Titolo senza partire


Che spettacolo deve essere stato per Valentina Volpe e Elke Weger leggere oggi sul sito della federazione canoa della loro splendida prestazione ad una gara alla quale non hanno neppure preso il via, rispettivamente prima e seconda nella categoria K1 senior feminile!
Infatti nell’articolo SLALOM: A MERANO SFIDA AD ALTA INTENSITA' PER VINCERE E CONVINCERE si legge tra le altre informazioni: “…Al femminile, tra i senior, vince Valentina Volpe del CUS Verona su Elke Weger dello Sporting Club Merano”.
Le classifiche riportano a fianco dei loro due nomi l’acronimo DNS che sta ad indicare in inglese did not start e tradotto in italiano dice chiaramente che l’atleta non è partita.
Ora l’attento giornalista, o chi per esso, che ha ricevuto le classifiche non ha neppure badato minimamente ad approfondire che cosa sia mai successo in gara, si è limitato a copiare una serie di nomi in… ordine di apparizione! Se solo ci si fosse spinti un pelo più a destra con lo sguardo, ci si sarebbe accorti che forse non era riportato nessun tempo o penalità, ma, per l’appunto, la dicitura di cui si faceva prima menzione.
Aprire poi il pezzo con “Grande partecipazione e altrettanto grande spettacolo a Merano” ci sembra proprio una grande presa in giro per il lettore per due precisi motivi. Il primo sul numero di partecipanti, visto che gli atleti presenti erano 88 per un complessivo di 99 barche gara e il secondo è legato ad una errata collocazione logistica. Infatti la località di gara non era Merano sul fiume Passirio, che tutti noi conosciamo e che ha ospitato ben tre edizioni iridate dello slalom (’53, ’71 e ’83), ma Marlengo. Sulla guida turistica si legge di quest’ultima località: “ridente comune con oltre 2.000 abitanti in Alto Adige che offre innumerevoli possibilità di passeggiate ed escursioni” … bla, bla, bla e poi si elencano tutta una serie di offerte alberghiere e turistiche. Il suo campo di gara sul fiume Adige ben si adatta alle categorie giovanili, discostandosi parecchio dal suo famoso vicino campo mondiale.
L’informazione federale prosegue con: “a seguire le prove delle categorie allievi, cadetti, ragazzi e master”, ma queste non meritano nessun altra menzione. Peccato, visto che la gara del 25 aprile rappresentava una prova di selezione per la squadra Giovani Speranze. Eppure la fantasia non manca stando a quando si è letto precedentemente!
Restiamo in tema giovani e godiamoci la terza versione dei “programmi attività 2010” – non mancherà sicuramente anche la quarta con l’inserimento di Elena Bargigli come allenatrice nazionale junior per il settore femminile. Interessante notare invece che la tanto annunciata promozione giovanile - le giovani speranze per l’appunto – ha avuto una piacevole sorpresa: sarà a carico delle società. La Federazione metterà a disposizione il tecnico, sempre che sia disponibile e non convocato con altre squadre, e le spese di viaggio… auguri!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Abitudine motoria


Oggi, la musica per le mie orecchie e per il mio spirito è quella dello scozzese Rod Stewart, ve lo ricordate lo stravagante cantore di “Mandolin Wind” e “Young Turks” tanto per citare due delle sue più famosi canzoni? Anche se per la verità in questo momento mi sto deliziando con la sua interpretazione di “What a Wonderful Word” di Louis Amstrong. Se la musica è di un genere decisamente soft altrettanto non si può dire per l’argomento tecnico che mi assilla e che mi fa pensare a lungo, anche se per la verità il sapiente Vladimir Platonov mi fa dormire sonni tranquilli con i suoi studi e le sue ricerche che convalidano l’idea che ho maturato in questi anni sulla Tecnica e sulla funzione dell’allenamento in generale. In sostanza l’insigne professore afferma: “certi gesti vengono automatizzati grazie alla ripetizione, formando un’abitudine motoria”. Nella sua lunga disquisizione esprime molto bene le tappe e le fasi della preparazione tecnica degli atleti. Mi soffermo sull’aspetto delle sensazioni e percezioni dei movimenti e l’elaborazione dell’informazione. Se noi prendiamo i giovani canoisti sicuramente ci accorgeremo che le sensazioni e le percezioni sono imprecise, la componente cinestetica è praticamente inesistente e domina l’informazione visiva. Quindi noi ci preoccuperemo in questa fase di far eseguire una serie di esercizi in condizioni favorevoli, le nostre informazioni saranno solo di carattere del tutto generale, ma avranno obiettivi chiari. Se, ad esempio, si sta lavorando sull’avanzamento si dovrà fissare il punto d’arrivo e lasciare che il giovane trovi la soluzione migliore per arrivare all’obiettivo. Ripetizione dopo ripetizione avrò modo di intervenire ponendo allo stesso ragazzo altri obiettivi, come: rilassare la mano in fase si spinta, percezione della sensazione di fatica sulle braccia e sugli arti superiori in genere. Quindi andrò ad introdurre la spinta con i piedi e così via. Si deve cercare di andare a rafforzare le componenti cinestetiche con una percezione dei movimenti più precisa attraverso la forma verbale, che molte volte assume un ruolo determinante. E’ la stessa Elena Bargigli (http://www.federcanoa.it/index.php?option=com_content&view=article&id=133:giovani-pagaiatori-al-lavoro-dopo-il-raduno-di-subiaco-parla-elena-bargigli&catid=5:news&Itemid=5) che ci dice che molto spesso trova difficoltà nel linguaggio, elemento da non sottovalutare. E’ compito nostro trovare la password per entrare in ogni nostro allievo, ricordandoci che dobbiamo essere noi a fare lo sforzo per capire quale può essere il codice d’accesso per ogni singola realtà: “You are unique like You are”…e-Team insegna!
Tutto ciò ci riporta alla centralità del corpo nello slalom dove l’equilibrio la fa da padrone. Cosa fare quindi con i nostri ragazzi per cercare di esaltare al massimo queste capacità? La prima cosa è sicuramente quella di riuscire ad instaurare un rapporto costante dove ci sia la possibilità di poter interagire quasi quotidianamente con il nostro allievo per guidare le scoperte. Dobbiamo poi introdurre quello che alcuni autori chiamano gli “stati di necessità”, gradualmente sempre più impegnativi. Il segreto però è nella sicurezza che il ragazzo possa trovare e scoprire la soluzione e quindi il compito dovrà esser assolutamente alla sua portata. Altrimenti rischiamo di mortificare il lavoro e il soggetto. L’argomento così potrebbe sembrare sterile, ma getta le basi per poter crescere di pari passo con il giovane atleta per un lavoro che poi nel tempo diventerà basilare e che si dovrà adattare alle varie evoluzioni – fisiche, mentali, atletiche – dello stesso. Il compito dell’allenatore sarà quindi anche quello di riuscire a rendere tutto ciò vivace ed interessante con proposte che sappiano rendere partecipe l’allievo e che soprattutto raggiungano l’obiettivo prefissato.
Un altro elemento fondamentale diventerà, per noi, la verifica di quanto ci siamo proposti. Molto spesso ci dimentichiamo da dove siamo partiti e per questo motivo che ci viene in aiuto il video. Andare a rivedere filmati di mesi antecedenti ci permetterà di capire e di avere la situazione sotto controllo su eventuali miglioramenti o sulla stabilità di quanto fatto.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Emozioni Olimpiche


