Emozioni sull'Oceano

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Dove sei vecchio amico di pagaia?


“Suonare e lottare... soltanto chi sogna raggiunge l'impossibile"


Questa la devo raccontare è troppo magica per godermela da solo o lasciarla nascosta nei meandri della memoria. Certe emozioni devono essere condivise perché qualcuno te le ha fatte vivere probabilmente per raccontarle e non solo per goderne isolatamente.

L’altro giorno finito l’allenamento con il gruppo dei kayak, mi sono cambiato per andare in canoa e mi sono incamminato in un sentiero che porta poco più a monte del percorso di gara. Si cammina con il kayak in spalle per poco più di mezzo chilometro immersi nella giungla costeggiando il fiume. Stavo andando ad allenare l’altro gruppo, quello cioè delle canadesi che da lì a poco sarebbero arrivate al punto prestabilito. Prima di mettere la canoa in acqua mi sono seduto all’ombra di una palma in attesa dell’arrivo degli atleti. Di fronte a me il fiume Paranapanema nella sua maestosità con questa rigogliosissima vegetazione che arriva fino all’acqua e gli dà una conformazione decisamente particolare. Il rumore della rapida che è sotto di me è forte, come è altrettanto forte il rumore della giungla. Ad un certo punto sono immerso nei miei pensieri e sento il suono di alcuni strumenti a fiato. Queste piacevoli melodie entrano in sintonia con il paesaggio che sto ammirando. Musiche che accompagnano i mie sogni ad occhi aperti. Subito penso che le note siano frutto della fantasia. Sto sognando, l’ho già detto, la realtà che sto vivendo e quindi penso in un primo momento che è abbastanza logico unirla a musiche sublimi. Poi mi guardo attorno non vedo nessuno. Apro bene gli occhi sono sveglio, cerco di allungare l’orecchio ed effettivamente le note di un Vivaldi nelle quattro stagioni erano chiare e forti. Un’immagine bella, forte, emozionante. La musica arrivava dalla scuola che c’è proprio sopra al fiume dove ogni giorno fanno tappa molti giovanissimi che imparano a suonare avvicinandosi alla musica classica. La cosa strana è come potesse arrivare fino a lì il suono, probabilmente il vento ha contribuito non poco a impreziosire quel momento magico. Come magico è stato poi trovarmi con una decina di C1 e tre C2 a giocare su onde e riccioli cercando di trasmettere a tutti i miei ragazzi l’idea di percepire dentro di sé lo scorrere di così tanta energia. Ad essere sincero un kayak lì stonava un pochino, ma purtroppo la mia anima e la mia abilità canoistica si è sviluppata da seduto. Avrei voluto che lì ci fosse il mio amico Mauro che un giorno ad Augsburg mi disse che lui aveva un sogno, quello cioè di seguire un giorno tanti giovani C1. E il pensiero mi si è focalizzato su queste parole, sulle tante ore passate assieme a pagaiare lui in ginocchio sul suo C1 e io seduto sul mio K1. Tanti bei momenti, tanti discorsi profondi e tanti sogni nel cassetto...perché caro vecchio Amico di pagaia ti sei fatto prendere dalla routine e hai massacrato i tuoi sogni?

Occhio all’onda!

UN SANTO NATALE A TUTTI

Un oceano verde


Per arrivare a Piraju da Foz do Iguaçu ho navigato in un mare verde seguendo la conformazione del terreno. Niente viadotti. Le colline si seguono fedelmente, si scende e poi si sale repentinamente. I tuoi occhi si perdono nel verde dove si alternano coltivazioni di soia con vigneti, protetti dai teli anti-grandine, frutteti , mais, canne da zucchero e banane. Poi passi qualche città come Cascavel, Maringà, Londrina, Ourinho, velocemente le superi e ritorni ad immergerti nel profondo di questo oceano color smeraldo. Ovunque è coltivato, ovunque tu possa arrivare con la vista è verde. Non si perde neppure lo spazio attorno ad alberi maestosi che fiancheggiano molto spesso il ciglio della strada. Tu osservi sotto e ti accorgi che è sfruttato anche quello spazio, quasi non si volesse perdere nemmeno un metro quadrato di area produttiva. Quasi come se mancasse lo spazio: sembra di essere sul poggiolo della Mariagrazia, mia suocera, che sfrutta ogni centimetro per le sue piante che nel massimo rigoglio si espandono a mo’ di giungla tropicale. Non ti annoi nel viaggio, in strade che molto spesso sono solo con una via per andare e una via per tornare e i camion anche qui sono in gran numero. Non ti annoi perché hai mille cose da guardare che escono dal tuo comune, dalla tua idea degli spazi. Qui ti devi riprogrammare, ridimensionare su un’altra scala. C’è questa morfologia del terreno fatta di tante colline che ti portano a salire e poi a scendere su strade che sembrano essere disegnate da Euclide tanto sono rette. Poi lungo la strada capisci dove vengono utilizzate quelle macchine agricole che vedevo da piccolino alla fiera dell’agricoltura a Verona. Mi chiedevo spesso dove si potessero mai utilizzare mezzi che hanno ruote grandi come camion e bracci lunghi come piscine olimpioniche. La risposta la immaginavo, ma fino ad oggi non mi potevo rendere conto di queste dimensioni, di questi infiniti spazi. E viaggiando vedi questi mostri enormi all’opera che passano per chilometri e chilometri sui raccolti di frumento e quant’altro. Lì in mezzo sembrano formichine intente a procurarsi il cibo per l’inverno.
Lungo la strada, ad interrompere il verde, le cooperative agricole dove evidentemente arrivano i prodotti per essere lavorati o spediti con camion che viaggiano producendo un fumo nero da paura e ad una velocità che difficilmente supera i 60 km all’ora. Il cammino ogni tanto è interrotto da stazioni di controllo della polizia “rodoviaria”. Ti fanno fare una “chicane” tra coni bianchi e arancioni sbiaditi dal sole per ridurre la velocità. Passi così a rallentatore davanti ad una sorta di casello. Poi magari ti fermano per dare una sbirciatina dentro l’auto a seconda di come gira o di cosa ispiri a poliziotti con divise inamidate e con i fucili a pompa.
Dopo poco più di 700 km. arrivi a Piraju una cittadina a quasi 700 metri sul livello del mare caratterizzata dal lago che si è formato dalla diga che ti accoglie all’entrata in città. Giusto a valle c’è un centro sportivo realizzato dalla municipalità con bungalow, campi sportivi; c’è anche lo skate park e ovviamente sul fiume il campo da slalom attrezzato. Noi siamo qui per i campionati nazionali: ultima gara dell’anno, poi qualche giorno di vacanza per festeggiare il Santo Natale e l’anno nuovo e si ripartirà il 5 gennaio con la squadra permanente a Foz do Iguaçu. Obiettivo unico: crescere tecnicamente e fisicamente, creare un gruppo capace di dare vita alla nuova visione dello slalom brasiliano per entrare tra le nazioni che contano a livello mondiale. La sfida in Italia era riuscita, così come in Spagna ora è tempo del Brasile!

Occhio all'onda!

Un ritorno al passato



Domenica riposo e allora qualche spesa in Paraguay con Douglas e Teco. Il primo è il tutto fare del centro dove viviamo e il secondo è un giovane kappa uno dalle buone qualità atletiche e da una volontà di ferro. La domenica è la giornata ideale perché i negozi da quelle parti sono aperti fino alle due e non c’è la ressa di sempre. Avevo bisogno di una borsa nuova e ho optato per uno zaino comodo da trasportare e leggero, considerando che da queste parti si fa parecchia strada in bus e i trasferimenti a piedi non mancano quasi mai. Quindi che cosa c’è di meglio del vecchio zaino da alpino? Saranno fieri i miei amici Manciu e Alessandro che in gioventù sono stati ufficiali negli alpini e che oggi non mancano quasi mai alle adunate annuali. A loro va aggiunto il mitico Picchio, mio cognato, uomo di montagna per vocazione e anche lui alpino di “soca”!
Il mercato ora è invaso dai troller di ogni specie e razza. Con due ruote che, una volta inclinato, tiri, oppure con quattro che invece spingi all’altezza del corpo e ti precede quasi come il più fedele amico dell’uomo. L’inconveniente di tutto ciò però è che quando viaggi in aereo la povera borsa con le ruote viene lanciata e sballottata ovunque con il risultato che la comodità dell’ingranaggio rotante viene meno. E poi lo zaino, è inutile nascondercelo, ha il suo fascino. Quanti sogni entrano in lui e quante testimonianze può portare nella sua lunga storia? Lo zaino è come Parigi nel senso che lo zaino è sempre lo zaino anche se le diavolerie moderne hanno cercato di togliergli attenzione. Ci sono un sacco di tasche in cui ci fai stare le cose più disparate. Ad esempio se prepari lo zaino per un viaggio ti viene in mente che non sarebbe male portarsi via anche una borraccia termica. Quando mai ti verrebbe in mente se invece prepari una valigia? Beh! poi nello zaino non può mancare il sacco a pelo, anche se qui, con il caldo che c’è, sarebbe in più. Ma ti viene da pensarci. Non uno zaino serio se non ci si mette un coltello mille usi, non ci sta neppure male una torcia elettrica. Ecco il quadro è completo.
Il mio è un ritorno al passato, quando ad accompagnare le mie trasferte era il vecchio zaino della Ferrino turchese che ovviamente conservo gelosamente a casa in Italia. Quante belle escursioni in montagna e quanti ricordi legati ad un semplice oggetto.
Ero passato anch’io alla borsa con le ruote in tela grossa. Mi ero convertito in Cina dove si trovavano a poco più di 20 euro, ma che regolarmente arrivato a casa mi veniva “sottratto” da qualche mio amico, attratto dalla forma e dalla comodità della stessa, con la scusa che tanto io sarei tornato nel continente dei musi gialli! Ed in effetti così è stato, ma l’ultima mi è durata fino al mio arrivo qui in Brasile dove praticamente si è aperta in due proprio dove c’erano le ruote. Sì, esattamente dove una volta si trovavano i marchingegni ruotanti che nell’ultimo viaggio mi hanno abbandonato. Ecco quindi spiegato il grande ritorno al passato con lo zaino. Ne ho preso uno con capacità 80 litri, tutto nero anche se per la verità mi sarebbe piaciuto un turchese molto chiaro, ma poi, pensando a ciò che lo aspetta, ho preferito restare su colori che, come dice sempre la mia mamma, “tengono… lo sporco”! E allora via per nuove avventure alla scoperta di un Brasile che ha tanto da raccontare e da farsi raccontare, speriamo solo di esserne all’altezza.

