Solo il 3% degli italiani pratica sport


Sono rimasto sconvolto dal recente sondaggio presentato a Bruxelles sull’attività fisica in cui si dice che solo il 3% degli italiani pratica sport. Il Coni ribatte sottolineando che chi pratica regolarmente sport o svolge attività fisica, come appunto pubblicato dall’Annuario Statistico Italiano 2009, redatto dall’Istat (su un campione di circa 50 mila persone) si attesta al 58,9% ed è così suddivisa: il 21,5% lo pratica con continuità, il 9,6% in modo saltuario, mentre chi svolge attività fisica generica tocca il 27,7%. I sedentari toccano invece il 40,6%. Si specifica inoltre che i giovani che praticano sport con continuità, nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni, sono rispettivamente il 46% (uomini) e il 28% (donne), contro il 2% e il 4% indicato nel sondaggio in questione" conclude il Coni.

Se noi prendiamo invece il rapporto “Osservasalute 2008” dell’Università Cattolica, presentato il 3 marzo a Roma al Policlinico Gemelli ci dice che lo sport in Italia resta ’sconosciuto’ e gli italiani si confermano sedentari. Il numero di sportivi in Italia, nel Rapporto 2007 dice che solo il 20,9% della popolazione ha dichiarato di praticare in modo continuativo uno o più sport nel tempo libero. Nel 2008 era sceso al 20,5%. Il 10,3% degli italiani dice di praticarlo in modo saltuario, mentre chi non svolge alcuna attività sportiva è il 41,1%. Nel rapporto dell’ “Osservasalute 2009” fissa ad un 30,2% gli italiani che svolgono attività sportiva quindi una media inferiore di 1 su 3.

Ci sono evidentemente delle discrepanze fra i vari rapporti e i vari sondaggi. Se prendessimo comunque per buono il sondaggio dell’Istat avremmo quindi nella migliore dell’ipotesi una percentuale del 46% di giovani maschi che fanno regolarmente sport e il 28% di giovani donne. Dati comunque, secondo me allarmanti. Tutto ciò ha un unico scopo e cioè quello di mettere in allarme i nostri dirigenti sportivi che dovrebbero rimboccarsi le maniche e mettersi in discussione. Chiedetevi e chiediamoci che cosa bisogna fare per cercare di uscire da queste percentuali piuttosto ridicole al fine non tanto di cercare di creare dei campioni, ma soprattutto allo scopo di ridurre quella percentuale del 36% di bambini grassi riportati sempre nel “Osservasalute 2009” che sono effettivamente una enormità, tanto più che 1 italiano su 3 è obeso. A questo punto i conti tornano e cioè il non obeso è quello che fa sport!

Cosa fare a questo punto? Non è facile trovare la soluzione, ma a mio modestissimo avviso bisognerebbe intervenire nelle scuole con una sinergia tra società sportive e scuole. So anche che ci sono stati da parte di diverse federazioni più tentativi di entrare, spesso riusciti, di entrare nelle scuole, ma il problema rimane. Le Federazioni che si propongono vogliono portare l’acqua al loro mulino e vanno a proporre esclusivamente la loro attività e nient’altro. Vuoi per incompetenza, vuoi per interesse specifico, vuoi per scelta federale. Io aggiungerei anche per paura di perdere potenziali atleti e tesserati. Ma qui cade l’asino! E’ come se a scuola si proponesse di fare solo letteratura italiana, tralasciando tutto il resto. Quale sarebbe il risultato? Semplice da dirsi infatti ci sarebbe chi si appassiona con tutto se stesso, chi ci prova, ma è negato, chi viceversa la odia, chi tira avanti sperando che finisca presto. Se tutto ciò lo trasliamo ad un singolo sport troveremo certamente qualche campione, qualcun altro che lo fa per dovere, chi ci prova, ma è negato, chi inizierà ad odiarlo e chi lo fa perché a casa lo obbligano.
La proposta deve essere quindi multilaterale. A scuola non si fa solo letteratura italiana, ma anche scienze, matematica, fisica, geografia, storia e così via. La proposta sportiva nella scuola non deve essere affidata ad una singola federazione, ma dovrebbe essere il Coni a farsi promotore dello sport nella scuola con progetti seri e lungimiranti. Usare il peso politico che ha, anche se ci si ostina a dire il contrario, per presentare un progetto di legge in questa direzione come si fa in tutto il resto d’Europa.
Non sarebbe difficile e sarebbero soldi investiti molto bene per educare e per offrire ai giovani delle opportunità direttamente nella scuola dove inevitabilmente passano e dove spendono molto del loro tempo.

Il primo passo da fare è un programma organico con il tipo di intervento. Il secondo passo la scelta degli educatori che possono benissimo uscire anche dalle società sportive. Operare con le strutture esistenti e in un secondo momento adoperarsi per migliorare anche sotto questo aspetto. Eliminare la rincorsa ad accaparrarsi i giovani pur di tesserarli. Far passare i nostri giovani attraverso la logica delle proprie potenzialità che vengono scoperte solo da chi opera nel settore e da chi, con l’esperienza, può capire il tipo di propensione sportiva per ogni ragazzo o ragazza. Questa deve essere la strada da seguire con tanto impegno, con unità di intenti, umiltà e voglia di lavorare per cercare di frenare quella caduta verso il basso che la nostra povera Italia sta facendo ormai in ogni sport.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

E' iniziata la stagione agonistica 2010 per il Canoa Club Verona


Bravi i ragazzi del Canoa Club Verona alla gara d'esordio
a Limena oggi 28 marzo 2010 - al campionato regionale Veneto
Senior e Master e Gara regionale Allievi, Cadetti, Ragazzi e Junior
seguiranno classifiche.