Ho conosciuto Frank Guglielmi nello stesso modo con cui ho conosciuto re Artù e i Cavalieri della tavola rotonda e cioè attraverso la lettura del suo blog, attraverso le parole scritte nei suoi interventi sul mitico forum di CKItalia e dai racconti di vari menestrelli della canoa che decantavano le qualità e le doti di un umile lavoratore della pagaia. Sì, lo so! Re Artù e Lancillotto non avevano un loro blog, ma era solo un piccolo dettaglio di collegamento wi-fi che allora si chiamava menestrello e non google o wikipedia!
Ho amato molto le avventure del buon re d’Inghilterra e spesso mi sono immaginato a Camelot tra duelli cavallereschi e sfide medioevali, così come leggendo le parole di Frank nel post “emozioni olimpiche” mi sono ritrovato d’incanto seduto nel suo locale con un buon bicchiere di prunent tra le mani e qualche fetta dei salumi del divin porcello ad ascoltare le novelle di una gioventù di un tempo che ha speso gli anni migliori a pagaiare su un lago incantato con un sogno nel cuore. Assaporo e colgo l’emozione che traspare dagli occhi di Ugo e Zius, che ovviamente non conosco, ma che sovrappongo ad un mio Teo o Luca. Godo degli aneddoti che uno dopo l’altro escono dal mazzo di carte tenuto nelle mani dell’allenatore di un tempo e affettuoso e saggio uomo di oggi. Ogni carta giocata è una carta vinta e tra un lancio e l’altro i jolly: Ponchio, Uberti, Ganna, Carraro, Bonomi. Nomi altisonanti con tante storie da raccontare. Chi in Italia mastica solo un pochino di canoa non può non saltare in piedi sulla sedia al solo nominare tanta grazia canoistica. Anch’io, che mi sono sempre dimenato su fiumi con paletti appesi al vento, ho avuto modo di conoscere questi personaggi, condividere con loro tanto sudore sulle acque del lago Paola. Io vestivo le loro stesse divise solo con alamari diversi tanto che finanza e forestale molto spesso si confonde per colore e foggia. Di Francesco ricordo la serietà negli allenamenti e una corsa veloce, di Marco la forza brutale, di Paolino il sorriso e la leggerezza, di Beniamino avambracci paurosi e cervello sopraffino senza il quale i muscoli poco contano. Sempre seduto e silenzioso, in un angolo della sala, continuo a godere dei racconti del mitico Frank mentre decanta ai suoi commensali le ultime prodezze delle nuove leve. Ora sulla barca non è più solo, l’angusto spazio lo condivide con l’allievo del passato che tanti metalli preziosi gli ha regalato sul quel guscio che silenzioso taglia l’acqua in due. Oggi al suo fianco c’è un Bebo allenatore che oltre alla competenza trasmette carisma e tanta passione. Mima gesti e vogate dei suoi giovani allievi, si contorce e si dimena per attirare attenzione. Il tavolo ormai è stretto e la sala al completo è attonita a seguire ogni dettaglio che parola dopo parola si colora sempre di più. Il finale è travolgente e le parole di Ugo risuonano non solo in tutto il locale, ma rimbalzano su quel lago d’incanto, di gioia, di sofferenza, di piacere e di emozione:” a parte gli scherzi, Frank, dobbiamo ringraziarti per tutta la vita per quello che ci hai dato" . A piangere di gioia e commozione però non sei solo tu mio caro Re Artù FranK, ma anche noi! A molti chilometri di distanza, colei che con me condivide ogni respiro, leggendoti ha avuto la stessa reazione…

Dimenticavo di dirvi che per tutta la serata Ingrid Bergman, in tulle bianco, era seduta vicino al piano di Dooley Wilson e fuori con la sigaretta in bocca appoggiato ad una canoa Bogart… Humphrey Bogard ovviamente
E le note sono quelle di: You must remember this,
A kiss is still a kiss,
A sigh is just a sigh.
The foundamental thing apply As time goes by …

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Emozioni Olimpiche


Appena terminata la lettura di "Emozioni Olimpiche" di Ettore Ivaldi mi sono tornate alla memoria le "mie" emozioni olimpiche.

Contrariamente ad Ettore io non sono mai stato a vedere , dal vivo, una olimpiade. Le ho sempre vissute attraverso i canali televisivi.Ettore descrive l'evento attravrerso i suoi sensi tanto che pare di stare accanto a Lui nel vivere situazioni a contatto della gente ed al cospetto di paesaggi colori e personaggi meravigliosamente descritti.