Occhio all’onda!

Microfoni con il dubbio


Le docce in Brasile sono strane. Hanno il microfono molto grande e per scaldare l’acqua ci arrivano direttamente due filetti di corrente; nella mia si vede il rame che entra nel morsetto. E’ normale poiché le ho sempre viste così da queste parti. La cosa strana è che a lato di dove esce l’acqua c’è un tubetto che sarà lungo poco più di un metro che penzola e che ha su un lato un apposito aggancio per evitare che dia fastidio durante il lavaggio. Ora mi sono sempre chiesto a cosa servisse esattamente, ma intimorito dai fili di corrente e se vogliamo da un certo terrore associandoli con l’acqua, mi sono sempre guardato bene di toccarlo cercando di restare a debita distanza. Non so perché ma, oggi, mi è tornato l’amletico dubbio: “a cosa servirà mai sto pezzo di gomma?” Mi sono concentrato ho cercato di capire bene da dove uscisse, ho osservato con la massima attenzione dove entrasse la corrente, ho perlustrato con lo sguardo ogni angolo, anzi ogni rotondità visto che non è quadrato, ma per l’appunto rotondo. Quindi dopo questa attenta analisi ho appurato che non aveva niente a che vedere con l’elettricità. Sono arrivato anche a pensare che potesse essere una specie di salva vita in caso di scarica improvvisa. No! Sicuramente ha un’altra funzione e quindi mi sono detto che ero pronto a toccarlo per cercare di capirne qualcosa. Sensazione strana: al tatto era un tubicino di gomma bianca come ci si poteva immaginare. All’estremità un affarino in plastica e al centro una sorta di leva. In un attimo mi si è aperto un mondo, ma vuoi vedere che è una sorta di doccetta! Tutto coincideva con questa possibile soluzione: esce da una parte laterale del citofono (termine tecnico per definire da dove sgorga l’acqua), non ha contatto con nessun’altra parte del meccanismo elettrico per scaldare l’acqua, non ha altre controindicazioni e neppure particolari accorgimenti scritti sullo stesso o sulle pareti della doccia; quindi... mi sa che è proprio un semplice tubo d’acqua che ti aiuta a risciacquarti nelle parti più intime o per arrivare bene sotto il ginocchio. Alternativa utile anche per le signore per lavarsi senza la preoccupazione di bagnarsi i capelli, eterno dilemma del gentil sesso. Quindi a questo punto, armato di coraggio (ero anche preparato al successivo passaggio) ho aperto il rubinetto e ovviamente l’acqua scendeva dalla doccia, ma la protuberanza invitava ad essere tirata. Si lo so, sono una sorta di eroe e, ormai senza più paura e timori, l’ho tirata! E’ uscita in una attimo l’acqua: mistero svelato, è uno scroscio d’acqua che ti facilità la vita!

Occhio all'onda!

Dos por Cuatro!




Mi sono fatto un’idea del Tango passando un po’ di tempo con gli argentini e soprattutto “paseando” per la loro terra. Arrivi a Bueno Aires e tutto ti parla di questa danza che è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Non fai in tempo a scendere dall’aereo che già dal tunnel che ti guida nel terminal trovi cartelli inneggianti a questa danza. Entri obbligatoriamente nel duty free shop e i souvenir di ballerini in pose plastiche sono ovunque. Per non parlare di portachiavi, magneti, posacenere, apribottiglia, taccuini, magliette, foulard, ventagli con le effigi di ballerini rigorosamente in nero, lui e in rosso, lei! L’istinto, ma non solo, ti dice che sei nel posto giusto. La capitale dell’Argentina traspira delle note di quella musica passionale che sta alla base della danza milonghera. In ogni angolo, in ogni strada nei bar, nelle taberne si “escuchar” note di ballate conosciute che qui effettivamente sono la colonna sonora nel muoversi all’interno di una città maestosa. Si legge la parola Tango, anche nei menù delle pizze. Poi piano piano ti allontani dalla città in direzione sud del paese e ti accorgi che il tango non è così popolare come ti immaginavi che fosse. A Mendoza mi rendo conto che sono in astinenza da Milonga da oltre due settimane da quando cioè è iniziata la mia avventura fuori dall’amata Patria. Considerando il fatto che ci devo passare la notte confido però nella buona sorte, speranza rafforzata dal fatto di essere in Argentina che per antonomasia è la terra promessa anche per ballerini da strapazzo come il sottoscritto. Entro in taxi e mi faccio accompagnare in un hotel a scelta del mio conducente con l’unica clausola che sia vicino a quella che io immagino esista senza assoluto dubbio e cioè la sala da ballo per il tango. In auto mi immagino di ritrovare e rivivere le stesse emozioni che mi aveva trasmesso Buenos Aires. Dall’aeroporto al centro di Mendoza ci sono poco più di 10 chilometri e per poco più di 5 euro arrivo in piazza Espana dove il mio taxi mi scarica indicandomi un paio di hotel. Mi dice che sono proprio dietro al barrio peruviano e lì sicuramente appagherò la mia sete di milonga... mi sembro il buon Silvio Prandi spesso spasmodico per le sue maratone di ballo settimanali, almeno come appare su Facebook. Metto lo zaino nella stanza 202, mi tolgo gli scarponcini e mi infilo le mitiche scarpe che il mio maestro mi ha regalato. Penso che così guadagnerò tempo e mi metto in strada seguendo le indicazioni di una solerte e gentile recepzionista. Da dove sono mi separano solo sette quadre e poi, una volta girato a sinistra, dopo altre quattro e mi troverò al “Tajanar” luogo, sembra, di milonga. Mi avvicino a passi veloci, anche perché le mie stesse scarpe sentono la necessità di esprimersi, e quando vedo la scritta mi si illuminano gli occhi. Davanti a me si appresta ad entrare nel locale un signore di mezza età che si infila la giacchetta accompagnato probabilmente dalla moglie e da un’altra signora più anziana. Mi nasce il dubbio che si tratti di un locale dove è richiesto l’abito elegante. Mi guardo per un attimo e mi rendo conto di essere in jeans e camiciola con le maniche corte di color orange. L’unico punto forte sono le scarpe... punterò tutto su quello in caso di discussione! Entro, ma mi accoglie il panico, vedo solo tavoli apparecchiati per la cena, sulla sinistra un palchetto con un monitor che passa immagini della città. Mi affretto a parlare con un tipo che sta dietro il bancone delle bevande e gli chiedo se c’è milonga questa sera. Il tipo mi sorride e mi dice che da sempre lì non si balla, ma ci sono esibizioni durante le cene e che se avessi voluto un tavolo avrei dovuto prenotare, con l’opzione di poterlo fare ora. Sorvolo sull’offerta e gli chiedo dove poter ballare, ma ahimè non ricevo nessuna informazione utile. Esco fuori dal locale, abbattuto ma non rassegnato. La notte era ancora lunga e sei mai ci fosse stato un luogo dove ballare lo avrei certamente trovato. Mi piaceva l’idea che se lo avessi fatto avrei ballato contemporaneamente con Amur, che sapevo al Mascara. Sarebbe stato come ballare assieme solcando a suon di passi ochos e boleos la distanza, solo fisica, che ci separava tra un continente all’altro… ecco la vera forza che mi spingeva ad accelerare la mia ricerca. Quindi: chi meglio di un taxista può conoscere luoghi, locali, piazze e quant’altro possa esserci in quel posto? Ne blocco uno al volo e non esito a salire a fianco del posto di guida, il tipo rimane leggermente sconvolto, ma non gli lascio tempo e gli spiego il mio problema. Il taxista si tranquillizza e mi porta su una lunga strada dove ci si trova per mangiare e per bere una cerveza ghiacciata. Nel tragitto di poco più di 10 minuti mi fa un sunto sulla filosofia che guida la gente di Mendoza: per ballare il tango è presto, non devo pensare di essere nella capitale e aggiunge: “ah la vida en Buenos Aires hay otra vida aquí es tranquilo corre” Come se si potesse correre tranquillamente nella vita! Ma prendiamola per buona e una volta sceso dal taxi non seguo il consiglio del mio buon cicerone. Per bere una birra bisogna essere almeno in due, come per ballare il tango e ritorno ad agitarmi. Il mio black-berry ad un certo punto inizia a mandare segnali di fumo... sta ricevendo e-mail, mi guardo attorno e sapendo che non ero collegato sulla linea telefonica mi rendo conto di essere in copertura wi-fi. Estraggo il bianco salvatore e inizio a navigare in rete e mi rendo conto che sto proprio di fronte ad un internet point che sta chiudendo. Cerco affannosamente il sito che il mio buon maestro mi aveva mandato, ma nulla. Il tipo all’interno del locale sta spegnendo le luci e seguendolo con un occhio, con l’altro fisso lo schermo del telefono per vedere se si carica la pagina, attonito noto un lungo dito che sta per cliccare sul modem che mi tiene legato ancora all’ultima speranza di muovere quattro passi di tango dopo una affannosissima ricerca. Inesorabile il dito del tipo raggiunge il pulsante e dal mio apparecchio esce un suono acutissimo... è il segnale che non sono più in copertura. Guardo, questa volta con tutti e due gli occhi, il mio monitorino c’è una mezza pagina caricata del “diario de tango de Mendoza” ma arriva solo al dia 20 novembre, oggi è il 24... porca vacca non si è caricata tutta e non saprò mai dove c’è Milonga! Faccio ancora un ultimo tentativo: blocco un altro taxi. Stessa scena: salgo a fianco del posto di guida, gli spiego il mio problema, il tipo mi guarda con sospetto, poi si rilassa e mi porta in calle Perù davanti a “Botegon de Tango” . Mi illumino, faccio per scendere, ma il taxista mi ferma... è tutto chiuso lo stanno restaurando. Rassegnato e molto triste, lascio andare il mio taxi, mi avvio verso l’albergo che raggiungo camminando in poco più di 20 minuti. La receptionista è cambiata, mi consegna la chiave e ovviamente precipito nel sonno più profondo: c’è chi affoga i dispiaceri nell’alcool e chi invece ci tuffa in un letto a sognare l’amata! Mi sveglio di buon ora, faccio colazione, mi collego ad internet e scopro che il giorno 28 novembre ci sarà una milonga a Moròn al numero 216. Faccio due conti e mi rendo conto che quel giorno sarò nuovamente lì e quindi questa volta non perderò occasione per dissetarmi direttamente alla fonte. Quattro giorni volano! Se poi i tuoi occhi sono catturati continuamente da tutto ciò che ti circonda ti sembrerà di non aver vissuto il tempo: elemento forse inventato da noi poveri mortali? Questa è la sensazione che ho avuto ripercorrendo le vie di Mendoza alla ricerca della tanto sospirata Milonga, visto che rivivevo la scena di un film già vissuta. L’unica speranza era che forse stavo camminando nella stessa nottata di quattro giorni prima. Una notte lunga ed infinita e che non vuole tradirmi. Eppure le foto che ho scattato e le parole che ho scritto mi confermano il fatto di essere stato a San Rafael per i Campionati Sud-Americani, mah! Bene stessa trafila per arrivare in avenida Moròn. Fermo un taxi senza guardare se il suo conducente ha l’aria di tanghero o di presunto conoscitore di luoghi e orari di questo ballo, ma questa volta ho idee chiare e sono io a dare precise indicazioni con tanto di numero civico: 216. Imbocchiamo avenida San Martin che nelle ore trascorse qui è diventato il mio vero punto di riferimento. Tutto in questa città, al centro dell’Argentina, ruota intorno a questa strada lunghissima ed alberata. Poi la rivedrò di giorno quando andrò verso l’aeroporto e sembrerà un’altra strada. La notte ha il suo fascino, la notte è calda, ma nello stesso tempo ti lascia la speranza che comunque l’aria sarà più leggera in questa estate che per me sembra non finire mai... ci pensavo giusto oggi. Il tassista sa il fatto suo e in avenida San Juan volta deciso per non perdere il verde, strano perché normalmente è giusto l’opposto. Più tempo passi in macchina è più il tassametro gira. Quando sali sono 4 pesos e 50 cioè 70 centesimi di euro. Non molto in effetti ecco perché questo mezzo di locomozione è molto usato anche dai locali, al contrario di quando succede da noi in Italia. L’ultima volta che ho preso un taxi a casa deve essere stata quella volta in cui arrivavo da chissà dove in aeroporto e non me la sono sentita di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere, tanto meno ad Amur che senz’altro era a scuola. E’ passato molto tempo comunque… forse cinque o sei anni. Entriamo in avenida Moron e il tipo mi richiede il numero civico. Io vengo assalito dal panico quando leggo sulle varie porte 206, 208, e poi il 210 è una concessionaria di auto, e mi rendo conto che regna il buio assoluto e mancano solo due porte. Il tassista si blocca e mi fa segno di guardare sulla porta: leggo 216, evidentemente al mio autista è ritornata la memoria e mi dice che sono 11 pesos e 90. Ne ho solo 10 più 5, gli lascio tutto e scendo molto preoccupato. Lui mi saluta, sgomma a parte. In un batter d’occhio mi trovo solo a chilometri e chilometri di distanza dalla mia casa, in jeans e solita camica orange, ma questa volta le scarpe non le ho indossate, ho preferito camminare con le ciabatte in previsioni di cocenti delusioni, sono nel loro sacchetto a rete... per questione di aerazione, anche se, per la verità, non soffro di bromidrosi plantare. Mi guardo attorno e riguardo il civico 216. In realtà il numero non è come tutti gli altri, ma è un cartoncino A4 con il numero scritto con un pennarellone grosso, come se si volesse far capire qualche cosa. Mi concentro e capisco che il numero si riferisce non al negozio che è a piano terra, ma ad una porticina sulla destra che dà l’idea di portare ad una scala. Esco dal porticato e guardo verso l’alto e vedo una sorta di locale, ahimè tutto spento. Le finestre sono aperte e escono delle tende rosse. Nel frattempo vedo due donne arrivare verso di me e non perdo l’occasione per chiedere se non sanno nulla su una presunta milonga e se mai in quel posto ne organizzassero. Le due signore, secondo me madre e figlia, entrano proprio a lato del 216 e aprendo il portoncino mi dicono che quella sera non ci sarà niente perché è festa nazionale e la milonga è rimandata. Mannaggia a questo punto è proprio destino: non ballerò il tango questo giro in Argentina! Torno in Brasile un po’ a malincuore per essere stato nella patria della musica che fa ardere la passione e che infuoca l’ardore con la mia Amata senza poter ballare. Tutto fila via liscio e la settimana passa veloce fino a sabato quando, invitati in Paraguay per una giornata di promozione degli sport con la pagaia all’interno di un Festival interculturale a cui partecipano varie associazioni, incontro Maria una ragazza di Corrientes una città a nord dell’Argentina, non vi dice nulla? E’ dove è ambientata la storia del “Console Onorario” un film di John Mackenzie e con Richard Gere e Michael Caine; però tutto ciò non centra nulla è che ho fatto un collegamento con la città: una associazione di idee... lasciamo perdere e vi dicevo della ragazza che ha sintetizzato esattamente la filosofia del tango:

“el tango es un asunto de Buenos Aires. Argentina no es el tango”!

L'ALBA DALLA MIA FINESTRA

Campionato Sud-Americano, San Rafael - Argentina






Prendete un foglio bianco e disegnateci una montagna di quelle che avete visto nei film western o nei fumetti di Tex Willer. Sparsi qui e là inseriteci anche dei cactus e qualche fico d’india oltre a piccoli e nodosi arbusti. Il paesaggio però è soprattutto quello di sassi color rosso, come la terra. A lato fateci scorrere un torrente non troppo grande con massoni che formano invitanti morte per risalite da manuale. Il tutto attrezzato con un campo da slalom che non ha nulla da invidiare per facilità di utilizzo e per caratteristiche ai migliori campi in circolazione. Sulle rive gli eucalipti e giusto dietro a loro dell’erbetta che però mano a mano che ci si allontana dall’acqua si dirada fino a lasciar posto alla pura terra. Quella terra sulla quale quando ci si cammina si lascia il segno del proprio passaggio alzando nuvolette di polvere. Quindi paesaggio decisamente brullo, fatta eccezione per tutto ciò che sta attorno al fiume e per quelle oasi che ogni tanto la caparbietà e la pazienza dell’uomo ha fatto nascere deviando l’acqua. Sono aree per il camping o per posizionare una delle tante madonnine che da queste parti venerano. Una volta che avete completato la vostra opera vi apparirà quell’Argentina a 250 chilometri a sud di Mendoza e più precisamente quello che si vede in un paese che si chiama San Rafael, nella Valle Grande. Ah dimenticavo! Per arrivare dalla prima città al paese disegnate una retta: quella è la strada che lega le due comunità. Su tutta questa distanza ci sono solo due punti di riferimento Tunuyan a poco più di 800 metri sul livello del mare. Una zona famosa per i vigneti e per le sue mele. L’altro agglomerato urbano è San Carlos, poi solo pampas e la cordigliera delle Ande, con le sue cime innevate, che vi accompagna maestosa nel viaggio verso i Campionati Sud-Americani di canoa slalom e che a me ricorda sempre il disastro aereo che ci fu nel 1972. Paesaggio che si interrompe ogni tanto per i chilometri di vigneti che in questi ultimi dieci anni sono cresciuti a dismisura e che hanno portato a questo paese una notevole crescita sotto il punto di vista viti-vinicolo e quindi economico. Si producono degli ottimi rossi principalmente cabernet e malbech, come scoprirò piacevolmente al barbeque della sera!
Eh già sono venuto qui giù per seguire questa gara in cui Brasile, Cile, Venezuela, Colombia, Costa Rica e ovviamente Argentina mettono in palio il titolo di campione Sud-Americano in una realtà canoistica che sta cercando la propria identità. Le difficoltà non mancano per accorciare la distanza con l’Europa, che bene o male ha quasi sempre monopolizzato risultati, politica e attenzione mediatica. Da queste parti manca sicuramente la tradizione per i paletti dello slalom e manca soprattutto un progetto importane internazionale per cercare di allargare la base di questo sport. Certo non è facile! Si pensi però che in tutti questi paesi ci sono tre forti elementi aggreganti: fiumi in abbondanza, giovani che, se ben seguiti, possono crescere velocemente e soprattutto la lingua che bene o male unisce tutti, cosa che non esiste in Europa. Quella Europa che viceversa è ricca di storia e tradizione, ma che purtroppo stenta ad aprirsi al mondo con l’errore che se lo slalom rimane confinato in pochi paesi rischiamo di uscire dal circuito olimpico prima di quello che si possa pensare. La salvezza sta proprio qui e in Asia per un progetto internazionale forte e deciso che faccia uscire definitivamente dal confino paesi che vengono considerati solo quando c’è il terrore di qualche controllo da parte del Comitato Internazionale Olimpico. Come fare è semplice.
Primo: l’ICF deve individuare uno o due tecnici competenti per ogni area, stipendiarli e mettere a loro disposizione materiale, che può trovare da sponsor di settore. Così facendo si fanno crescere le varie realtà partendo dal centro per arrivare fino al sud America. Stessa cosa dicesi per i paesi asiatici. E’ così semplice che mi vergogno pure a scriverlo. Ma non è così poi anche nella realtà di una società di canoa italiana? E se può andare bene per noi perché non potrebbe funzionare anche a livello internazionale? Dubbi che resteranno tali perché, per il momento, non ci sono interessi politici ed economici che possano far cambiare rapidamente questa realtà. Secondo: cambiare il regolamento per l’accesso in semifinale e finale ammettendo in queste due ultime fasi solo un atleta per paese. Le statistiche parlano chiaro e ci dicono che sono troppo poche le nazioni che passano in semifinale e tanto meno in finale - riguardatevi i post sui campionati del mondo dove si fa l’analisi dell’evento iridato - qui

Godiamoci quindi questi Campionati che ovviamente concedono tante licenze al regolamento a partire dal cronometraggio e dagli stessi giudici che certamente non sono così pignoli come siamo abituati dalle nostre parti. Non ci sono controlli per le barche o per i materiali che quest’anno hanno creato mille problemi anche in Coppa del Mondo e ai mondiali. Figuriamoci se applicassero alla lettera il regolamento da queste parti, praticamente partirebbero in tre!

Poco importa perché in un batter d’occhio mi sono ricalato nellla canoa che ho vissuto alla fine degli anni ’70. Tutto ciò pero, si inserisce in un piano di sviluppo che coinvolge non solo il sud America, ma che indirettamente e forse anche in maniera sconosciuta porterà benefici a tutto il movimento dello slalom: una globalizzazione a 360 gradi.
Se facciamo un parallelismo con la discesa possiamo dire tranquillamente che tutto ciò è assente. Nel mio peregrinare per il mondo non ho mai visto o sentito parlare di un progetto analogo per il settore discesa. Peccato perché molti luoghi e paesi hanno fiumi che si presterebbero alla grande a questa splendida specialità a cui rimango molto legato. Al settore mancano idee, voglia di lavorare e buona volontà grazie ai diretti interessati che rimangono seduti nelle loro comode poltrone senza muovere foglia in attesa di vedere la loro specialità apparire nei prossimi necrologi sportivi!

Occhio all'onda!

Navigate by using the North Star


Mi sono fermato un attimo e ho messo su un foglio bianco la mia idea di come si arriva ad un risultato sportivo e forse anche di altra natura. Certe volte, se pur nella mente è tutto chiaro, ho la necessità di appendere nella mia stanza segnali chiari e forti che non mi facciano perdere mai la rotta verso la stella polare. Sono come i marinai nelle notti in mare: “navigate by using the North Star”. Così anche nelle navigazione della vita c’è bisogno di chiari segnali di direzione e, che siano scritti o fotografici, piano piano invadono le mie stanze. Quelle stanze, sempre diverse, che da molto tempo ospitano il mio peregrinare nel mondo. Mi capita a volte di sentire la necessità di prendere un foglio bianco e una matita e disegnare. Sto cercando ora di saziare il mio bisogno di tango con dei disegni che copio qui o là. So che questi però non avranno la forza di tenere nella mia memoria passi che avevo imparato con dedizione e amore, ma hanno comunque la gioia di farmi ricordare con energia le persone che ruotano attorno a questo mondo e che sento vicine nella lontananza. Poi lo confesso mi piace il profumo della graffite, il sapore della gomma da cancellare, quella gestualità che ho imparato e vissuto prima in mio padre. Quel suo comunicare attraverso un disegno, attraverso un segno. Quella sua dedizione ai grandi pittori e quella sua voglia di riprodurre le loro opere; quasi volesse calarsi istintivamente in quel momento magico che diede il via al capolavoro. E poi questo bisogno, anche fisico, di battere su una tastiera, per mettere nero su bianco pensieri e sentimenti che altrimenti cadono come foglie in autunno e si perdono trasportate dal vento o seccate dal sole e inghiottite dalla terra che aspetta anche tutti noi. Le ballerine, nel mio disegno, non esprimono tutta la leggerezza che viceversa assaporo ballando con loro. Che strano, non è molto che solco le tavole delle Milonghe, e se devo essere del tutto sincero non ho sul taccuino molte esperienze, ma non ho mai trovato una Lei scarsa. Le donne sono sempre fantastiche, ma come fanno ad essere così uniche e a noi superiori? Noi poveri uomini impacciati nel nostro passo successivo, loro pronte a trovare soluzioni a nostre indecisioni. Noi rigidi come pali della luce spenti, loro brillanti e leggiadre. Loro che a volte fasciano e a volte sorridono. Loro che si lasciano trasportare nell’oblio e noi alla ricerca disperata della nostra “North Star” per continuare a guidarle nell’orgia di sentimento, piacere, entusiasmo, gioia che la vita ci vuole donare ogni giorno. Poi d’incanto ti rendi conto che il cielo si è oscurato e quella luce che ti guidava per una ragione divina illumina i tuoi spazi, quella stella è Lei. Beh ... torno alla mia ballerina del disegno che ha bisogno di qualche aggiustatina!

Occhio all’onda!

P.S. io ero partito per parlare dei fattori che contribuiscono ad un RISULTATO! Sarà per la prossima volta -

College per lo Slalom


... prosegue da Un ex convento per la sede della canoa slalom giallo verde

“In the imagination there is a hot wind which blows on cities, as a friend I dream of souls always free like clouds which fly full of humanity deep inside”

Per l’alimentazione seguiremo i consigli della nutrizionista che è stata scelta per seguire questo progetto e che darà indicazioni precise agli atleti e alle due cuoche che si alterneranno per preparare colazioni, pranzi e cene.
Non molto distante da qui c’è lo studio del fisioterapista che terrà sotto controllo i ragazzi e, una volta alla settimana, avremo una lezione di ginnastica posturale per prevenire problemi che possono insorgere con le tante ore che passeremo in acqua a pagaiare. Da oggi ai giochi panamericani - dove ci giocheremo un posto olimpico per ogni specialità - ci dividono 18 settimane, che sono 126 giorni o 3.024 ore. Non ho ancora calcolato le ore di allenamento che faremo in acqua e in quante porte passeremo, neppure il numero di sedute in palestra o a correre o a nuotare. Poco conta perché non seguiremo certo tabelle di allenamento e tanto meno mutueremo nulla dai manuali di insigni professori che, come i politici, sono troppo lontani dalla realtà e dalla gente e di conseguenza dalle necessità degli atleti. Li leggeremo e continueremo a studiarli comunque per confrontare la teoria con la pratica e il sudore versato ogni giorno. Ciò che conta è essere presenti per seguire passo dopo passo questi giovani slalomisti con tanta voglia di far bene. Avremo da affrontare nel frattempo i campionati Sud-Americani a San Rafael in Argentina, l’ultima gara della Coppa del Brasile a Piraju e la selezione per formare la squadra per i PAN-AM. Un cammino che potrebbe sembrare lungo, ma che in realtà è più veloce di un lampo a ciel sereno. E pensare che questo progetto speravo di realizzarlo in Italia. La mia idea infatti, quando ero commissario tecnico dello slalom e della discesa per la Fick, era quella di creare il “College della canoa fluviale”.
Avevo lavorato duramene a questo progetto e alla fine grazie al presidente Francesco Conforti, ad Oreste Perri e a Mauro Pitotti, avevamo trovato anche una sede ideale e cioè a Terni. Il tennis tavolo lasciava la sua struttura e noi avremmo dovuto subentrare a loro. A pochi chilometri c’è Ferentillo dove potevamo avere il nostro campo di allenamento su un tratto di fiume interessante che un tempo utilizzavamo molto per i raduni delle squadre nazionali specialmente nei periodi invernali, vista una temperatura mite e l’acqua in abbondanza. Per questo tratto esisteva anche un progetto per adattarlo alle necessità dello slalom finanziato da regione e comunità europea.
Partivo da un dato di fatto, che è poi la costante anche di oggi: i club in Italia possono solo portare i giovani atleti ad un livello medio, poi mancano di strutture, mezzi , conoscenze e disponibilità economica per far fare ai loro atleti un salto di qualità. I numeri di slalomisti che superavano il primo scoglio erano decisamente pochi - si consideri che oggi la situazione è decisamente peggiorata. Quindi avevamo la necessità di non perdere nessuno e cercare in questo gruppo, se pur ristretto, di trovare elementi interessanti in visione olimpica. Un cammino, che ripeto, non potevano e non possono fare i club. Ecco quindi la necessità di creare una struttura idonea a questa crescita, offrendo ai nostri giovani l’opportunità di esprimersi agonisticamente e nello stesso tempo di avere anche la possibilità di portare avanti gli studi universitari. Terni e la Federazione di quel tempo erano tutto ciò.
Mi è piaciuto Zucconi oggi nella sua esternazione quotidiana a tema: “Pensare in Italia”. In sostanza ci dice che la crisi non è un problema di risorse economiche o di chissà quali problemi finanziari. Il vero problema dell’Italia è che si è addormentata e ha chiuso le porte a ciò che nel passato ci ha sempre contraddistinto: la fantasia nel creare, nel proporre, nel portare avanti idee e progetti. Oggi non c’è più nessuno che si prende la responsabilità per nulla. Politici, funzionari, impiegati, operai. Tutti sono caduti nel tranello teso da chi ha interesse a mantenerci ignoranti e sottoposti al signor sì nella convinzione di poter avere il momento personale di gloria e notorietà. Abbiamo perso tutti il senso dell’interesse comune, del piacere di creare un qualche cosa che resterà nella storia, fosse anche il semplice e devoto lavoro quotidiano che è la strategia vincente per i grandi risultati!

“Nella fantasia esiste un vento caldo,
Che soffia sulle città, come amico.
Io sogno d'anime che sono sempre libere,
Come le nuvole che volano,
Pien d'umanità in fondo all'anima”

Occhio all’onda!


fine seconda parte....

Un ex convento per la sede della canoa slalom giallo verde


Vivo in un convento o meglio vivo in un ex-convento trasformato e adattato per ospitare la base operativa della canoa slalom brasiliana. Io sono giunto qualche settimana prima dell’arrivo di tutti gli atleti per preparare ogni cosa e definire nel dettaglio piani e programmi di sviluppo e allenamento. Siamo partiti a singhiozzo, ma ora sembra proprio che la grande macchina di “Rio 2016” si sia messa in moto alla grande. Certo, in questi casi non bisogna avere fretta, anche se ti piacerebbe essere già operativo al 100 per cento. Dobbiamo iniziare a creare un sistema e soprattutto dobbiamo cercare di coinvolgere un po’ tutti nel progetto. Sarà importante iniziare bene fissando regole e orari. Il problema più grande in questi casi arriva dalla capacità di essere da esempio a tutti quelli che passeranno da questo centro. Si dovrà cercare di stimolare ognuno, trovando la combinazione ideale per far esprimere al meglio tutti i nostri ragazzi e ragazze: il risultato viene dato da una serie di fattori che si devono tutti intrecciare con maestria utilizzando conoscenze, esperienze, arte e alchimismo come direbbe il grande Alviano Mesaroli. La struttura è in un punto abbastanza strategico della turistica città di Foz do Iguaçu visto che a 15 minuti di corsa abbiamo la palestra “FitFoz”: un bel centro sportivo con sala pesi, sala fitness, piscina, campi da calcio e volley, pista per correre, sauna, idro-massaggio, mentre a 15 minuti di auto arriviamo al canale di allenamento che però resterà chiuso fino al primo di gennaio per permettere ai pesci di risalire e riprodursi. Nel frattempo si pagaia sul lago a monte della diga di Itaipu. Qui c’è un mega club di vela che ospita noi e il progetto “Meninos do Lago” di cui avevo già parlato tempo fa. L’ex convento, dove viviamo, è ben strutturato. Al piano terra c’è la cucina con la sala da pranzo e l’area relax, un ampio giardino nel quale fra non molto verrà fatta anche una piscinetta. Sempre a piano terra ci sono due stanze da letto e la hall. Si sale di un piano e si arriva in un locale piuttosto spazioso con un tetto molto alto i cui lucernari danno luce praticamente a tutto il locale. Sarebbe ideale per ballare tango, anche il mio maestro sarebbe contento. Già me lo immagino qui che mi propone dove mettere le casse dello stereo per fare lezione ai miei ragazzi e ragazze. Apprendere questa sublime arte non farebbe che bene ai miei atleti, ma prima o poi ci riusciremo, non è vero Graziano? Ai lati di questo ampio salone che vi potete immaginare come un peristilio della domus romana, senza le colonne, ci sono otto porte che portano in altrettante camere da letto. Il giardino verrà sfruttato per fare stretching e esercizi per le spalle con elastici e pesetti da mezzo chilo. L’ampio salone invece sarà la sede per le varie riunioni di gruppo e per le lezioni che a alcuni professori terranno ai ragazzi per tenerli stimolati anche culturalmente. Quindi c’è in programma un corso di inglese, incontri con alcuni medici sull’educazione alimentare e i rischi del doping.

fine prima parte ...

Partenza indietro per guardare avanti


Non me lo ricordavo! Qui in Brasile l’asse del water è morbida, strana sensazione ma non male come idea. Ti siedi e ti accoglie fra le sue “braccia”. Subito ti sembra strano perché hai una sorta di sensazione di caduta, poi ti ci abitui e apprezzi... è molto comoda e in certi momenti... aiuta! Ho ritrovato anche il mio rasoio elettrico che avevo lasciato qui nella borsa a marzo: che bello farsi la barba ogni mattina senza lametta. Certo non è come la lama che ti lascia liscio liscio cosa che Amur apprezza molto, ma, considerando il fatto che colei che amo non c’è, mi posso permettere di trovarmi impreparato agli assalti del mio Angelo biondo, nessuno si accorgerà che la barba non è così perfetta come potrebbe essere! Oggi in canoa abbiamo lavorato sul colpo in acqua e sulla relativa trasmissione alla canoa. Il canale è chiuso e quindi avremo sei settimane per concentrarci sull’allenamento fisico e sulle tecniche di base in acqua piatta. Fatto inquietante è che troppi dei miei giovani atleti pagaiano pensando solo a tirare forte con le braccia dimenticandosi completamente della spinte delle gambe, della torsione e della presa in acqua. Ho dovuto cercare il sistema per far loro capire tutto ciò e quindi ho utilizzato l’arma dell’umiliazione sferrata da un 50enne poco allenato in canoa, ma che ci tiene parecchio alla loro crescita tecnica e fisica. Praticamente ho lanciato una sfida sui cinque minuti pagaiando indietro per vedere chi faceva più strada. Loro sono partiti molto convinti spingendo l’acceleratore a fondo, ma ben presto davano segni di cedimento tanto che dopo solo qualche minuto uno ad uno venivano risucchiati dal sottoscritto - per l’appunto il vecchietto di cui vi parlavo prima - fino ad arrivare al tempo prestabilito. Beh! voi non ci crederete ma ho avuto un ampio margine sul secondo arrivato e poi via via su tutti gli altri. I ragazzini si sono stupiti e hanno imputato la cosa alla mia grande preparazione fisica che in realtà in questo momento lascia molto a desiderare. La verità però non è questa, la ragione è che loro non usano tutto il corpo per pagaiare e di conseguenza non fanno scorrere la canoa oltre al fatto di stancarsi presto. Nella pagaiata indietro tutto ciò viene esaltato all’inverosimile è una sorta di prova della verità. Spiegato l’inghippo e messi nella condizione di sperimentare, abbiamo iniziato a rivedere i fondamentali proprio dalla pagaiata indietro. Strana partenza! Speriamo solo che questo sia poi un buon inizio per poi pagaiare forte guardando però sempre avanti!

Occhio all'onda!

Non ci rimane che aspettare Natale


Papi: "mangiati l’ultimo caco” eh già! Raffy ha ragione, visto che sicuramente questi deliziosi frutti non aspetteranno il mio ritorno a casa fra sette mesi. Si sa il caco è un frutto che non dura molto, nel migliore delle ipotesi fino a dicembre anche se difficilmente si riesce a metterlo sulla tavola per il giorno di Natale. La nostra pianta in giardino ha fatto quest’anno una produzione eccezionale e abbiamo finito di raccogliere gli ultimi proprio oggi prima della mia partenza per il Brasile: io arrampicato sull’albero, sotto l’attento e perplesso sguardo dei miei gatti, e Raffy sull’erbetta a parare i gialli frutti che gli lanciavo. E’ un’operazione delicata che va fatta con cura visto che è seguita praticamente da tutta la famiglia. Amur ha la funzione di ricordarmi ogni minuto della pericolosità della mia azione per la fragilità dei rami mentre di secondi ne passano solo 30 per sollecitarmi a lasciar perdere che ne abbiamo già raccolti più che a sufficienza. Alla fine desisto, ad operazione praticamente conclusa, e lascio qualche caco sulla pianta per i passerotti che ne sono ghiotti. Poi inizia la distribuzione: ne porto a mia mamma, alla mamma di Marina, ai vicini di casa, a qualche amico. Mi rimane da fare solo un’offerta su Groupon, magari per il prossimo anno mi organizzo! Anche se una mia carissima amica mi ha sconsigliato di farlo. Lei ci ha provato ed è ancora impelagata a portare fuori gente con il dragon-boat per poco più di un misero euro a persona.
Per la verità quest’anno ero un tantino preoccupato perché avrei dovuto partire ad inizio novembre e i cachi non erano ancora pronti per essere raccolti vista l’autunno inusualmente caldo. Alla fine però, per una serie di ragioni, sono partito solo ora e così sono riuscito a vedere anche l’ultima foglia cadere dal nostro amato cacaro.

Ora però, qui in questo aeroporto immenso e affollato di gente che cammina seguita dai loro troller, come fossero loro stessi i veri viaggiatori, cado nel tranello dei ricordi.

Sono stati due mesi a casa bellissimi... le mie vere vacanze e, come tutte le vacanze, sono volate senza nemmeno accorgertene. Complici Zeno, Raffy e Amur che sono sempre fantastici in tutto. Se poi a loro ci si aggiungono anche gli amici e il tango la cosa si complica non poco al momento della partenza. Zeno è tornato in barca verso fine settembre, prima con qualche pagaiatina leggera leggera, poi piano piano con estrema tranquillità qualche uscita a Valstagna per riassaporare il gusto dell’acqua che corre. Da questa settimana sono iniziati alcuni allenamenti un po’ più impegnativi con la consapevolezza che non sarà facile. Le braccia fanno male. Il corpo sta reagendo mandando segnali di dolore ovunque, riempiendo di acido lattico ogni muscolo. Una fase che durerà, nel migliore delle ipotesi, alcune settimane. Poi si riprenderanno i ritmi di un tempo, ritmi che ti fanno capire che se lasci correre la canoa sei potenzialmente sulla strada giusta e sarà solo il tempo a darti ragione.
Raffy è alla ricerca della sua identità in un corpo che si sta sviluppando e che lo costringe a riscoprirsi ogni giorno. Amur che è semplicemente fantastica in tutto. Anche ieri si è dimostrata più forte di me perché si sa partire è un po’ morire!
Due mesi splendidi con la mia fantastica famiglia a godermi ogni respiro di una vita che ci sta regalando tante emozioni e tante gioie. Fantastiche le cenette organizzate sul fuoco, magiche le ore passate sul fiume a impostare gli allenamenti, interessanti i momenti spesi a parlare di tutto e di più con dei figli che stanno crescendo e il cui sorriso ha più valore di ogni altra cosa al mondo.
Poi ci sono quei passi di tango che stavano riuscendo benino in questi ultimi tempi. Tutto merito dei nostri pazienti maestri e dell’allenamento. Siamo andati a lezione due o tre volte la settimana più una o due milonghe, non male per noi poveri dilettanti alla ricerca di movimenti che purtroppo non erano mai stati scritti nel nostro codice genetico, ma che ci appassionano sempre di più

Ma... non possiamo fermarci sul latte versato, bisogna guardare sempre avanti. Io sono arrivato in Brasile giusto il giorno della “Proclamação da República” e quindi occasione per far festa. Si inizierà a lavorare da domani. Zeno oggi si godrà a Roma il suo primo concerto dei “Rise Against” con il suo amico di pagaia Giovi. I due sono appassionati di questa band a stelle e strisce che fa musica melodic-hardcore.
Raffy è contento per il suo keebab a pranzo. Chissà se sarà andato al poligono a sparare con la pistola olimpica. Amur è super attiva quindi… non ci rimane che aspettare Natale!

Occhio all’onda!

Non sempre l'allenamento è quello scritto sui libri


“Il cielo d'Irlanda è una donna che cambia spesso d'umore.

Il cielo d'Irlanda è una gonna che gira nel sole
.
Il cielo d'Irlanda è Dio che suona la fisarmonica
si
apre e si chiude con il ritmo della musica

si apre e si chiude con il ritmo della musica”


A volte bisogna lasciare libera la fantasia e ascoltare il cuore anche per la scelta degli allenamenti per non seguire sempre schemi e tabelle preconfezionate. Ottenuta la convinzione che ciò possa portare a buoni risultati ieri abbiamo lasciato alla musica il compito di ritmare il lavoro con il pagaiergometro. Infatti indossate le cuffiette dell’I-pod Zeno si è affidato alla selezione musicale che ha trovato sul magico congegno che quel fenomeno di Steve Jobs aveva creato offrendo all’Apple un punto di forza per fare un ulteriore passo avanti rispetto alla diretta concorrente Microsoft.
Una volta partita una canzone la si interpretava per l’intera durata e per i ritmi dettati. Musica soft uguale pagaiata soft. Musica hard uguale pagaiata hard e così via in relazione ad una casualità decisa dal piccolo apparecchio della mela mangiata! Ne è uscito un lavoro decisamente diverso dal comune e che alla fine si è dimostrato particolarmente interessante. Si è così riprodotto, se vogliamo, quello che può capitare in fiume o in una prova di slalom: alti e bassi, accelerazioni e brusche frenate, recuperi e scatti, pagaiate lunghe e ben distese con pagaiate di solo braccia. Insomma un allenamento che come recita la canzone della Mannoia “cieli d’Irlanda” si “apre e si chiude con il ritmo della musica”!

Un altro interessante allenamento è stato quello fatto dai ragazzi e dalle ragazze della Lega Navale Italiana sezione di Genova Quinto su cui Elena Bargigli mi ha erudito. Il suo gruppo infatti nei giorni scorsi si è armato di stivali e badili ed è andato nelle zone colpite dall’alluvione per spalare fango e quant’altro. Ecco un bell’esempio di come ci si possa mettere a disposizione degli altri che sono stati colpiti da questa tragedia per dare una mano e per non perdere nemmeno l’allenamento. Spalare fango e muovere quantità di detriti è sicuramente un ottimo esercizio fisico, ma non solo. E’ un ottimo elemento motivante per capire quanto fortunati siamo nel poter vivere una vita da atleti per un obiettivo chiarissimo. Forza, resistenza, concentrazione e tensione tutti elementi poi che ti ritrovi in gara e che in quei frangenti sono fondamentali anche per la sopravvivenza.
Questo mi dà lo spunto per dire che il nostro sport non è solo un’attività fine a se stessa, ma ci insegna anche a capire che in certe situazioni il canoista è avvantaggiato grazie ad una serie di informazioni che ha acquisito con la sua pratica. Chi meglio di un pagaiatore può essere d’aiuto quando l’acqua si trova fuori da quello che dovrebbe essere il suo corso naturale? E’ stato così per i disastri in Veneto quando è intervenuto Ivan Pontarollo con le sue guide di rafting e maestri di canoa che hanno portato in salvo diverse persone anziane proprio perché sono stati gli unici in grado di arrivare in posti dove solo una canoa può arrivare. Risolvendo situazioni al limite.

Ogni tanto esco dal tema, ma mi premeva congratularmi con tutti questi ragazzi che hanno dimostrato di avere un cuore grande grande grazie anche da colei che ogni giorno condivide con loro fatiche e gioie, trasmettendo splendidi valori umani, sportivi ed emozionali. E pensare che la nostra amata federazione si è completamente dimenticata di Costei che ha: titoli, capacità, esperienza e atlete, senza considerare il volano che fa girare al meglio ognuno di noi e cioè una enorme passione e una spiccata vocazione per gli altri.

Occhio all’onda!

Tango catalizzatore


Può un vestitino nero, se pur carino e retro scollato, alimentare il sentimento e la passione? Certo, fascia un corpo che amo e che epidermicamente indosso pure io, ma... Può un tacco 12 su una scarpetta rosso fuoco esaltare una caviglia che già di per sé è affusolata e perfetta e che stimola piaceri assoluti? Possono dei biondi capelli raccolti farti perdere la testa per quel ciuffetto che scende delicato e arricciato su una schiena nuda e tatuata? Possono gli occhi marini catturare i tuoi e arrivare assieme direttamene al cuore? Può un sorriso racchiudere l’essenza della propria unione? Certo tutto ciò può accadere, tutto ciò appartiene all’uomo, tutto ciò è vita per la vita. Ma non sempre accade e non sempre si raggiunge la consapevolezza di averlo già scritto nel tuo patrimonio genetico e ovviamente nel suo. C’è un momento, un attimo, una scintilla, un fulmine, un’onda, un terremoto, un sussulto che mette in moto tutto ciò e lo rende palpabile a te stesso e percettibile anche da chi ti sta vicino, tanto da invadere l’aria perché ti accorgi che entri nella stessa sintonia di chi ti circonda e che, magari inconsapevolmente, ti trasmettono. Certo una bella donna è una bella donna, la passione è la passione, ma se questa non viene valorizzata ed esteriorizzata rimane un potenziale inespresso. Il maggior male che attanaglia l’essere umano è forse la paura di esprime o vivere intensamente i propri sentimenti e le proprie emozioni e peggio ancora: non condividerle. Per non cadere in questo abisso ci vuole un catalizzatore, un elemento scatenante che renda il momento non solo bello e apprezzato, che per sua natura è fuggente, ma lo trasformi in eternità per proiettarsi in una dimensione superiore, unica e sublime. Un elemento che abbia la capacità di essere universale per natura e forma. La ricerca non può passare solo attraverso una analisi interiore, ma deve essere scatenata e motivata dalla necessità di trovare una forma espressiva che possa esaltarne il linguaggio e l’espressività. Passo dopo passo, salida, mordida o volcada, ti rendi conto che qualche cosa entra in te e ti trasporta per ritrovarti espressione dell’altro e viceversa. Ecco! Finalmente trovato l’anello mancante, il sacro graal, quel catalizzatore che ha la capacità di trasformare e perfezionare l’opera divina attraverso la completezza dell’animo nella gestualità e nella magia del movimento ritmato dalla musica e dal sentimento. Il mondo ora non ha più confini perché l’ostacolo maggiore era nascosto dentro di te per quella ricerca motoria che a volte ti ha logorato, ma che purtroppo condividevi solo con te stesso. Oggi sicuramente ti senti più completo perché apprezzando ogni aspetto capisci che vivi il tutto anche attraverso lo sguardo, l’espressione, il comportamento di quel vestitino nero, di quelle scarpette rosse, di quegli occhi marini, di quel ciuffo ribelle che come una stella filante di regala il sorriso di un momento che si trasforma in complicità per l’eternità.

Occhio all’onda!

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foto del maestro Graziano Fenzi

Autunno tempo di lavori tecnici


Sono le foglie rosse e gialle sul “toro”(1) a ricordarmi che siamo in autunno. La temperatura certo non aiuta. In canoa stiamo ancora pagaiando senza guanti e con il “combo” leggero. E’ una bella stagione per dare spazio al lavoro tecnico, base di evoluzioni e imprese sportive. L’allenamento in questo periodo è molto proficuo soprattutto per il fatto che la mente è libera di ascoltare il gesto e di lasciare che l’istinto, se pur indirizzato, possa avere il sopravvento alla ricerca di nuove o vecchie sensazioni. Siamo lontani dalle gare e non siamo quindi condizionati da nulla, non siamo presi dall’ansia del risultato. Autunno tempo per concentrarci con le forze sui fondamentali come porte in risalita o sfasate e tra un allenamento di corsa, in discesa o in palestra non bisogna dimenticare la velocità, che sta alla base di ogni risultato. Sarebbe un errore colossale evitare in questa stagione di mantenere il lavoro tecnico che deve stare sempre alla base di una buona programmazione di allenamento e deve essere sempre mantenuto per tutto il corso dell’anno. Purtroppo c’è chi invece pensa di usare la stagione della caduta delle foglie per aumentare solo il diametro del proprio bicipite e per macinare chilometri di corsa o in canoa. L’errore di questo tipo di programmazione penso possa saltare agli occhi di tutti: la tecnica che ne uscirà subirà una trasformazione negativa. L’allenamento e il miglioramento fisico devono andare di pari passo con il miglioramento e l’adattamento delle capacità tecniche specifiche sulle porte. Ma avremo modo di parlarne a lungo in questo periodo.

La risalita è sicuramente la porta che nel corso dell’evoluzione dello slalom ha subito il maggior numero di cambiamenti e mutazioni per i diversi modi con cui negli anni i più grandi campioni dello slalom l’hanno interpretata. Non per niente Scott Shipley (2) nel suo libro “Every Crushinng Stroke” dedica alla tecnica sulla risalita ben 10 pagine. Il modello della perfezione di allora era quello di fare la porta con due colpi - “slalom racers spend long hours trying to perfect the two stroke upsteram” dividendo l’azione in tre parti e cioè approccio, rotazione e uscita. Io in una mia recente analisi sul tema (vedi 1 e 2) suddividevo il passaggio di una risalita in quattro parti: preparazione, anticipo, rotazione, uscita. L’approccio di Scott, può essere considerato come la preparazione alla porta che in relazione al suo posizionamento va di volta in volta aggiustata. Secondo me in ogni risalita e in ogni percorso (anche se si tratta del medesimo) la condizione sarà mutata e l’abilità dello slalomista sarà proprio quella di aggiustare il tiro in ogni esecuzione della stessa. Qui inseriamo un altro importante punto di riflessione su quella che dovrebbe essere l’idea dell’allenamento di tecnica: se lo vogliamo sintetizzare al massimo possiamo dire che l’obiettivo principale diventa non la ricerca dell’automatizzazione del movimento stesso, ma il rendere l’atleta consapevole e partecipe al singolo gesto messo in atto ogni volta e che, per sua natura, non è ripetibile. Ciò che è cambiato in questi anni è l’uso del peso e del colpo in acqua. In sostanza, nelle condizioni ottimali, si utilizza solo un colpo. L’azione è molto più dinamica. L’aggancio si trasforma molto spesso in colpo di rotazione esterno o di frenata interna. Ecco perché mi sento di inserire nelle fasi suggerite da Shipley anche l’anticipo che oggi è diventato l’essenza della porta in risalita: conseguenza logica di una azione molto dinamica e veloce. Tutto ciò è oggi consentito dalle stesse canoe che permettono rotazioni esplosive e dal palo unico che ormai sta prendendo sempre più piede (attualmente la media in percentuale di porta tradizionale, cioè con due pali, è del 21% in gare di coppa e mondiali). Lo slalom e la sua tecnica sono in continua evoluzione. Proprio su questo punto bisogna lavorare molto per far capire all’atleta e al giovane in primis che una corretta esecuzione della risalita ha il suo fondamento nella libertà di azione della coda. Bisogna entrare nella mentalità di lasciare la coda nella sua azione rotatoria ed è solo ad azione quasi terminata che si ritorna ad essere influenti sull’azione successiva. E’ fondamentale quindi in quest’ottica approcciarsi bene alla risalita, lavorando di anticipo. In questa fase la canoa viene guidata principalmente con i fianchi che ne determineranno la corretta direzione oltre ad intervenire, in maniera determinante, nell’attivare la rotazione della coda.

Esempi di workouts

Protocollo: su acqua piatta partire da una porta in discesa per effettuare una risalita a sinistra e successiva discesa. Ripetere l’esercizio 5 volte poi spostare la discesa un metro più a destra e così anche per la seconda discesa. Ancora 5 ripetizioni e allargare ulteriormente. Così facendo cambiamo gli angoli d’arrivo in una risalita
Intensità
: alternare massima velocità a velocità intermedie con verifica del tempo e video.
Variazioni: esercizio uguale con piccola resistenza sulla parte anteriore della canoa.


Occhio all'onda!


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(1) toro - così chiamato il segnale del livello di guardia che è delimitato sui muraglioni che chiudono l’Adige all’interno di Verona. Difese costruite qualche anno dopo la grande piena del 17 settembre 1882, quando cioè l’acqua fuoriuscì e raggiunse Porta Borsari.
(2) Scott Shipley grande specialista nel k1 men - 24 anni di gare con 1 mondiale junior vinto 1988; tre coppe del mondo ’93, ’95, ’97; tre argenti iridati nel ’95, ’97 e ’99, due partecipazioni olimpiche Atlanta 12^ e Sydney 5^ -


Flying Back

video

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Struzzi maestri di vita... per qualcuno!


Gli struzzi sono uccelli molto grandi e per mimetizzarsi dai predatori cercano di infilare la testa nella sabbia, assumendo con il resto del corpo una posizione supina quasi a novanta gradi. Uccelli: esempi viventi per molti. Così facendo pensano di non essere visti. Spesso questa tecnica va a buon fine, loro rimangono vivi, nulla cambia e proseguono nella normale routine quotidiana. Qualcuno poi si è messo ad allevarli, però con scarso risultato se non quello di apprendere tecniche assai raffinate dal pennuto animale e diventarne un imitatore che alla lunga ha addirittura superato il maestro. La tecnica poi si è raffinata e se un tempo sembrava essere assurda e decisamente criticata, oggi tuttavia se ne fa un uso di gran lunga maggiore del passato. Si dribbla il problema non parlandone, evitando scambi di opinione e fingendo che tutto sommato le cose non vanno così male come qualcuno vorrebbe far credere. Insomma è interesse di tutti mantenere la testa sotto la sabbia e al massimo se qualcuno calpesta qualche orticello si elevano segnali di fumo assai innocui ed innocenti. Così facendo gli struzzi mantengono il tran tran di vita piatto piatto e senza scossoni. Poi a qualcuno di loro viene anche dato un bonus una tantum per aver prodotto le uova d’oro. Loro ringraziano e tornano con la testa sotto la sabbia e si va avanti così. Morale della favola? Ognuno tragga le conclusioni che vuole... ce ne sono per tutti i gusti! Occhio all'onda!

Adigemarathon un'avventura unica


L’ho detto, l’ho scritto più volte, lo ripeto anche in questa occasione e ne sono sempre più convinto: per apprezzare alcuni frangenti di vita bisogna prima metabolizzarli... deve cioè passare del tempo e nel nostro caso bisogna aspettare che l’acqua solcata dagli oltre mille pagaie abbia raggiunto il mare! In quell’acqua salata si raccoglie la nostra vita per essere catturata dagli abissi marini, che la farà rivivere prima o poi in qualche altra sua creatura. Solo allora il vissuto entra in te con la consapevolezza di rivivere in ogni tuo respiro in ogni tuo gesto, in ogni tua espressione. Ed è incredibile come dopo otto anni tutto ciò riappare costantemente in ogni edizione così lucido e chiaro come la forza dirompente di un uragano, come la potenza del vento e con lo spirito libero dell’acqua che corre. E’ una lunga storia, un percorso che piano piano durante l’anno si va formando e che nelle ultime due settimana prende vita e cammina quasi in maniera autonoma ed indipendente. Ogni persona sa esattamente cosa fare, e ogni persona è sempre più motivata e vogliosa di concretizzare tutta una serie di emozioni che crescono sempre di più. Le mille riunioni di Alviano con i suoi volontari, le mille e-mail di Massimo che convoca le riunioni di Alviano e che condivide con noi. Le preoccupazioni di Bruno che corre dalla tipografia, alla banca, dalla banca alla sede di Arcè del canoa club e dalla sede di Arcè a casa per cercare di recuperare energie. Poi c’è Leone che coordina Alviano che a sua volta viene indirizzato da Ennio, ma che aspetta Vladi e Roby per agire. Poi Giorgio che corre con le fatture dagli espositori e che si rinchiude in segreteria per distribuire euro ai vincitori, con Renzino che viceversa incorona i vincitori con le medaglie. Completamente autonomo con il suo gruppo di fantastische “donne” è Erminio che garantisce vettovagliamento e una buona parola per tutti. Qualche minuto lui lo può perdere a mantenere le relazioni pubbliche perché è nel suo carattere e perché c’è la Bianca che nel frattempo manda avanti la baracca e controlla la fiamma del gas perché non si bruci tutto. Poi arriva anche Romina dopo aver chiuso la discesa. Quando la vedo sulla riva correre, ancora con la muta e il salvagente in mano, verso la cucina, mi rassereno perché se lei è lì significa che tutto è andato bene e che anche l’ultima pagaia ha lasciato il fiume per tornare nel suo lido d’origine. Poi c’è il Tati che ha idee chiare e poche parole, ma è sempre attivo. Tu dagli una incombenza e sei sicuro che presto si concretizza, non come il tiramisù della Franca! Ci sono poi gli sguardi preoccupanti della Stefy che riporta tutti noi al regolamento, per fortuna che c’è la Fabiana che rimette tutto sul binario dell’operatività con soluzioni e idee brillanti. Lei, che va a braccetto con Andrè di Siwidata, è una garanzia assoluta per la gara così come il saggio Coduri che le soluzioni le tira fuori dal cappello magico con la maestria del mago. Ogni anno poi ci sono sempre new entry lavorative che rafforzano il gruppo e danno vitalità a tutti. I “vecchi” li guardano con sospetto. All’inizio diffidano, poi, al primo caffè, sembrano anche loro essere sempre stati della partita. Si arriva alla settimana clou di slancio e speri che passi velocemente, ma poi quando è finita un pochino ti dispiace perché non si riesce mai a fare tutto quello che avresti voluto veramente. Quel giorno il tempo è un elemento astratto e si materializza come le nuvole o i tramonti dei video di Lazzarotto e ti ritrovi a piegare teloni bianchi infiniti e pesantissimi, fino alle cucine. C’è chi a tavola a fine gara si addormenta tra una portata e l’altra: Gengi ha lavorato fino allo sfinimento e soprattutto ha condiviso con noi gioie e dolori. Lui che potrebbe fare il presidente in carrozza. Salire sul palco e farci i complimenti come qualche suo collega presidente e poi dimenticarsi della canoa discesa per i prossimi 364 giorni dell’anno. Ho notato che tanto più apparentemente accorati sono le lodi e tanto più lontano io vado a lavorare, che sia indirettamente proporzionale? Arcangelo viceversa ha scelto un’altra strada, quella di sporcare i guanti da lavoro e non semplicemente di elogiarli. Tornando a casa mi risuonano nella mente le parole di Ennio del venerdì precedente: “ma che sapore magico ha questa pasta mangiata qui in compagnia e con questi sguardi?” Tra una cosa da fare e un lavoro ci siamo seduti a mangiare una pasta al pesto preparata con tanta cura e amore dalla Bianca, attorno ad un tavolo che si animava sempre di più e che ci costringeva a stringerci fisicamente, ma che aveva la capacità di aprire i nostri cuori e i nostri occhi agli altri.

Già... ma che immenso valore morale ed emozionale potrà mai avere per tutti noi e per i partecipanti l’Adigemarathon?


Occhio all’onda!

Zeno has come back

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La forza dei ricordi

Non sono assolutamente un tipo esigente nel vestire. Mi piacciono indumenti comodi. Sono decisamente più pignolo quando si tratta di abbigliamento sportivo. Se mi muovo in bicicletta o indosso un paio di sci mi piace sentire bene gli strumenti che uso così come quando vado a pagaiare: la canoa la devo indossare al meglio altrimenti mi innervosisco per niente e quindi ho necessità di avere tutto al suo posto. Nella vita comune però non sono affezionato a qualche capo particolare, unico obiettivo è quello di sentirmi bene. Quando il tempo lo permette amo i pantaloni corti e le “pianele” come il buon Alviano Mesaroli ha ribattezzato le infradito.
Ci sono momenti però in cui devo cedere alla camicia e al pantalone lungo blu con mocassino o scarpetta elegante perché le esigenze del momento lo esigono. E’ qui che scatta il pezzo forte del mio guardaroba, che occupa nella sua interezza solo un’anta dell’armadio di camera da letto, e cioè il giubbotto in camoscio leggero che il mio povero papà mi lasciò in eredità ben trent’anni fa. Quanta storia ed emozioni sono nascosti attorno ad ogni bottone di questo magico, soffice, elegante capo d’abbigliamento. Mi ricordo che papà prima di convincersi sull’acquisto passò molto tempo nell’indecisione sul fare questa pazza e folle spesa rinunciando così al suo vecchio e affezionato predecessore, che comunque conservo. Il problema nasceva dal fatto che soli pochi mesi prima aveva fatto rifoderare e ripulire il suo vecchio giubbotto in pelle. Dopo queste operazioni, di per sé assai comuni, il povero indumento invece di migliorare si irrigidì ancora di più e il mio papà non si trovava così bene come un tempo. Eppure lui era molto affezionato a quel riparo che usava il sabato e la domenica - non erano ancora chiamati week-end - quando dismetteva con soddisfazione la divisa d’ordinanza della banca e cioè giacca e cravatta. Lui aveva una particolare ammirazione per quel giubbotto in pelle scamosciata con collo e polsini in maglia, che si era portato anche nel suo unico viaggio oltreoceano con la mamma a New York.
Ho sempre davanti a me la foto dei miei genitori che si fecero con il Capitol Hill alle spalle. Mamma a quei tempi, siamo nei primi anni ’70, portava la parrucca, si usava molto, una gonna a scacchi, le calze che le fecero vincere quel viaggio, un paio di scarpe comode, ma comunque con il tacco, un trench e la borsetta. Papà invece, che nelle foto sta alla sinistra della mamma, il contrario di come uso fare io con Amur, aveva il giubbotto mitico aperto e sotto il tipico maglioncino bordeaux e ovviamente anche lui un paio di scarpe sportive, come le chiamava lui, ma che per me sono più classiche di quelle che userei io per portare con l’abito elegante. Unica differenza risuolate in gomma.
Negli States i miei genitori ci sono andati grazie ad un concorso organizzato da una marca di collant che la mamma comprava in via IV Novembre dalla bustaia Gina. Gli americani entravano in quel tempo nel mercato italiano delle calze e così pensarono bene di promuoverle con questi premi. Tornarono a casa dopo due settimane e mi portarono una quantità infinita di chewingum, mentre la mamma aveva trovato degli orologini da signora, a sentire lei, a buon prezzo e molto preziosi. Solo uno me ne ricordo e cioè un orologio che all’apparenza sembrava un serpente e in cui spostando la testa dell’animale si poteva conoscere l’ora.
Insomma dopo tante indecisioni, ripensamenti e consulti con la mamma e mia sorella, si decise di affrontare la spesa. Mio papà era un tipo che aveva idee chiare e un principio basilare: “meglio fare una spesa una volta nella vita, ma che sia quella giusta”, dopo questa frase normalmente partiva con un elenco di cose acquistate da oltre vent’anni e più e che non davano segni di cedimento, anzi, miglioravano con il tempo! Quindi si partì alla ricerca per Verona per il grande acquisto: il nuovo giubbotto in pelle che doveva sostituire il vecchio. Le donne di casa perlustrarono ogni lato la città di Giulietta e Romeo, entrarono in ogni negozio che poteva vendere l’oggetto della ricerca. Rientrarono a casa con diversi capi, allora i negozi ti lasciavano in prova i capi d’abbigliamento tanto più se erano per gli uomini perché era scontato che l’uomo non avesse il tempo per andare personalmente a fare gli acquisti, ma ci pensassero le donne che nella famiglia avevano anche questa incombenza tra le tante altre. Cosa sarebbe il mondo senza le donne... casa mia sarebbe stato un disastro.
Rientrato a casa il mio papà si trovò in salotto una sorta di atelier privato con mamma e sorella che elogiavano ogni singolo capo come se fosse stata una creazione personale. Ci fu anche la sfilata e la relativa prova. No no non ci siamo, tutto da rifare, una giornata persa perché la mercanzia non riusciva a sostituire degnamente il vecchio e oramai malandato, ma amato giubbotto. Questi nuovi non avevano le caratteristiche del vecchio, ma soprattutto mio papà si era messo nell’ordine di idee che qualcosa non quadrasse per il verso giusto. Così, il capo famiglia, prese un’altra storica decisione e disse a gran voce: “sabato mattina vado al Duca d’Aosta e ci penso io”.

... continua


Ora per chi non è di Verona il nome di per sé non dice nulla, ma è un negozio particolarmente famoso in via Mazzini che è aperto dal 1960 e fa parte di una catena di negozi nel Triveneto. Il primo a nascere fu a Venezia ben 109 anni fa.
Papà aveva poi praticamente svaligiato il nostro conto corrente perché non poteva certo arrivare al momento del pagamento e non trovarsi contante a sufficienza. Il mio papà non utilizzava il portafoglio, ma usava in sua vece un’agendina con mesi a fisarmonica della banca dove lavorava. Sotto la copertina ci infilava le 1.000 lire in carta che erano sempre nuove e fiammanti. Quando partimmo, io e lui in bicicletta, l’agendina era particolarmente rigonfia. Non poteva prende le cinque o le diecimila lire perché ovviamente non ci stavano nel prezioso contenitore che portava sempre con sé e che gli serviva anche per annotare le spese quotidiane e i vari appunti che potevano spaziare dalla matematica, ai pensieri di Socrate o a spunti grafici per qualche sua opera artistica.
Arrivammo in via Mazzini dopo essere stati a bere il caffè dalle sue sorelle, le mie zie, due sarte che hanno passato la loro vita in via dietro Liston, dove avevano casa e bottega. Il massimo della goliardia per “Zanze” e “Lola”, così erano state ribattezzate Angelina e Rosetta, arrivava alla domenica quando si concedevano l’aperitivo all’Olivo in piazza Bra dopo la messa ai Santissimi Apostoli. Normalmente bevevano un Aperol e aspettavano pazienti gli stuzzichini che di vola in volta le proponevano. Considerando il fatto che queste cibarie erano gratuite e a discrezione del buon oste, loro non osavano fare comande, ma si adeguavano al buon cuore del proprietario. Uscite dal locale però iniziavano i vari elogi o sproloqui per quanto gustato. Parole buone per buon cibo, parole amare per scarsità offerta. A volte accompagnate alla bevanda rossa c’erano delle olive giganti, molto gustose si diceva che venissero direttamente dalla Puglia, poi delle patatine giganti e delle acciughe così forti che avrebbero avuto lo scopo ad invogliare il cliente a fare il bis con evidente vantaggio economico da parte dello stesso locale. Loro però non cedevano quasi mai anzi a quel punto quando in effetti ci sarebbe stato bene un’altro calice loro recitavano la stessa scena. Partiva la più anziana delle due e cioè Zanze:”cosa dici Lola prendiamo un altro bicchiere?”. A quel punto la più giovane e cioè “Lola” si indispettiva e le diceva:”non vorrei mica scherzare, mi gonfierei troppo”. Per la verità il bis non si faceva per ovvi motivi economici. Le due sorelle non potevano certo permettersi il lusso di uscire dal budget preventivato. “Lola” era stata un tempo sposata, ma per la verità di quest’avventura a due non ho mai saputo molto, se non il fatto che nacque Sergio, un mio cugino che per me divenne, per un certo periodo, una sorta di padre dopo la morte del mio quando io avevo 18 anni e avevo finito la maturità a ragioneria.

La visita al sabato mattina era quasi un rito al quale mio papà non rinunciava, era molto legato alle sue più anziane sorelle che praticamente sono state entrambe la sua vera mamma. Lui era il piccolo di casa, lui era quello che aveva studiato e che per questo gli altri della famiglia dovevano lavorare per mantenerlo. Lui era poi l’ufficiale che venne arruolato poco prima della fine della seconda guerra mondiale e nei giorni dello sbarco degli americani si trovava a Barletta proprio per il fatto che parlava inglese bene e avrebbe avuto il compito di accogliere i salvatori.
Le due zitelle, anzi la zitella e la vedova, vivevano in questo appartamento giusto dietro al Liston e dal poggiolo si poteva quasi scorgere l’Arena. Mi ricordo che i soffitti erano altissimi e loro praticamente passavano la giornata in un immenso locale, riscaldato da una stufa a legna che serviva anche per tenere caldi i ferri da stiro, a cucire abiti per le signore. Avevano una buona clientela, un tempo si usava molto farsi fare i vestiti dalla sarta. Mi ricordo in modo particolare di una loro affezionata cliente una certa Anna Fossati. Si diceva fosse un’artista e in modo particolare dipingeva sulla ceramica. Una signora molto distinta alta e con un ciuffo bianco su una criniera nera, un po alla Aldo Moro! Un giorno non si presentò più da loro. Si era lanciata dalla terrazza di casa, soffriva di depressioni. Il fatto ci sconvolse tutti anche se io ero ancora piccolo e certe cose me le nascondevano. Il fatto strano è che riposa giusto sotto la tomba di mio papà e quasi di fronte alle mie due zie.

... continua