Allenarsi senza perdere l'obiettivo Gare


La seconda riflessione è legata ad una comparazione fra l’allenamento e la gara. Sempre, all’inizio di ogni proposta di allenamento mi faccio questa domanda: ai fini del risultato e quindi della gara a che cosa mi porterà l’allenamento di oggi? Molto spesso ricordo all’atleta che si sta allenando per un obiettivo chiaro e non per il piacere di farlo, visto che se fosse così ci sono tanti altri modi per divertirsi e tenersi in forma, tipo una bella partita a tennis, una corsetta o una bella biciclettata in montagna, anche un po’ di palestra non è poi così male. Questo si chiama fitness. Troppo spesso ci si allena per allenarsi perdendo il chiaro obiettivo della competizione. Così facendo però l’atleta di livello si mette in pace con se stesso e la sua coscienza affidando al fisico la risoluzione dei suoi problemi. Mi convinco sempre di più che molti allenamenti hanno poca utilità al fine del raggiungimento dell’obiettivo. La specificità diventa lo strumento trainante per una programmazione dell’allenamento. Mi impressiono nel vedere atleti lavorare su circuiti in canoa molto duri che si discostano di molto dal gesto tecnico che si vuole viceversa allenare e che deve essere messo in atto nel momento decisivo. Si potrebbe giustificare tutto ciò con il principio di allenamenti mirati alle diverse capacità condizionali, ma siamo proprio sicuri che questo lavoro non inquini viceversa un corretto ed efficace gesto tecnico? Tornando ai giovani, quale potrebbe essere la chiave di lettura a fronte delle osservazioni sopra esposte?
Come la vedo io bisogna puntare molto sulla propriocettività nel tentativo di mettere l’allievo nella condizione di trovare velocemente soluzioni adeguate e, a mano a mano che il livello cresce, anche veloci. Ritenendo che non ci siano tecniche uniche e consolidate da insegnare – sono pochi gli sport dove ancora oggi tutto ciò è esaltato all’ennesima potenza, il primo che mi viene in mente è la ginnastica artistica – bisogna puntare l’attenzione su allenamenti altamente specifici e ad alte velocità. Per fare ciò si deve per forza maggiore scegliere percorsi brevi seguendo questo protocollo: l’allievo è libero di trovare le sue soluzione in cui, se siamo in acqua mossa, possa esternare ed affrontare anche le sue paure che molte volte condizionano non poco il gesto tecnico. Il passo successivo sarà quello di proporre diverse soluzioni da provare e da mettere in atto in relazione alle individuali caratteristiche. Il compito dell’allenatore sarà in questo caso quello di diventare una sorta di specchio per il suo allievo, mettendo a confronto ciò che lui stesso ha visto con il vissuto dell’atleta. Sono lavori questi che richiedono molto tempo quasi fino alla noia per la ripetitività magari di certe azioni.
Se riteniamo tutto ciò valido le tabelle di allenamento preconfezionate perdono, a questo punto, il loro significato. Si dovrà viceversa ricercare anche qui il giusto mixage individuale tra allenamenti fisici, tecnici, a secco e in canoa.

Mi sono esaltato non poco oggi sotto le stelle del tendone blu ad osservare gli ex-artisti del circo intenti a lavorare con i loro allievi. Tutti portavano al collo la collana forgiata da Efesto perché la bellezza era in ogni gesto loro e dei giovani discepoli. Chi volteggiava su un cerchio aereo o avvolto da tessuti candidi ed eterei, chi saltando sul tappeto elastico toccava il cielo stellato, chi con clave da giocoliere cercava velocità e precisione. Ho goduto per quel rapporto che ogni maestro singolarmente ha con l’allievo, si concentrano assieme, entrano in simbiosi, cercano di percepire le stesse emozioni, uno entra nell’altro e viceversa. Loro sono professionisti che, spente le luci della ribalta, hanno scelto di accendere ogni giorno le speranze di tanti giovani che rincorrono a loro volta il sogno di un’impresa memorabile, fosse anche il solo fatto di vivere alla grande e senza rimpianti in ogni loro gesto e movimento.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Dissociazione


La signora Rosetta è una nostra coinquilina ed è della stessa classe di mia mamma: 1921, 89 primavere classe di ferro!!! L’altro giorno eravamo seduti a tavola tutti e quattro per il pranzo ed è arrivata, piena di energie, a raccontarci e a mostrarci inviti e foto della festa di compleanno di sua sorella che di primavere ne ha festeggiate 96! Era euforica più del solito e nonostante le due rampe di scale che ci dividono è scesa e risalita per ben due volte con passo da bersagliere e con foto e pergamene. Che spirito, che energia!
Ma tutto ciò non c'entra molto con il fatto che vorrei condividere con voi il lavoro fatto l’altro giorno con i ragazzini del Club e fare due riflessioni sullo slalom.