Eppure sono stati ben cinque i miei Atleti che vi hanno partecipato. A partire da Mosca 1980 con Luisa Ponchio( in K2 con Elisabetta Introini) , Los Angeles 1984 con Francesco Uberti (in K2 con Daniele Scarpa) e Marco Ganna(sul K4) e Paolino Carraro in K1. Poi col mitico Bebo ben 5 Olimpiadi ,a Seul 1988, Barcellona 1992, Atlanta 1996(argento in K1 e argento in K2 con Scarpa), Sidney 2000 dove è ORO in K2 con Rossi e Atene 2004(argento in K2).

Occorre premettere che, a parte Luisa Ponchio, tutti i "miei" olimpionici sono stati allenati dal sottoscritto in età giovanile ed hanno partecipato alle Olimpiadi quando appartenavano già ai corpi militari.

L'emozione resta grande comunque vederli gareggiare in una manifestazione Olimpica, anche se non li alleni più, sono come tuoi figli. Il cuore batte forte e vorresti essere lì ad incitarli , a dar loro qualche consiglio, a rassicurarli o consolarli in caso di risultato negativo. Come quando Paolino Carraro, dopo essere stato in testa nei primi 900 metri della semifinale in K1 , ottiene solo il 4° posto ed è fuori dalla finale.

Ho interrotto l'attività di Allenatore di canoa nel 1988, dopo il quadriennio che ci ha portati a Seul , dove ero responsabile del settore Canadese che non ha partecipato a questa edizione olimpica. Troppo deluso dall'ambiente Federale(peraltro vedo che non è cambiato molto) e mi sono dedicato alla ristorazione per poi riprendere nel maggio del 2006 accanto a Bebo alla Polisportiva Verbano.

Ettore mi ha fatto tornare indietro nel tempo con la memoria a rivivere "emozioni olimpiche", ma conteporaneamente mi ha fatto volgere lo sguardo al futuro perchè, da noi alla Poli, sono tantissimi i giovani che ogni anno vogliono vivere l'emozione di provare il nostro bellissimo sport a contatto con la natura, e molti sono quelli che si appassionano e si allenano intensamente per ottenere i risultati sperati.

Le "emozioni olimpiche" sono l'obiettivo di ogni Allenatore che si rispetti, ma ci sono altre emozioni che hanno un significato uguale se non più elevato. Come ad esempio l'altra sera, sono venuti a cena al mio ristorante due miei ex Atleti , l'Ugo ed il Zius, della Canottieri Intra, dove ho allenato dal 82 all'88, e dopo aver riso al racconto degli episodi più significativi e dopo la classica "presa in giro", Ugo mi dice "a parte gli scherzi, Frank, dobbiamo ringraziarti per tutta la vita per quello che ci hai dato" ed a quel punto, con le lacrime agli occhi caro Ettore, le "emozioni olimpiche" hanno toccato il cielo.

Frankguglielmi - Polisportiva Verbano

Final Four... parliamo di basket



Sette mesi da ottobre ad aprile vissuti intensamente con un’unica preoccupazione: crescere sotto ogni punto di vista con la palla a spicchi, come uomini e come società. Dividersi tra la vita di tutti i giorni e il sogno sportivo. Corse senza tempo tra una palestra, un ufficio, una lezione. Che bello vedere i giovani diventare grandi, che bello ricordarli piccoli, che bello vedere l’entusiasmo di mamme e papà al tavolo, al tabellone o con la borsa delle maglie da lavare. C’è poi anche chi ha messo nero su bianco per non dimenticare le imprese dei più piccoli e per raccontare novelle che hanno attirato l’attenzione anche di chi magari non poteva essere presente. Questa è la forza dello sport, questo è il piacere di un gruppo che lavora con l’animo e le competenze di professionisti senza purtroppo esserlo appieno… ma è solo un dettaglio dovuto a circostanze e forse ad opportunità sfuggite.
L’immagine si ferma su un cerchio di ragazzi in religioso silenzio attorno al loro coach nella palestra di casa per pianificare l’allenamento o per preparare la partita successiva. C’è chi finisce il riscaldamento sugli scalini degli spalti, ci sono i più piccoli che raccolgono i palloni e che guardano con il naso all’insù il loro domani, che non è più ieri e non è più nemmeno oggi. La loro fantasia, il loro entusiasmo, i loro occhi illuminano gli spiriti di chi almeno tre volte alla settimana condivide fatiche, gioie e dolori, e rimangono nel loro animo a lungo… ne sono certo. E poi ci sono quei passi stanchi finito l’allenamento in spiriti liberi e felici. Il percorso per arrivare a casa è un buon test per verificare il livello dei serbatoi, tanta fame sta per buon allenamento con diversi canestri, poca fame è indice di stanchezza e qualche problemino al tiro, così così un pomeriggio comunque da ricordare. Se poi a tutto ciò si aggiunge qualche affermazione del tipo: “hai visto che bomba che ho infilato” o “cavolo domenica dobbiamo battere il Buster”, allora l’eccitazione è al massimo e i giovani sono carichi per affrontare non solo la temuta squadra del basso veronese, ma sono pronti ad affrontare la vita a testa alta. Sono pronti per i tiri da fuori lunetta, sono pronti per i dribbling stretti, per affrontare la giungla di cemento delle nostre città e le insidie della scuola. Sono pronti anche a ricambiare tutto l’affetto, la stima, la passione e l’amore che una società sportiva è stata capace di trasmettere , di regalare loro attraverso persone che credono fortemente nel loro lavoro, nella loro passione, nella loro missione. Non è facile, specialmente in questi tempi, portare avanti degli obiettivi sportivi in una società che purtroppo è troppo impegnata più a rimediare ai danni che a spendere tempo per trasmettere sani e piacevoli ideali. In una società che chiude la porta in faccia al nostro dirimpettaio, in una società che non ha tempo e voglia di godersi le emozioni di un sorriso e che preferisce nascondere le proprie emozioni per la paura di esprimerle. Ma in campo tutto ciò non si nasconde, in partita lo spirito buono esce, si rafforza, emerge, vive e fa vivere momenti indimenticabili che a lungo resteranno, magari anche inconsapevolmente, nei nostri ricordi, nel nostro animo, nella nostra e nella vita dei nostri pargoletti e che sapremo ripescare nei momenti più bui. Che trionfo poi la “final four” che ho seguito con tanti sms e tanta apprensione, immaginandomi la tensione di genitori correttamente scatenati sugli spalti. E un pensiero al Mr., non fosse altro per affinità lavorativa, direttore d’orchestra e sapiente educatore. Ci poteva essere un finale migliore? Neppure uno Steven Spielberg in gran vena sarebbe riuscito a sceneggiare un finale al cardiopalma come quello vissuto a San Giovanni Lupatoto. Paese a cui sono particolarmente legato visto che lì è nata la mia mamma che di anni ne ha quasi 89. Sabato e domenica scorsi è stato invaso ancora una volta da “Lupi ad totum” e questa volta non per spaventare i paesani o per regalargli il nome, ma solo per portare tanta energia e felicità!
W la Cestistica, W lo sport, W la pallacanestro e i suoi protagonisti.

