L'effetto molla


Una domenica mattina particolarmente fruttuosa dal punto di vista tecnico. Sarà stata la paella del party della sera precedente condita da una fresca e dissetante sangria; sarà stata l’aria di festa; sarà stata l’atmosfera degli addii; saranno stati i pochi slalomisti sul canale, ma l’allenamento si è dimostrato molto approfondito ed interessante. Abbiamo lavorato sull’effetto “molla” nelle risalite. Di che cosa si tratti cerco di spiegarlo nel miglior modo possibile se pur soggetto ad inevitabili e soggettive interpretazioni.

In sostanza per ruotare velocemente nelle risalite bisogna lasciare la coda libera di agire. La pala in acqua svolge da prima la funzione di timone, per preparare l’entrata, e poi assume il ruolo di fulcro nella rotazione. A questo punto la stessa pala, assolti i compiti precedenti, non deve fare altro che aspettare la conclusione della rotazione per tornare ad essere operativa non più staticamente. In questo frangente di tempo abbiamo la possibilità di caricarci di energia flettendo il braccio alto fino a portarlo praticamente dietro la testa. In fase di uscita l’impulso di spinta partirà proprio dal braccio alto che attiverà così l’effetto molla sopra denominato.
C’è un semplice segreto per ottenere il massimo da questo gesto: rispettare i tempi di esecuzione che sono distinti per ogni singola parte che interviene nell’azione e cioè per braccia, spalle, gambe, canoa, pala. Ognuno di questi elementi ha velocità diverse in tempi diversi. Molto spesso però non è facile da far capire agli atleti che vorrebbero sempre far girare le loro braccia alla velocità con cui il famoso road runner Beep-Beep scappa da Wile Coyote.
L’abbiamo già sottolineato - vi ricordate? - la mente lavora più veloce delle braccia che se non controllate vengono prese dall’euforia di seguire i pensieri che corrono alla velocità della luce.
Per mettere in pratica tutto ciò bisogna avere molta tranquillità e dedicare allenamenti specifici a questo tipo di lavoro. Per qualcuno può sembrare una perdita di tempo, ma in realtà non è così per chi vuole costruire un risultato.

Al di là di tutto ciò volevo anche cercare di rispondere alla mia amica Elena che si chiedeva che cosa succede per le donne in kayak su percorsi aperti com’è stato quello degli “Australian Open” da poco conclusi. Ovviamente dobbiamo ricorrere sempre alle statistiche che ci illuminano che ci dicono che la media nel 2010 su gare di coppa, europei e mondiali per il K1 women era del 17,2 in finale per le vincitrici che si abbassa al 13,5% in qualifica. Corinna Kulne ha vinto in Australia con un distacco poco superiore al 9%. Quindi mi sento di affermare che anche per le donne le percentuali calano su percorsi più aperti. Mi piace definirli da “gigante” come nello sci alpino.

Il motivo di tutto ciò, sempre secondo me, non dipende da quanto espresso da Francesco Iacobelli legato cioè al fatto che la doppia pala “ avrà un utilizzo maggiore, in proporzione, nell'avanzamento rispetto alla ricerca di stabilità, rapportata alla monopala”, ma deriva dal fatto (come ho cercato di esprimere nel post precedente) che: “...sui percorsi chiusi i kayak rischiano moltissimo e riescono a ottenere tempi molto, molto veloci. Tutto ciò deriva anche dall’altissima competitività che c’è in questa categoria. Se poi guardiamo attentamente il gesto tecnico ci accorgeremo che le canadesi hanno occasione di mettere in essere molto più spesso una risalita classica, mentre i Kayak sono costretti a cercare di limare centesimi in ogni azioni e quindi in ogni porta. Ne deriva che su percorsi come quello di Penrith, dove le risalite non presentavano la possibilità di tagliare più di tanto, i tempi di distacco si assottigliano, perché fondamentalmente, visto il livello raggiunto dai top paddlers della canadese, tra le due specialità non c’è un divario molto netto”.


Il mitico Maurizio, che da molti anni non vedo e che immagino scrivere i suoi illuminanti scritti “inginocchiato” davanti al mare all’imbrunire, con folta barba e avvolto da parei colorati, ci ricorda la storia e la ragione per cui si pagaia seduti o inginocchiati. Il fatto di avere pochi top paddlers in C1 e molti di più in kayak esce, secondo me, da un retaggio culturale antico e speriamo superato. Era in uso infatti segare la pala in due e mettere in canadese quei giovani che non dimostravano di aver talento con la pagaia da kayak.
Non concordo con il fatto che la canadese è più complessa tecnicamente. In realtà ritengo esattamente l’opposto specialmente per il suo apprendimento in giovanissima età. La pensavo come Maurizio fino a luglio 2005 momento in cui Raffy, il mio figlio più piccolo classe 1997, è salito sul C1 da discesa di Vladi Panato attratto da quella canoa rossa e ovviamente dalla leggenda vivente di Vladi. In quel momento mi si è aperto un mondo e ho capito, guardando incantato il piccolo C1, che non c’è nulla di più naturale che pagaiare inginocchiati con una pagaia monopala. La possibilità poi, per chi inizia, di concentrarsi su un solo lato e su una pagaia monopala permette di essere più attenti e sensibili allo strumento che ci troviamo fra le mani.
Fatemi spendere una parola però anche per i kayak, se mai ne avessero bisogno. E’ vero che si è seduti, ma ricordiamoci anche che i migliori e più sensibili propriocettori sono proprio lì... Possiamo ricevere un sacco di informazioni che poi trasformiamo, in base alla nostra abilità, in gesti più o meno atletici, eleganti, vincenti, emozionanti!