Secondo me uno dei punti chiave del nuovo slalom è lo sdoppiamento del lavoro con gambe e busto, anche se ,per la verità, non è proprio una grandissima novità. Diciamo però che con i tracciati attuali e le nuove concezioni del kayak questo movimento si esalta all’ennesima potenza. Ora il problema diventa quello di trasmetterlo ai giovani che molto spesso trovano difficoltà nel percepire quest’azione disgiunta. Per chi di voi è sciatore e si è convertito allo sci sciancrato può capire bene di cosa sto parlando.
Come dicevo, alcuni giorni fa, mi sono divertito con loro a cercare di metterli in crisi per far sentire la continuità della rotazione della coda in una porta in risalita. Partendo dalla relativa staticità del Duffek, dopo la rotazione delle spalle, supportato dell’azione dinamica della spinta delle gambe, con rotazione della coda e successiva trasformazione propulsiva verso valle, abbiamo cercato di sentire questo sdoppiamento dell’azione. Certo detta così sembra la teoria della relatività, ma in sostanza si tratta semplicemente di caricare una molla per poi liberarla il più velocemente possibile. Non bisogna avere fretta nella prima parte e soprattutto non bisogna perdere il contatto con il terreno che, nel nostro caso, è l’acqua. Infatti dallo stesso elemento ci arriva l’equilibrio e in molti casi anche la spinta di uscita.
Ora concetti che sembrano molto complessi in realtà diventano banali se concepiti e realizzati con mezzi idonei e presentati ai giovani con continuità e logica. E’ difficile infatti metterli in opera se il ragazzino non ha una canoa e una pagaia che gli permettono di fare tutto ciò e soprattutto adatte alle sue caratteristiche antropometriche. Non può nemmeno metterli in pratica se nessuno lo mette sull’avviso che tutto ciò può esistere. Bisogna aiutarlo a scoprire gesti e movimenti, bisogna cercare di permettere al proprio interlocutore di arrivare alla soluzione dopo graduali passaggi. Aiuta molto anche vedere all’opera grandi interpreti dello slalom mondiale. Su internet è facile reperire molti video. Riflettendo sull’evoluzione di questo nuovo slalom credo che sia balzata all’attenzione di tutti la dinamicità del gesto legato alla ricerca di una continuità d’azione e fluidità dello scafo. Su cosa dobbiamo lavorare quindi con i nostri giovani per cercare di metterli su questa strada? Credo che anzitutto si debba partire dall’acqua piatta per apprendere con tranquillità e sicurezza il lavoro di rotazione di spalle e conseguente rotazione della coda della canoa. Apprendere ed esercitarsi sul modo con cui ci si approccia alla risalita stessa: la pala in acqua diventa il nostro diretto interlocutore e soprattutto è una sorta di sonda che ci fornisce informazioni precise sulla consistenza dell’acqua. La pala in acqua permetterà anche di prendere le giuste distanze dal palo interno fornendoci un pronto attacco nel momento in cui davanti al soggetto si apre la “luce” della porta stessa.
Una volta che tutto ciò diventerà un gesto naturale si potrà pensare di portare il tutto su acqua più impegnativa.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

P.S. mi dispiace per Andrea Bertani (il cognome per noi veronesi si associa a una casa vinicola che nasce nel 1857 a Quinto di Valpantena, e produce un eccezionale Amarone Classico, un vino senza tempo, con l’appassimento naturale sulle “aréle” delle uve Corvina e Rondinella e l’affinamento in grandi botti per almeno sei anni) che fa brutti sogni su staff tecnici della canoa italiana e su meritocrazie varie. Non c’è ragione. C’è forse sentore che qualche cosa non va bene? Pensavo anch’io un tempo che forse era così, ma mi sbagliavo visto che nessuno, né atleti né società, si lamentano, quindi deduco che Bertani e un tempo il sottoscritto si sbagliavano di grosso! Facciamo come consiglia il buon Skillo: affidiamoci alla Buona Fortuna e andiamo avanti convocando atleti che prendono diversi secondi dai ragazzi, allenatori per la canadese che certo competenze non hanno, responsabili junior che si presentano mezza giornata. Per non parlare delle
donne allo sbando senza compagnia
Negli occhi hanno dei consigli e tanta voglia di avventure e se hanno fatto molti sbagli sono piene di paure
Le vedi pagaiare insieme
nella pioggia o sotto il sole
dentro pomeriggi opachi senza gioia ne dolore
Donne du du du
pianeti dispersi ,
per tutti gli allenatori così diversi
Donne du du du amiche di sempre
donne alla moda donne contro corrente (spesso e volentieri)
Tra le mani hanno le pagaie
per volare ad alta quota
dove si respira l'aria e la vita non è vuota
Le vedi pagaiare insieme nella pioggia o sotto il sole
dentro pomeriggi opachi
senza gioia ne dolore
Donne ,ooh
Donne ,
Donne
Donne ,
Don ne
Donne du du du in cerca di guai
Donne in canoa senza scendere mai
Donne du du du in mezzo ad un fiume
donne allo sbando senza compagnia

Ciao Volt



La serenità, lo stato d’animo, gli occhi lucidi e le semplici parole di una mamma che ha perso fisicamente un figlio, ma lo ha ritrovato nei cuori di tanti giovani e non più giovani, sono e saranno l’immagine che porterò a lungo con me. “E’ stato bello” commentava alla fine di una lunga giornata in ricordo di quel figlio che ha generato, allevato, abbracciato, sofferto, gioito, pianto e che è diventato il simbolo di un gruppo, di una energia, di una forza che puntualmente ogni anno si rigenera. Quella piccola corona di fiori bianchi appoggiata sul fiume dal fratello, portata a forza di braccia in mezzo alla corrente per regalarla alla corrente stessa, ha la forza di mille uragani, ha il sapore delle emozioni pure e semplici, ha l’energia di tante persone che immagino, come me, sono state internamente colpite da un brivido, da un calore, da un sussulto forte ed unico. Quei fiori che simboleggiano il nostro Volt pagaiare su quell’Adige che ci ha visto nascere, che ci ha regalato momenti spensierati e anche momenti tristi. Su quell’Adige che, come dice bene Tim Parks, non può essere solcato senza ricordare ogni volta il sorriso di Marco Volterra che del fiume era diventato figlio e che in ogni pagaiata consciamente o inconsciamente ritroviamo.
Giorgio ha detto bene: siamo cresciuti e tutti abbiamo preso strada diverse, chi in Spagna, chi in Inghilterra o Germania, chi in Australia, Brasile e chi invece ha indossato il camice bianco o chi studia ancora. Tutti però vogliono essere presenti nella giornata che ci riporta indietro nel tempo e che è diventata l’occasione per fermare la frenesia della vita e raccoglierci attorno ad un fuoco e ad un fiume a meditare, a riflettere a

trovare un senso a questa vita.
Anche se questa vita un senso non ce l’ha



Chi ha trovato risposte nella fede, chi risposte non ha, chi naviga a vista, chi si chiede ancora perché il destino è stato così crudele con un ragazzo nel pieno della vita. Tutti però consapevoli che quella vita, quell’energia, quella forza della natura ci accompagna ogni giorno, ci rende forti, ci rendi unici e ci unisce, forse anche inconsapevolmente, ma ci unisce e unisce una famiglia splendida che ha saputo trasmettere non rassegnazione, ma gioia.