Occhio all’onda!

Equilibrio e uso del mezzo


Oggi mezza giornata di riposo e così ne ho approfittato per andare in un centro commerciale per acquistare un paio di scarpe per correre visto che le mie hanno fatto il loro dovere già da tempo. Dopo varie prove e una ricerca accurata, sono rimasto sull’Adidas e sul sistema Torsion®System, visto che in passato mi sono trovato sempre molto bene. Il modello è il Response Cushion 18, quindi mi sono presentato alla cassa e… meraviglia delle meraviglie una mega foto della passerella sopra il fiume a Trnovo ob Soci in Slovenia, vicino a Caporetto di scolastica memoria e di tanta sofferenza, con quell’acqua cristallina immersa in una gola boschiva. Quanti ricordi, quanto tempo speso su quel torrente, quante ore passate a pagaiare con il bravo Renè, lo scatenato Tony e l’estroso Ovo! Si lo so centra poco con quello che volevo scrivere sulla tecnica, ma era per condividere un’emozione e … un acquisto!
Allora… partiamo dal presupposto che le attuali canoe sono più facili da girare sulla coda e non richiedono una caricamento eccessivo in fase di rotazione e neppure uno spostamento di peso consistente indietro. Ciò comporta una vera e propria rivoluzione tecnica nel guidare il mezzo, con la conseguenza di un adattamento preciso. Dico ciò, perché mi capita spesso di vedere atleti condurre la propria canoa senza sfruttare completamente le caratteristiche della stessa, specialmente negli atleti più maturi e con una certa esperienza. Questi ultimi hanno cambiato la canoa, ma non si sono adattati appieno alle caratteristiche del mezzo. Per fare un esempio classico è come se conducessimo i nostri sci sciancrati con la tecnica del cambio di peso, cosa che non sfrutterebbe tutte le potenzialità dello strumento che abbiamo ai piedi, anzi, si andrebbe incontro a grossi problemi. In teoria sappiamo bene che, per usare al cento per cento questo tipo di sci, dobbiamo mantenere la centralità del busto e spingere fuori il nostro piede, fidandoci della massima tenuta dello sci. La stessa cosa lo possiamo dire per le canoe di nuova generazione.
Da questo principio ne deriva una maggior CENTRALITA’ DEL CORPO che a sua volta porta ad un maggior EQUILIBRIO e quindi stabilità. Su questi fondamentali dobbiamo lavorare per raffinare individualmente la tecnica. I mezzi attuali – parlo ovviamente per i kayak – permettono all’atleta di essere sempre in equilibrio, condizione che permette alla canoa di scorrere e quindi di mantenere la velocità con un minor spreco di energie. La facilità poi nel condurre il mezzo e di ruotare sarà evidente per tutti.
L’equilibrio è una qualità individuale: ogni atleta deve trovare il suo punto di equilibrio per mettere in atto ogni tipo di manovra. Quindi se vogliamo ruotare velocemente sulla coda si dovrà trovare l’angolo di penetrazione esatto per le individuali caratteristiche (di peso, di forza, di abilità) e di volta in volta adattarle alle situazioni che si possono incontrare sui percorsi. Quello che in fisica viene definito equilibrio indifferente. “La stabilità delle azioni motorie è un fattore importante del successo in gara” (Platonov ‘96) quindi se ne deduce che diventa un elemento fondamentale per conseguire un risultato e soprattutto diventa un elemento su cui lavorare parecchio in allenamento. Il mio consiglio è quello di partire con i giovani e insistere sull’offrire loro l’opportunità di sentire e percepire l’equilibrio, sforzandoci, per ognuno, di far loro scoprire il proprio angolo di penetrazione della coda in acqua per eseguire manovre veloci in rotazione. Complicata la spiegazione? Per fare alcuni esempi diciamo che sarebbe buono mettere l’allievo nella condizione di cercare il limite massimo per non rovesciarsi al momento dell’uscita in corrente. Minore sarà l’inclinazione di uscita più alta sarà la risposta dello scafo. La stessa cosa la possiamo dire in fase di entrata in una risalita.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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nella foto la passerella sul fiume a Trnovo ob Soci

