Australia 2011

Espressione del corpo... ascoltiamola!


Quando non ci sei non ci sei! Il colpo era fiacco, la prevedibilità del gioco scontata, le gambe incollate al blu cemento di una Melburne che si era fermata in silenzio per seguire le gesta di un giocatore che, a soli 24 anni, è entrato nella storia del tennis e che è in grado di regalarci imprese epiche. Eppure anche il grande Nadal ha dovuto soccombere ad una giornata no, complice forse, un’influenza combattuta fino a pochi giorni prima dell’inizio del torneo australiano che gli ha fatto perdere diversi chili. Uno sguardo perso nel vuoto e gli occhi al cielo sono stati i segnali premonitori di una partita persa senza combattere e con l’unica sfida di restare in campo per onorare l’avversario-amico-conterraneo Ferrer. “Non so cosa mi sia successo” le parole del mancino iberico nel dopo partita “so solo - continua - che devo mettermi al lavoro subito non ho tempo da perdere”. Ecco la vera religione di Rafael: l’allenamento, la concentrazione su un obiettivo per non perdere mai contatto con la realtà. Testimonianza di una professionalità unica e sincera. Ed è proprio da queste parole che si capisce il senso e la filosofia dello sport. Infatti il risultato sportivo è talmente effimero che si concentra solo in un preciso istante: quell’istante. In un determinato e preciso spazio. Quando gioco a scala quaranta con Raffy e un giocatore di noi chiude, lui non vuole finire il gioco e spesso e volentieri, con una serie di manovre veloci ed istintive, blocca tutti con la frase “no un attimo perché avrei chiuso io la mano... ecco vedete: pesco questa, attacco l’altra, faccio un tris, metto un jolly, scarto e ...vinto!” Sì ma di vincere forse potremmo essere capaci un po’ tutti, il difficile è farlo quando serve, quando lo si dovrebbe fare. Metterlo in pratica prima che altri lo facciano! In quel preciso momento né prima né dopo. Questa riflessione nasce dal fatto di vedere tanti ottimi e bravi atleti pagaiare sul canale di Penrith, ma solo alcuni di loro vinceranno con una certa costanza. Eppure, scartandone veramente pochi, tanti sono bravi, tanti su alcune risalite volano, tanti fisicamente sono preparati... eppure solo in pochi arrivano ad imporre stile, eleganze e vittorie. C’è sicuramente qualcosa di innato - maggior abilità motoria, predisposizione fisica e motivazione - ma anche questo talento, che magari si può avere, va coltivato, sviluppato, migliorato.
Con il mio maestro di tango, il grande Fenzi - beh per la verità lui è anche un insegnante di educazione fisica e ha allenato per molti anni squadre di pallavolo e pallamano - facevamo una riflessione tecnica che porta a dire che ognuno alla fine ha un proprio stile, magari influenzato da diversi fattori, ma che dovrebbe essere l’espressione di ciò che si sente dentro e che si vuole esprimere. Non è forse così per l’arte? Bene la vita è un’espressione artistica, anche lo sport o il ballo sono mezzi per cercare di esprimere l’energia che ognuno porta con sé. Per poterlo fare però bisogna superare un grande inghippo! Bisogna essere capaci di ascoltarci e di lasciar libero il nostro corpo e la nostra mente di parlare di esprimersi. Solo allora possiamo veramente capire la nostra vocazione e realizzare ciò per cui siamo nati.
Scusate, ma quando lascio libere le mani di battere sulla bianca tastiera del Mac succede quello che avete letto sopra... che sia un’espressione di quello che c’è dentro di me?

Nel frattempo, alla comitiva internazionale di atleti in raduno in Australia, si sono aggiunti anche i tedeschi Sebastian Schubert e Jasmin Schornberg, loro mi danno la possibilità di fare un’altra riflessione, che però si concretizzerà nero su bianco solo domani!

Ora devo andare a giocare a calcio, grande incontro al Cambrige Park Courte! Vi relazionerò anche su questo e poi la semifinale Ferrer vs Murray... di questo ci penseranno i giornali ad aggiornarvi o se andate su Sky Sport potete seguire il commento di due grandi esperti come Rino Tommasi e Gianni Clerici, quest'ultimo poeta e grande letterato della pallina gialla!