Tornati tutti alla nostra quotidianità ci sentiamo però oggi più forti, più felici e sempre più uniti ovunque noi siamo grazie proprio a quei momenti che nella loro drammaticità esprimono e ci fanno scoprire sentimenti, dolori e gioie che rendono la vita migliore ed unica anche nella morte.

Grazie Volt!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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foto di Carlo Alberto Cavedini

Cavalieri subito!



Mi verrebbe da lanciare un appello, un proclama, un editto. Mi verrebbe da urlare ai quattro venti non fatevi scappare anche questa occasione signori federali. Aprite le vostre menti e i vostri spiriti, salite sulla cresta dell’onda e cavalcate la corrente, spingete sulle vostre pagaie per mantenervi la sedia, che a quanto pare vi è tanto cara, se non lo volete fare per il bene della canoa azzurra, allora fatelo per voi… ma non fatevi scappare anche questa possibilità, non perdete il treno, non scialacquate risorse costruite in tanti anni di lavoro, passione, dedizione, successi e perché no anche fortuna. La canoa discesa ha chiuso un lungo ciclo aperto tanti anni fa con Perli, Previde e poi via via con Ceccato, Ferrazzi, Mulazzi passando da Pontarollo, fino a Panato e Mercati. Lo avevo già scritto cantando lodi e gloria all’umbro Carletto che sembrava trasmigrasse dal Gruppo Sportivo Forestale ad un club civile dopo la forzatura, personalmente non compresa, del club giallo-verde. Lo immaginavo o meglio lo avrei voluto vedere ancora una volta lottare con gli specialisti mondiali con l’orgoglio che sempre lo ha contraddistinto. Lo avrei voluto vedere ancora in nazionale con la casacca senza stellette come fece il buon Cesare e l’anziano Marco. Ma, devo essere onesto, neppure la mia anima ci credeva tanto in questo ultimo canto del gallo, in questo gesto da cavaliere della tavola rotonda alla ricerca del sacro Graal. Di Panato sto scrivendo le eroiche gesta e ho la fortuna di sentirlo e vederlo tanto spesso quanto il tempo me lo permette. Lo confesso sentire o veder il “piccolo pagaiatore dei gorghi dell’Adese” ogni volta che ritorno a casa è una mia necessità per ricaricarmi di energia, di saggezza e di semplicità. La sua vita è di esempio, la sua gloria è l’orgoglio di molti. Il lavoro che sta facendo al club è importantissimo, come è fantastico, unico e magico ciò che è riuscito a trasmettere alla sua piccola Alice, nata tra due braccia possenti e circondata da pagaie, canoe e fiumi. Bello vederla in classifica a Città di Castello, diffidate di chi parla di canoa e non è seguito neppure dai propri pargoli, perché la passione, la gioia delle emozioni si trasmette senza volerlo semplicemente vivendo per e con un ideale. I cuccioli d’uomo sono come gli animali che fiutano il pericolo o l’amore, la tranquillità o il terrore. Nulla si insegna, tutto si trasmette epidermicamente.
Vi prego signori illuminati, sapienti o improvvisati amministratori dello sport nazionale, non dimenticate Carlo Mercati, non perdete l’energia di Vladi Panato, non lasciate che il tempo raffreddi gli animi e faccia dimenticare le imprese eroiche e i giorni di festa di cui tutti noi abbiamo gioito e goduto. Abbandonate l’orgoglio richiamate a Camelot Sir Lancelot du Lac, ricordate l’aiuto che il padre gli aveva dato in gioventù a Re Artù e ordinateli Cavalieri senza aspettare il giorno di San Giovanni!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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nella foto in alto Vladi Panato con la famiglia -
in basso da sinistra Vladi Panato, Robert Pontarollo, Marco Salogni, Mariano Bifano; Carlo Mercati e Francesco Arenare ai campionati europei discesa a Chalaux (Francia) 2005

Comunicare senza parole


Quando ti parla di opere murarie, di restauro, di nuove possibili strutture, di dove inserire la foresteria, gli spogliatoi o le palestre non lo fa con la bocca ma usa solo il cuore, il sorriso e gli occhi. Anch’io, che faccio fatica a distinguere una sezione da un quadro o da un progetto, quando lo vedo in azione sul suo campo mi animo, mi entusiasmo, mi eccito, mi rincuoro. Eppure non è facile trovare nelle amministrazioni pubbliche personaggi di questo genere con carisma, idee chiare, competenza e soprattutto grande, grandissima passione e dedizione. Lui è Costanzo Tovo dirigente dei lavori pubblici del Comune di Verona, uomo dai tratti gentili e con la grande passione per l’architettura. Nel passato ha cercato gloria nel calciare una palla e, se pur di talento, ha dovuto convergere nello studio per le tante ossa rotte. Di quel sogno però è rimasto lo spirito intatto e puro, traslato su quelle opere che potranno far sognare tanti giovani per un futuro fatto di salti, pagaiate, corse e pedate dietro ad un pallone, inseguendo fama e gloria sportiva.
L’altro giorno, tra una faccenda e l’altra, ci ha illuminati sul recupero e il restauro del palazzo della ragione di Verona, oltre 18 milioni di euro di intervento in collaborazione con lo studio Afra e Tobia Scarpa e con l’ingegnere Cocco. L’entusiasmo con cui ci parlava del suo famoso collega architetto Scarpa e la serie di particolari su Giandomenico Cocco mi ha stimolato e incuriosito non poco. Scarpa lo ha dipinto in modo così pittoresco che mi ha spinto a cercare in rete dettagli e particolari su quest’uomo che, dall’idea che mi sono fatto, non è un semplice architetto che si limita a fare i suoi progetti, ma sembra più un artista di bottega. Idee chiare e soprattutto cura dei dettagli all’inverosimile: una sorta di Fellini per il cinema. Il mestiere che si mescola all’estro e all’arte. Così, lasciando libertà alla fantasia per seguire il filo logico del nostro narratore, concretizzo la vita di questo genio che si può considerare un vero e proprio figlio d’arte. Ricordo anche che mio papà mi parlava di Carlo Scarpa padre di Tobia e di come aveva pensato e poi realizzato la sede centrale dell’allora Banca Mutua Popolare di Verona di piazzetta Nogara. Ho miscelato quindi i racconti paterni con quelli freschi ed effervescenti del mitico architetto Tovo e mi sono immaginato un ragazzino che seguendo il padre tra un cantiere e l’altro e uno schizzo tra un piatto di pasta e magari una partita a carte è cresciuto fra progetti, idee e opere architettoniche. Sentire poi decantare particolari, finezze, dettagli su opere pubbliche, su interventi così particolari, capaci di esaltarci e di esaltare tutto ciò che ci circonda non può che convincermi sempre di più che, se ci sono idee, buona volontà e perseveranza, si può rendere migliore il futuro sportivo della nostra piccola ma bella Italia, grazie a uomini, amministratori e politici che credono veramente nel loro lavoro che diventa non più semplice mezzo di sostentamento per il pane quotidiano, ma una vera e propria missione divina.
La capacità poi di essere in grado di coinvolgere e trasmettere questa opportunità e passione su tutti i loro collaboratori e tutti coloro che vengono di volta in volta coinvolti fa il resto e diventa la carte vincente per le nostre future generazioni.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