Hero movies


Oggi sono stato a teatro! Ho visto una commedia interessante e soprattutto emozionante. Partiamo dal titolo che la dice lunga:”Hero movies” che in italiano lo tradurrei in: “Manovre impossibili”. Attori protagonisti monopala: Michal Martikan, Alexander Slafkovsky e attore protagonista bipala: Jan Sajbidor,. Regia di papà Martikan. Atto primo: secondo ponte canale di Cunovo. Ouverture: partenza dalla morta sopra il ponte scendendo a sinistra, risalita palo unico nel buco sotto il ponte uscita dallo stesso lato di entrata e cioè verso la riva destra, discesa palo unico a sinistra posta a ridosso della lunga onda e successiva risalita a destra.
Ora risulta molto più facile dirlo che farlo! La difficoltà principale consisteva nell’uscita da un lato praticamente chiuso della prima risalita infilando la punta nella morta in attesa che l’acqua spingesse la canoa sopra al ritorno d’acqua che forma il buco centrale. In quel momento doveva succedere il “tutto” e cioè: ruotare le spalle, bloccare la canoa nel punto preciso in cui si trovava, quindi ruotarla di 180 gradi ed infine spingerla nell’onda per andare a recuperare la porta sul lato sinistro. Una volta sul palo la scelta poteva essere una retro e quindi entrata nella risalita lanciati, oppure diritta con arrivo lungo sul lato sinistro. Va in scena il giaguaro, non fosse altro per i colori della sua canoa, Alexander Slafkovsky. Giusto per la cronaca lui è destro e per chi ha memoria corta diciamo che è campione del mondo squadre 2009, finalista agli stessi mondiali spagnoli, secondo agli europei inglesi nello stesso anno, secondo in coppa del mondo 2008, giusto per restare nel passato prossimo senza addentrarci nel remoto che inizia nel 1998 con il doppio argento, individuale e a squadre, ai mondiali junior in Austria a Lofer sul fiume Saalach. Parte deciso e non ha difficoltà nel primo gioco d’acqua dove ci bazzica a meraviglia… sembra essere nel suo ambiente naturale. La difficoltà arriva in uscita quando prova la via degli abissi marini cacciando la sua coda dentro alle profondità di un canale che non accetta mezze vie. La conseguenza arriva all’istante: si cappotta così velocemente e altrettanto si raddrizza che non sembra neppure essersi bagnato, l’effetto centrifuga è assicurato. Grandi risate del regista, piccolo ghigno anche dell’altro attore protagonista monopala che si appresta ad entrare in scena. Parte anche lui senza difficoltà sulla prima porta, che fa al volo con la pala piantata nell’acqua senza il minimo sussulto. Ora però arriva il bello! La sua scelta è quella di lasciare la pala dov’è per dare prima un piccolo colpo indietro e contemporaneamente spostarsi di pochi centimetri sul lato sinistro. Il colore della sua faccia cambia, assume un rosso sempre più intenso. Le due guance si gonfiano a mo’ di trombettista jazz ricordandoci un Louis Armstrong in a “Dream a little dream”
… Stars shinin' bright above you
… le stelle brillano chiare sopra di Te

La pala non dà cenno di cedere, quell’espressione la cerco nella mia memoria nel tentativo di capire se per caso l’avessi mai incontrata prima… forse in una finale olimpica, forse in una finale mondiale, forse agli europei… no! Mai vista prima ne sono assolutamente convinto. Unico rimpianto è quello di non aver apprezzato oltre alla faccia il braccio di trazione e cioè il sinistro quello alimentato da quella vena che porta più sangue dell’oleodotto cinese che va da Shangai ai campi di Lunnan per un complessivo di 4.200 chilometri. Mannaggia! il teatro è all’aperto e gli attori sono ben coperti timorosi del freddo e del vento che in questi giorni si fa sentire parecchio da queste parti.
La pala non cede, il braccio neppure, la testa dirige, dietro le quinte c’è una certa agitazione, tra il pubblico silenzio misto di stupore, le espressioni sembrano chiedersi: quanto durerà quella battaglia ancora? Durerà fino a quando il braccio umano e la rappresentazione teatrale non avrà fine, da commedia a tragedia greca il confine è breve. La spunterà la bestia, l’uomo, l’artista, il mentore di verità. L’acqua sembra cedere a tanta potenza e si apre una falla tra le molecole che compongono l’elemento liquido per eccellenza. L’uomo bipala se la ride, ma sa in cuor suo che non sarà facile ripetere l’impresa e soddisfare il pubblico che se pur non pagante ha fatto molta strada per arrivare fin qui. Jan sembra sparire nel suo kayak all’uscita della risalita inghiottito da un Everest d’acqua. Solo l’orgoglio e la sfida con il compagno di squadra non gli fa mollare la presa. Arriva lungo sulla porta successiva e la risolve con una saggia e dignitosa retro. Sulla riva il regista soddisfatto, ma non pienamente appagato nel dirigere le danze lancia una nuova sfida: risalita a sinistra sull’ultimo salto finale, risalita a destra e ancora a sinistra nella morta successiva. Un valzer per tre ballerini in calzamaglia che in punta di piedi ci intrattengono in attesa del nostro turno.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Cunovo - Bratislava, 16 aprile 2010


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foto di Teodoro Maiorano "Le immagini, come le parole, ci regalano momenti indimenticabili" - grazie Teo

Bilanciamento e pala in trazione


Non lo so se sono ripetitivo: ditemelo voi eventualmente, ma ritengo che la centralità del corpo, il bilanciamento e la presa in acqua della pala siano elementi fondamentali per mettere in essere una tecnica che può portare risultati, seguendo comunque il proprio stile.
Ho rivisto la gara di Kauzer a Solkan dello scorso fine settimana (peccato che sia mancato il confronto-scontro con il buon Molmenti) e ancora una volta mi entusiasma la sua fluidità d’azione per niente preoccupato a spalettare per ridare velocità alla canoa. I colpi sono precisi e l’azione che precede una manovra importante, che sia per una risalita o che sia per un cambio di direzione repentino, sembra essere messa in atto a rallentatore. La sua più grande preoccupazione rimane quella di avere tutto il peso sulla canoa e non sulla pala, errore questo che spesso si riscontra, con il chiaro obiettivo di trovare e usare la sua pala solo per fare forza e non certo per mantenere l’equilibrio. Una volta trovato il punto d’appoggio lo sfrutta fino all’inverosimile, quasi come fosse un C1 con il vantaggio di avere però sia la pala destra che sinistra a disposizione!
In sostanza si tratta di cercare delle certezze e dei punti sicuri su cui lavorare in un ambiente che viceversa non offre garanzia di continuità e stabilità. Per cercare di rendere questo concetto ancora più semplice, nel tentativo di farlo capire chiaramente, diremo che chiunque può mettere in essere una manovra complessa se non ha problemi di equilibrio. La ricerca quindi va direzionata proprio in questa logica e cioè su scelte tecniche semplici e che possano permettere all’atleta di mantenere il più a lungo possibile il suo equilibrio. In quello stato tutto, o quasi, è concesso.
Diventa questo il concetto base per i giovani. Il lavoro deve prendere quindi questa direzione con proposte di combinazioni di porte molto semplici e via via si porterà il tutto su acque più difficili. Quindi se noi partiamo dall’acqua ferma la logica vuole che nella proposta di una risalita richiederemo al nostro allievo di eseguire la manovra sempre con la pala in acqua. Concentrando l’attenzione su un solo elemento. Il tutto, all’inizio, non risulterà naturale per un kappa, viceversa per un canadese, che si trova costretto dall’unicità di pala della sua pagaia, la cosa assume un aspetto decisamente naturale. Quindi può essere una buona idea mettere i giovani kappisti in C1 per obbligarli a trovare soluzioni solo su un lato e per assimilare la “sfilata in avanti”. Successivamente sposteremo l’attenzione sulla rotazione delle spalle, quindi sulla spinta delle gambe, successivamente sulla rotazione della coda e sulla spinta d’uscita, senza mai dimenticare ovviamente la pala nell’acqua, che offre equilibrio e spinta. Ci vuole molta pazienza e non bisogna secondo me affrettare i tempi. Se riusciamo a trasmettere ai nostri allievi questi concetti base avremo poi la strada spianata per crescere sotto ogni punto di vista.
Il lavoro di crescita è molto lungo, ma se non si comincia bene poi si fatica a ristabilire gli equilibri. Oltre a proposte sensate c’è bisogno anche di un lavoro costante e certosino con i giovani. Il tutto poi lo si deve portare sui canali che ormai sono e saranno i veri ed esclusivi campi di gara.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Il piacere di un buon vino e di un piatto particolare