Occhio all’onda!

Domande, domande


Sono giorni di relativa calma al canale di Penrith. In acqua non ci sono tantissimi atleti e i turni per il momento sono solo quattro al giorno con poco più o poco meno di 20 atleti per ora. Si inizia alle 8.30 con il primo, poi si prosegue nel pomeriggio dalle 15,15. Due alla mattina e due al pomeriggio. Gli argomenti di discussione sono principalmente due: il tempo e il tennis. Preoccupazione per il primo visto che sono previsti forti rovesci e gran caldo nel prossimo futuro; come la cosa possa coesistere solo Gesù lo sa’, certo è che fra le 12 e le 16 è meglio starsene rintanati in casa con i ventilatori accesi e con il cocomero fresco sul tavolo per non farsi sopraffare da crisi ipoglicemiche! Sulla ”7Sport” intanto danno 24 ore al giorno tennis tanto più ora che l’attenzione di questo sport è tutta concentrata a Melbourne per gli Australian Open.

Ora guardano fenomeni del calibro di Federer e Nadal mi viene spontaneo farmi delle domande e chiedermi come si possa arrivare a certi livelli e restarci così a lungo. Dove si trova la motivazione, cosa bisogna fare del vecchio? tenere o cambiare? Le stesse domande che mi pongo quando in acqua vedo girare in maniera quasi forsennata Molmenti (2010), Kauzer (2009) e Lefevre (2002 e 2003). I tre campioni del mondo del kayak maschile (tra parentesi gli anni in cui hanno vinto la prova iridata) non hanno un allenatore che li segua costantemente; certo dei riferimenti precisi i tre li trovano rispettivamente in Pierpaolo Ferrazzi; Peter Kauzer (è il padre-allenatore che si chiama come il figlio-atleta... che fantasia sti’ sloveni) e in Chauten per il transalpino. In sostanza sono qui da soli e si arrangiano più o meno in tutto e per tutto. Si prenotano i voli, noleggiano le auto, si trovano dove alloggiare, fanno la spesa, cucinano tre volte al giorno, prenotano le ore di acqua, si programmano l’allenamento, si danno da fare per avere qualche ripresa video, si analizzano, si studiano e pensano al domani.

Il più polivalente e fantasioso è sicuramente il francese che alterna allenamenti in C1 e in K1 in attesa che ritorni qui il suo compagno di barca - Denis Gaurgaud - attualmente in New Zeland per la gara di questo fine settimana che, dalle informazioni che ho, sarà particolarmente partecipata. In kappa Lefevre usa la Kapsl II, l’evoluzione del modello precedente che, come sempre, “è più veloce e gira meglio”! Il buon Fabien alterna lavori di resistenza girando sul canale, con lavori tecnici particolarmente corti e magari concentrandosi per i tre quarti dell’ora in un solo punto. Sembra divertirsi parecchio nella “main wave” - un buco che taglia in due il canale olimpico circa a metà percorso che forma un’onda piuttosto alta con giri d’acqua molto interessanti. Non scende praticamente mai dalla canoa durante la sessione e preferisce arrivare in fondo al canale e ritornare nello stesso punto con il nastro trasportatore. L’ho visto poi nei lavori di resistenza prediligere percorsi non particolarmente difficili, ma eseguire le risalite con la rapidità che lo contraddistingue. Cosa che ho notato anche nello scozzese Campbell Walsh: evidentemente il passare degli anni influisce proprio su questa fondamentale qualità. L’argento olimpico di Atene 2004 e campione d’Europa 2008 sta pagaiando su una canoa Nelo che è molto dinamica e che in teoria dovrebbe facilitarlo in questa azione. Per la verità, tornando a Fabien, e se volessimo analizzare fino in fondo lo stato attuale del bianco di Francia, non si può non notare un certo calo proprio nella velocità di rotazione in uscita dalle risalite. Quella cioè che era la sua arma migliore. La passata stagione per lui in K1 non è stata una delle migliori visto che non è entrato in nessuna finale di coppa, mondiali o europei. Eppure in ogni gara ha sempre disputato delle ottime prove di qualifica, perdendosi poi nelle semifinali. Forse il doppio impegno, K1 e C2, anche per un campione del suo calibro, costa troppo? Oppure ha spostato la sua attenzione proprio nella specialità di coppia dove l’anno scorso ha messo al collo un argento prezioso ai mondiali di Tacen? Forse è convinto che sia più agevole e facile in C2 conquistare un oro ai giochi olimpici... unico metallo a cinque cerchi che gli manca nel suo palmares? Probabilmente lo stesso interessato non è in grado di rispondere a queste domande certo è che la sua appare tanto una sorta di “mission impossible”!

A chi certo non manca brillantezza e cambio di ritmo è lo sloveno Peter Kauzer. La sua è una sorta di ossessione cercare in ogni risalita il contatto ravvicinato con il palo interno. Anche per lui solitamente lavori di resistenza alla mattina e della sana tecnica al pomeriggio in compagnia dell’inseparabile compagno Janos Peterlin. I due dalla riva sono seguiti dalla fidanza dell’estroso Pero (soprannome di Peter Kauzer che si porta dietro da sempre) che con una sorta di macchinetta fotografica tenta qualche ripresa... mi posso immaginare la qualità del video! Lo sloveno quest’anno si è cinto la testa della corona continentale e ha lasciato quella iridata al potente Molmenti.

Ah di lui vi parlerò un’altra volta ora c’è Nadal vs Ferrer numero 1 e numero 7 non posso perderli, magari mi danno lo spunto per qualche pensiero tecnico notturno!

... alla prossima e Occhio all’onda! Ettore

Penrith, 26 gennaio 2011

Cinque generazioni


Ci sono cinque generazioni e 27 anni di differenza fra il vecchio e saggio David Ford, campione del mondo nel 1999 a Seu d’Urgell e argento nel 2003 ad Augsburg, e il giovane e abile Zeno Ivaldi, bronzo ai mondiali junior 2010 e campione europeo a squadre nel 2009, eppure in acqua, questa mattina, hanno lavorato assieme in una bella ed interessante sessione tecnica. Il canadese quest’anno a marzo vedrà la sua 44esima primavera, mentre per l’italiano di primavere non ne sono passate ancora 17. Il primo pagaia con la canoa Sonic, l’ultima uscita dalla produzione di Galasport, il secondo, dopo diverse prove ed esperimenti, non ha dubbi e rimane sulla Kapsl di Vajda. David è meticoloso e molto attento ai particolari, Zeno è più impulsivo e sensibile sull’acqua. Tra i due ci sono diversi centimetri di differenza nei bicipiti e nella pala... ovviamente a favore dell'atleta della foglia d’acero. Zeno riguardando il video dell’allenamento ha sorriso nel vedere il modo con cui il suo compagno di allenamento di oggi imposta qualche risalita: “ehi papi ma era proprio strano come facevate le risalite un tempo, un giro lunghissimo rispetto ad oggi!” Ebbene sì, un altro modo di portare la canoa: ricerca di fluidità all’interno delle morte e una posizione del corpo molto avanzata; certo la centralità di oggi sarebbe sembrata una cosa strana e poco redditizia. Con David ho avuto modo, durante l’allenamento, di commentare la sua voglia di adeguarsi e il suggerimento che mi sono sentito da dargli è stato quello di tagliare sì il palo in entrata ma cercare nello stesso tempo una dinamicità in fase di rotazione. Quella dinamicità che fa la differenza tra un atleta e l’altro. Ma David, non fosse altro per la sua lunga esperienza, mi ha risposto: “Normaly it's not my style and for me it's not easy to do it”.
In effetti il modo di andare di oggi è lontano anni luce dallo stile che per anni ha fatto storia e David Ford ha praticamente vissuto sulla sua pelle tutti questi passaggi. Quel cercare a volte quella posizione avanzata per mantenere il più possibile contatto con l’acqua al fine di far correre la canoa anche a costo di fare giri molto più lunghi sa di antico. Vedendo oggi i più giovani in acqua ci si rende conto che se si perde dinamicità si fa poca strada e seguendo questa mattina l’allenamento dei due atleti di mille generazioni diverse ci si rende perfettamente conto che la differenza sta proprio in questo. Ford dalla sua può metterci strategia, intelligenza tattica, esperienza e un fisico possente e nello stesso tempo resistente, ma non può far granché per migliorare agilità e destrezza. Elementi che al di là di tutto sono innati e che si coltivano e si sviluppano solo in giovanissima età. Ecco perché ci tengo a sottolineare che, secondo me, dall’allievo fino ai primi anni senior bisogna dare ampio spazio e privilegiare i lavori di velocità su percorsi corti e su tracciati impegnativi. Come si potrebbe altrimenti acquisire ed allenare tecniche che comportano comunque un grosso dispendio di energie con lavori troppo lunghi?
E’ impressionate pure nei senior di alto livello notare la differenza tecnica quando sono sul canale a fare lavori di loops e lavori tecnici su poche porte. Nel primo caso molte risalite sono fatte con il chiaro obiettivo di portare a termine il lavoro da fare, viceversa l’approccio mentale nel secondo caso è totalmente diverso, molto allenante al fine dell’obiettivo principale e cioè una gara che può variare dagli 85 ai 100 secondi. Questo ricordiamocelo bene perché altrimenti incorriamo in un errore che noi vecchi abbiamo fatto spesso e volentieri e cioè allenarci duramente per sopportare carichi di lavoro sempre più massacranti dimenticandoci che la gara ha tempi decisamente diversi e con tempi di recupero assai lunghi tra una manche e l’altra. Ron Lugbill ci diceva spesso: “ma voi vi allenate per allenarvi o vi allenate per gareggiare?”

Finita la sessione tecnica con David e Zeno mi sono fermato sulla riva a guardare l’allenamento dell’ora dopo. In acqua, fra gli altri, Fabien Lefevre, Peter Kauzer e Daniele Molmenti. Il francese è qui a Penrith dai primi di dicembre, sembra che in Australia voglia trasferirsi una volta finita la carriera sportiva. La moglie, una ex-fotomodella aprira' un negozio di modo e il piccolo crescera' tra i canguri. Lo sloveno si ferma sei settimane, anche lui qui in compagnia della fidanzata devota alla causa e spesso e volentieri con il video in mano. L’italiano è partito dall’amata Patria il 13 gennaio e dovrebbe tornare per metà marzo per andare quasi direttamente ad Atene, anche lui in dolce compagnia. Beh di loro avrò modo di parlarvi a lungo nel prossimo futuro visto che gli spunti e le curiosità non mancheranno certamente.

Occhio all'onda! Ettore

Ella


Ma lo sapevate che il cocco è come il maiale per noi? Nel senso che non si butta via nulla e tutto si recupera. L’ho imparato in Tailandia durante l’escursione al mercato sull’acqua paradiso per la mia 40D e per la Go-Pro di Zeno. Brave persone i tailandesi che solo a Bangkok e provincia sono più di 16 milioni. Vi dicevo del cocco: non si butta via nulla, con i filamenti della buccia si fanno i materassi, con i semi le creme per il sole, la polpa si mangia e il latte lo si beve, il resto si brucia per alimentare i vari processi di lavorazione. Non male quindi per l’agricoltura che è ricca ovviamente anche di tanta altra frutta squisita come papaia, ananas, banane, frutto della passione e altri piccoli frutti dai nomi e dalle forme inverosimili.
Bangkok è una città dal traffico impossibile, dagli scooter con 3 o 4 persone a bordo, dai templi buddisti in ogni dove, dai ristoranti di lusso al cibo in ogni angolo della città. Bangkok vale la pena visitarla una volta nella vita, tanto più se siete di passaggio per qualche altra meta ed obiettivo.
Ma niente mi emoziona come tornare a lavorare sul canale di Penrith tanto più con un atleta che… ho visto nascere (e non solo) e che ho la fortuna di seguire pagaiata dopo pagaiata. Le prime discese sull’acqua olimpica sono sempre molto emozionanti e stampano il sorriso in faccia. Poi la punta di razionalità che vive in noi ti fa pensare e meditare su quello che ti aspetta: un lungo cammino per vivere un sogno. Infinite ore a pagaiare tra un’onda e un ricciolo, tra una risalita e una serie di porte sfasate, tra corti recuperi e lunghe prove cronometrate, tra visualizzazioni di percorsi ideali e concreta realtà.
Qui ad allenarsi c’è metà del mondo e l’altra metà arriverà presto e da queste prime presenze si capisce che la voglia di far bene è nel cuore di tanti atleti pronti a faticare e a lottare ad ogni colpo in acqua.
Il primo vero benvenuto a Penrith però ci è stato dato da Ella che, a distanza di un anno, non ha avuto dubbi sulla nostra identità. Ci ha prima annusato, poi squadrato da testa ai piedi, poi le si sono illuminati gli occhi, ha preso fiato, ha iniziato a scodinzolare e alla fine ci è saltata in braccio slinguazzandoci ovunque. Non pensavamo ci riconoscesse subito e con tutta questa energia, anche se, per la verità, lo scorso anno, quando è arrivata in casa, era veramente piccola piccola e per più di tre mesi l’abbiamo accudita come si fa con un bambino appena nato. Siamo stati noi ad insegnarle a mettersi a sedere prima di mangiare, siamo stati noi a farle capire che in casa non si fa la pipì ma il luogo perfetto per lei è il giardino e siamo sempre stati noi a farle compagnia quando Mark era al lavoro in quel difficile momento della sua crescita. Oggi è una signora cagna di mezza altezza, robusta e scattante, ma, allo stesso tempo, molto meno vivace di un anno fa... Resta comunque sempre attratta dal nostro cibo che sembra adorare. Beh qualche cosa cucinerò anche per te carissima Ella. Magari dopo aver fatto il brodo ti lascio gli “ossi di brontosauro” che trovo solo da queste parti: e la commessa del supermarket mi sorride ogni volta che mi vede acquistarne uno, convinta più che mai che la cagnetta che ho a casa si faccia una gran festa, senza sapere però che prima lo userò io! Non dite niente neppure a Mark che l’alimenta solo a crocchette che acquista a sacchi da 50 chili e che non capisce dove Ella riesca a recuperare questi magici ossi... forse scavando nel terreno del vicino? Mah

Ok mi sono dilungato troppo e anche per oggi è tempo di andare a nanna, ci vediamo alla prossima

Occhio all'onda! Ettore

Blaho o ricerca?


"Training is like building a castle by hand.
Each workout you add some more bricks to your castle"


Non so se capita anche a voi, ma durante questi lunghi periodi di transizione da una stagione di gare all’altra mi sorgono sempre grandi interrogativi dettati dalla voglia di proporre agli atleti stimoli nuovi e se possibile innovativi. Allora via con evidenziatori e post-it che colorano sempre di più i miei testi sacri che trovano sempre posto in qualche angolo della valigia. Cerco di mettermi nella testa degli atleti per capire che cosa può stimolarli sempre di più e per tirare fuori tutto quello che hanno dentro e che magari faticano ad esprimere per mille motivi diversi. Forse questo stato d’animo l’ho ereditato da un passato di atleta senza punti di riferimento precisi. Una carriera agonistica che ha avuto sempre la necessità di organizzarsi autonomamente visto che certo non avevamo allenatori in grado di seguirci e guidarci. Punto fisso però è sempre stata la massima apertura a nazioni e a personaggi che hanno reso grande la canoa. Negli anni ho avuto la fortuna di conoscere a fondo campioni olimpici, mondiali e atleti di altissimo livello, ma soprattutto ho avuto il piacere di capire che cosa c’è stato dietro a queste grandi e belle realtà. Ora a distanza di moltissimi anni si possono forse tirare delle conclusioni e fare similitudini su situazioni che nel corso del tempo si sono evolute ma che, come ripeto, hanno molto in comune.
Mi ha fatto specie poche settimane fa’ vedere atleti che utilizzano ancora il lavoro del “Blaho” in palestra... quanti ricordi e quanta fatica e sudore collego a questo gesto così astruso e per certi versi assurdo. Ma la domanda mi sorge spontanea: servirà mettere tutta questa energia in questi lavori se poi ti rendi conto che a livello tecnico ci sono forti carenze nel gesto della pagaiata e dello scorrimento della canoa? Non sarebbe meglio dedicare molto più spazio alla ricerca e all’analisi di soluzioni in questa direzione? Oppure, non è forse troppo facile liquidare la scelta di questo lavoro solo per il fatto che Marco Previde Massara ne aveva fatto una sorta di bandiera per i suoi successi negli anni ’80? Dimentichiamo forse che il campione delle acque del Ticino era un raffinato scivolatore e un artista dell’onda?
Leggendo e rileggendo i “testi sacri” e confrontandoli poi con l’evoluzione che c’è stata in questo ultimo decennio grazie alla facilità di comunicazione attraverso la rete, mi chiedevo che senso può avere un lavoro mirato alla potenza aerobica, con lo scopo finale di migliorare la soglia anaerobica, nei ragazzini o ragazzine che viceversa non hanno chiaro il concetto di come impostare una risalita o come risolvere situazioni ambigue di porte sfasate!
La mia più grande paura, in questi casi, è allenare un gesto sbagliato ed inutile. Anzi nelle peggiori delle ipotesi può diventare anche elemento di disturbo visto che il nostro corpo, per lo spirito della sopravvivenza della specie umana, ricerca sempre il minor dispendio di energie nell’esecuzione di un gesto che purtroppo non coincide sempre con il massimo rendimento dello stesso. Sconvolgendo molte volte anche gli aspetti biomeccanici.
Il problema nasce però da chi cammina sulla riva a guidare i giovani e cioè da noi allenatori. Siamo consapevoli della responsabilità che ci accolliamo nel momento in cui andiamo a proporre certi tipi di lavori e certi suggerimenti tecnici sulla crescita psico-fisica del nostro soggetto?

Credo di non dire nulla di nuovo nell’affermare che i vivai sono la linfa vitale per tutte le federazioni. Credo di non dire nulla di nuovo neppure se aggiungo che per fare ciò ci vuole personale preparato, con esperienza e con idee. Guardando i programmi federali sia per lo slalom che per la canoa da velocità balza agli occhi di tutti la pochissima attività proposta a livello giovanile e in moltissimi casi viene affidata a pseudo tecnici, questo per il settore fluviale visto che responsabile della velocità a livello giovanile è un certo Beniamino Bonomi che dopo i giochi olimpici di Atene, se non sbaglio, ha iniziato a seguire i giovani del club e si sta formando come allenatore. Mi è piaciuta una sua uscita in televisione con Simona Ventura che alla domanda di chi voterebbe come atleta dell’anno, Bebo non ha avuto dubbi e ha risposto tranquillamente la sua giovanissima atleta che ha esordito nel 2010 in nazionale con ottimi risultati... questo è vero amore per il proprio lavoro.

Ora io sono dell’avviso che nelle scuole materne ed elementari ci dovrebbe essere personale altamente qualificato, preparato e ben pagato, perché è qui che si forma il giovane. Per fare un banalissimo esempio sportivo possiamo tranquillamente dire che a Super Cali non serve un genio per seguirlo, ma, viceversa, al giovanissimo Paolo Ceccon serve un allenatore preparato, con esperienza, passione e soprattutto costanza.

D’altro canto mi fa un immenso piacere sapere che comunque altrove si sta ricercando nuove soluzioni e ci si applica per tentare di studiare il gesto dello slalom sotto aspetti magari ancora inediti. Così come sta facendo Guille Diez Canedo che in vista della tesi di laurea di scienze motorie a Lleida in Spagna sta cercando di misurare l’accelerazione del colpo su un percorso di slalom. Questo implica una serie di valutazioni legate a tutto ciò che concorre all’accelerazione stessa come ad esempio l’attrito della canoa sull’acqua, la forza dell’acqua, la resistenza all’aria, la forza di spostamento impressa nel moto e un altro milione di varianti. Ovviamente, come tutti gli studi, si cercherà di ipotizzare l’accelerazione in un caso ben specifico e con la consapevolezza dell’esistenza di un margine d’errore elevato, ma nel tentativo comunque di approfondire piano piano questo argomento. Vi terrò aggiornati.


... volando si ha il tempo per concretizzare i pensieri e condividerli!

Occhio all’onda!

Una sosta a Bangkok prima dell'Australia


Ahhh... finalmente seduto sull’Airbus A340 della Thai Airline, alla fila 41 poltrona J, in direzione Bangkok per proseguire poi per Sydney. Al mio fianco, sulla poltrona K, Zeno che in Australia si fermerà fino a giugno per allenarsi e per studiare. In Tailandia sosteremo per 4 giorni da turisti, per recuperare la prima parte di viaggio e per assimilare meglio il jet-lag. L’obiettivo è arrivare a Sydney già pronti per iniziare una nuova avventura e la stagione agonistica 2011 con una spinta in più e con tanta energia in corpo. Laggiù, sul canale olimpico di Penrith, troveremo tanti atleti per allenarci al meglio e per trovare spunti belli ed interessanti da raccontarvi e da condividere con tutti voi, nella speranza di fare cosa gradita.

Ora è tutto così nella norma e così magico che sembra impossibile essere riusciti ancora una volta a superare al meglio alcune settimane di sconvolgimenti emozionali, di paure, di aspettative, di prove di coraggio per non tradire la fede sportiva. Non è stato facile mettere la vera parola fine su una sicurezza lavorativa che però mi riservava solo la certezza di entrare in un meccanismo che ho sempre cercato di allontanare di evitare. Anche da queste esperienze però si impara a conoscere ancora di più le persone che ti circondano. Ti accorgi che spesso gli amici di vecchia data e di ex-fede canoistica non ti sono più vicini e che nulla fanno per cercare di riunire un passato che è dimenticato e sepolto, ma è ancora fonte di energia per me. Dall’altro lato ti sconvolge essere invitato a bere un tè da un collega di corso - tre cime di Lavaredo anno 1984 - che sembrava non trasparire sentimenti, ma che, in realtà, con quel semplice gesto e una voce rotta dall’emozione, sa comunicarti energia e sincera stima... grazie Maurizio! Le delusioni più grandi arrivano da chi ha ruoli importanti all’interno delle Amministrazioni dello Stato che certo non brillano per iniziativa ed idee, ma che viceversa cercano di pararsi al meglio le spalle con l’aggravante di lasciare nel grigiore Istituzioni che un tempo per me hanno rappresentato molto e che porterò comunque sempre nel cuore. Non si può pensare ad un mondo migliore o rinverdire i fasti del passato se davanti alle truppe non c’è un generale sul suo bianco cavallo e con la spada sguainata al cielo a dare l’esempio e a guidare fino alla morte i propri uomini per difendere sacrosanti ideali e la nostra storia. Costoro dovrebbero almeno avere il coraggio di guardare negli occhi i propri prodi e non nascondersi sotto la scrivania ad ogni squillo del telefono!

Delusioni dal nostro amato presidente federale che sui palchi delle premiazioni si spreca in lodi, parole e gloria, ma che tuttavia contribuisce inesorabilmente alla caduta a picco del movimento sportivo italiano... e ora anche internazionale.

Per fortuna però che negli occhi di un ragazzino si vede una grande luce che sa illuminarci e darci coraggio.

Per fortuna però che una cena può essere ancora interrotta per ascoltare una canzone suonata con una chitarra che non ci si fida a lasciare in macchina perché è troppo preziosa, perché è troppo importante, perché rappresenta un sogno.

Per fortuna però che le parole scritte su una e-mail hanno la forza dirompente di mille vulcani in eruzione e ti fanno capire che alla speranza e ai sogni non bisogna mettere mai freno, perché solo così ti rendi conto che non è mai tardi per vivere veramente. Seguire i sogni sempre, perché sono loro che ti indicano la strada da prendere, vero Luca?

Per fortuna però che veri amici, accompagnati da donne che hanno una spinta in più, sanno riequilibrarti per testimoniare con una semplice cena che non sei mai solo nella tua corsa verso lidi infiniti e che forse qualcuno ancora ci crede. Siamo sulla tua stessa onda e, se pur a chilometri di distanza, cavalchiamo uniti e sempre con orgoglio.

Per fortuna però che anche oltre gli anta si possano provare gioie nello scoprire nuovi confini informatici. La testa rischia un sovrariscaldamento, ma il corpo ne trarrà giovamento sconvolgendo i nostri dirimpettai, famigliari, amici.

Per fortuna però che ancora una volta lo sport ha fatto un miracolo con persone che oggi sembrano apparentemente lontano anni luce, ma che vedi sorridere e gioire al ricordo di aver idealmente condiviso, più di 40 anni fa, la medaglia d’oro di Klaus Di Biasi restando appollaiati a 10 metri di altezza in una Monaco sconvolta dagli attacchi terroristici dei fedain. E’ quella l’energia giusta per realizzare - mi creda architetto - grandi progetti ed esserne nello stesso tempo protagonisti!

Per fortuna però che c’è l’amore delle nonne che con le loro spalle larghe e la loro esperienza sono querce nel nostro cammino.

Per fortuna però che c’è un angelo biondo nella mia vita che è sempre con me, che mi sorride, che mi rincuora, che è al mio fianco anche nelle decisioni meno romantiche, che mi consola e mi stimola. Per fortuna però che c’è quel sorriso, quegli occhi marini, quelle lacrime salate che comunque fanno parte di un immenso e meraviglioso sogno! Chiudo gli occhi e aspetto solo il tuo... sei, sette, otto... poi ti porto nel vortice di una musica che ormai mi appartiene, che ormai fa parte di noi che è noi e che ci fa muovere e unire sempre di più.



... in air 15 Gennaio 2011

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Alberi di Natale sogno per restare bambini



Arrivando da sud lo si vede da lontano. Lo si vede appena scollinato il cavalcavia dalla fiera di Verona. Lo si vede usciti dalla curva di Tombetta. Arrivando da ovest gli si vede la punta luminosa. Anche da est e da nord ne emerge l’estremità.
L’effetto, in una notte fredda e buia, è magico. Per Verona gli alberi di Natale della famosa ditta di pandori Bauli stanno diventando una tradizione. Per la prima volta però, quest’anno, è stato posto davanti a Porta Nuova, storica entrata alla città di Romeo e Giulietta. Il Sanmicheli non ne avrà male anche perché, passate le feste, la sua grande opera datata 1535 ritornerà a segnare il nostro cammino a casa, pulita, maestosa e fresca come sempre: immagine di un tempo passato che porto spesso e volentieri con me quando sono girovago nel mondo. Porta Nuova, segna il rientro alla mia vita scaligera, mentre piazza Bra ricorre nei miei sogni quando sono lontano da casa da molto tempo. Al salotto di Verona sono particolarmente legato fin da piccolino. L’ ho amato grazie alle mie zie sarte che avevano il laboratorio che si affacciava proprio sull’arena. La loro vita.
L’albero di Natale è alto più di venti metri con un diametro di quasi di dieci. All’imbrunire si illumina d’incanto e guida il pellegrino nella notte. Sono state prese in prestito dal cielo alcune stelle che integrano il simbolo della Santissima Trinità. Lo vedi e ti mette di buon umore. Lo vedi e sorridi, non puoi fare diversamente in questo freddo, piovoso e ora nevoso inverno. Con l’albero entri nel clima natalizio... e anche la storia del cane Athos ne fa parte. Un cane che, una volta salvato dalla nave che stava affondando, ha preferito rilanciarsi in mare per non abbandonare quella che per lui rappresentava la sua casa e la sua vita. Nato e cresciuto sulla Jolly Amaranto e con lei aveva toccato praticamente i porti di tutto il mondo. Lui, il cane, aveva consolato i marinai in quei giorni difficili arenati in mezzo alla tempesta in mare aperto. Lui che che su quel natante si trovava bene e ci sguazzava da sentirsi un re. Lui che ha preferito scegliere dove morire e non lasciare al destino e al tempo la decisione che prima o poi colpirà tutti noi.
Il più bell’albero però è quello che mi ha accolto ieri sera in una fugace scappata a casa. Semplice, ma adorno di tanti diversi oggettini acquistati in varie parti del mondo e fatto con tanto amore, e passione.
Il più triste è quello che si incontra di giorno in piazza San Marco a Valstagna. Sta lì in mezzo alla piazza, senza una vera e precisa logica. Non ha ghirigori alla base: sembra essere spuntato dall’asfalto, non ha palle colorate, non ha luccichii. E’ lì e aspetta la notte per prendere un po’ di vita, si accende con i lampioni del paese e segna il cammino per chi scende dalla montagna o per chi va da nord a sud.
Alberi che entrano in noi e ci fanno sognare segnando il nostro cammino nella vita.