Occhio all’onda!

quel kilo di troppo!


Mi chiedevo che cosa farebbero i C1 se le loro canoe pesassero come i K1 e fossero larghe 60 cm. Questo pensiero arriva guardando e riguardando le gare del week-end scorso e confrontando intermedi e tempi finali tra le diverse categorie. Tony, il mitico Tony Esanguet ha vinto con l‘1,9% da Walsh e Gargaud, senza la penalità, avrebbe avuto lo 0,99%.
Ora il tracciato degli “Australian Open”, sia nella qualifica che nella semifinale e finale, non era certo molto impegnativo: tanto per fare un paragone sciistico, viste le medaglie conquistate ultimamente dagli sciatori azzurri ai recentissimi campionati del mondo, sembrava più un tracciato da slalom gigante che uno speciale! Un percorso che definirei aperto, con alcune serie di porte interessanti, ma nulla di difficile. Ad esempio la parte centrale era caratterizzata da tre porte in discesa molto distanziate che costringevano gli atleti a impostare con ampio anticipo ogni singola porta per non perdere velocità, ma non certo per problemi di linea. La possibilità era anche quella di adottare una saggia retro sulla seconda porta, come Super Cali ha fatto in semifinale. Per tutto il resto del tracciato nulla di particolare o di impegnativo. Ovviamente, questo tipo di percorso, premiava gli scivolatori e non certo atleti che magari preferiscono combinazioni strette e difficili. La domanda quindi è semplicissima: com’è possibile che i C1 su un tracciato così aperto possono essere così vicini ai Kayak che, in teoria, avendo due palette possono spingere maggiormente su tratti rettilinei?
Per rispondere a ciò dobbiamo fare un altro tipo di analisi e cioè andare a vedere quello che succede nei percorsi molto difficili dove le percentuali di distacco dei C1 rispetto ai K1 sono più marcate. La media nel 2010 era del 6,55% sulle tre gare di Coppa (Praga, Seu, Augsburg), Europei (Bratislava) e Mondiali (Tacen).
Dati che ci dicono e ci fanno capire chiaramente che su percorsi chiusi i kayak rischiano moltissimo e riescono a ottenere tempi molto, molto veloci. Tutto ciò deriva anche dall’altissima competitività che c’è in questa categoria.
Se poi guardiamo attentamente il gesto tecnico ci accorgeremo che le canadesi hanno occasione di mettere in essere molto più spesso una risalita classica, mentre i Kayak sono costretti a cercare di limare centesimi in ogni azioni e quindi in ogni porta. Ne deriva che su percorsi come quello di Penrith, dove le risalite non presentavano la possibilità di tagliare più di tanto, i tempi di distacco si assottigliano, perché fondamentalmente, visto il livello raggiunto dai top paddlers della canadese, tra le due specialità non c’è un divario molto netto!
A questo punto sarebbe proprio interessante assistere allo scontro ad armi pari: C1 e K1 9 kg. x 60 cm. punta e coda liberi.

Nel frattempo Martikan, che arriverà qui in settimana, ha mandato avanti il suo nuovo gioiellino: canoa nuova per lui che non è altro che una “Ego” con l’impostazione da C1. Nei giorni delle gare era esposta nello stand di Vajda (sponsor della manifestazione) rosso cupo e con un assetto da “guerra”. Fa impressione pensare che si possa pagaiare inginocchiati su quel guscio che porta ancora le alette del pozzetto per un kayak... non si è dato neppure la pena di toglierle! Spero solo che non la veda Raffy perché altrimenti so già quale sarà la sua richiesta per la promozione a scuola!

Occhio all'onda!

Lo slalom rosa insegna



«così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva. »
(Divina Commedia, Purgatorio, canto XXX, versi 28/33)


Lo confesso appena sveglio mi precipito a guardare il sunto della serata canora italiana, perché come dice Luca Panziera: “San Remo è sempre San Remo”. Se pur lontano da casa sono sempre attratto dalle nostre cose, dalle nostre tradizioni, dalla nostra italianità.
Sono impazzito di gioia ad ascoltare Benigni che decantava la bellezza dell’Italia e del nostro Risorgimento. Ha parlato di Mazzini, Cavour, Garibaldi, dei padri fondatori che erano così avanti da essere tutt’oggi attuali e moderni. A quest’immagine dell’Italia ci aggiungerei anche le impresi di Dorando Pietri, Fausto Coppi, Primo Carnera, Adolfo Consolini, Livio Berruti e visto che di bellezza si parla non si possono non citare Ondina Valle e Sara Simeoni, donne delizia, calore e completezza della nostra vita. La mia è una deformazione professionale, lo so! Quando poi il Roberto che vale un altro Oscar ha cantato “Fratelli d’Italia” mi è venuto da piangere e il cuor è impazzito. Di una bellezza unica ... che dispiacere non poter lavorare per i colori del... “candido vel, di verde mando e fiamma viva”. Per un paese che amo e per il mio inno! Infondo anche Ernesto Che Guevara era nato in Argentina e ha combattuto per la libertà a Cuba e poi in Bolivia.
Il lungo week-end di gare però mi ha dato nuove energie, nuova linfa vitale per affrontare qualche difficoltà inaspettata lungo il percorso, ma la vita è fatta di tutto ciò.