La sostanza certamente conta, ma il contorno e le piccole cose ti fanno apprezzare al meglio la vita. Te ne rendi conto anche quando può bastare una semplice pausa dal lavoro a regalarti forti emozioni, tanto più se le condividi con la persona che ti ama da sempre… sentimento ovviamente condiviso. E allora una scappata con pranzo ad un Vinitaly in chiusura ti fa scoprire e conoscere Scipione che di professione fa il sommelier, non solo per lavoro, ma per vocazione con l’aggiunta della passione e di un back-ground dei più nobili. Infatti sui campi dell’entroterra di Caorle ci passa la gioventù con il nonno ad imparare l’arte della potatura e poi a raccogliere grappoli dal vigneto di famiglia che oggi conserva con rispetto e tanti bei ricordi. La scelta della scuola è a tema e, una volta finita, si dedica con passione alla professione del “mescitore di vino” sulle tavole di molti ristoranti dove la bevanda di Bacco viene servita in abbinata a piatti importanti. Ecco quindi che una volta seduti il buon Scipione arriva di gran lena con un Prosecco fresco per farti aprire le danze di quello che diventerà da lì a poco un vero campo di battaglia tra sapori, profumi, chiacchiere e tanta allegria, sotto la guida di sapienti imprenditori che ti portano per mano alla scoperta di un territorio attraverso la sua cucina. “Su una buona tavola non possono mai mancare le bollicine” mi suggerisce Amur e noi non ce le facciamo mancare: chi ben inizia è a metà dell’opera; accompagnano un antipasto dal nome impegnativo che nasconde però la sua poesia: “insalatina tiepida campestre con pescatrice al vapore”… giusto il tempo di dirlo e la pietanza è sparita.
Il primo piatto arriva diretto dalle tradizioni contadine dove la patata è stata, per molto tempo, l’unico alimento sempre presente sulla tavola di molte famiglie. Anche qui ci vogliono un paio di righe per descriverlo si tratta infatti di: “Gnocchetti di patate del Quartier del Piave agli asparagi bianchi di Cimadolmo IGP su vellutata di gamberi rosa”, il tutto accompagnato da un pinot sopraffino dal sapore pieno e che ti fa apprezzare ancora di più lo gnocco di patate dorato, caldo, fumante, profumato e piacevolmente soffice.
Il secondo piatto è un altro regalo alla tradizione popolare: “coscetta di faraona ripiena al profumo di timo con confettura di cipolla e zenzero”. Ora è molto difficile cercare di elencare i piaceri che si provano addentando una coscetta di questa spettacolare volatile originario dell'Africa, addomesticato dall'uomo da molti secoli. La carne della faraona era già molto apprezzata nel settecento; ha carni magre, con un sapore più aromatico rispetto a quelle del pollo. Richiede una leggera frollatura e si presta a molti tipi di preparazione, in particolare può essere cucinata con ottimi risultati senza un uso eccessivo di grassi. Direi che oggi i cuochi di Casa Treviso hanno optato per una delicata ma gustosa soluzione; la finezza della confettura di cipolla e zenzero poi ti regala un contrasto di sapori che al palato si rivelano unici. Ci lascia un pelino delusi il Cabernet Franc che accompagna la carne, ma la verità è che di grandi rossi il nord-est Veneto non è particolarmente dotato se si paragona alla ricchezza dei vitigni bianchi.
Si chiude con una mille foglie di mele alla veneziana con una soffice crema d’uovo e la nostra sfacciataggine ci fa osare più del dovuto tanto da chiedere il bis, grazie alla raccomandazione dello stesso Scipione che ha messo per noi una buona parola in cucina. E’ l’occasione per bere il secondo bicchiere di passito che aiuta ad apprezzare meglio la parte finale del lauto pranzo! I distillati non sono mai stati la mia passione, se pur riconosco il grande valore e soprattutto la capacità dell’uomo di estrarre da tutto ciò che può fermentare del combustibile umano. Ci consoliamo con un amaro dalle mille erbe subito dopo il caffè.
Usciamo stravolti, ma appagati dal tendone-ristorante di “Casa Treviso” – ci aspetta la visita al padiglione dell’olio che tanto apprezziamo e amiamo. Purtroppo di tempo ne rimane veramente poco, gli espositori, esausti da cinque giorni di Vinitaly, stanno impacchettando ciò che è rimasto. Noi assaporiamo il prodotto delle olive di Sicilia – che voglia di tornare sull’isola a godere del suo mare e del suo cibo – con un pane altrettanto unico gustiamo una deliziosa crema ai pistacchi, ma la voce metallica dell’altoparlante annuncia la irrevocabile chiusura delle porte e dà l’arrivederci all’edizione 2011… e con Amur ci promettiamo che il prossimo anno faremo le cose con un pochino più di calma!