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nella foto: da sinistra ing. Luca Guarino, dott. Bruno Panziera, arch. Costanzo Tovo, dott. Luciano Buonfiglio, arch. Claudio Battistini, durante il sopraluogo al futuro centro d'eccellenza in zona Chievo (VR) l'11 marzo 2010

Bella la vita, bello il mondo


Mi piacerebbe essere capace di immortale con una matita su un foglio di carta i personaggi che incontri viaggiando. Se fossi capace di farlo, tappezzerei la mia casa di questi mille e mille volti diversi cercando di scoprire dai loro sorrisi e dai loro occhi le tante, tantissime storie che ognuno di loro riserva nel loro animo, nel loro cuore, nella loro quotidianità. Mille energie di gente che non conosci, ma con cui magari, per qualche ora, condividi spazi e direzioni. Sorrisi così belli, freschi, naturali, gesti che mi entrano e si fissano nella mente e che regalano al viaggio particolarità uniche. Sai che probabilmente non avrai più modo di incrociare quegli sguardi, non avrai più modo di rivivere quel particolare momento che comunque rimane dentro e ti arricchisce di gioia e semplicità e ti fa sorridere… ti fa sentir bene e in pace con il mondo.
Quel gesto così delicato di un anziano signore, seduto sull’aereo al mio fianco, per aiutare la moglie a sistemare il collo di un golfino appena indossato. Le sue enormi mani che raccontano chiaramente la storia della sua vita. Mani grandi, mani segnate da un lavoro a contatto con la terra. Mani che sicuramente hanno dato vita e creato chissà quali opere della natura. Forse costruito case, forse coltivato vigneti per vini dai palati sopraffini. Certo mani che hanno nutrito una famiglia, mani che hanno dato sostegno, mani che non hanno temuto il passare del tempo e che non hanno speso tempo a proteggersi. Mani che hanno regalato gioie, mani che forse sono state monito di rimproveri, mani ora delicate per una carezza alla sua compagna di vita. Lei che si sporgeva dalla fila per seguire il marito fino in fondo al corridoio, corso a prenderle un bicchiere d’acqua in una lunga notte che sorvolava luoghi e mari teatri di vita. Lei, premurosa, apriva le confezioni di cibi preconfezionati a colui che viceversa è sicuramente abituato a mangiare piatti sopraffini e serviti su tavole ben più spaziose di piccoli e angusti sedili di aerei malesiani. Quel gesto di chiudere un sacchetto di plastica con il doppio nodo che non vedevo fare più da molti anni. La mia nonna era usa farlo per sigillare, diceva lei, il contenuto. Vorrei disegnare quei gesti di tre bellissime e semplicissime ragazze che in attesa del volo giocavano a carte distese sulla moquette dell’aeroporto. Vorrei ricolorare di rosso quei loro pantaloni enormi e leggeri che danno l’idea di una estrema leggerezza e fluidità. Vorrei dipingere lo spazio dei colori di tutte le persone che ho incontrato, vorrei regalare al mondo quei momenti di serenità. Avrei potuto e forse voluto stringere tante mani, per sapere di loro. Se l’avessi fatto però non avrei potuto lasciare libera la fantasia di associare quei volti, quelle espressioni, quei modi di essere ad un eterno ricordo di momenti che forse non si vorrebbe finissero mai. Mi resterà il ricordo e l’emozione di quell’uomo che non ho conosciuto, ma che ho visto sempre con il sorriso capace di trasmetterlo chiaramente a tutte le persone con cui parlava, con cui scherzava, con cui aveva condiviso probabilmente in prima persona quel viaggio. Bella gente! Bello il mondo! Poiché non sono in grado di concretizzare con un disegno tutto ciò, avrei voluto fotografarli quei volti, quelle espressioni, per cercare di fermarli nel tempo, ma a volte gli scatti di una macchina fotografica interrompono la naturalezza di momenti che vivranno ancora solo nella memoria umana e forse in queste poche parole!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

… viaggi di ritorno a casa 8 e 9 marzo 2010 Sydney – Kuala Lampur – Roma – Verona

