano Mesaroli il lavoro dell’allenatore è quello dell’alchimista che cerca di trasformare i metalli vili in metalli nobili! Un lavoro delicato, paziente, dalle mille sfaccettature che mette insieme tante conoscenze, senza tralasciare la quotidianità e la pratica, perché senza tutto ciò non si può pensare di portare avanti grandi progetti.
Passeranno tanti giorni in mare aperto senza pescare un pesce, ma “l’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non essere sconfitto” come il vecchio Ernest ci ha insegnato.
Seduti vicino a me ci saranno vecchi e giovani amici che accompagnerò qui quando verranno a trovarmi. Pescheremo assieme, ci racconteremo le ultime novità, salteremo sulla sedia quando i grossi pacu abboccheranno alla nostra lenza. Li sfiniremo per qualche minuto prima di tirarli fuori dall’acqua. Saranno giorni che non dimenticheremo tanto facilmente, seduti a gustarci la birra leggera e fresca che c’è da queste parti e il buon pescetto fritto. Vi racconterò come stanno crescendo i ragazzi che alleno, vi racconterò e vi farò vedere che i sogni qualche volta possono concretizzarsi, che i sogni prenderanno forma e forse farete fatica a risalire sull’aereo per tornare a casa, ma comunque vada tutto ciò deve essere vissuto per capirlo e per sentirlo scorrere nelle vene.

Occhio all’onda!

Benvenuti in Sud-America



"Oh, deep in my heart, I do believe We shall overcome, some day"


Il maître ha maniche esageratamente lunghe e nel suo girovagare per la sala è costretto a tenere le braccia conserte. Beh! poca cosa visto che lui in teoria non deve usare le mani, ma controllare la situazione e parlare con i clienti. A servire e a prendere le comande ci sono i camerieri. I camerieri ve li raccomando, diciamo che sono sullo stile del capo, senza giacca per fortuna, ma hanno vita complicata perché ad ogni ordine devono scrivere due bigliettini e spesso e volentieri ci perdono dietro una vita. Scrivere non è proprio il loro mestiere e la penna la impugnano più come un mattarello che come uno strumento delicato per incidere lettere con senso compiuto. Hanno camicia bianca con colli troppo larghi tenuti uniti da papillon neri decisamente arruffati e stinti. Non che io sia un gran signore o un uomo avvezzo ai grandi servizi, ma era solo per darvi il benvenuto in Sud-America e per farvi capire che qui le cose girano in maniera piuttosto diversa rispetto al vecchio continente.
Ci ho impiegato un pochino per ri-ambientarmi, lo ammetto, visto che erano quattro anni che mancavo da queste parti e avevo perso i modi, i colori, i tempi, i profumi i suoni e gli odori, che si vivono e si respirano quaggiù. Il passaggio dall’Australia perfezionista al Brasile spontaneo ma pieno di vita, non è sempre facile. Le silenziose auto del continente australe con il cambio automatico che viaggiano su strade così lisce e diritte da farti addormentare sono in contrasto con le rumorose quattro ruote del continente americano che si muovono un pochino a singhiozzo per quella miscela di alcool e gasolio che utilizzano come combustibile. Aziono ancora, a distanza di una settimana, i tergicristalli invece delle frecce che qui sono sulla sinistra e là... sulla destra, come la guida.
Qui le strade sono giungle di buche, affollate da ogni tipo di mezzo. Si va da chi spinge un carretto carico di ferro o plastica agli stanchi e magri cavalli che si trascinano uomini in cima a carri che sembrano diligenze. Ci sono poi i Suv targati Paraguay dai vetri scuri che non rallentano sui dissipatori di velocità e tanto meno per fare passare la gente sulle strisce pedonali. Il resto sono auto di ogni genere bottate all’inverosimile che vengono usate fino all’ultimo respiro e poi sfasciate per recuperare qualche moneta sul mercato del ferro vecchio.
Lungo le strade si vende agua de coco fria. Agli angoli ci sono persone che cercano la via da prendere per mete sconosciute. Cercano, ma sembrano non trovare la via giusta o forse l’hanno trovata prima di noi, illusi di percorrere sempre il cammino più corretto e veloce.
I semafori vanno capiti ed interpretati. Informano sul tempo che rimane illuminando via via rossi o verdi diversi. Per le svolte a sinistra ci si porta al centro della strada e si sta pronti a partire appena possibile, non è come in Australia dove si passa uno alla volta... rigorosamente seguendo le strisce per terra che determinano il tuo raggio di manovra. Ma questo ve l’avevo già raccontato.
Gli autobus sfrecciano veloci e tante volte non si fermano alle fermate perché sono già stracolmi. La gente in attesa però sembra non darci peso e aspetta speranzosa o forse rassegnata il prossimo, che forse si fermerà.
Le donne hanno culi enormi che fasciano con jeans troppo stretti e si muovono su tacchi sempre esagerati. I negozi di scarpe come le farmacie sono ovunque e le calzature si possono acquistare anche a rate. Sulle targhette esposte nelle vetrine c’è il prezzo pieno e poi la suddivisione delle varie trance. Ci si può sfamare con cinque euro e mangiare dell’ottima carne per dieci. La gente per dissetarsi beve il “mate” che porta concentrato in un bicchiere di legno, per aggiungerci poi dell’acqua ghiacciata.