Mi sono piaciute particolarmente le donne e soprattutto le giovinette. Ci hanno regalato una grande lezione di stile scrivendo a chiari lettere sull’acqua che forza e strategie di gara affannose non portano lontano. Loro - Jessica Fox (115% dal Walsh vincitore nel K1Men), Ursa Kragelj, Katerina Kudejova, Rosalyn Lawerence affrontano la gara con leggerezza ed eleganza; anticipano le porte, entrano bene nelle risalite e sono veloci ad uscire. Canoa piatta e leggera come foglie al vento. Qualcuna impressiona anche per cambi di ritmo e fluidità del gesto. Non si può dire altrettanto per Corinna Kuhnle che però, con colpi potenti e tanta forza, dopo la delusione amorosa, si consola con l’oro agli Australian Open. Lei ha reagito positivamente ai dolori del cuore altrettanto non si può dire per Leanne Guinea che arriva solo terza in canadese monoposto dietro alle giovanissime Rosalyn e Jessica. Il 109% dal primo uomo in kayak dell’austriaca la dice lunga.
Sempre bella, affascinante e brava Jasmin Schornberg. Con lei ho avuto modo di lavorare tecnicamente in qualche seduta di allenamento in questo mese a Penrith e ho apprezzato molto la sua concretezza nell’azione. Non si perde in veroniche, non sceglie mai linee estreme, fa della semplicità la sua arma migliore. Le veterane Oblinger, Fer e Kaliska ovviamente proseguono sulla loro strada, sempre competitive ovviamente, ma forse, così facendo, rischiano di non adeguarsi ai tempi che cambiano. Solo la bi-olimpionica slovacca si sta dando pena nel provare canoe nuove per capire se potrà trarne beneficio. Nel frattempo il cigno dal lungo collo, Jana Dukatova, passeggia con la sua canoa sul lago sotto il canale, guarda verso il nastro trasportatore e sembra chiedersi: “quando sarà che potrò salirci?”. In effetti, dopo l’operazione alla spalla per usura dello scorso ottobre e la lunga riabilitazione, sembra essere arrivato il tempo per rivederla galleggiare leggiadra sul canale olimpico, ma ovviamente anche per lei ci vorrà tempo prima di rivederla al top.

Vi lascio perché ho le gare delle schiacciate all’All Star Saturday (degli All Star Game), della gare degli uomini vi parlerò un altro giorno. Vi anticipo solo che i C1 sono fantastici, i C2, privi dei gemelloni slovacchi, perdono incisività e che nei kayak uomini è sempre una lotta senza risparmio di colpi.

Occhio all'onda!

___________________________________________________
nelle foto in alto: il podio assoluto K1Women da sininstra Jasmin Schornberg (GER),
Corinna Kulhne (AUT) al centro e Rosalyn Lawerence (AUS) a destra.

nella foto sotto: a sinistra Jessica Fox (AUS), al centro Rosalyn Lawerence (AUS) e
Katerina Kudejova (CZE) a destra - il podio Under 23 del K1Women

TANTI AUGURI AMUR!




"Non c’è regina o più alta signoria
che dipinto abbia in sé sì tal splendore.

Chi tanta meraviglia in te rifuse
 e d’unica beltà si fé fattore?"


Vi consiglio di visitare questo sito http://ausopen.canoe.org.au/default.asp?MenuID=Results/20918. Dopo di che scendete e apritevi in PDF la classifica dei C1.
Iniziate a leggerla riga per riga. Leggete il nome e poi l’ultimo numero che trovate per ogni rigo in fondo. Risulterà praticamente questo:

GARGAUD-CHANUT Denis 96,84
SLAFKOVSKY Alexander 97,75
JEZEK Stanislav 98,23
BENUS Matej 98,32
ELOSEGI Ander 100,47
ESTANGUET Tony 100,61

riuscite a capire la poesia, la soave musica di questi nomi e di questi numeri che si associano tra loro? Riprovate ancora!

GARGAUD-CHANUT Denis 96,84
SLAFKOVSKY Alexander 97,75
JEZEK Stanislav 98,23
BENUS Matej 98,32
ELOSEGI Ander 100,47
ESTANGUET Tony 100,61

e poi ancora, ancora... che spettacolo signori miei leggere si tal beltà e associarle a quanto visto.

Atleti che ci prendono per mano e ci guidano nella selva oscura di un tracciato che ha tanto da raccontare, così come Virgilio condusse il Sommo Poeta nei meandri dello sconosciuto e del Divino.

Azioni eleganti, movimenti decisi, danze soavi, musica per le nostre orecchie. Che spettacolo e cosa ci hanno regalato questi personaggi che del C1 fanno una vera e propria arte. Usano il loro strumento prediletto fra i paletti dello slalom come il chirurgo usa il bisturi per incidere senza sbavature, senza errori e soprattutto con determinazione. La loro discesa non è contro il tempo, ma è per il tempo e per la storia.

Scusate, quasi me ne scordavo... mi riferivo alle gare di qualifica di oggi agli “Australian Open 2011”. Lo davo per scontato che si fosse capito, ma solo ora mi rendo conto che non tutti vivono di pane e slalom e forse non sapevano neppure che qui a Penrith sul canale olimpico si stanno disputando queste gare di ranking. Valide anche come selezione per formare la squadra nazionale giallo-verde. Non sapevate forse neppure che oggi è il compleanno di Amur... beh consolatevi, io di più non so!

Anche il cucciolo ha fatto vedere gran belle cose nella qualifica. Solo una grossa penalità regalata dal cielo gli ha impedito di vedere scritto sulla carta il suo vero e attuale potenziale. Secondo me comunque, è sulla strada giusta. Bisogna lavorare molto, ma questa è l’ultima cosa che ci spaventa. In settimana analizzeremo il tutto.

Domani semifinale e finale per C1 Men, K1 donne e C2, riposano i Kayak maschili e le donne della canadese singola che rientreranno in scena domenica.

Occhio all’onda!

Pensare e agire da C1


"E nell'istante in cui seppe cessò di sapere..."
Jack London




La curva del canale di Penrith è magica e si colora sempre di colori diversi. Il tratto di cielo che vi si rispecchia ospita spettacolari nuvole o un sole cocente. Ogni volta che mi trovo da quelle parti mi sento immerso in un sogno e tutto ciò che mi circonda assume una particolare luce. In lontananza si scorgono le “Blue Mountain”. Il nome della rapida è “number 2” che sta quindi a valle della “main wave” e a monte della “deep fryer” - friggitrice!

Questa mattina abbiamo lavorato proprio in quel tratto e lo scenario ci ha messo tutti di buon umore. La luce ancora tenue delle prime ore della giornata offre la giusta concentrazione per lavori tecnici di qualità, tanto più se eseguiti da atleti con tanta energia in corpo. Abbiamo posto come obiettivo di giornata l’ascolto dell’acqua e la successiva risposta da parte del canoista. In quel tratto infatti l’acqua non è mai regolare e cambia in continuazione, quindi le strategie di reazione vanno decise nel momento preciso in cui accadono, sempre che si sia in grado di raccogliere lo stimolo giusto.
L’aspetto tecnico interessante emerso durante l’allenamento è stato quello dell’utilizzo della pala dallo stesso lato senza estrarla dall’acqua. Cerco di spiegarmi meglio. Avevo proposto una risalita ad esse venendo da destra e uscendo a sinistra in una zona dove l’acqua non è difficile ma presenta dei ritorni strani. L’idea era quella di affrontare la risalita con il colpo largo a destra, quindi a valle, sfruttando prima la velocità dell’acqua e poi la piccola area di morta giusto sul palo interno. A questo punto nasceva il problema dell’uscita visto che non c’era la possibilità e il tempo di trasformare il colpo in aggancio per togliersi da quella situazione piuttosto calda! La soluzione si è trovata lasciando la stessa propulsione larga in acqua, che a fine corsa si è trasformata in un valido punto d’appoggio per far ruotare la canoa permettendo al corpo di eseguire un piccolo spostamento laterale con il successivo guizzo di uscita.

Seconda proposta una serie di porte a pettine abbastanza angolate e su acqua veloce con successiva risalita a sinistra sulla “friggitrice”. Anche qui dopo alcuni tentativi di passare le porte direttamente si è optato per uno spostamento della coda sul terzo palo in modo tale da riuscire ad entrare diretti sulla risalita sfruttando un ricciolo sul fianco destro. Anche qui i tempi non permettevano la possibilità di togliere la pala dall’acqua per agganciarsi sull’onda-ricciolo. La soluzione è stata trovata anche in questo caso mantenendo la pala in acqua dopo il colpo di propulsione avanti di sinistro.

La morale della storiella è: pensa e agisci da C1 quando non hai il tempo e la possibilità di cambiare colpo.

Domani si torna a respirare aria frizzante, emozionante, mirabolante... domani iniziano gli Australian Open più di 300 atleti in gara in rappresentanza di 20 nazioni, non male per un inizio di stagione che si prospetta molto emozionante. Seguite on line risultati e video su http://aus​open.canoe​.org.au e per le note di colore e resoconti tecnci tornate qui!

Occhio all’onda!

Penrith, 17 febbraio 2011

Volare è possibile


Ho appreso al meglio il significato del verbo “encantar” da Josean Lekue, il medico che per alcuni anni ha collaborato con me nella squadra spagnola. Preparatissimo uomo di scienza e grande sportivo, ha terminato il suo lavoro per la canoa quando l’Atletic Club de Bilbao l’ha ingaggiato per seguire la prima squadra. La sua passione per il calcio era nota a tutti noi e ricordo che un giorno dopo una partitella fra noi canoisti ci fermammo a parlare dello sport pallonaro per eccellenza. Fu in quell’occasione che il dottor Josean mi spiegò che non sapeva per quale motivo era così attratto dal gioco del calcio. L’unica vera ragione o spiegazione che si era dato derivava dal fatto che restava “encantado” ogni volta che vedeva una partita. Usò esattamente questo verbo, pronunciato ed esaltato dal suo forte accento che rendeva alla grande il concetto, senza bisogno di aggiungere null’altro. Una sorta di momento topico al quale non poteva reagire se non subire e godere di tale effetto.
Ecco! La stessa cosa succede anche a me quando mi trovo di fronte a certi personaggi che con un sol gesto sono capaci di “incantarti” bloccandoti il respiro, mentre le sinapsi che ti collegano al cervello vibrano impazzite. L'unica cosa che riesco a fare nei successivi tre o quattro giorni è rivivere quello che i miei occhi hanno visto e che hanno fissato nella poca materia grigia che ancora mi rimane a disposizione. L’altro giorno è successo ancora una volta, è per questo che mi sento euforico e particolarmente appagato... sapete chi è stato l’artefice di tutto ciò? Un certo Stanislav Jezek. Non vi dice nulla questo nome? Scherzo ovviamente perché tutti lo conoscono e tutti gli appassionati di slalom avranno seguito le sue imprese iridate ed olimpiche (secondo in semifinale e quinto in finale a Beijing 2008). L’anno scorso vinse la gara di coppa a Seu d’Urgell e commentai così il su successo sul mio blog e sul forum di CKfiumi:

Re: On the Road on the Wave!
« Risposta #28 inserita:: Giugno 27, 2010, 06:34:37 pm »“

“...
Grandissima prova del ceco Stanislav Jezek nella canadese monoposto. Leggero e abile come un gatto, ha 34 anni è sposato e ha due figli, un mago dell’informatica, ha vinto sei medaglie ai campionati del mondo, ma qui ci ha deliziato con gesti eleganti e una grande interpretazione del tracciato che lo ha visto in costante accelerazione. Non arriva a 70 chili tutto compreso e supera il metro e ottanta, ma quando ti stringe la mano devi stare attento perché te la stritola con estrema facilità. Il suo tempo in semifinale gli avrebbe regalato il settimo posto nel kayak uomini! “

Ma torniamo alla cronaca di oggi perché vi dicevo che ieri il ceko mi ha stupito e lasciato incantato in una frazione di secondo. Era giusto in zona arrivo sull’acqua ferma che si stava riscaldando per l’ora di allenamento che sarebbe iniziata da lì a pochissimo. Io scendevo dalla piccola collinetta della partenza per parlare con Zeno a fine allenamento come siamo abituati a fare per tirare le somme del lavoro fatto. In quel mentre ho visto una canoa uscire dall’acqua totalmente, cioè per una frazione di secondo la canoa di Jezek è volata sull’acqua. Come sia successo ora ve lo spiego. Immaginatevi un C1 che alla fine di una propulsione avanti trasforma questo colpo in propulsione indietro piantando la coda nell’acqua. Classica manovra per incandelarsi, ma a metà corsa della coda lo stesso colpo è tornato ad essere propulsivo in avanti. L’effetto derivato da questo guizzo e gesto felino è stato il cambio di direzione con successiva fuoriuscita di tutto lo scafo dall’acqua. Per fortuna che non ero solo in quel momento per assistere al miracolo, in acqua al fianco di Jezec anche Alexander Slafkovský, come me, è rimasto a bocca aperta. Capisco il vostro imbarazzo e forse l’incredulità nel credere che tutto ciò sia possibile, ma se pensate che un simpatizzante della canoa (come qualcuno mi ha definito aggiungendo anche personaggio molto idealista e poeta, ma ahimè poco pratico) abbia avuto le visioni, non vi rimane che chiedere a Jezec di farvelo rivedere: lui i miracoli è in grado di farli a suo piacimento... sempre che non abbia dell’altro da fare!

Occhio all’onda!

P.S. è arrivata anche Elena Kaliska. Nuovo look in canoa per la bi-campionessa olimpica, ma magari scatto qualche foto e ve le mostro.
Andrea Romeo, Omar Raiba con il tecnico Matteo Appodia sono gli ultimi arrivi dall’Italia, aspettiamo il neo dottore Cipressi che sbarcherà da queste parti i primi della settimana prossima.

Terza fase di una risalita

Paese che vai presa elettrica che trovi e qui in Australia sono veramente strane. Fare una foto sarebbe troppo facile per spiegarvi come sono fatte, ci provo invece con le parole e vediamo in che labirinto mi infilo! Ok fate conto di vedere le nostre spine: due ferretti perfettamente paralleli tra loro che in gergo tecnico sono descritti come due contatti cilindrici con diametro 4 con interasse 19 mm, leggermente convergenti. Qui i due ferretti o contatti sono perfettamente piatti e sono inclinati esattamente di 30° rispetto alla verticale, formano cioè una “V”. Le prese sui muri offrono la possibilità di inserire anche un terzo ferro perfettamente diritto e più lungo degli altri due: la messa a terra. Fate conto di vedere la faccia di un cinese che ha appena mangiato una fetta di limone. La cosa interessante però delle spine elettriche di ogni utensile è quella di avere una caratteristica molto utile. Infatti noi per estrarre la spina dalla presa del muro afferriamo il filo e tiriamo o, nel migliore delle ipotesi, afferriamo con due dita la spina stessa e tiriamo. Qui invece le spine sono dotate di una specie di anello che ti permette di infilarci dentro il dito medio in modo tale che puoi tirare tranquillamente senza danneggiare il filo elettrico.
Fischia, sono tutto sudato, ma sono uscito ancora vivo dal labirinto in cui mi ero cacciato. Poi morso dalla curiosità sono andato su internet e ho visto che questo tipo di spina si usa oltre che in Australia anche in Argentina, Cina, Nuova Guinea, Nuova Zelanda e Uruguay.
A parte ciò vorrei farvi partecipi di un’osservazione tecnica. In sostanza la fase più critica in una risalita è la rotazione della canoa al suo intero e la successiva fase di uscita.
Partirei dicendo che il livello generale tecnico per l’approccio ad una risalita è cresciuto notevolmente. Cioè molti atleti preparano bene la porta stessa e sono in grado di eseguire al meglio le manovre di avvicinamento e taglio all’interno della porta. Solo in questa terza fase si notano notevoli differenze tra atleti molto evoluti e atleti che stanno crescendo e che viceversa cercano una prestazione importante. In una risalita classica la sequenza può essere questa: preparazione - approccio - entrata - rotazione della coda - spostamento del busto avanti - uscita.
Cambia il modo con cui si utilizza la pala in relazione anche al tipo di risalita e all’acqua relativa. C’è chi preferisce utilizzare il Duffek o chi viceversa usa più facilmente la frenata interna. Indipendentemente dal tipo di manovra utilizzata si rischia di bloccare la coda e la sua conseguente rotazione una vola inserita la stessa nell’acqua. L’errore più frequente è quello di utilizzare il colpo a valle non per lasciar correre la canoa verso il basso, ma per mantenere la punta verso monte. Dal mio punto di vista sono tanti i fattori che concorrono a fare ciò. Il primo assoluto è quello di voler fare qualche cosa a tutti i costi, pensando erroneamente che ciò possa aiutarci ad andare più veloci. Il cervello corre molto e le nostre braccia vogliono seguire questi impulsi. In realtà molte volte dobbiamo lasciare libera la nostra canoa di agire e noi dobbiamo solo seguirla senza opporre resistenza. E’ difficile farlo per il semplice motivo che molti atleti vogliono istintivamente tenere sempre sotto controllo la propria imbarcazione e non concederle spazi vitali. La causa può dipendere anche da un assetto troppo stretto che rimanda immediatamente ogni reazione ai nostri gesti.
Un buon strumento per valutare la rotazione nella risalita può essere l’utilizzo di una telecamera fissa sulla riva. In questo modo l’analisi si completa prendendo il tempo in entrata e il tempo in uscita sullo stesso palo e confrontandoli con le immagini e le sensazioni del vissuto per ogni atleta.

Con Zeno stiamo affrontando queste problematiche e mi rendo conto che devono essere assimiliate con molta tranquillità. Confrontandomi poi via skype (che bella cosa internet) con Enrico Lazzarotto mi ha ricordato una cosa molto importante e che mi è piaciuta parecchio. Infatti l’estroso e raffinato pagaiatore mi dice riferendosi al giovanetto: “lascialo sempre con la spregiudicatezza della sua età: porterà grossi risultati in tutto sia in kayak che nella vita”. Che dire? Ha proprio ragione perché altrimenti non si spiegherebbero le evoluzioni che costantemente ci sono!

Per concludere aggiungerei solo il fatto che in una risalita bisogna trovare l’anello in cui infilare la pala per poi tirare... senza danneggiare il filo, non elettrico, ma il filo immaginario che vi porta il prima possibile a tagliare il traguardo.

Occhio all'onda!

NUVOLE





Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia

Fabrizio De Andrè








Bisogna entrare in sintonia


L’erba si sta ingiallendo al Penrith Wildwater Center, il sole cocente non dà tregua. Chi gestisce il tutto fatica a stare al passo per cercare di irrigare adeguatamente il tappeto verde preso d’assalto da noi allenatori che maciniamo ogni giorno chilometri per seguire i nostri atleti. Se il prato hai i suoi problemi per sopravvivere anche lo scozzese Walsh non scherza di certo! Sembra un’anima in pena e non riesce a decidersi che barca usare. Si alterna con la Nelo e con una canoa che della Kapsl porta solo il nome perché è stata tagliata, stretta, allungata, modificata e chissà cos’altro ancora. Oggi si è fermato a lungo sotto la “Maine wave” a fare una serie di combinazione di risalite, destra-sinistra e ancora destra, ma vedendo la sua azione e le espressioni del viso non convinceva molto e non mi sembrava molto soddisfatto neppure lui. Il povero allenatore Shaun Pearce ad un certo punto, disperato, si è immerso nell’acqua nascosto dietro ad un ostacolo: unica cosa positiva che è riuscito a fare è stata quella di rinfrescarsi! Chissà cosa avrà pensato il campione del mondo di vent’anni fa nel riprendere un Walsh che ultimamente non riesce ad azzeccare grandi gare e che sembra essere caduto in depressione. Cos’è rimasto di quel kappa uno che ha saputo buttare giù dal carro quel gran pagaiatore che risponde al nome di Paul Ratcliffe? Magari domani scambio due parole con Pearce e vediamo che cosa mi dirà. Ma nel frattempo vi racconto questa sugli allenatori inglesi: pensate che praticamente ogni mattina prima che arrivi l’acqua scendono a piedi nel budello di cemento e perlustrano tutti i buchi che servono per fissare i vari ostacoli. Ci infilano il braccio dentro e rumando-rumando (si capisce o è solo dialetto veronese?) sul fondo pescano un po’ di tutto: monetine, anellini, braccialetti. La cosa li rende molto felici, evidentemente lo spirito dei loro avi deve aver lasciato il segno.

Se Walsh impazzisce a forza di confrontare canoe diverse, poco più a monte mi divertito proponendo a Hradilek, Ford e Zeno una serie di combinazioni interessanti: discesa, passaggio a sinistra di un palo posto su un lato di un buco, successiva risalita a destra e poi ancora una risalita a sinistra. In buona sostanza bisognava usare il buco per fermare la velocità e per farsi trasportare dentro la risalita. La cosa, a primo acchito, sembrava una banalità, ma in realtà si è dimostrata essere una manovra molto interessante. L’arcano di tutto, dopo svariati tentativi e prove, è avere il corpo perfettamente bilanciato al centro della canoa. Infatti l’errore iniziale comune era quello di caricare la coda andando a ruotare la canoa con il colpo largo a sinistra. La soluzione vincente si è dimostra invece essere quella di anticipare la rotazione con un Duffek a destra che poi veniva mantenuto in acqua per dosare il bilanciamento della canoa nel momento in cui si entrava inevitabilmente nel buco. A questo punto l’aggancio alto si trasforma in pagaiata propulsiva per entrare nella risalita a destra. Al gruppetto dei tre moschiettieri ad un certo punto si è unito anche l’estroso Peter Kauzer. Il baldanzoso fenomeno sloveno non ha esitato ad interpretare nel modo più corretto la combinazione proposta. Nel campione europeo 2010 impressiona la capacità di dirigere a suo piacimento la canoa anche in situazioni molto estreme. L’altra sua grande caratteristica è quella di trovare soluzioni tecniche in tempi rapidissimi.
La sessione di allenamento è poi finita alla “Maine Wave” per una sfida tra i quattro su una combinazione risalita a sinistra e risalita a destra. Quest’ultima poco più in basso sul lato opposto. La difficoltà stava nel riuscire a superare un’onda turacciolo che si spacca giusto a metà e lascia poche vie di scampo per penetrarla. Anche qui si è capito che la soluzione migliore è con la canoa piatta alla ricerca dell’acquisizione di velocità per superare un ostacolo qual’è l’onda di mezzo canale. Ford fatica però ad arrivare sulle risalite in anticipo per infilarci dentro la testa e uscirne con una veloce rotazione della coda... evidentemente gli anni si fanno sentire anche per lui e non è facile adeguarsi a queste eccitanti e dinamiche tecniche. Le risalite così, quando è possibile attuarle, ti fanno guadagnare una montagna di tempo, anche se bisogna avere l’accortezza di non farsi prendere troppo la mano con la consapevolezza che non tutte le risalita devo essere affrontate allo stesso modo. Infatti ogni porta ha la sua caratteristica e la sua soluzione... basta entrare in sintonia con l’acqua e con ognuna di loro!

Occhio all’onda!

Slow or Fast

Mi fanno impazzire gli incroci. Tutto è decisamente previsto. Non c’è possibilità di sbagliare, basta tenere a freno il nostro impulso automobilistico italico, che credo si formi fin dai primi anni di vita, e problemi non ce ne sono. Qui non si può sbagliare o meglio non è ammesso sbagliare. Immedesimatevi in questa situazione: semaforo con quattro strade... classico incrocio! Che cosa succede in Italia: quando c’è verde nei due sensi opposti è possibile eseguire praticamente due manovre che sono andare diritti oppure girare a sinistra. Tralascio il girare a destra perché ovviamente è un’opzione che va per conto suo. Semplice e logico con un verde solo. In sostanza chi deve girare nelle rispettive sinistre si porta a metà dell’incrocio e aspetta che ci sia via libera dall’altro lato e parte, mentre i rispettivi opposti che arrivano, uno da destra e uno da sinistra, rimangono fermi in attesa che il giochino cambi allo scattare del loro verde. Semplice e logico. Qui in realtà non funziona così. Primo: per terra ci sono disegnate una montagna di strisce e subito ti chiedi se per caso sei atterrato su un campo da basket della NBA, in cui si può giocare anche a pallavolo, pallamano e ci metterei anche il badminton. La segnaletica a terra ha il chiarissimo obiettivo di indicarti esattamente il raggio che devi seguire per effettuare la svolta a destra nel modo convenzionale. Secondo: i semafori sono dotati di telecamera, di segnale acustico e di frecce. Che cosa succede quando arrivi e trovi rosso? Semplice: ti fermi, scatta il verde e tu magari devi girare a destra (vi ricordo che qui la guida è a destra... non confondetevi quindi), ma non puoi e devi aspettare che il semaforo diventi rosso. Tutto ciò accadrà prima o poi, cioè scatterà per te il verde con la freccia che ti indica che ora è il tuo turno. Così ovviamente per tutti e quattro i lati. In sostanza al semaforo ci passi una vita, visto che transita praticamente un senso alla volta nei due lati di marcia. La cosa è decisamente strana, ma l’ordine, qui fra i canguri, è sovrano! Il fatto poi che le auto sono dotate praticamente tutte del cambio automatico - come la macchina nuova della mia amica Sonia tanghera per passione e pilota per diletto - fa sì che il muoversi assuma una sorta di automatismo sovrumano e le partenze sono praticamente sulla stessa misura e velocità. Il tutto senza sgommamenti, accelerazioni brutali o tentennii causati da una prima che non entra o una seconda che sbiella il motore. Qui è tutto automatico. Come automatica è l’aria condizionata che ti assale in ogni luogo e in ogni dove. Come automatica la mancia per il servizio che non prevede coperto, ma il 10% per averti portato da mangiare al tavolo, cosa altro avrei dovuto fare? andare in cucina e prendermi il cibo direttamente dal pentolone? L’altra cosa che mi fa impazzire è vedere mille divise diverse. Entri al supermercato e le cassiere sono in camicetta a righette blu o verdi e sulla sinistra portano il loro nome che ti fanno capire che gli italiani sono arrivati fin qui da molto tempo. Tante Marie, Rosselle, Daniela e poi i nomi maschili Mario, Giuseppe, Paolo. Ovviamente quando tu accenni al fatto che il nome che portano appiccicato al petto evidenza chiare origini italiane loro annuiscono, ma nel modo con cui lo pronunciano capisci bene che l’italianità si è persa nella notte dei tempi. Gli operai sulle strade sono vestiti di arancione e portano un caschetto giallo con para coppino! Mi fanno impazzire anche quei personaggi che passano ore sulla strada in prossimità di lavori in corso con un cartello enorme con la scritta “SLOW”. Se gli chiedete loro che lavoro fanno vi risponderanno: “faccio andare piano la gente” che non è da tutti! Io faccio esattamente l’opposto... cerco di farla andare più forte possibile!


Beh! ogni tanto parlare di qualcos’altro che non sia canoa fa parte della vita, tanto più oggi che abbiamo dedicato la giornata al recupero psico-fisico. Giretto alle Blue Mountains a Katoomba per salutare le famose tre sorelle... una sorta di tre Cime di Lavaredo, ma senza neve e con tanti giapponesi che scattano foto e senza le scritte sulla strada che inneggiano ai campioni del ciclismo!

Occhio all’onda! Ettore

Penrith, 3 febbraio 2011

Corsi e ricorsi storici


Non c’è nulla di più gustoso di una fetta di anguria fresca finito allenamento a 40 gradi e oltre! Il caldo si fa sentire anche per chi pagaia tra onde e riccioli in un canale che si sta animando giorno dopo giorno. E’ arrivata sua eccellenza il vescovo, con un profilo importante, con un portamento elegante e con tanta energia in corpo a due anni dai giochi olimpici attesi come una sorta di “Riscossa 2”. Lui ovviamente è Tony Estanguet che, con Emily Fer e il tecnico Courinier, è arrivato domenica scorsa: si fermeranno per oltre un mesetto a curare tecnica e fisico. Dopo due giorni scende ancora con la manica corta, ma non ci impiegherà molto a gettare alle ortiche giacchette e magliette per pagaiare "a braccio" come direbbe il buon Bacò (al secolo Stefani Francesco)! Gli italiani in raduno, nel frattempo, sono arrivati alla loro ultima settimana e domenica rientreranno a casa dopo la garetta organizzata dal canoa club locale con tanto di grigliata finale. Dicevo gli azzurri in raduno tornano, ma non certo Daniele Molmenti che si fermerà qui per tutto il mese di febbraio. Lui il pagaiatore solitario, lui che alla mattina arriva in dolce compagnia quasi sempre per il secondo turno ed inizia a girare come un criceto sulla ruota. Che faccia loops o percorsi divisi non si nota troppo la differenza: la velocità e il modo in cui affronta le risalite è sempre aggressivo al punto giusto. L’importante è macinare porte su porte in acqua mossa e non perdere tempo con test sull’acqua piatta che lasciano il tempo che trovano. Super Cali si divide tra palestra e canoa sul canale riservando alla domenica il giusto recupero magari con un tuffo al mare o con un barbeque tra amici.
Ma veniamo al punto che vi anticipavo pochi giorni fa. Ho notato che ormai gli atleti di vertice, ma non solo, si stanno unificando al modello slovacco che sarebbe praticamente un lavoro mirato ad personam. L’unica differenza è forse il seguito tecnico. Prediamo ad esempio i tedeschi Jasmin Schornberg e Sebastian Shubert. Li conoscete tutti vero, non serve dirvi che lei ha vinto i mondiali nel 2009 e non ha ancora 25 anni, mentre Schubert nel 2010 ha vinto l’europeo U23 in K1!? Sembra strano infatti vedere i due teutonici allenarsi senza il seguito di allenatori, fisio e medici che seguono regolarmente la squadra tedesca; anche i tedeschi hanno cambiato le coordinate lasciando liberi gli atleti di seguire la strada che meglio credono offrendo loro libertà ed euro fino alle selezioni. Unico raduno organizzato con tutti i crismi sarà quello ad Atene per una decina di giorni a marzo. Così i due giovanotti non hanno perso tempo e, preso il primo volo libero, si sono imbarcati per venire a Penrith ad allenarsi. La stessa cosa si può dire per Peter Kauzer, anche lui qui a pagaiare sul canale in compagnia del fidato sparring-partner Jano Peterlin. Lefevre in Australia ha trovato casa e, tecnico o non tecnico, squadra o non squadra, macina ore sull’acqua seduto o inginocchiato. Tanto vale ovviamente per il suo compagno Dennis Gargau che, approfittando però delle gare in Nuova Zelanda , è scappato per una pausa dal suo compare. Lì tra i kiwi si è imposto alla grande in C1 tanto da far tremare anche i K1 visto che in qualifica ha fatto registrare il miglior tempo assoluto. Per dover di cronaca devo però aggiungere che anche Fabien Lefevre avrebbe dovuto raggiungere il compagno di barca, ma... ha perso l’aereo poiché è rimasto bloccato sulla M4 diverse ore per un incidente.
David Ford, John Hastin, Benoit e Nicholas Peschier, Violetta ed Helmut Oblinger, Maurice Nevau, Robert Bouten, Pierre Bourliau sono sulla stessa barca... anche loro a pagaiare su questo canale senza tecnici, ma decisi a far un gran bene in vista della qualifica olimpica di Bratislava il prossimo settembre.
Quindi possiamo tranquillamente dire che la strada aperta da Martikan e compagni sta facendo scuola anche se gli slovacchi, dal mio punto di vista, andranno alla grande fino a quando i mostri sacri pagaiaeranno, ma poi, inevitabilmente, ci sarà una catastrofe generazionale, visto che si è creato un vero buco alle loro spalle, ma di questo magari ne parliamo un’altra volta. Volevo concludere l’osservazione di oggi facendo notare che la vita è fatta di corsi e ricorsi storici. Infatti già a partire dal 1984 gruppi di atleti, notate atleti e non squadre nazionali, si accordavano per organizzare dei training camp comuni. Il primo a cui partecipai come atleta fu appunto in quell’anno a Kernville - California, presenti, oltre ai tre italiani (Renato De Monti, Paolo Benciolini e il sottoscritto), la britannica che noi avevamo soprannominato “The Queen” Elisabeth Sherman con una sua connazionale, oltre ovviamente a mostri sacri del tempo come Jon Lugbill, David Hearn, David Ford, Cathy Hearn, Dana Chadlek e tanti altri. Poi, dopo il via negli Stati Uniti, iniziò l’era del Costa Rica sul fiume Reventazon. Bei ricordi e tante ore passate a pagaiare in compagnia di chi condivideva un sogno.




Occhio all’onda! Ettore

Penrith, 1 Febbraio