Era già l'ora che volge al disio


Certo non si può parlare di tristezza visto che sono in procinto di tornare a casa dopo tre lunghi mesi passati fisicamente lontano dalle persone che amo, ma che ho portato comunque con me in ogni respiro in ogni gesto in ogni pensiero. “Era già l’ora che volge al disio” mi viene da pensare nel momento sempre e comunque nostalgico di ripiegare gli stracci e infilarli in quella borsa che per lungo tempo è rimasta ad impolverarsi sotto il mio letto. Un altro capitolo positivo della vita si chiude e subito un altro si riaprirà. Ciò che rimane, di questi tre mesi dall’altra parte del mondo, sono mille flash, idee e pensieri che si accendono appena la luce si spegne e illuminano la mia notte di sogni e speranze. Ciò che rimane, nero su bianco, sono le parole dei giorni che ho avuto l’onore di condividere con voi. Grazie a tutto ciò il tempo è volato fissato in questo appuntamento pressoché giornaliero con chi crede nella canoa, con chi la vive, con chi la sente pulsare e l’ama. E’ stato bello fermarmi a riflettere e a concretizzare le emozioni che ho vissuto di momento in momento. E’ stato bello e stimolante cercare di trasmetterlo a tutti nell’umile tentativo di rendere pubblici e conosciuti atleti e personaggi che operano nel più assoluto anonimato di uno sport che purtroppo non conosce fama e gloria patinata. Tutti loro hanno mille sfumature da raccontare, mille storie da scoprire, mille gesti da immortalare. Troppo poco si scrive di canoa, troppo poca attenzione viene data alla storia della canoa, alle classifiche, alle statistiche, alle memorie di allenamenti e gare. Si perdono nel nulla e corrono verso il mare le imprese che nascono sull’acqua che corre e come un fiume in piena vengono travolte dagli eventi e dall’inesorabile domani. Sempre domani, ma oggi e ieri? Certo non bisogna vivere di passato, ma bisogna non dimenticarlo e trarre beneficio da questo per progettare un futuro che purtroppo per la canoa italiana è ancora offuscato da mancanza di onestà intellettuale.
Questo mi lascia sgomento, triste, sconsolato. E come dice bene il mio amico Bepi: “non credo che nel passato mai lo slalom sia stato peggio di ora, anche nei momenti più bui, che tu (io Ettore Ivaldi n.d.r.) hai ben conosciuto”.
Cosa aggiungere ancora se non ringraziare il gentile e attento lettore, cosa aggiungere ancora se non ringraziare gli atleti che ci hanno regalato materiale su cui riflettere e scrivere. Cosa aggiungere ancora se non ringraziare gli allenatori che hanno solcato la riva tante volte quante i loro atleti hanno disceso il budello d’acqua olimpico. Cosa aggiungere ancora se non ringraziare il fato e il destino che ci hanno regalato salute e gioia per sfruttare al massimo questa ennesima opportunità?

Qui finisce l’avventura (parafrasando al contrario un noto fumetto) del Signor Bonaventura che l’Australia abbandona per tornar a Verona. Lì l’aspetta il presidente, che allor non ne sapeva niente, per osservare ed approvare il canal dove un dì s’andrà tutti a pagaiare

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi … in viaggio per riabbracciare Amur! (mi scuso con i fruitori del blog per quest’ultima umana, ma quanto bella, debolezza)

Il team slovacco



Gli slovacchi hanno tutti i giorni un’ora riservata dalle 9,15 alle 10,15. Raggiungono il Penrith Whitewater Stadium in ordine sparso, ma rispettando però una preciso protocollo. Il primo ad arrivare è sempre Juraj Mincik dal lato destro del canale, quello per il pubblico per intenderci, attraversa il primo ponticello che incontra ed inizia a studiare il percorso che disegna su una cartellina che porta sempre con sé. Una decina di minuti più tardi sopraggiungono in canoa i cugini Skantar con Karol Rozmus e, lasciate le canoe sul prato, si appropinquano al loro allenatore per conoscere il percorso. Arriva, corricchiando in abiti ancora civili, Matej Benus accompagnato dalle fidanzate dei cugini… mica scemo Benus! E tutti assieme camminano lungo il percorso per erudirsi sull’allenamento da fare. Nel frattempo giunge anche Elena Kaliska con il tecnico ed un ragazzino che segue lei personalmente, un giovane kappa uno particolarmente legato alla bi-campionessa olimpica. Certo è che il giovanetto ha scelto bene il suo mentore per un futuro che si prospetta già ricco di opportunità. Anche i tre, dopo vari consulti, esaminano il percorso e decidono il da farsi. Dalla collinetta spunta una gamba così lunga che passano diversi secondi prima che arrivi la seconda con il resto del corpo, a questo punto la successiva azione di deambulazione segue la stessa metodica. Ferma in quella posizione statuaria è Jana Dukatova che attende il buon Robert che viceversa di passi per raggiungerla ne deve fare giusto il triplo. I due non scambiano una parola e a gesti indicano le porte da fare. Decisamente più rilassato è l’arrivo di papà Martikan che in mezzo al pratone si toglie la maglia, guarda il cielo e annuisce. Poi questa mattina era indaffarato con cuffiette e I-phon, fatto decisamente insolito e alquanto preoccupante… mah vedremo, vi aggiornerò sul seguito. Al figlio campione è impedito superare a piedi la linea che demarca il canale. Lui si limita a scendere in canoa. Aspetta sul laghetto di partenza l’ora fatidica e giusto 2 minuti prima si lancia nel budello di acqua per le sue 50 discese giornaliere! Giusto per la cronaca i due minuti di anticipo li aggiunge ai 2 minuti finali rosicchiati all’ora successiva e così facendo è assolutamente il primo a partire e l’ultimo a scendere. Con andatura incerta arriva anche Juraj Ontko, leggermente sovrappeso ultimamente, che va subito a consulto da Mincik il quale deve, presumo, aggiornarlo sui progetti della giornata lavorativa. I due guardano il tracciato, sorridono, anzi per la verità a sorridere è solo Ontko: Mincik ha passato troppo tempo con i fratelli Hochschorner per permettersi di esteriorizzare il suo stato d’animo. Alla fine prendono una decisione e si piazzano in punti diversi per fare le riprese video.
Accompagnato dalla moglie e dalla fidanza del figlio arriva anche papà Cibak che scambia in ordine due parole con tutti i vari tecnici della sua squadra presenti sul percorso. Non sembra preoccuparsi, almeno per i primi 10 minuti del figlio-atleta che sta ultimando il riscaldamento sempre sul tracciato di gara. Ma la parata non è finita qui. Infatti pochi minuti dopo l’inizio dell’allenamento arriva un signore sulla sessantina decisamente lento nel muoversi, probabilmente per i diversi chili che deve portarsi appresso, e si piazza a fatica sulla collinetta quasi a creare una sorta di scudo spaziale a quel gruppo di atleti e allenatori impegnati dall’altra parte. La cosa, visto che si ripete sempre e non può essere una fatalità, ha stuzzicato non poco la mia curiosità. Alla fine dopo vari accertamenti ne è uscita una versione ufficiale slovacca: è un amico di Martikan che ogni tanto lo segue. Ma pensa un po’ tu!
Infine sulle panchine di legno e sotto l’ombrellone con libri e dispense varie è seduto, con tanto di evidenziatori in mano, il fisioterapista pronto ad intervenire in caso di necessità.

Ecco, il quadretto slovacco credo che sia così completo.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Australia - Penrith, 4 marzo 2010 - slalom traning camp … fra 4 giorni si torna a casa!


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nelle foto in alto Elena Kaliska l'allenatore e il giovane allievo
in basso il gruppo di Juraj Mincik

Che sta facendo la vostra federazione per il futuro?



Li ho presi per la gola e alla fine hanno cantato! Ho iniziato con una serie di antipastini, quindi sono passato a delle cozze gigantesche e saporite, per lanciarmi poi su tre primi: risotto ai funghi, risotto alle fragole e tortellini in brodo fatto con carne e il giorno prima. Il vino è stato portato dai commensali un merlot australiano e per la precisione un Yellow Tail non male anche se scopriamo che la cantina produttrice è la Casella Wine che ha origini italiane e per la precisione siciliane. Chi avevo a cena ieri sera? Dimenticavo di scriverlo. Jurg Gotz e Robert Orokocky. Il primo è l’Head Coach Olympic Programme della canoa slalom inglese il secondo è l’ Head Coach Olympic Programme della canoa slalom Slovacca. Due guru dello sport della canoa tra i paletti. Personaggio curioso il primo nasce in Svizzera nel 1959 e gareggia a livello internazionale dal 1976 al 1984 in kayak. Nel 1978 ottiene un secondo posto in Coppa Europa e nel 1981 è sesto ai mondiali nella gara individuale e secondo a squadre. Terminata la carriera da atleta inizia quella da allenatore di club nella sua nazione. Dal 1986 al settembre 2001 guida la nazionale Svizzera per passare poi nell’ottobre dello stesso anno ad allenare la squadra inglese. Alla vigilia delle Olimpiadi 2008 arriva ad essere il responsabile di tutto lo staff tecnico britannico. Il secondo, e cioè Robert Orokocky, esce da un’attività da atleta di medio livello, ma matura una consistente esperienza come allenatore partendo dal Club di Bratislava. Piano piano con lui cresce anche Jana Dukatova che nel 2006 vincerà il mondiale a Praga nel Kayak femminile ed è sicuramente una delle donne più interessanti di tutto il panorama canoistico. Robert diventa responsabile di tutta la squadra slovacca nel 2001 e quindi oltre ad essere l’allenatore personale della Dukatova, svolge anche un ruolo di coordinamento e dirigenza nel team slovacco che, come sappiamo tutti, ha tante di quelle medaglie olimpiche e iridate da far spavento a paesi decisamente più potenti come Germania, Francia e la stessa Great Britain, considerando che la Repubblica Slovacca ha 5 milioni di abitanti solo.
Una serata interessante dove le buone pietanze, il merlot e il clima di amicizia ha sciolto i due amici e le idee e i programmi per il futuro delle rispettive squadre non hanno avuto più segreti!
Gli inglesi, hanno ovviamente un occhio di riguardo per i Giochi di Londra, ma non si fanno scappare la ghiotta occasione per dirottare la grossa disponibilità di sterline a disposizione per l’evento olimpico anche sui giovani. Sarebbe un errore – ci dice il sapiente e lungimirante Gotz – sprecare tutto questo denaro senza pensare al futuro. Quindi le mosse sono tre. La prima è quella di proseguire il lavoro che si sta facendo da anni con la squadra elite: e vi posso assicurare che è un lavoro mastodontico. Il secondo punto è quello di realizzare strutture in grado di poter mettere i giovani nella condizione di allenarsi al meglio. Ecco quindi che a fine marzo si inaugurerà un nuovo canale artificiale a Cardiff, mentre altri due sono in fase di realizzazione oltre a quello olimpico di Londra. Terza fase investimento sugli allenatori periferici perché possano seguire i giovani a tempo pieno, coordinati dal centro e dall’esperienza dell’alto livello. L’idea sostanzialmente seguita è quella che da anni opera in Francia.
Gli slovacchi possono contare su un gran numero di giovani che, grazie ai successi degli atleti elite, si avvicinano alla canoa senza troppi problemi. Ai più talentuosi viene offerta la possibilità di essere seguiti da allenatori a tempo pieno. La possibilità di allenarsi al meglio poi con finanziamenti mirati ad personam è il passo successivo a cui un giovane atleta può accedere. Qui in Australia sono venuti anche i migliori giovani che oltretutto hanno anche l’opportunità di allenarsi con compagni di squadra decisamente forti. Per ciò che riguarda le strutture ci sono degli investimenti importanti a Liptovosky e a Bratislava, oltre alla sistemazione di alcuni percorsi semi-naturali indicati soprattutto per i giovani.
Quando è venuto il mio turno per parlare, mi sono ricordato che era il momento di servire il dessert che per la verità erano tre: fragole all’aceto balsamico, fragole al vino bianco e fragole, limone e zucchero.
Le prelibatezze ben servite mi hanno salvato… per fortuna! visto che sarei stato molto imbarazzato a rispondere alla domanda che avevo posto io a loro: che sta facendo la vostra federazione per il futuro?

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith 3 marzo 2010 – slalom traning camp

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nelle foto: in alto Robert Orokocky con Jana Dukatova;
in basso Jurg Gotz ad una gara di ballo!

Tenerti per mano ...


Quanta storia possono raccontare un paio di scarpe riportandoti nel passato quasi a ripercorrere a ritroso la tua vita!
Consumate dal tempo e dall’uso, immortalate in uno scatto. Da quando le ho acquistate sono state compagne inseparabile. Prima per correre solamente poi, passando gli anni, per farmi portare in ogni ovunque. Comode, leggere, veloci.
Le ho abbandonate sopra uno spuntone di roccia ad ammirare incantate l’Oceano per cercare di fermare il tempo. Sono tornato a riprenderle perché voglio andare avanti, vivere solo nel passato è triste.
Bianche, un tempo, con una suola pronta ad affrontare i terreni più ostici; pronte per aiutarmi a superare i cammini della vita. Forti nel sostenermi anche in momenti difficili, capaci di salvarmi in situazioni particolari. Belle da nuove, spettacolari da vecchie. Perfettamente anonime prima, perfettamente mie ora. Stabili, sicure, forse è giunto il momento di lasciarci o forse è giunto il momento di riportarci a casa a farci riabbracciare e ad abbracciare colei che per tre lunghi mesi è stata la stella cometa, la luce nella notte in un giorno che non ha mai incontrato il buio perché l’una o l’altro vegliavano in una continuità senza fine. Sto arrivando per prenderti per mano e camminare assieme lungo i sentieri della vita!

Occhio all’onda!

Perchè?


E’ tornata nella sua dimora ufficiale: all'esterno del Museo Olimpico di Losanna, dove il fuoco a cinque cerchi arde incessantemente in attesa di una nuova avventura. Proprio quella fiamma che per 16 giorni ha riscaldato, ha animato, ha fatto soffrire, ha fatto gioire, ha entusiasmato, ha piacevolmente illuminato 82 paesi e i suoi 2.621 atleti. Una fiamma che sempre arderà nella memoria di Nodar Kumaritashvili, una fiamma che arderà sempre nei cuori di tutti noi, nell’attesa di rivederla riaccesa fra due anni a Londra.
Una edizione olimpica invernale per me molto particolare che ho vissuto stranamente senza le dirette televisive e i commenti di brillanti e a volte sapienti commentatori. Internet ti aiuta molto e mi ha permesso anche di lasciar correre la fantasia senza una fissa regia di qualsivoglia specialista. Cercare e guardare per scoprire con poche direttive che cosa può nascondersi dietro ai numerosi blog degli atleti o su facebook, leggere i commenti di appassionati puri che intervengono su forum più o meno ufficiali. L’idea credo che ce la siamo fatta un pochino tutti: la necessità di cambiare, di rinnovarsi, di cercare strade nuove per non doversi ogni volta piangersi addosso. Fu così per Bejing, senza ovviamente togliere nulla alle medaglie conquistate, che come ripeto sono state solo frutto di talenti e sarà così per Londra e per Sochi se noi tutti non vogliamo e lottiamo per un cambiamento dello sport nazionale.
Che cosa bisogna fare? Semplice… cambiare tutto. Programmare, lavorare, creare strutture che possano permettere ai nostri giovani di esprimersi a livello motorio, così come a livello intellettuale. Oggi ho visitato un’altra scuola qui in Australia perché il prossimo anno Zeno (il mio figlio più grande) molto probabilmente farà una parte dell’anno qui per apprendere bene la lingua e per allenarsi al meglio nei mesi invernali. Entri in queste High School e rimani impressionato nel vedere gli spazi riservati per l’attività sportiva. Campi da pallacanestro, rugby, baseball, atletica leggera, piscina e soprattutto vedi all’opera gli studenti che alternano lezioni in aula e all’aria aperta. Il concetto della scuola superiore è semplice: segui due filoni principali come ad esempio matematica e lingua inglese, poi hai la possibilità di scegliere un’altra serie di materie, 3 al massimo, che integrano la tua linea guida. Materie come musica, scoperta del tuo corpo nell’attività sportiva, biologia, business service o fotografia, e altre ancora. Quando entri vieni accolto da una segretaria che con molta tranquillità, dopo aver capito il tuo problema, ti accompagna da chi può risolvertelo. Ambiente tranquillo, moquette ovunque, tutto molto soft. Chi hai ora di fronte sorseggia caffè e mangia una mela, senza troppi problemi e ti ascolta sorridente. Ti illustra il programma e ti fa delle proposte assai intelligenti e per noi molto, molto allettanti. Costo? Don’t worry You are in the public school the government pays, it’ s a pleasure to have some foreign students!
Ma “vivaddio”!!! come diceva sempre la mia professoressa di italiano delle medie, perché da noi non è così? Perché non cambiano le cose, perché, perché, perché?
Perché presenti un progetto da 3 milioni di euro tutti già finanziati per un centro di eccellenza per la canoa con tanto di palestre, foresteria, bar, ristorante, canale di allenamento e c’è qualcuno facente parte di una presunta “commissione impianti fick” che ha il coraggio di esprimere perplessità? Ma ci si rende conto da quanta ipocrisia siamo circondati? E poi vogliamo le medaglie alle Olimpiadi?
Consoliamoci con Dante che li collocherebbe all’Inferno nel XXIII canto…

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.


Occhio all'onda!