Io sono tornato in quel di Bratislava, non si parla più di vino e piatti particolari, ma sono tornati ad invadere la mia mente canoe, pagaie, allenamenti, onde e tecniche… si riprende contatto con la mia grande passione… e anch’io mi sento un po’ il buon Scipione! Lo prometto da domani si scrive solo di tecnica -

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi


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nella foto in alto Scipione sommelier di professione e per vocazione

Chissà quante volte vi sarete chiesti...




Per dirla alla Piero Angela ….Chissà quante volte vi sarete chiesti come si allenano gli Hochschorner quando sono a casa…! Ed in effetti è proprio strano vedere questi campioni vestire gli abiti della quotidianità. Bene, Pavol e Peter alla mattina arrivano sul campo di allenamento con due mezzi separati, mentre il padre allenatore è già sul luogo da una buona mezz’oretta. Pavol è il secondo a presentarsi al “lavoro” con la sua Audi Suv bianca che piazza nel parcheggio del centro. L’ultimo ad arrivare solitamente alla mattina è Peter che si presenta o a bordo della sua Hummer da paura, o su una Nissan Suv colo oro, comunque sia con una o con l’altra la parcheggia all’interno del parco giusto a lato dell’hanger dove tengono la canoa e varie attrezzature sportive come il jet-ski o il windsurf. Segue una piccola riunione di famiglia, complottano per qualche minuto e poi i due gemelli entrano negli spogliatoi mentre papà prepara canoa e pagaie. Pochi minuti dopo escono perfettamente vestiti uguali, si avvicinano all’acqua, dove trovano già la canoa portata da papà, e in assoluto silenzio iniziano il riscaldamento. Il tutto non dura più di 5 minuti di cronometro, sempre senza apparente comunicazione verbale.
Inizia così la giornata di allenamenti sul canale di Cunovo. Il proseguo è influenzato molto dalla temperatura esterna e dal vento che molto spesso a Bratislava ti lascia senza energia tanto è forte. Normalmente, almeno in questo periodo, si dedicano alla tecnica nella prima parte, restando sempre in canoa, oppure sotto il primo ponte dove le morte sono ampie e la possibilità di risalire permette di fare percorsi leggermente più lunghi e cioè intorno ai 15, 20 secondi. Non usano prendere tempi o video, ogni tanto si fermano per sgranchirsi le gambe e per scambiare qualche parola con l’allenatore-papà. Solitamente non scendono più di tre discese ad allenamento e la seduta dura poco più di 50 minuti. Un’altra loro caratteristica è quella di arrivare a caso senza rispettare nessuna tabella d’orario prevista dall’organizzazione del centro. Arrivano, parlano, si cambiano, si allenano, si ricambiano, sistemano tutto riprendono i rispettivi mezzi e… arrivederci. Sì perché di allenamenti sull’acqua mossa, i tre volte campioni olimpici, ne stanno facendo solo uno al giorno. Certo è che vederli scendere sulle loro acque è qualche cosa di spettacolare ed unico. Una danza per loro, un lotta impari per il resto del mondo. Quel C2 riesce a fare manovre che anche un buon K1 fa fatica a mettere in atto. Li ho visti saltare dritti nella morta del primo ponte, girare la canoa a punta in su ed entrare al volo nella risalita a sinistra senza neppure bagnarsi la faccia e senza fermare mai il lungo scafo. Ciò che impressiona però non sono queste manovre, che potrebbero sembrare estreme, ma la continuità e la ripetitività della loro azione. Sembrano macchine programmate a tempo indeterminato.
Qualche volta capita al pomeriggio di vedere Peter al canale non per scendere in canoa, ma per allenarsi a fare trazioni alla sbarra e piegamenti sulle braccia. Per fare tutto ciò il papà Hochschorner ha saldato un sorta di marchingegno e lo ha piazzato sul prato sempre a lato del loro deposito. Il timoniere della barca olimpica piazza uno dei suoi fuoristrada giusto di fronte, alza lo stereo a tutta e inizia la sua serie infinita di esercizi. Dopo un’oretta, si doccia, indossa il piumino senza maniche, sale in macchina e se ne va!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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nella foto in alto Peter Hochschorner con Raffaello Ivaldi
al centro Peter alla sbarra
in basso una veduta dell'albergo "Divoka Voda"