Il sole batte ancora forte anche se in teoria siamo a fine estate e ci si prepara per l’autunno. Le formiche, al campo da slalom, stanno lavorando ininterrottamente per mettere a dimora nelle loro case minuscoli pezzi di foglie perché marciscano e diano vita a quel fungo che le manterrà in vita nel periodo invernale. Non hanno pause, sono organizzate al meglio. C’è chi le taglia e passa al setaccio e chi invece trasporta dal produttore al consumatore, sembra di essere sulla Milano - Venezia nei giorni feriali con tanti Tir e macchine in ogni dove. Lavorano sodo anche le migliaia di persone impegnate a mantenere pulita l’area della diga di Itaipu, la più grande al mondo con le sue 20 turbine che producono il 25% di elettricità per tutto il Brasile e il 90 % per il Paraguay. Una realizzazione architettonica che fa paura per dimensioni ed estensione. Non ci si può fermare a pensare alla maestosità dell’opera perché ti verrebbe il capogiro e crolleresti a terra disarmato interrogandoti dove l’uomo potrà mai arrivare.

Benvenuti in Sud America!

Occhio all’onda!

Pala in acqua per entrare nelle risalite


Se c’è qualcuno che è in grado di darmi una spiegazione non dico scientifica, ma quantomeno plausibile, sul fatto che ogni volta che riprendo le cuffiette precedentemente riposte con cura nella borsa, le ritrovo immancabilmente tutte arricciate e aggrovigliate, lo ringrazio in anticipo! Perdo una vita per sbrogliarle e così mi innervosisco per nulla. Va beh, aspetto vostre delucidazioni e suggerimenti su come ripiegare questi fili magici. Nel frattempo vi faccio partecipi di una considerazione nata ieri durante il lavoro tecnico con i miei giovani atleti brasiliani. Ah forse ho saltato un passaggio, forse non vi ho detto che sono partito dall’Australia il primo marzo per venire qui a Foz do Iguazu nello stato del Paranà. Ricordate i mondiali del 2007? C’è un canale eccezionale e soprattutto un progetto di sviluppo per lo slalom che ha dell’incredibile in vista delle Olimpiadi di Rio 2016, ma di questo vi scriverò un’altra volta. Volevo parlare delle risalite e come approcciarsi ad esse. In un precedente intervento -

TERZA FASE DI UNA RISALITA
10 Febbraio 2011 -

davo per acquisito in senso generale questa fase delle porta da fare controcorrente e ne rimango convinto per quanto riguarda gli atleti di livello e quelli che hanno una certa esperienza. Ma la cosa non è assolutamente scontata nei giovani. Nasce con loro una problematica chiarissima e cioè quella di far capire e percepire come arrivare nella risalita e quale deve essere la velocità di entrata. Ecco perché ieri ho proposto varie soluzioni o meglio varie possibilità da provare e da percepire in acqua. Ho suggerito di cambiare l’approccio prima sperimentando un arrivo molto veloce, poi via via, sempre più lento (per quanto possa essere lento un arrivo su un filone d’acqua comunque di per sé veloce). Ad ogni tentativo i giovani junior provavano ad entrare con velocità diverse. Poi ci siamo concentrati per capire e percepire (scusate se insisto su questo verbo che va preso in considerazione sotto l’aspetto fisico e come esperienza sensoriale) come reagisce la nostra canoa a velocità diverse e soprattutto come ci si deve comportare con il corpo e la pala. Alla fine di due ore di prove su due porte i ragazzi hanno fatto loro un principio fondamentale che riassumerei velocemente in questo assunto: la tua velocità si deve relazionare alla possibilità di mantenere il più a lungo possibile la pala in acqua nell’ultima fase di avvicinamento alla porta. Sia nel caso in cui la risalita venga risolta con la pala in acqua dalla parte interna, sia con il colpo largo esterno. Diventa fondamentale l’approccio per guidare la canoa all’intero della risalita con il principio che è meglio perdere un po’ di velocità in fase di entrata, ma mantenerla sempre per tutta la rotazione della stessa all’interno e cercare di accelerare in fase di uscita. In questo modo si avrà sempre la situazione sotto controllo. Anche dal punti di vista fisico ci sarà un minor dispendio di energie con la possibilità di recuperare proprio in questa fase che di per sé sembrerebbe assurdo. Giusto per far capire anche per chi arriva dal nuoto... la risalita è come una virata nello stile libero o crawl. Affronta cioè le stesse problematiche e serve all’atleta per recuperare energie. Per niente i record in vasca corta sono più bassi. Considerate che nella vasca da 25 mt. sui 100 metri s.l. è più veloce del 3,8% mentre nei 200 mt. s.l. si arriva al 4,5%.
Sostanzialmente troviamo che la virata presenta le seguenti problematiche:

- Deve cambiare il movimento lineare in avanti in modo da imprimere al suo corpo un
movimento rotatorio
- Effettuando la capriola deve eseguire una mezza torsione in modo che
dopo la spinta data con i piedi, si trovi con il petto rivolto verso il basso
- Deve completare la virata in modo che i piedi non siano né troppo vicini
né troppo lontani per dare una spinta

... chiaro il concetto?

Occhio all’onda!

Foz do Iguazu, 9 marzo 2011

Una notte a Buenos Aires




“Over-booking” una parola magica che mi ha regalato una notte
decisamente particolare, ma andiamo per ordine.
L’over-booking è una prassi nelle compagnie aeree. Cosa fanno sti’
furboni per cercare di guadagnare il più possibile: vendono biglietti in
sovrannumero perché è certo, in base a statistiche che tengono
puntualmente aggiornate, che il 10% dei biglietti venduti non verrà
utilizzato. I motivi per questa rinuncia possono essere tanti, da
un’impossibilità personale sopraggiunta prima della partenza, dalla
morte di un congiunto, da una diarrea fulminate, da un ritardo
dell’amico che doveva portarti all’aeroporto e che invece è in pizzeria
con la tua migliore amica. Oppure tanto per menzionare altre possibilità
c’è sempre quella dovuta ad un ritardo di una coincidenza come è
successo proprio al sottoscritto.
Al chek-in la signorina della compagnia, in un delizioso spagnolo fatto di tanti
diminutivi, è stata molto gentile a dirmi che sarei rimasto a terra e
avrei preso il primo volo per la mia destinazione il giorno successivo. La mia faccia però, deve averla spaventata un pochino perché la mia insistenza sul fatto di essere certi che mi sarei fermato quella notte l’ha indotta a riprovare
per trovare un posticino su quell’aereo che avrebbe dovuto portarmi a
Porto de Iguazu. Tra me e me pensavo che il Brasile poteva aspettare
visto che probabilmente ci dovrò passare i prossimi sei anni. Ora la mia vera e unica preoccupazione e desiderio erano proprio quelli di restare a Buenos Aires per sfruttare al massimo quella inaspettata, ma, sperata, opportunità.
Il trasferimento in pullman dall’Aeroparque al Grand Hotel Bueon-Aires
l’ho utilizzato per creare un vero e propria piano d’azione. Bisognava
mantenere la calma, godersi ogni momento con estrema lucidità, trovare
l’obiettivo e proiettarsi dentro. Amur dove sei, cavolo in due si
ragionava meglio!...giusto…stai dormendo…

Sceso dal bus però, mi ha preso lo sconforto: avevo architettato tutto,
ma non avevo la minima idea di dove mi trovassi. Confidavo sulla
buona sorte, ma prima, visto che era pagato, ho placato i morsi della
fame. Non capisco perché viaggiando si ha sempre fame, continuano a
portarti da mangiare e bere e tu ingurgiti tutto l’immaginabile. Forse
si temono lunghi periodi di digiuni e carestie. Mah!
La cena per la verità non era un gran che, ma neppure tanto male:
raviolini al pomodoro e un creme caramel come dessert. Mi guardo nelle
tasche e ho solo dollari australiani che da quelle parti non ti cambiano
neppure per mezzo dollaro bucato , come direbbe il mio amico Tex Willer.
Nessun problema quattro pesetas devo assolutamente recuperarle per
pagare il taxi domani mattina e per entrare magari….sì…il mio scopo si fa chiaro: entrare in qualche milonga!!! La tecnologia bancomat ti risolve un sacco di problemi e le quattro pesetas hanno preso il posto dei dollari. Respiro a lungo e mi metto su una strada pedonale affollata e con un sacco di venditori ambulanti al centro. Mi faccio guidare dall’istinto, passeggio guardando sospettoso ogni movimento altrui. Al primo semaforo mi si avvicina un tipo che,
capito che non ero argentino, chissà poi da cosa, mi propone un locale
con buonitas cicas, masaito e cervecitas, declino l’invito e proseguo
lasciando libero il fiuto per la buona musica. Tutto però, nel
frattempo, attorno a me parla di tango, non posso fallire questo giro!
L’orgoglio non mi fa chiedere nulla è come essere in Germania e chiedere
dove si possa bere una birra... che figura ci farei? In mezzo a tanta
gente che cammina in una via ricca di colori, odori, storie e vite che
avrebbero tanto da raccontare, mi accorgo che poco più avanti c’è una
sorta di cappannello di persone... stanno ballando e guarda un po’ un
tango. Mi fermo estasiato, ammiro questi artisti di strada che
promuovono questa danza con eleganza e grande stile. Ma allora è tutto
vero quello che si dice su questi posti, della gente che balla per
strada, della musica sugli angoli delle strade, delle esibizioni
spontanee di gente comune. La mia sete e la mia voglia di muovermi si fa
potente. Proseguo sulla strada pedonale, senza però dimenticarmi di
buttare l’occhio nei mille e più vicoletti che intersecano quel mio
cammino. Da uno di questi scorgo un localino con una scritta show tango,
mi precipito e sulla porta c’è una bellissima argentina con grembiulone
nero che pubblicizza le ghiottonerie di quel locale. Mi faccio coraggio
e chiedo se oltre allo spettacolo si potrà anche ballare. Lei
dispiaciuta mi dice che questa sera si cena e basta ma se voglio ballare
basta entrare là. Mi giro e capisco che la musica che avevo sentito
arrivava proprio da quell’angolo di città!
Nei pochi passi che mi guidano verso la musica attraverso una strada
enorme che scopro più tardi chiamarsi Presidente Roque Sàenz Pena o
Diagonal Norte. Una strada che ti fa capire quando è grande e magica
Bueonos Aires anche di notte, anche in mezzo a sacchi di spazzatura che
calpesto ovunque. Capisci dai volti che si trascinano per le strade
senza meta, senza obbligo alcuno e che vagano tra un angolo e l’altro,
che questa città fatta da 13 milioni di persone non ha soste, non ha
giorno o notte. Persone che si fermano, sostano qualche secondo e
riprendo a camminare come squali nella notte incapaci di trovare pace e
fissa dimora. La musica mi chiama, non posso distrarmi, mi attira come
il pifferaio magico e mi ritrovo all’interno di uno scenario di altri
tempi. Una luce molto tenue, una musica tanto amica, un salone enorme e
mentre salgo le scale mi assale un brivido. Faccio per accelerare il
passo per fare due gradini alla volta, ma mi fermo perché voglio godermi
la solennità di un' entrata trionfale. Non voglio bruciare i tempi. So
che quella prima visione mi resterà dentro a lungo. Sento la musica,
sento passi che calpestano e strisciano sul pavimento . La scalinata sale precipitosa e precipitosamente mi lancia in quella sala fatta da due file di colonne che sostengono una balaustra centrale ricoperta da una vetrata a volta. L’effetto è quello di percepire i colori della notte... di vivere una notte. Ai lati delle colonne tavoli in legno coperti da tovaglie rosse di fondo e una nera più piccola messa di traverso che viene sbattuta ogni volta che cambia cliente. Le sedie... non mi ricordo, ricordo che scricchiolavano parecchio, sì cantavano e non ti facevano stare gran che comodo. In fondo si andava lì per ballare e non certo per scaldare le poltrone! La pista è già calda c’è gente che si muove con grande grazia, chi accenna ganci e chi viceversa si limita a girovagare per le mattonelle veneziane calpestate ed intrise di storia tanghera. Mi renderò conto ballando che sembrano avere inciso su di loro i passi da fare, tanto ti vengono facili ed eleganti. Beh sono alla “Confiteria Ideal” non potrebbe essere diversamente!
Attira subito la mia attenzione un piccolo elegante signore sulla
sessantina decisamente abbondante di peso che con fatica si alza, porge
la sua mano sinistra con eleganza e garbo ad una dama che tanto sapeva
di compagna di vita, vestita di nero con un risvolto ricamato rosso. La
gentil signora non si fa scappare l’occasione e come se fosse lì per la
prima volta si alza sulle punte e aspetta il comando per aprir la danza.
Si appoggia ad una pancia immensa dell’uomo che sembra offrire sostegno e protezione.
Lui si trasforma da pesante pachiderma a leggiadro ballerino.
Parte con una veronica personale, lasciandomi da subito a bocca aperta.
Si muove anche lui sulle punte, su scarpe e piedi troppo piccoli per sostenerlo e che si confondono con il pantalone troppo largo.
A tagliare in due la pista c’è un professionista del tango, deve
esserlo per forza. In perfetto gessato nero, capelli con brillantina, la
camicia con i gemelli e un grosso lavoro di fianchi nel suo muoversi per
la sala. Bravo, ma non mi piace, non mi trasmette amore, troppo
concentrato su se stesso e la dama, una affascinante cinquantenne,
sembra per lui solo un oggetto per esprimersi e non la sua essenza. Di
tutt’altra pasta sembra un suo coetano. Anche lui in giacca e cravatta,
ma sul chiaro. Lui, per la sala si muove sorridendo e a passi
particolari guarda negli occhi la compagna che viene trascinata in
vorticosi vortici. Il sorriso e gli occhi illuminati non l’abbandonano
mai. Nel frattempo il solerte cameriere, che poi scopro essere anche un
ballerino di prima qualità, tra una portata e l’altra, mi allunga la
cervecita ordinata all’entrata. Una “Quilmes” ovviamente! Una birra
argentina molto leggera che fa tanta schiuma, ma presto se ne va. Ti
lascia la bocca maltata e dissetata. Ah! ora sono pronto per il ballo.
Perlustro l’orizzonte. Di fronte a me tutte coppie che guardano
entusiaste al centro della sala e ogni tanto si alzano per prenderne
posto, per diventare loro a loro volta i ballerini da guardare. Sulla
mia sinistra due signore che percepisco essere tedesche, ma portano
scarpe senza tacchi... brutto segno per invitarle a ballare. Nel
frattempo, alla mia destra, si alzano due persone e voltandomi da quella
parte per lasciar spazio d’uscita incrocio gli occhi di una gentil
signora che sorridendomi quasi mi sberleffa. Io colgo la sfida e la
invito a ballare. Il buon Graziano mi ha sempre insegnato che i primi
passi devono essere usati per conoscere la ballerina e capirne l’abilità
e la sintonia che si instaura. Le offro con calma la mano, anche se mi
costa fatica e mi devo imporre di fare movimenti lenti, la posiziono a
giusta distanza e prendo il tempo. Non c’è molta gente ora in pista e
così parto con il destro indietro, mi prendo tempo, e poi completo la
“salida”. Non male la pulzella che mi segue e sembra saper il fatto suo.
Mi lancio con qualche “sacada” e gli “ocho” vengono alla grande, eh vai!
Giriamo e preso dall’entusiasmo presto poco orecchio al final e mi trovo
ad improvvisare una fermata che non era però prenotata! Si sa che il
primo giro è sempre più complesso, poi gli altri due sono la conseguenza
del primo. Nel senso che se viene bene l’inizio, poi si va con il vento
in poppa. Mi fermo dopo la triade perché temo una milonga che non so
assolutamente ballare: Fenzi quand’è che me l’insegni? Ringrazio e
scopro di aver danzato con una norvegese... beh! il mondo è veramente
piccolo.
Riprendo posto sulle sedie che cantano, mi rilasso perché posso dire di
aver raggiunto l’obiettivo. Amur sarai fiera del tuo tanghero preferito
(spero ancora preferito)?
Il cameriere, rientrato da un ballo, mi fa cenno per un’altra birra, ma
rinuncio devo tornare in albergo almeno per cercare di dormire qualche ora.
Esco e ripercorro la scalinata con estrema calma, la musica mi
ri-accompagna e l’aria calda della notte di Buenos Aires mi accoglie
fuori dal locale. Non ci sono quegli immensi ventilatori che erano
posizionati in ogni angolo della sala per rinfrescare i partecipanti
alla milonga.
Riattraverso l’enorme viale, guardano questa volta il nome e inciso su
un lato c’è scritto: “Presidente Roque Sàenz” (presidente dell’Argentina
dal 12 ottobre 1910 alla sua morte 9 agosto 1914). Mi ricaccio nella via
pedonale che a quest’ora è decisamente meno affollata. Poco più avanti
ci sono un gruppetto di giovani scalzi che giocano a pallone tra la
spazzatura e con una palla fatta di sacchetti di plastica. Ecco l’altra
faccia dell’Argentina il sogno del calcio. Raggiungo la stanza e mi
butto sul letto. Praticamente vestito passo in quella posizione le poche
ore che mi rimangono prima di partire: missione compiuta!

Occhio all’onda!

Nuove avventure

Follow and believe always in
Your dream, don’t forget it ever!


Non mi attrae assolutamente nulla. Strano! perché tutto ciò che mi circonda normalmente assume sempre una particolare atmosfera. Tutto è così bello ed emozionante che cerco sempre di non perdere nulla. Cerco di vivere sempre con la massima intensità. Ad esempio le due persone anziane che ora bevono accanto a me un cappuccino, sono molto belle ed esprimono serenità. Regalano positività. In un’altra situazione mi avrebbero emozionato e spinto a scrivere una bella storia di colore. Sì in un altro momento non oggi!

Ho accompagnato Mark questa mattina al lavoro, la sua macchina è a riparare e mi sa che la cambierà visto che non vale la pena di spendere 3.000 Australian Dollars per cambiare l’aria condizionata. Prima però siamo passati da casa della sorella per salutare quattro magnifici cuccioli d’uomo con cui abbiamo condiviso qualche giorno di gioia con pagaia e canoa. Phoebe, Baxter, Nixon e Macie sono adorabili, come lo sono mamma Kate e papà Brad. I loro sorrisi esprimono energia, forza e la piccola bionda Phoebe ha voluto dirmi subito che l’altra sera è morto il piccolo pappagallino a cui era molto affezionata. Era triste per la divenuta del volatile e per la mia partenza, ma mi ha regalato un bellissimo abbraccio forte forte e un sorriso dolce. Un abbraccio forte forte e particolare l’ho ricevuto anche dal mio “cucciolo d’uomo” che lascio fisicamente qui, ma che porto comunque con me in ogni dove. Inizia la sua avventura in terra straniera da solo e mi tornano in mente i suoi occhi spalancati, la sua agitazione e la mia, quando a soli sette anni l’avevo lasciato al training camp di basket in Val Sesia. Lui così piccolo ed apparentemente indifeso, in quella valle amena, a seguire e a credere sempre nei suoi sogni per non dimenticarlo mai!
Abbiamo pagaiato bene in questo mese e mezzo assieme. 44 allenamenti in acqua a scoprire e a cercare il feeling con onde, ritorni d’acqua, porte e gesti che ogni giorno stanno diventando sempre più eleganti, più istintivi, più efficaci. Molte ore di video. Molte ore a riguardare quelle manovre per approfondire ogni minimo dettaglio rivivendolo più volte. E’ cresciuto e maturato tecnicamente il Kappa uno Zeno. L’ho visto sereno alla scoperta della vita che gli sta regalando molto sotto ogni aspetto... il giovane Zeno. Ma è anche vero che bisogna conquistarsela ogni giorno la vita come se fosse l’ultimo. Solo così si può viverla alla grande. Gli occhi rimangono lucidi e poco sopra il cuore sembra esserci una specie di pressione enorme. Quel saluto, che mi ha regalato ieri alla fine dell’allenamento, girandosi verso di me, che ero sul ponte a riprenderlo, lo ricorderò ogni sera prima di addormentarmi fino al 28 giugno giorno in cui la nostra famiglia tornerà a riunirsi attorno ad un uomo che avrà un accento Aussi, che avrà imparato a sognare in quella lingua, che avrà macinato così tanti chilometri in bicicletta da iniziare a farci magari anche qualche garetta. Le sue mani, già segnate dalle molte ore passate a spingere sempre avanti un guscio di sensazioni, saranno ancora più callose e forti per affrontare altre mete, altri orizzonti, nuove avventure. E che il buon Dio accompagni sempre quell’uomo che occupa gran parte dell’amore di sua mamma e mio. Quell’uomo a cui anche Raffy guarda con ammirazione e rispetto. Non sarà facile per nessuno vivere quattro mesi lontani. Una frazione di tempo che può volare via come il vento oppure non passare mai e pesare come macigni da spostare con fatica ogni giorno. Amur ha ragione a scrivermi che devo sentirmi fortunato per il rapporto stupendo che abbiamo, ma molto, se non tutto è veramente merito suo.

Si vola verso il Brasile, si vola verso nuovi orizzonti, si vola per dare vita ad un nuovo progetto, ad una nuova avventura. Si vola per vivere e per condividere sempre tutto con estrema gioia perché i sogni sono la strada che ci illumina il cammino che ci costruiamo ad ogni respiro.

Occhio all’onda!