La forza di rimettersi in gioco


Appollaita su una sedia del ristorante del Dovoka Voda Hotel è incantata a guardare il video sui 42 pollici della televisione. Mimetizzata tra le altre giovani atlete di una Repubblica Ceka scesa in gran numero a Bratislava per preparare per tempo le selezioni di fine aprile, si mordicchia le pellicine delle mani, si gratta i capelli a caschetto, ma mantiene sempre la sua innata classe di prima donna. Davanti è seduto il marito, ex slalomista di buon livello con diverse medaglie ai mondiali e in coppa e, dal 1997, allenatore a tempo pieno. Due sedie alla sua sinistra il figlio, slalomista pure lui, nato nel 1986 quando lei di anni ne aveva giusto 18 ed era agli inizi di una carriera sportiva che a tutt’oggi le regala grandi soddisfazioni. Quando sulla mega televisione appare in allenamento, sgrana gli occhi, ha la capacità ancora di emozionarsi riguardando il suo inconfondibile modo di pagaiare. E’ attenta e sembra quasi timorosa dei commenti che possono uscire dalle sue compagne di squadre di cui potrebbe benissimo essere mamma. Bello però vederla mettersi in discussione davanti alle giovani promesse. Quando l’allenatore-marito blocca il video per analizzare a rallentatore ogni gesto, sembra una scolaretta alla prime armi, timorosa di prendersi qualche rimprovero proprio davanti a quelle ragazzine che la considerano un vero e proprio punto di riferimento per la loro crescita sportiva. Nessuno però ha il coraggio di fiatare sugli errori di una donna che ha regalato tanto alla canoa slalom con le sue due medaglie d’oro olimpiche – ’96 e 2000 – con i suoi mondiali vinti – ’99 e 2003 – e con le corone continentali – 2000 e 2008. Lei che potrebbe appartarsi e lavorare sola con il suo staff ha scelto invece la via del gruppo, della condivisione, della squadra.
Il 2010 le si è aperto con una sferzata di allegria nei colori. Infatti eravamo abituati a seguirla vestita di scuro, invece quest’anno si presenta tutta bianca e con una rosa purpurea sulla canoa e su ogni oggetto che indossa. Anche sulle pale della sua pagaia c’è lo stesso fiore stilizzato. Štěpánka Hilgertová, che ha preso il cognome dopo il matrimonio con il suo pigmaglione Lubos mentre prima era Proskova, fra cinque giorni festeggerà le 42 primavere di cui oltre la metà passate in maglia della nazionale prima Cecoslovacca e poi dal 1993 con la casacca della Repubblica Ceka. Lei è stata la prima donna a conquistare per il suo nuovo paese un oro olimpico ad Atlanta nel 1996. Impressiona vederla dopo tanti anni pagaiare sempre con grinta e con tanta energia e sembra sempre in competizione con il figlio che di anni invece ne ha solo 24. I due, che condividono ogni allenamento, hanno passato l’inverno in Sud Africa ad allenarsi, poi ad Atene e ora massima concentrazione per le selezioni che si faranno proprio sul canale di Bratislava il 24 e 25 aprile prossimo nelle gare organizzate in territorio slovacco dai ceki.
La bi-campionessa olimpica Štěpánka è decisa più che mai ad arrivare alla sua sesta olimpiade per riscattarsi di un ottavo posto conquistato a Beijng nel 2008 che sicuramente non le rende giustizia. Mi ricordo che nel dicembre 2001 mi invitò a prendere parte a Praga alla “Hilgertová Cup”, un mega evento in piscina per festeggiare le imprese dell’atleta davanti al suo pubblico. Ci andai con Pierpaolo Ferrazzi il quale usciva dalle olimpiadi di Sydney con il bronzo al collo. Fu una bella festa con le gare di slalom parallelo, le gesta eroiche di un ciclista funambolo che si lanciava dal trampolino di 10 metri con la sua BMX, musiche e immagini dei momenti gloriosi dell’eroe con la pagaia della Repubblica Ceca. E come sempre lei timida, nella sua corazza di atleta, decisamente felice, stringeva mani e sorrideva a tanta gente accorsa per conoscerla di persona.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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nella foto Štěpánka Hilgertová in allenamento in Sud Africa inverno 2010 foto dal suo sito personale, su http://www.hilgertova.cz/galerie.php tante immagini della
campionessa Ceka.

BUONA PASQUA A TUTTI



Necessitiamo di una svolta


Il sondaggio europeo associato a tutti gli altri rapporti che abbiamo visto precedentemente si agganciano perfettamente al concetto base della Tecnica dello Slalom. Voi ovviamente, a questo punto, pensate di lasciare perdere il proseguo di queste righe per dedicarvi a qualche altro lavoretto che potrebbe dimostrarsi molto più utile alla vostra vita o perlomeno rendervela ancora più comoda o affascinante. La conclusione più ovvia è quella che vi sta sfagiolando nella testa: questo è un pazzo, meglio lasciarlo perdere… non sareste gli unici, già altri per voi hanno provveduto a farlo!
Ma se mi seguite arrivo anche alla logica di questo ragionamento. Qualcuno sostiene che si possa parlare di stile che contraddistingue una nazione in grado di mettere in finale costantemente degli atleti affidando alla tecnica l’estro del suo interprete migliore, del fuoriclasse, allora il sondaggio entra appieno in questa discussione.
Ho cercato spesso e volentieri di raccontare che cosa sta dietro ad un risultato importante che difficilmente esce da un caso fortuito. Il risultato non è altro che la conseguenza di un lavoro costante protratto nel tempo con solide basi e obiettivi chiari e lungimiranti. Il risultato non è un salto nel buio è la somma di tanti fattori che si intrecciano e che possono regalare successi con continuità, senza per forza di cose avere il fuoriclasse. E’ un risultato piazzare sempre e con costanza uomini in finale. E’ un risultato essere presenti in finale in tutte le specialità. Non dovrebbe essere un vanto per un presidente federale affermare che lui stesso non costa nulla alla stessa organizzazione perché inevitabilmente poi questo a cascata lo si predente dagli altri che operano nel settore. Non dovrebbe essere un vanto assumere un’altra segretaria a tempo indeterminato se si considera che non c’è all’interno della nostra Fick nessun vero tecnico a tempo indeterminato. Una federazione sportiva dovrebbe essere, a mio modestissimo avviso, costituita da professionisti a tempo pieno partendo proprio dal vertice. Tecnici professionisti, dirigenti professionisti, direttori tecnici professionisti, preparatori atletici professionisti, fisioterapisti professionisti, medici professionisti. Quando dico professionista sottolinea l’aspetto economico che permette alla persona di dedicare tempo ed energie al lavoro, perché di lavoro si deve trattare… se poi c’è anche la passione e la competenza tanto meglio!
I risultati arrivano se il sistema prevede un progetto e un programma sostenuto da persone a tempo pieno e in buon numero, diretti da chi ha le idee chiare su dove arrivare, con i dovuti aggiustamenti in corsa.
Molte federazioni, Coni compreso, sono professionisti solo in segreteria, anche se il suo Presidente e la Giunta è comunque e giustamente ben pagata.
Il cambiamento e lo “stile” arrivano solo se ci concentreremo a cambiare quel 3% che ci ha assegnato la comunità europea nel suo sondaggio. Dobbiamo cambiare radicalmente, dobbiamo prendere decisamente un’altra direzione per creare un nostro stile e per offrire ai giovani molte opportunità che ad oggi vengono loro negate.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi