Gli occhi: la luce e la forza della passione


Sono arrivato a dicembre in questo continente e lo sport australiano era concentrato su una partita di cricket contro il Pakistan tenendo su di sé l’attenzione per un mese intero. Accendevi la tele e ti ritrovavi in mezzo al campo con le due squadre in piena partita. Salivi in macchina e partiva il commento alla radio sulle ultime novità dal campo; ti capitava di passare davanti a qualche bar e vedevi la gente incantata a guardare e a seguire 22 giocatori vestiti come anziani signori in gita Valtur intenti a tirare una pallina o a colpirla. Ora non vi sto a spiegare le regole di questo nobile sport importato da queste parti dagli inglesi. Fate come me, se siete curiosi, andate su wikipedia ed eruditevi su storia, regole, spirito del gioco, ruoli, strumenti utilizzati, campi e organizzazioni. Dopo i dovuti approfondimenti è da osservare un altro aspetto, forse il più interessante: la passione che leggo negli occhi dei piccolissimi che incontro e vedo in azione nella mia corsa giornaliera proprio su un campo di questo sport all’apparenza molto noioso. I ragazzini, ma ci sono anche femminucce, arrivano solitamente a bordo dei suv dei genitori, qualcuno anche a piedi evidentemente fortunato per abitare a pochi passi dal prato verde, scendono dalle auto inforcano una borsa gigantesca e si cambiano a mo’ di canoista e cioè in strada e con il gluteo al vento! La vestizione ha un suo particolare rituale in relazione al ruolo di ogni giocatore, ma mi rendo conto che ci sono lunghe pause nella partita per effettuare i relativi cambi di abbigliamento. Evidentemente ad alternanza ci si scambia i ruoli: a questa età non c’è la specializzazione, com’è giusto che sia. Mi colpisce come l’allenamento o la partita procedano senza l’intervento eccessivo di, credo, l’allenatore. I piccoli giocatori sembrano gestirsi autonomamente molto bene, un po’ come facevamo noi al campetto da calcio. Una volta fatte le due squadre con la classica “alle bombe del canon bim bum ban” si iniziava a giocare dopo aver fissato l’unica vera regola per quel pomeriggio intero: si arriva al 10 (questo numero naturalmente stava per gol segnati). Alle volte poteva succedere che, se la partita andava troppo per le lunghe, le mamme iniziavano ad urlare i vari nomi dalle finestre che circondavano il nostro “Maracanà”, avvisando che la cena era praticamente in tavola. A quel punto arrivava la classica perentoria decisione: chi segna questo ha vinto tutto, un golden goal ante litteram. Potevi vincere o perdere 8 a zero ma chi segnava quel goal aveva la vittoria e tanta storia da raccontare fino al giorno successivo. La gloria di un momento grazie magari all’exploit finale. Un po’ quello che è successo all’Italia della neve e del ghiaccio. Speriamo solo che questa volta non basti per salvare un sistema sportivo che, come ripeto da tempo, si basa esclusivamente su buona volontà di talenti e sulla scarsa lungimiranza dei settori dirigenziali. Verrebbe da urlare: a casa tutti! ma nessuno di loro avrà l’onesta di farlo.
Negli occhi di quei giovani giocatori di cricket c’è la voglia di giocare, di non fermarsi mai. Finita la mia corsa, torno a casa, mi lavo, mangio, riposo, scrivo o leggo, ripartiamo per l’allenamento. Ripasso davanti al campo e loro, i ragazzini, sono ancora su quell’erba soffice e deliziosa di un verde smeraldo a contendersi pallina, guanti, bastone e a correre. Sembra che il tempo si sia fermato, sembra di vivere solo per quella partita eppure quello è l’unico sistema vero che conosco per arrivare, forse un giorno, ad una tanto ambita e sperata gloria sportiva. La luminosità degli occhi di quei piccoli omini vestiti di bianco e dal cappello troppo grande per restare fisso in testa, mi riflettono la luce che già mi guida e che ho rivisto ieri a migliaia di chilometri di distanza dopo un bagno nelle fredde acque del Brenta. Una luce, uno sguardo, una passione che non ha bisogno di una presenza fisica per essere recepita, apprezzata ed esaltata. La voglia di ritornare velocemente a pagaiare ne è la testimonianza più forte.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith 28 febbraio 2010 – Traning Camp

Combinata un sogno olimpico

Mettere sul piatto una buona pietanza fa sempre gola. Il piatto arriverà all’estrema perfezione solo se la condivisione fa scaturire la “fantasia” dei palati più sensibili trasformando in concretezza i risultati ricercati, come ben dice il mitico allenatore di lungo corso Frankguglielmi, che ha sempre agito nel silenzio de “i poeti lavorano di notte”.
Chi raccoglie e chi partecipa avrà forse un giorno il piacere di essere stato parte di un cambiamento, di un batter d’ali, di uno spruzzo d’acqua di un filtro di luce nell’abisso del mare! Avrà l’onore di banchettare silente con la propria anima del prelibato piatto servito.
Le paure e le perplessità sono giuste, ma devono essere la spinta in più per cambiare, per migliorare.
E’ vero come dice Antonio Mei che le spese dell’attrezzatura potrebbero lievitare, ma ricordo che un tempo, poi non così lontano, era prassi comune per la maggior parte dei Club d’Italia svolgere attività sia in slalom che in discesa. Noi ragazzini partecipavamo sia a gare sulla barca lunga che sulla barchetta dalle facile manovre: le “piatele” come qualche sapiente le definisce. Era uso comune organizzare il sabato la classica e la domenica lo slalom su fiumi come Passirio, Noce, Orco, Lys e tanti altri ancora. La cosa andò via via scemando cercando poi la specializzazione a tutti i costi. E come in tutte le faccende della vita ci sono i pro e i contro. Ricordo che quando fui in consiglio federale (‘96/’99) mi venne assegnato il settore giovanile e ripristinai le due gare nel week-end e cioè discesa classica, visto che non c’era ancora lo sprint e lo slalom. Ricordo gli sforzi dell’allora amico Daniele Mariano per organizzare a Subiaco le due prove decisamente inusuali per loro. Vedevo assurdo il fatto che si percorressero centinai di chilometri per far fare ai ragazzini solo due manche di pochi minuti l’una. Ritenevo, e ritengo tutt’ora, che le due specialità possano portare vantaggi reciproci solo se lavorano e rimangono unite. Poi per i giovani esaltare la multilateralità è fondamentale… ma questo non lo dico solo io! Per questa stessa ragione, principio di sinergia, svolsi il compito di commissario tecnico per l’Italia dal 2000 al 2004 per entrambe le specialità al fine di coordinare assieme le cose per unire gli sforzi e le risorse. A quel tempo presentammo una proposta all’ICF per il settore discesa che poi non fu più seguita e io non ho più avuto l’autorità per poterlo fare ancora. Ma non perdiamoci nel passato e guardiamo al futuro.
Le testimonianze di gare su bacini artificiali o semi sono molteplici. La più eclatante è sicuramente – come già citato – il mondiale di sprint a Ivrea, ma aggiungerei anche le gare di sprint ad Augsburg, Tacen, Zoetemeer. Non ci sono assolutamente ostacoli per la canoa da discesa su questi bacini, anche se l’idea di Claudio di avere magari modelli specifici non sarebbe male. Come non sarebbe male l’idea in questo caso di una barca monotipo che potresti trovare sul posto senza doverti portare due canoe. Questa è anche l’idea che il wildwater ICF board sta portando avanti, almeno per la specialità del kayak.
Il dubbio di Skillo è una realtà a partire dalle olimpiadi del 2016 e cioè gli atleti, uomini e donne, devono essere di pari numero. Non capisco però perché introducendo lo sprint e quindi la combinata si andrebbe in direzione opposta. In sostanza il CIO fissa dei limiti di partecipazione per numero di atleti: esattamente 82 per lo slalom con 70 barche al via. Giochiamo con la fantasia e prendiamo l’esempio dell’Italia per capirci meglio. Alle ultime olimpiadi non ha qualificato il C1 che avrebbe potuto qualificare nello sprint agevolmente con Vladi Panato il quale una volta che partecipa ai Giochi Olimpici può gareggiare in slalom, sprint e combinata. Nel caso in cui una federazione riesca a qualificare un atleta sia in slalom che in sprint avrà la possibilità di scegliere chi mandare al fine di una possibile medaglia anche in combinata. Stesso principio della canoa da velocità. Tu qualifichi il K4 e hai praticamente diritto a partecipare a tutte le specialità del kayak. Ora diventerà una sorta di gioco matematico capire se è meglio mandare alle olimpiadi per un medaglia uno slalomista puro o uno sprint oppure ancora un combinatista. L’opportunità diventerebbe molto interessante aprendo nuovi orizzonti. Se noi teniamo sott’occhio quello che sta succedendo anche a livello giovanile internazionale ci accorgiamo che la tendenza per la canoa è creare un circuito a 360 gradi, almeno per i più giovani. Infatti gli Youth Olympic Games del prossimo agosto a Singapore gli stessi atleti parteciperanno a prove sia in slalom che in canoa da velocità. La Fick ha proprio ignorato l’evento promosso dall’ICF la cui mente, guarda caso, è quel Goetchy che nel 1987 vinse il mondiale in discesa, poi diventò segretario generale dell’ICF, ruolo che lasciò due anni fa, per diventare executive manager del CIO per questa iniziativa.
Credo che si potrebbe partire già nelle gare regionali con l’idea della combinata e non limitarci ad aspettare le prove internazionali come suggerisce Roberto. Partire dalle piccole realtà per costruire i grandi sistemi che guidano il mondo credo che sia questo il principio base che muove ogni cosa.

Aspetto ancora qualche giorno e poi mando la proposta anche alla Siwidata. Questa azienda di Merano, che credo che molti conoscano, è leader assoluta per quello che riguarda l’elaborazione dati. Loro hanno computerizzato i sistemi di ranking per l’ICF oltre a gestire tutta l’informatica per il biathlon. Rientreranno dalle olimpiadi invernali di Vancouver la prossima settima e cercherò di avere una loro interpretazione sui possibili punteggi che potrebbero essere assegnati per le due diverse specialità slalom e sprint per elaborare una classifica unica. Gli esempi e l’esperienza in altre discipline è copiosa quindi si tratterà solo di trovare la soluzione ideale per la combinata canoa.


Dedicato al mitico Frankguglielmi
uno dei tanti capolavori di Alda Marini

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.


E’ vero non ci conosciamo di persona, ma seguo sempre con interesse il tuoi scritti che consiglio a tutti - http://blog.libero.it/canoaolimpica/ - conosco anche il tuo sapiente lavoro che hai fatto nel passato con il grande Bebo e con altri mille umili pagaiatori illuminati dalla tua passione, competenza e … fantasia!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Mr. Perurena presidente ICF favorevole alla combinata

Buone notizie dal Presidente dell'ICF Perurena che si è impegnato a portare la proposta al prossimo incontro di aprile fra i presidenti dei diversi boarding. Il Presidente si dimostra molto favorevole alla possibilità di creare una gara di "Combinata".
Bene allora, non ci rimane che cercare di approfondire l'argomento con consigli e proposte io cercherò di fare altrettanto per offrire buon materiale a chi deve decidere. Ogni collaborazione è ben gradita sia su queste pagine oppure via mail a ettoreivaldi[at]alice.it

Occhio all'onda! Ettore Ivaldi

COMBINATA SLALOM - SPRINT

Lettera aperta al Presidente ICF

Carissimo Presidente,

ti scrivo per proporti di prendere in esame la possibilità di dare vita ad una gara ufficiale di “Combinata” fra lo slalom e wildwater sprint.


DI COSA SI TRATTA

una gara di SLALOM e una gara di WILD WATER SPRINT sullo stesso percorso. Ora il sistema da adottare può essere studiato da un gruppo di esperti. Gli esempi in altri sport sono numerosi come la Combinata Nordica o la Supercombinata nello sci alpino. Si potrebbe definire la classifica finale sulla somma dei tempi delle due gare oppure su una percentuale di distacco tra atleta o altre possibilità da vagliare e verificare magari sul campo.
Secondo me però non si dovrebbe utilizzare la gara di slalom classica e poi aggiungere una gara sprint in discesa. Si devono disputare due gare separate distinte con uno slalom più facilitato rispetto alle normali gare. Per la prova sprint si potrebbe anche adottare la canoa monotipo, ma diventa un problema per le categorie canadesi.

Questa mia proposta parte da quattro elementi:

1. crescere con il numero di medaglie iridate per offrire a più atleti la
possibilità di vincere titoli importanti;
2. valorizzare al massimo le nuove strutture che ormai da più di 20 anni
vengono utilizzate e cioè i canali artificiali che possono ospitare oltre
allo slalom anche la discesa sprint, cosa che assolutamente non viene fatta;
3. unire il mondo dello slalom con la discesa – quest’ultima inutile negarlo
vive un momento difficile per numeri e per interesse;
4. offrire agli atleti più opportunità di gareggiare. Il nostro è uno sport
dove la gara è decisamente l’elemento meno influente poiché gli atleti si
allenano 12 mesi all’anno per disputare magari solo due manche ad
un’olimpiade o a un mondiale. Nessun altro sport è così limitativo.

COME PARTIRE

Una volta creato un regolamento, l’ICF dovrebbe spingere i comitati organizzatori di Coppa del Mondo e dei Campionati del Mondo di prendersi l’impegno di inserire anche la prova di Combinata. Un’idea importante potrebbe essere quella per il settore discesa di dividere il mondiale della classica da quello dello sprint e inserire quest’ultimo con il mondiale di slalom. Così ogni anno si disputata il campionato del mondo di slalom, sprint e combinata e magari lasciare l’appuntamento iridato per la classica con cadenza biennale.

Capisco le eventuali perplessità che il settore discesa, con il suo presidente può evidenziare, ma così si potrebbero raddoppiare anche le medaglie ai Giochi Olimpici. Gli stessi atleti potrebbero disputare tutte e tre le prove senza aumentare il numero dei partecipanti e cioè: slalom (assegnazione titoli olimpici), sprint (assegnazione titoli olimpici ), 1 run in slalom + 1 run in wild water sprint = combinata (assegnazione titoli olimpici)
Inoltre il teatro di gara olimpico, che ora viene utilizzato per soli 3 o 4 giorni potrebbe raddoppiare il periodo di uso senza nessun ulteriore impegno di spesa da parte di chi organizza.

SCADENZE DI LAVORO

1. Riunire le due commissioni per prendere visione e confrontarsi – questo
anche attraverso mail o chat organizzate per contenere costi e guadagnare
tempo.
2. Realizzare il regolamento di massima.
3. 2010 organizzazione di un evento dimostrativo in occasione di qualche gara
di coppa o a se stante.
4. Analisi della prova ed eventuali aggiustamenti.
5. 2011 inserimento del campionato del mondo, coppa del mondo e continentale.

Rimango a tua disposizione per ogni eventuale approfondimento e dettaglio

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Tutto si può risolvere con un gesto


Due cose sono certe. La prima è che fino a quando le donne in canadese monoposto cambieranno lato di pagaiata ci sarà ancora da migliorare molto anche se i passi che stanno facendo sono da gigante,lo dimostra quel 28% di distacco dal primo k1 uomini. Un sogno per tante donne italiane in kayak! La seconda è una semplice banalità: i K1 uomini devono pagaiare forte ed essere tecnicamente ottimi per cercare di stare al passo di Daniele Molmenti!
Tutto il resto è cronaca di giornata liquidata dall’organizzazione senza tanti fronzoli, forse inutili, ma che a volte contornano e rafforzano alla grande momenti di sport.
Andiamo per ordine però: dobbiamo partire dalla canadese doppia con il duello tutto slovacco tra i cugini Skantar e i gemelli Hochschorner e questo sarà sicuramente il lait-motiv di tutta la stagione vista la superiorità netta di questi due equipaggi, il primo allenato da Mincik e il secondo dal padre dei gemelli. La gara si è risolta alla “main wave” dove bisognava fare una porta in discesa in morta e poi prendere la porta successiva in discesa giusto sull’onda. La scelta era o farla diritta, soluzione molto veloce ma anche molto rischiosa, oppure in retro, più sicura ma più lenta. Gli Skantar non hanno avuto dubbi e si sono proiettati in discesa, mentre gli Hochschorner hanno optato stranamente per un passaggio più sicuro in retro. I due secondi che separano i due equipaggi sono riassunti in questa manovra… questo è lo slalom, queste sono le emozioni di uno sport che incanta e che lascia tutti con il fiato sospeso fino all’ultima pagaiata. E’ stato così anche per la finale della canadese donne dove la giovanissima Jessica Fox – ancora 15enne - tra la penultima porta e l’ultima ha fatto sospirare papà Richard e mamma Myriam con un eskimo capolavoro in uno spazio decisamente ristretto. L’australiana, ma di madre francese e padre inglese, si porta a casa la vittoria su Jana Dukatova e il titolo oceanico oltre ad un futuro che già ha scritto il suo nome sulle porte dello slalom.
Ma veniamo al kayak maschile che ,come sempre, lascia tutti con il fiato sospeso fino all’ultima pagaiata. In semifinale si ferma alla porta 13 Fabien Lefevre: dopo l’aggancio a sinistra si blocca, lascia la pagaia e si prende il fianco sinistro. Probabile stiramento addominale come due anni fa quando fu costretto a fermarsi per parecchi mesi. In finale non entra neppure un Oblinger sprecone e il favorito di casa Forsythe, un tocco e sei fuori. L’unico che può permetterselo e giocarsi ancora la medaglia è Super Cali. L’italiano in finale parte a bomba e impressiona per precisione e forza. Vola sulla “main wave” e spinge poi sull’acceleratore per entrare nella parte finale con ampio margine su tutti. Non sbaglia le ultime due risalite e vince con 1,79 su un Vavrinec Hradilek che nulla può contro la determinazione di Molmenti. Strano però quando è solo – si veda l’anno scorso qui o la finale della coppa del mondo in Canada – non ha difficoltà a dominare, mentre con i federali al seguito non sempre va così, forse la Federazione potrebbero risparmiare soldi e prendere medaglie più sicure se tenesse a casa l’intero staff tecnico!

Archiviati anche i campionati Oceanici, domani si torna ad allenarsi duramente: ci aspettano ancora due settimane in Australia e cercheremo di spenderle al meglio. Con la settimana prossima diversi atleti iniziano a rientrare in Europa ognuno per preparare le varie prove di selezione.

Dimenticavo è facile scoprire anche quando è domenica quaggiù! Negli spazi verdi tanti barbecue e sedie a sdraio, i più organizzati hanno musica al seguito e ombrelloni… oggi è domenica!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi


Penrith 21 febbraio 2010 – Oceania Open Slalom Race


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nella foto - Il vincitore per il secondo anno consecutivo degli Oceania Open
Continental Championships Daniele Molmenti

Le sorprese non sono mancate agli Oceania Open Slalom Race


Se vi catapultano nel continente oceanico da chissà quale pianeta e vi chiedono che giorno è, non vi sarà difficile scoprire il sabato visto che per milioni di australiani è il momento da dedicare allo sport. Uscendo di casa per raggiungere il campo di slalom devo percorrere circa 6 chilometri. Al primo incrocio giro a destra e costeggio un campo da rugby che puntualmente trovo invaso la mattina del sabato: corrono tutti come disperati e si cacciano per terra molto volentieri. Questo campo confina con uno spazio per il cricket, sport che o ami o detesti, e oggi si contendevano la palla due squadre giovanili perfettamente vestite di un bianco candido e tutti con il cappello da esploratore africano. Al terzo incrocio giro ancora a sinistra e arrivo al semaforo dove prendo la destra e 500 metri dopo imbocco la sinistra. Qui per tutto il rettilineo di oltre 3 chilometri ci sono case sulla destra e campi sportivi sulla sinistra. Basket, baseball, volley e tennis e indovinate un po’? Sabato mattina campi impegnati per partite e tornei vari. Il quadretto si completa con i soliti gazebi a bordo campo sotto i quali trovi mega frigo da campeggio, sedie stile spiaggia, vettovagliamenti vari e tanti, presumo, genitori intenti a tifare per una o per l’altra squadra. Poi arrivi al Wild Water Center e trovi pullman parcheggiati: hanno portato centinaia di persone non a guardare la seconda giornata degli “Oceania Open Slalom”, ma per fare rafting e aspettando che la gara finisca si dedicano al beach volley o a si tirano il boomerang, che in realtà puoi usare singolarmente visto che lui torna sempre!

Le semifinali e finali C1 e K1 donne hanno riservato colpi di scena a non finire. Nella specialità della canadese monoposto la “Libellula Slafkovsky” si è prima lavata le ali con un eskimo prima della porta numero 1, quindi, nel tentativo di recuperare è volata troppo bassa alla porta numero nove, giusto sotto la “Main Wave”, giocandosi finale e gloria. Ma il destino ha riservato la stessa sorpresa al suo compagno di squadra, nonché campione europeo U23 e iridato con lui nella prova a squadre, Matej Benus che aveva vinto agevolmente la semifinale. C’è da riconoscere però ai due fantasisti slovacchi una certa dose di coraggio e forse di spregiudicatezza nell’aver osato e preteso così tanto dalla buona sorte e dall’arte del “menar la pala” nell’acqua. Loro che guidano la loro canoa all’inglese e che si trovavano a piantar coda in debordè, nel punto del canale sicuramente più ostico, avrebbero potuto optare per una saggia e tranquilla porta in retro invece di una quanto meno difficile discesa. Ma non si diventa campioni con i “ma” e con i “se”. Si diventa campioni osando per scoprire il limite. Il vice campione olimpico David Florence si è praticamente autoeliminato dal podio per tattica decisamente troppo aggressiva che prima o poi, su un percorso così, paghi.
Eliminati così i big la gara ha regalato alloro al francese Edern Le Ruyet su il ceko Vitezslav Gebas e il giapponese, ormai da anni in quel di Liptovosky, Takuya Haneda. Per il transalpino, che è a Penrith da settembre per allenarsi e si è mantenuto quaggiù facendo la guida rafting, è il primo vero successo importante dopo un settimo posto agli europei U23 nel 2008 e un bronzo sempre nella stessa gara ma a squadre.
Anche le donne non hanno scherzato per colpi di scena. Fuori dalla finale Emilie Fer, rimanevano comunque in acqua per le medaglie atleti di comprovato valore. La Dukatova si mangia la gara con due banalissimi tocchi alla 15 e 16 che l’hanno messa in crisi non poco. Da Elena Kaliska non ci si poteva aspettare molto di più visto che era arrivata praticamente solo alla vigilia della gara di ieri. Chi invece ha tenuto fino alla fine è stata Corinna Kuhnle l’austriaca che si porta a casa vittoria e soddisfazione di essere stata davanti alla sua rivale di sempre in casa: Violetta Oblinger e la cosa si fa molto interessante in vista della stagione appena iniziata! Bella prova poi della giovanissima ceka
Katerina Kudejova, che per la verità non è proprio una sconosciuta visto che l’anno scorso ha vinto gli europei U23 e l’anno prima da junior aveva messo al collo un bronzo ai mondiali e un oro agli europei. Tra le australiane Sarah Grant si è presa una bella soddisfazione nel vincere il bronzo nella gara open e il titolo continentale oceanico mettendo in fila le tre compagne di squadra che sembravano più accreditate di lei e cioè le sorelle Lawerence, Katerina e Rosalyn, e Jessica Fox che in semifinale era terza. Le penalità però della figlia d’arte le sono costate parecchio.

Domani semifinale e finale C2, K1 men e C1 Women

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith 20 febbraio 2010 – Oceania Open Slalom Race


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nella foto il vincitore nella C1Men - Edern Le Ruyet

Il volo della libellula


La gara per un atleta è la vita. La gara per un allenatore è un momento esaltante che ti regala adrenalina. La gara è come per un artista vedere l’opera finita, come per un pianista esibirsi, come per uno studente sostenere l’esame, come per un architetto progettare, come per un fiore sbocciare, come per un amante amare, come per un atleta gareggiare.
Ed è proprio tutto ciò che dà la dimensione di che cosa ci possa stare dietro ad una competizione, anche se per qualcuno questo non è certo il momento di dimostrare nulla o di conquistare titoli e gloria. Ma a quel tre, due, uno, via il mondo diventa il tutto, l’eterno, l’immenso: fosse solo per un battito di ciglio, fosse solo per quell’istante, ma l’energia cosmica passa proprio dentro di te e ti fa capire la ragione per cui ogni giorno ti alzi dal letto, lotti, lavori, mangi, dormi, sogni!

Cosa si è impresso nella corteccia celebrale oggi? Semplice quel traghetto dalla porta in risalita 15 alla risalita 16 con spinta finale sul muro di Fabien Lefevre che lo ha visto proiettarsi in orbita sospeso tra atmosfera e acqua; la condotta di gara di Super Cali e la sua determinazione in seconda manche quando nulla aveva da guadagnarci; l’eleganza e gli occhi di una ragazzina quindicenne che piazza la zampata della pantera sia in kayak che in canadese; un Slafkovsky arrivato dal grande freddo dell’Europa giusto ieri e balzato in acqua ci piazza un 94,90 da paura. Parafrasando – non me ne vogliano Maurizio e Alessio - la poesia di Alda Marini si potrebbe scrivere:

quando ti guardo
è come ammirare una libellula
che lascia il segno nel ruscello.
E’ come salire sulle ali
trasparenti come l’acqua
e volare sopra le porte
che odorano di gloria.
In me tutto vive intorno a te.


Che spettacolo veder pagaiare Alexander e il suo compagno Matej, ma che disperazione possono avere questi due interpreti massimi della canadese monoposto che davanti a loro hanno però un muro olimpico invalicabile da superare che risponde al nome di sua maestà Michal Martikan?

Il resto è semplice cronaca di giornata per questa apertura stagionale di gran classe agli “Oceania Open Continental Championships”, dove si sono qualificati praticamente tutti gli atleti di livello, nessun esclusione altisonante. Gli australiani hanno messo in opera un mega apparato di registrazione via internet, anzi per la precisione intranet, ma devono risolvere qualche problemino di collegamento. Quando in acqua ci sono tre atleti va in tilt praticamente tutto… non è facile gestire le immagini contemporaneamente. Spendere due parole anche sul percorso è doveroso per sottolineare che i tracciatori – Mike Druce e Thomas Masseu – hanno optato sicuramente per la linearità e da quanto si è potuto vedere questa scelta è stata rispettata anche per la prova di semifinale e finale di sabato e domenica. Il percorso quindi è risultato decisamente facile con una sola combinazione impegnativa nella parte finale. Domani semifinale e finale a 10 per le donne e C1, domenica di scena k1 uomini e C2. Risultati e video su www.oceania.canoe.org.au

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith – Australia, 19 febbraio 2010 Oceania Open Continental Championships

Donne


Questa mattina dopo l’allenamento, mentre mi stavo preparando il caffè con l’ottima “Sunbeam”, la numero uno delle macchine per fare il caffè in Australia - così dicono ma sicuramente complice è l’Illy che uso - riflettevo sulle donne. Non sulla “rugiada dell’Altissimo” o “l’altra metà del cielo” - sicuramente il mio amico Maurizio saprà riconoscere le citazioni - lungi da me inoltrarmi in inghippi mentali che hanno arrovellato tante menti e cuori, ma pensavo a quel gentil sesso che va in canoa. Facevo mente locale e mi rendevo conto che ci sono, da queste parti, sette fantastiche artiste della pagaia tra i paletti che stanno investendo tempo e denari in previsione della stagione in corso. La donna in canoa ha sicuramente un fascino particolare e credo che anche il collega uomo possa trarre degli insegnamenti importanti guardandole allenarsi. Sono incantato dalla morbidezza dell’azione di Jana Dukatova. In ogni suo allenamento sembra non far fatica e soprattutto impressiona vedere la sua canoa scivolare sull’acqua. Classe 1983, alta poco più di un metro e 80 per 60 chilogrammi. Per chi crede nei segni zodiacali aggiungo anche che è nata sotto il segno dei gemelli. Grande appassionata di fotografia, ora sta sperimentando una micro-camera inserita sulla punta della sua pagaia o sulla canoa per immortalare immagini uniche. Campionessa del mondo 2006 a Praga e vincitrice della Coppa del Mondo 2009: l’unica ad aver preso tutte le finali tra coppa, europei e mondiali nella scorsa stagione. La sua caratteristica migliore è una tecnica assai raffinata e decisamente poco dispersiva. Ama pagaiare, meno spostare pesi in palestra. Non disdegna la canoa discesa con cui vinse un mondiale junior sia nello sprint che nella classica. La sua grande rivale in casa è Elena Kaliska. Mi ricordo come fosse oggi la sfida all’ultima pagaiata per prendere il posto per i Giochi Olimpici di Beijing: Liptovosky 2008. Che gara, che sfida! Due atlete per un posto che già aveva il sapore di medaglia olimpica. Era presente anche il presidente della Repubblica Slovacca Ivan Gasparovic, tanto per rendersi conto che valore ha lo slalom in Slovacchia.
Di tutt’altra pasta è l’austriaca Corinna Kuhnle lei di anni ne avrà 23 il prossimo 4 luglio, io quel giorno dell ‘87 ero a Bourg St. Maurice per partecipare al mio primo mondiale in slalom. Cresciuta canoisticamente con Manuel Kohler ha divorziato sportivamente da lui per mettersi nelle mani di un certo Helmut Schroter. Quest’ultimo arriva dalla ex Germania dell’Est e aveva allenato in precedenza svizzeri e tedeschi che aveva lasciato per incomprensioni proprio alla vigilia delle Olimpiadi di Beijng. L’austriaca di giallo vestita è molto potente fisicamente, ma anche molto dispersiva. Le penalità nel 2009 l’hanno fatta dannare. Mi sembra però che il problema sia rimasto visto che anche oggi in allenamento sui percorsi lunghi ha praticamente devastato il campo indifeso dai suoi attacchi. Restando nella “Republik Österreich”, per dirla proprio alla tedesca, c’è il bronzo olimpico e campionessa d’Europa 2007 Violetta Oblinger, di lei ho già scritto molto, 33 anni tutta canoa, figlio e marito. Allenata da Jernej Abramic, ma anche questo l’ho già scritto. Cosa aggiungere di Violetta se non il fatto di riconoscerle una grande dedizione allo sport e una grande voglia di pagaiare?
Chi invece ammiro particolarmente in allenamento è Emile Fer, vice campionessa europea l’anno scorso, il suo vero primo successo se escludiamo l’oro a squadre nel 2006 ai mondiali. La francese è veramente forte, ma patisce in gara. Alle ultime olimpiadi si è giocata la manche della vita con un errore banalissimo alla porta sette. Qui dedica la sessione della mattina ad un lavoro tecnico seguita da Courinier, mentre nella seduta pomeridiana l’abbiamo vista fare spesso e volentieri lavori aerobici sul canale con puntate sull’acqua piatta. Lei mi è simpatica, a dispetto del modo generale di fare dei francesi, perché tra le altre cose assomiglia molto a mia zia Dina… a volte certi piccoli particolari ci fanno avvicinare particolarmente agli altri.
Che sia inglese da molte generazioni lo si capisce solamente guardandola camminare, quel passo tipicamente superiore la contraddistingue tra le altre canoiste. Lei è Elizabeth Neve terza ai mondiali a Seu 2009. Parla e sorride poco e ha un fisico piuttosto mascolino. In allenamento sembra essere molto meticolosa: arriva sempre per prima, guarda con attenzione il percorso, si scalda con ampio anticipo e non perde tempo certamente in spogliatoio a parlare o a scambiarsi idee con le altre colleghe di pagaia.
Chiude questa particolare lista la padrona di casa Katrina Lawrence vincitrice della coppa del mondo nel 2008, amara consolazione per lei visto che alle olimpiadi c’è andata la sorella Jacqueline che conquistò un argento decisamente inaspettato. Tipetto piuttosto asciutto in tutti i sensi, per allenarsi al meglio si è trasferita da diversi anni a Penrith. Sul canale olimpico del 2000 ci passa diverse ore al giorno utilizzando il tempo ufficiale della Federazione Australiana e le ore del recreation paddling. Quest'ultimo spazio è riservato all'attività commerciale con i rafting quindi il percorso si presenta senza porte se non qualche risalita. Lei però non sembra dare peso alla cosa e se la spassa sulla “Main Wave” o sul “Last Drop”

Storie di donne in attesa della gara di venerdì 19, sabato 20 e domenica 21 per i campionati continentali dell’Oceania. Campionati open e non come gli Europei che invece non permettono la partecipazione di altri paesi che non siano in Europa.
Agli “Oceania Open Continental Championships” assisteremo ad un ritorno al passato infatti si qualificheranno in semifinale i primi 40 K1 uomini, le prime 30 donne in kayak, così come per i C1, mentre C2 e C1 donne fermi a 20. E’ questa l’idea emersa dal Symposium allenatori ICF e portata avanti dal boarding dello slalom per la sua approvazione al prossimo “Executive Committee” di aprile. Sul sito Siwidata si potranno seguire le gare in diretta per ciò che riguarda i risultati, mentre per le immagini le troverete su www.oceania.canoe.org.au, ma bisognerà aspettare 60 minuti dall’arrivo dell’ultimo atleta di giornata e cioè quando in Italia saranno le 5 della mattina.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith, 17 febbraio 2010 – Traning camp and Slalom Race

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la foto è presa dall'album di Jana Dukatova

Fantasia


Riprendendo da dove ci siamo lasciati ieri visto che qualcuno giustamente potrebbe chiedersi perché certi atleti di vertice e non solo, sentono la necessità di avere un tecnico personale. Sostanzialmente, secondo me, questa esigenza nasce dalla necessità da parte dell’atleta di condividere gioie e dolori con una persona che dal di fuori può avere una visione diversa e magari più distaccata: in due si ragiona sempre meglio. Il tecnico ha la funzione principale di mettere l’atleta in quello “stato di necessità” che lo costringe a trovare risposte adeguate per risolvere determinate situazioni. Solo attraverso questo meccanismo sarà possibile attivare sempre nuovi stimoli neuro-muscolari che ci permetteranno di migliorare, visto che l’allenamento non è altro che un continuo adattamento del nostro corpo. L’errore più grave per un atleta potrebbe essere quello di fossilizzarsi sempre sugli stessi allenamenti, sia dal punto di vista tecnico che fisico, stravolgendo il principio numero uno dell’allenamento che abbiamo appena visto. Lo slalom non è certo uno sport di routine, ma si potrebbe cadere nell’errore di farlo diventare. Proprio per la sua natura e per le sue caratteristiche, questa specialità richiede sempre la necessità di stimolare in modo diverso l’apparato neuro-muscolare al fine di essere pronti a mettere in atto azioni corrette a richiesta e a necessità. Dal punto di vista dell’allenatore avere uno o due atleti significa avere una grossa possibilità di movimento nel proporre allenamenti mirati e specifici proprio per quell’atleta e monitorarli in continuazione. Molte volte, per esigenze di squadra, si è costretti a mediare molte cose e non sempre è la soluzione migliore che rimane atleta – allenatore. Con il singolo atleta l’aspetto organizzativo è decisamente ridimensionato, ma soprattutto è definito su precise esigenze. La stessa cosa si può dire per gli allenamenti che possono essere seguiti con la massima attenzione e dedizione. Il possibile aspetto negativo potrebbe essere la mancanza di stimoli propri ed adeguati alla necessità del momento, ma qui deve intervenire la fantasia del tecnico che può proporre sessioni con altri atleti, sapendo scegliere con furbizia lo sparring-partner giusto per quel momento. E’ importante ricevere ogni giorno sensazioni positive che devono esser valorizzate al massimo, mentre gli aspetti negativi o cattive sensazioni devono essere prese subito in considerazione con analisi obiettiva e pronta proposta alternativa. L’allenatore deve cercare di essere pronto anche a proporre cose nuove quando la ripetitività diventa elemento negativo. Deve saper dare la giusta dose di attenzione ad altri aspetti per cercare di capire eventuali problematiche che possono fermare la crescita sportiva. Insomma bisogna utilizzare la fantasia, quella fantasia che aveva spinto Dante nel viaggio verso Dio, ma solo allora e in quel momento non ne ebbe più bisogno!

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
si come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il Sole e l’altre stelle

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith, Australia 15 febbraio 2010 - traning camp and slalom race

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nella foto allenatori all'ultimo Symposium ICF a Bratislava

Saint Valentine's Day


Ieri per Sydney gli innamorati giravano con rose rosse da regalare alle loro innamorate…niente di strano direte…ma c’è un ma! I mazzetti erano composti da 4 dico 4 rose rosse… non è possibile visto che mi hanno sempre insegnato che i fiori che si regalano alle donne devono essere sempre in numero dispari! Va beh! A parte questo dettaglio ho comunque passato una bella domenica con il mio amico Jerney Abramic visitando lo zoo e quattro acquisti per il centro, festeggiando ad un certo punto anche il capodanno cinese che ci porta direttamente nell’anno della tigre.

Finita la festa si torna sul campo di allenamento e questa mattina notavo che non solo il canale è molto frequentato in acqua con ben quattro turni da un’ora alla mattina e ben cinque al pomeriggio -25 e 30 slalomisti a ora- ma anche sulle rive dove gli allenatori sono in gran numero. Il rapporto ormai tra atleti di alto livello e coach sta diventando di uno a uno o massimo uno a due.
Partiamo dagli slovacchi che sono stati praticamente i primi a sentire questa esigenza. I tre volte campioni olimpici Hochschorner, sempre impeccabili in acqua sia dal punto di vista tecnico che di look (ma come faranno ad essere sempre così perfetti?) sono seguiti dal padre pagaiata dopo pagaiata e da una settimana a questa parte non li vedo fare altro che percorsi di 4 o 5 porte poi si fermano, recuperano e ripartono. Nessun video, nessun tempo.
Jana Dukatova è seguita anche lei in ogni suo respiro da Robert Horokocky. Il tipo di allenamento non si discosta di molto da quello dei mitici fratelli del C2, forse l’unica variante è che ogni due giorni lei dedica una sessione di allenamento al C1. Per restare in casa slovacca i cugini Skantar Ladislav e Peter sono allenati da Juraj Mincik e, arrivati in Australia da una settimana, sembrano dedicare molto tempo alla tecnica con video. Mincik segue anche i due C1 Matej Benus e Karol Rozmus. Juraj Ontko, anche lui da poco qui, ha due barche da allenare un C2 di tutto rispetto che risponde ai nomi di Tomas Kucera e Jan Batik e un C1 Karol Rozmus. Mentre è in arrivo il re, sua altezza, nonché massimo interprete della canadese monoposto slalom, colui che dal 1995 a oggi non ha mai mancato l’appuntamento con il podio in una rassegna continentale, mondiale o olimpica… si parla cioè di Michal Martikan che, come tutti sanno, è seguito come un ombra dal papà. Per concludere la rassegna slovacca la 38enne Elena Kaliska bi-campionessa olimpica e iridata nel 2005, anche lei in volo per l’Australia, è allenata da sempre da Peter Mraz.
La mamma canoista Violetta e papà Peter Oblinger sono seguiti da Jernej Abramic che con loro sta facendo un grosso blocco di lavoro tecnico sul canale, con qualche seduta anche sull’acqua piatta. I due austriaci sono stati praticamente i primi ad arrivare nel continente australe ai primi di dicembre e torneranno a casa il 21 marzo. Già praticamente selezionati in squadra nazionale, grazie ai risultati dei mondiali 2009, dovranno solamente confermare in qualche gara il loro stato di forma, ma si tratterà solo di una formalità.
Miryam Jerusalmi oltre a seguire la figlia Jessica sta dedicando tempo e lavoro al 24enne K1 William Forsythe che da grande vuole fare il fisioterapista, ma che per il momento rincorre il sogno di Olimpia. Il biondo australiano è migliorato molto, in questi ultimi mesi lo abbiamo visto al lavoro e la sua abilità migliore è sicuramente la dinamicità. La ex grande campionessa del kayak tra i paletti giura che darà filo da torcere ai grandi di questa specialità e se lo dice lei c’è da fidarsi. Il croato Stjpan Perestegi, argento in C1 a squadre nel 1995, oggi allena il k1 Dinko Mulic e un giovane C1 Matija Marinic. Mentre il ceko Jiri Prskavec, dopo aver allenato per qualche stagione i canadesi è rientrato in patria e ora segue il giovane figlio classe 1993 e un gruppo di tre giovani promesse della Repubblica Ceka ancora junior.
Discorso diverso per le grandi squadre come Francia, Great Britain o Germania. I transalpini hanno uno staff di tecnici che fanno solo ed esclusivamente il lavoro tecnico, nel senso che logistica e tutto il resto lo trovano già fatto. Sono strutturati con quattro allenatori della squadra nazionale elite che per il momento è composta da 2 kayak uomini, una donna, un C1 e un C2. Gli inglesi hanno, solo per la squadra elite, quattro tecnici ognuno per un settore più un “High Coach” che coordina il tutto. Affiancato alla squadra anche il tecnico per la canadese monoposto femminile. Identica struttura per i tedeschi che hanno preferito però il Sud Africa al canale di Penrith.
Al lavoro anche le squadre con meno tradizione come Canada, che punta sulla crescita agonistica di 6 donne in raduno con due tecnici uno dei quali è il polacco Michal Staniszewski argento alle olimpiadi del 2000 nel C2 e ai mondiali del ’99. Il Giappone ha due donne e due kayak che la loro federazione ha affidato a Milan Kuban, non vi dice niente questo nome? Era un buon C2 in coppia con Olejnik. La Nuova Zelanda è al lavoro con un tecnico francese per cercare di costruire un movimento sportivo dello slalom con più rigidità e dedizione.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi
Penrith, Australia 14 febbraio 2010 -

Emozioni Olimpiche!


Sentite il calore e vedete la sua luce? Non potete non vederla e non sentire la sua energia!
Questo pomeriggio, qui in Australia, quando il governatore generale del Canada, Michaëlle Jean, ha dichiarato aperti i XXI Giochi Olimpici invernali, ho provato lo stesso brivido che puntualmente mi assale ogni volta che vedo la fiamma di Olimpia accendersi. La terza volta che i cinque cerchi approdano in Canada, infatti dopo Montreal 1976, Calgary 1988 è il tempo di Vancouver e chissà cosa ci offriranno questi quindici giorni vissuti in modo diverso, in modo strano con l’occhio sempre rivolto a questo evento magico. Quando ci sono le gare a cinque cerchi la vita assume una dimensione diversa, vivi nel limbo di un momento particolare, bello, emozionante. Vai a letto con la mente all’ultima notizia che hai visto alla televisione o alla curiosità letta su internet. Ti addormenti pensando alle gare di domani. Nei sogni poi entri nella parte di qualche eroe sportivo del momento. Lo so già! Questa notte mi immedesimerò in Steve Nash che assieme a Nancy Greene, Katrina LeMay Doan e il mito dell’hochey Gretzky hanno acceso la fiaccola contemporaneamente e hanno dato simbolicamente il via a questa edizione dei Giochi. Credo che sia la prima volta in assoluto che il braciere prende forza da più ultimi tedofori, se la memoria non mi tradisce dovrebbe essere proprio così. E con questo fuoco e questo ardore inizia per tutti noi una nuova avventura. Alla mattina la prima cosa che si farà sarà quella di aggiornarsi sulle cronache delle gare, cercare dati, tempi, nomi, aneddoti. Leggere con voracità, manovrando tempestivamente il telecomando della televisione per cercare di non perdere neppure un attimo di un avvenimento così planetario. Al campo di allenamento ci saranno molti argomenti di cui parlare e, anche se il mondo canoistico è certamente lontano dagli sport del freddo, si condivide certamente lo stesso spirito e interesse per l’olimpismo, per quel sommo evento che non solo per molti è una ragione di vita, ma è anche la stessa vita. Nella festa dello sport, che nelle emozioni di gioia della cerimonia d’apertura trova l’esaltazione dei contenuti, non si può non pregare per Nodar Kumaritashvili. Una morte che sembra quasi un tributo a chissà quale dio di Olimpia, una morte che per noi mortali pesa come un macigno sul nostro credo. I disegni divini che spengono un atleta a 21 anni non possiamo comprenderli, possiamo solo accettarli nella speranza che una ragione, se pur a noi sconosciuta, ci sia.

E allora che spettacolo sia! Che la gioventù sportiva di Vancouver 2010 ci faccia vivere grandi momenti. Condivideremo idealmente con tutti gli atleti le gioie per le medaglie d’oro, condivideremo anche le delusioni di chi sul podio non ci arriverà. Prenderemo da tutti quell’energia che in questo momento il Canada e la XXI edizione dei Giochi Olimpici Invernali sapranno trasmetterci.
In bocca al lupo a tutti gli atleti, allenatori, dirigenti, volontari, giudici, cronometristi, giornalisti, operatori televisivi e sponsor. E soprattutto grazie a nome anche di chi a Vancouver non c’è fisicamente, ma con il cuore condivide tutto fino all’ultimo respiro, fino a quando la fiamma verrà spenta e apriremo allora il cuore ai ricordi.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

P.S. volevo raccontarvi dell’allenamento di ieri dove abbiamo testato delle canoe nuove, ma quando si perde la razionalità e si lascia spazio al cuore succede quello che è successo!
P.S.2 non preoccupatevi però ho immagini e appunti su quanto sopra e magari domani vedo di mettere ordine nella mente mettendo in fila una serie di parole con senso compiuto.

Soffrire e godere!


Ho gli addominali che mi fanno male, le braccia che urlano vendetta. Per la schiena, prima che si blocchi, ho fatto un’ora di allungamento, ma ho l’animo e il morale a mille, il sorriso stampato sulla faccia e questa notte sicuramente dormirò con molto piacere. Cosa ho fatto? Semplice! Sono andato in canoa e mi sono goduto un mondo, ma quanto è bello pagaiare su un canale che ti regala mille emozioni? Penso che bisognerebbe, per noi allenatori, andare più spesso in acqua per non perdere quella visione della realtà e quindi del percorso di slalom, seduto dentro un canoa con quella prospettiva, da quella angolazione. Le soluzioni che si propongono da riva possono, a volte, essere parecchio diverse da quelle magari vissute direttamente a stretto contatto con l’acqua. L’altro aspetto interessante arriva dal fatto che guardando da fuori molto spesso ci si dimentica di quanta fatica si fa a pagaiare in un tormento di onde, riccioli, buchi e porte. Ci si può dimenticare viceversa anche di quanto piacere si provi nel preparare una risalita, nel sentire la punta della propria canoa risucchiata in una morta, o la libidine di aspettare il momento giusto per saltare sopra un’onda e godere della forza dello spirito dell’acqua che corre che ti fa partecipe e ti amalgama a chissà quale forza della natura.
Che bello andare in canoa, che bello mettersi in mezzo ai pali, che bello sentire l’acqua che ti avvolge, che bello pagaiare e sentirti vivo.

Per il resto nulla da segnalare tutto nella normalità australiana: le scuole sono ripartite per un nuovo anno e vedi tutti i ragazzi e ragazze nella loro divisa scolastica, i campioni della canoa slalom si sono allenati come sempre, dopo le piogge della settimana scorsa il lago ha più acqua e l’ultimo salto del canale è decisamente più piccolo e meno “birichino”, se riuscissero a tenerlo sempre così sarebbe una bella idea… dove non arriva l’uomo ci pensa la natura!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Penrith – Australia, 11 febbraio 2010

Si torna in Australia


Se volate con New Zeland Airlines vi accorgerete che gli stewards sono particolarmente simpatici, mentre le hostess sono piuttosto robustelle. Si vola comunque bene e mi accorgo che in volo non rifiuto nessun tipo di cibo. Passassero cento volte ritirerei tutto pur sapendo che la qualità del vettovagliamento non è delle più prelibate anche se, devo dire, si apprezza comunque. Sarà la gentilezza di chi ti serve, sarà l’altitudine, qualche cosa sarà, ma la fame è sempre tanta. Il volo non è lungo per rientrare a Sydney, dove ci si fermerà fino al prossimo 8 marzo, c’è giusto il tempo per riflettere e, a stomaco pieno, ma questo si era capito, si ragiona meglio! La Nuova Zelanda ci ha offerto un periodo di allenamento interessante interrompendo la monotonia degli allenamenti sul canale che, purtroppo, hanno di negativo che sono segnati non con i minuti, ma con i secondi! Pagaiare tra correnti formate dal defluire naturale dell’acqua… scusate è venuta così perché pensavo a quel qualcuno che si chiede chi sia quel poeta che scrive di canoa! Riscrivo la riflessione. I fiumi naturali ci hanno fatto ritrovare la gioia e l’energia che ci arriva dal piacere di pagaiare per pagaiare, senza patemi d’animo, senza l’assillo dell’orologio che non dà tregua, senza la paura che finisca l’ora che troppo spesso passa troppo velocemente per uscire soddisfatti e appagati da quello specifico allenamento e non ti concede recuperi se non nella sessione successiva o il giorno dopo. Il vantaggio di poco meno di 20 giorni di allenamento nel paese dei “kiwi” è stato proprio il fatto di non avere limitazioni di orario per affrontare e proporre lavori ad ampio respiro, curando il particolare, ricercando sensazioni e approfondendo l’aspetto propriocettivo. I paesaggi e la tranquillità di tutto ciò che ci circondava hanno fatto il resto. Se a tutto ciò poi ci si aggiunge una temperatura di 22 – 25 gradi si capisce che condizioni migliori non ci potevano essere per sfruttare al meglio questa trasferta. La mente, oltre al fisico, ha bisogno di nuovi paesaggi, di nuovi stimoli e di emozioni sempre forti.
Le parole in cuffia del comandante che annunciano l’arrivo in perfetto orario, mi riportano in volo e mi fanno abbandonare le riflessioni che viceversa riprenderò per scriverle sul diario di allenamento che custodisco e aggiorno con molto scrupolo. Sono vicino al finestrino e il monitor di fronte a me mi tiene aggiornato su ogni dettaglio: altezza, velocità, temperatura esterna, direzione del vento alternando il tutto con le immagini della visione della pista dalla prospettiva della cabina di pilotaggio. Mi immedesimo così tanto che probabilmente sto giro l’aeromobile lo riporto a terra io… e direi in maniera impeccabile!
Il resto è routine di sempre: arrivo, compilazione di un modulo dove dichiari di non essere un criminale, che non hai bombe nel bagagliaio e che non pensi eventualmente di utilizzarne, che non ti droghi, che non hai fatto furti o omicidi negli ultimi 12 mesi e che non starnutisci dalla guerra di indipendenza, se fosse il contrario ti rispediscono da dove sei venuto. Dogana, ritiro bagagli, domande sul bagaglio e quarantena, uscita dalla zona franca, noleggio auto, carica canoe e baglio, prendi la M5, poi la M7 per passare alla fine sulla M4, esci a Penrith Wild Water Centre, arrivi a casa e finalmente ti lanci nel letto.

Di canoa… se ne riparlerà già domani!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi – Penrith Australia 9 febbraio 2010 – Traning camp and race

Non dimenticare mai di mettersi in discussione


Prima o poi mi fermo a chiedere! Non riesco a capire il motivo per cui qui in New Zeland i concessionari delle auto espongono i modelli con il cofano aperto con in bella mostra il motore. Forse si potrebbe pensare che c’è qualcuno che vende le autovetture senza la parte più importante? Mah, sono proprio strani ‘sti “Kiwi”!
L’altra cosa che non capisco è perché da queste parti non risciacquano i piatti dopo averli passati con il detersivo, li mettono semplicemente a scolare così con la soffice schiumetta che scende da tutte le parti. Pazzesco.

Oggi la sessione d’allenamento della mattina mi è proprio piaciuta per due motivi: il primo per il fatto che avevo in acqua praticamente tre kappa uno di gran classe: Vavrilek Hradilek, Huw Swetnam e Eoin Rheinisch, in sostanza un ceko, un inglese e un irlandese. Tre scuole diverse, tre tradizioni canoistiche molto distanti. Mentre il secondo, che mi farà dormire sogni tranquilli, è la convinzione che anche atleti di altissimo livello devono tornare sempre a ripassare gli esercizi di base ed è per questo che ho proposto loro una seduta tecnica un po’ strana. Abbiamo tracciato un percorso su acqua non particolarmente difficile e ho chiesto di ripeterlo molte volte ma ogni volta in modo diverso: classico alla massima velocità possibile, ad una velocità che giudicavano loro del 50% e ad una al 70%. Quindi una verifica con il tempo se riuscivano a rendersi conto delle varie intensità rispetto alla prova massimale. Gli atleti evoluti spesso e volentieri ci azzeccano parecchio. Poi sullo stesso tracciato ci siamo concentrati su alcuni esercizi tipo: percorso in retro, da C1 destro, da C1 sinistro, con solo i debordè, utilizzando il minor numero di colpi possibili, utilizzando la pagaia da k1 al contrario, utilizzando la pagaia da k1 pagaiando sul dorso, non sfilando mai la pala dall’acqua. Molte volte questi atleti, per la convinzione di dover sempre allenarsi a tutta e senza perdere tempo, non danno peso a tutta una serie di aspetti propriocettivi della canoa che sono in grado di mettere in discussione abilità che sembrano acquisite e fatte proprie, ma che in realtà vanno comunque sempre allenate e sollecitate. L’altro scopo di questo tipo di allenamento è quello di allenare sistemi di reazione che possono essere utili all’atleta in situazioni limite per risolvere momenti non previsti. Un tempo lo slalomista aveva maggior capacità di controllo della canoa pagaiando in retro, visto che doveva utilizzare questa manovra per le porte in retro. Oggi quest’aspetto si è perso ritenendo la cosa non utile al fine di una competizione, ma che in realtà può offrire molte scappatoie in casi estremi. Interessante è stato mettere in difficoltà questi atleti – tutti finalisti europei e o mondiali – con semplici manovre di base che costantemente faccio fare viceversa ai miei più giovani allievi. Cambiando gli schemi motori nulla poteva essere lasciato al caso, ma esigeva una attenta risoluzione attraverso le informazioni che l’atleta riceveva di momento in momento dal suo apparato propriocettivo. Troppo spesso ci si affida a risposte preconfezionate a tavolino e non si va invece a fondo della problematica cercando per ognuno la risposta che necessariamente si deve scoprire! Lavoro lungo, ma interessante.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi
Rotorua - New Zeland - 8 febbraio 2010 … domani si lascia l’Italia capovolta e si torna dai canguri

Più quadrupedi che bipedi!


Non c’è bisogno di consultare internet per capire che bovini, ovini e ungulati superano numericamente di gran lunga l’essere umano. In Nuova Zelanda puoi guidare per ore su strade immerse nella natura e non incontrare nessun cristiano, ma essere continuamente osservato da quadrupedi che se ne stanno tranquillamente immersi nei loro pensieri a riempirsi la pancia di un’erbetta tanto fresca e verde da far invidia anche a noi! Sono ovunque. Fissi lo sguardo in un punto qualsiasi e scopri enormi mandrie di manzi che occupano un’intera vallata. Alzi la vista e sui cucuzzoli di montagne rotonde scorgi pecore che colorano di bianco il prato. Ti concentri e ti rendi conto che ai bordi delle strade molto spesso trovi recinti per caricare gli animali, osservi con attenzione e capisci che effettivamente i villaggetti che incontri dispersi nella foresta non sono altro che punti di ritrovo per chi lavora in quei luoghi così appartati. Ti rendi conto anche quando bevi il latte alla mattina che ha un sapore pieno, appagante, fresco: buono! Se poi fai la spesa ti accorgi di pagare la metà la carne di manzo rispetto al pollo. La prima poco più di 5 euro al chilo mentre il pollo lo paghi anche 11 euro. Poi chiedi, ti informi e scopri che la Nuova Zelanda non usa nessun anticrittogamico, concime o altro per cercare di far rendere di più la terra.
Gli abitanti sono poco più di 4 milioni con una densità di 15 abitanti per chilometro quadrato. Le pecore sono poco più di 10 milioni per una densità di 470 per chilometro quadrato! In Italia la densità è di 200 persone per chilometro quadrato.
Cosa ti offre questo paese, che come giustamente mi ha fatto notare il mio amico Agostino Trombetta ora in prestito al basket ma di fede canoistica, sembra un’Italia girata, è incredibile. Oggi siamo stati a “Orakei Korako” sul lago Ohakuri terra dei Maori dove in mezzo alla montagna escono soffioni d’acqua calda e fanghi bollenti. Il tutto dà un’immagine al luogo piuttosto lunare. Per la verità l’area si estende per diversi chilometri e Rotorua, dove siamo alloggiati, è ricca di zone termali.
L’ allenamento di oggi, come avrete capito, è stato il riposo. Eh si! anche il recupero psico-fisico è da considerare una parte molto importante nel piano di lavoro. Il riposo è il momento in cui il lavoro prende forma e si consolida nell’atleta. Offre la possibilità di distrarre la mente e nello stesso tempo di ricaricarla desiderosa di tornare in acqua a lavorare. Si sa che con la fame si gusta di più il cibo e quindi anche tenere completamente fermi gli atleti per 24 ore può rivelarsi molto positivo per ripartire con un altro ciclo di carico affamati più che mai!

Rotorua, 7 febbraio 2010 – Slalom traning camp

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

la poesia di un gesto


la poesia di un gesto
capace di farti rivivere
magici momenti

la poesia di un gesto
capace di tenere vivi i sogni

la poesia di un gesto
da trasmettere alle nuove generazioni

la poesia di un gesto
capace di elevarsi al cielo

la poesia di un gesto
che unisce una generazione nel mito

la poesia

Tutta questione di feeling


Ieri le canoe da slalom sono rimaste in giardino sostituite dai kayak di plastica per un pomeriggio passato alla grande sul Kaituna river dove avrei visto volentieri all’opera anche il mio amico L8 tra salti, ritorni d’acqua e gole immerse nella giungla. Il Kaituna river nasce dal lago Rotoiti e finisce dopo poco più di 45 chilometri. La parte che interessa però ai canoisti è lunga poco più di 3 chilometri. Pochi, ma sufficienti per grandi brividi. Commercialmente parlando viene venduto come il salto più alto in assoluto che si possa fare con il gommone – 6/7 metri di adrenalina pura! Così la vedono sulla pubblicità e a giudicare comunque dalle urla che precedono e seguono il salto non ci vanno tanto lontano. Il fiume, largo poco più di una 15 di metri, scende a valle con grandi pozze, precedute da salti via via sempre più grandi per arrivare alle famose “Okere Falls”. In realtà non vi volevo parlare del fiume o delle cascate, visto che se navigate in internet trovate parecchio materiale e vi potete documentare a fondo, vi volevo invece rendere partecipi di uno strano stato d’animo che ho vissuto accompagnando i ragazzi nella discesa. Io sono uno slalomista nato sui fiumi e poi via via mi sono evoluto o se vogliamo adeguato ai percorsi artificiali. Il fiume però è rimasto dentro di me come una sorta di mito, di forza, di energia e gioia. Il concetto arriva dal fatto che trovo appagante pagaiare sulla corrente che corre, fermarmi a surfare su qualche onda, entrare e uscire in velocità dalle morte. Restare per una frazione di secondo su un’onda durante una discesa e capire dove orientare la mia canoa: lo sguardo e la mente che inquadrano la situazione e trovano la soluzione immediata guidati dalle informazioni che arrivano dalla canoa attraverso i recettori del corpo: la vista approva e dà l’ultimo ok, la mente richiama il motore ad operare. Già! tutto ciò l’ho ricercato per molti e molti anni, in quelle meravigliose discese libere come il volo del gabbiano Livingston a provare nuove evoluzioni, nuove emozioni. L’ho ricercato negli allenamenti a volte estenuanti, nelle lunghe ore passate seduto in uno scafo lungo 4 metri e largo 60 cm. Già… ecco il problema: la mia incapacità di rivivere tutto ciò ingabbiato in uno scafo non più lungo della mia pagaia. Ho imparato a pagaiare sulle “Olimpia 400”, ho amato a tal punto la canoa che ho deciso che diventasse la mia professione con la “Sanna” di Prijon, ho messo in canoa i miei figli su una “Reflex 4”, oggi per cercare di restare vivo pagaio su una “Kapsle 360”. Eppure non riesco trovare emozioni e motivazioni a lanciarmi su un salto con una canoa che non sento mia, con un mezzo che non “respira”, con uno strumento che non ha anima. La canoa da slalom in fiberglass va dove la porti tu, la canoa in polietilene va dove vuole portarti lei. La canoa in fiberglass si muove con e per te, con la canoa in polietilene ti muovi tu e per lei. Con la canoa in fiberglass ci passeggi con la canoa in polietilene ti spalli! Ovvio sono solo mie personalissime idee e non voglio assolutamente aprire un dibattito su cosa è meglio e perché… volevo solo farvi partecipi di una sensazione, di un momento, di un pensiero!

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Rotorua 5 febbraio 2010 – New Zeland traning camp river Kaituna

P.S. La spedizione nel sud della New Zeland a cui avevo accennato nel pezzo del 2 febbraio si è conclusa nel miglior modo possibile: recuperato l’irlandese infortunato dopo una notte nella giungla, quindi, dopo il ricovero in ospedale, foto sui giornali e interviste … vissero tutti felici e contenti!

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nella foto - Okere Falls

1st ICF WORLD RANKING SLALOM RACE 2010


Sue Natoli ce l’ha messa tutta per dare credibilità alla prima gara dell’ICF World Ranking, disputata il 31 gennaio a Mangahoe a sud dell’Isola del Nord in New Zeland, ma le condizioni meteorologiche e del fiume certo non l’hanno aiutata. Chi è Sue Natoli è presto detto. Una signora sui 50 anni passati da qualche anno che vive in Australia e che fa parte del boarding slalom International Canoe Federation presieduto da Jean Michel Pron. Bando alle chiacchiere veniamo ai fatti. Tra i kappa solo quattro atleti sono scesi sotto i 90 secondi e ha avuto la meglio con 88,77 il ventitreenne australiano Will Forsythe sul francese Raphael Revoche 89,57 e in terza posizione, ma con il miglior tempo e una penalità, Vavrinec Hradilek. Il quarto kappa uno sceso sotto il muro del minuto e mezzo è stato Eoin Rheinisch 89,56 ma due penalità lo hanno relegato al settimo posto. Tra le donne le sorelle Lawerence hanno fatto gara a se e solo la neozelandese Jane Nicholas ha tentato di opporre resistenza finendo però in terza posizione, nella gara vinta da Katerine su Rosalyne. Il distacco però del 16% dal miglior K1men ci fa capire che le donne non hanno fatto una grandissima performance, sarebbe valso tra l’ottavo e il decimo posto in una gara di Coppa. Nella canadese monoposto podio tutto francese: primo Nicolas Peschier, con il 7% dal primo K1 men, secondo Edern Le Ruyet e terzo Perre Antoine Tillard. Per la verità il campo non offriva molto… non me ne voglia nessuno.
A parte i risultati, che potete scaricare sul mio blog, si è visto fin dalle prime battute di questa stagione che gli atleti si stanno sempre di più avvicinando uno all’altro. Prendete ad esempio Huw Swetnam ottavo agli europei, quinto ai mondiali a nove decimi dalla medaglia, campione europeo a squadre e vice-campione del mondo a squadre, non è riuscito ad andare sotto i 90 secondi eppure lui è un atleta abbastanza costante per tutta la stagione. La differenza ormai tra i kappa uno uomini è minima. L’impressione è quella che per arrivare a giocarsi le medaglie bisogna comunque avere una linea di gara all’attacco, ma con una vera e propria strategia. Non solo la sparata su tutto, ma la sparata con testa. Non si può andare sempre con il piede sull’acceleratore, ma bisogna puntare su fluidità e linee veloci ovunque. Ancora una volta gli intermedi, se pur su un tracciato decisamente facile per questi atleti, non ci lasciano dubbi: paga la costanza su tutto il percorso.
Le risalite ancora una volta si dimostrano per molti atleti il punto cruciale specialmente in fase di uscita. Anche le manovre in retro costituiscono per alcuni dei punti oscuri. A tutto ciò si deve inserire una parte di coraggio nell’affrontare determinate manovre in gara. Nel momento cruciale a volte manca la convinzione in se stessi per mettere in atto manovre che in allenamento si fanno con molta facilità. Ecco centrato il problema: se pur ci si allena a fare manovre complesse molto spesso non si dà importanza all’errore e la percentuale di riuscita è troppo bassa perché possa considerarsi acquisita. Le ragioni possono essere molteplici. Per la mia esperienza noto una certa rilassatezza in allenamento ad accettare tocchi di porta o errori banali che viceversa possono e devono essere risolti se pur con fatica e con la consapevolezza che anche questo sistema va allenato. Mi spiego meglio. Si dà poco peso al tocco in allenamento con l’affermazione che poi in gara non ci sarà… purtroppo non è sempre vero. La morale della favola è che in realtà non ci si allena per l’obiettivo primario che è e rimane: una manche da 90 a 100 secondi!
Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Rotorua, 2 febbraio 2010 … domani vi parlo di questo posto decisamente particolare o lo conoscete già?

P.S. dal sud della Nuova Zelanda arrivano cattive notizie la spedizione di Mike Dawson, Vavrinek Hradilek e Ciaran Heurteau si è interrotta. Sembra, dalle poche notizie arrivate, che Ciaran si sia spallato. Hradilek si è fermato con lui, mentre Dawson ha dato l’allarme dopo due ore di canoa su un fiume enorme che ha fatto da solo. L’elicottero non ha potuto decollare perché ormai era notte e i due hanno passato la notte all’addiaccio nella giungla.

... segue 15^


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nella foto Nicolas Peschier

Mañana ya es hoy


El día pasado estuve corriendo en un maravilloso parque, escuchando la música de mi I-phone y como por arte de magia me transporté al pasado, como cómplice la música brasileña, nuestra banda sonora de los mundiales del 2007. Obviamente aparecisteis de repente en mi mente, recorrí los mágicos momentos de casi tres años viviendo juntos, luchando día a día, espalda contra espalda, para perseguir vuestros sueños, que eran también los míos. Me hicisteis compañía y mi horita de carrera voló, como voló el tiempo a vuestro servicio. He pensado que sería gracioso decíroslo, pero he pensado que mejor sería escribiros que de todos modos estoy cerca de vosotros y sufro con vosotros por aquellas metas que vais a alcanzar pronto. Mañana ya es hoy. No os rindáis, el verano es una época decisiva para entrenar, cargad vuestros depósitos, preparados para ser usados en el momento oportuno. Explotad cada momento del día, recordad la sonrisa, remada como si cada golpe fuera el último y sobre todo fuera lo que os hace vivir hoy, mañana y para siempre.

Occhio all’onda! Ettore

L'allenatore itinerante


Diversi anni fa Mauro Manganotti, un buon C1 destro con cui ho condiviso molti anni della nostra gioventù e molte avventure di pagaia, si inventò una scuola di canoa itinerante, l’idea fu poi ripresa da Francesco Salvato. In sostanza il buon Mauro, per noi da sempre Ovo, organizzava dei corsi di canoa su diversi fiumi e i suoi allievi avevano così la possibilità di approfondire gli aspetti tecnici, ma nello stesso tempo scoprivano nuove realtà e si esercitavano su rapide diverse. Quindi, visto che i cellulari non erano in uso e internet non era ancora uscito dalle basi militari e dalle università statunitensi, non aveva una vera e propria base se non il numero di telefono fisso . Ecco io mi sento un po’ così: una sorta di allenatore itinerante. Ho la fortuna di possedere un cellulare con una tariffa passport (se ti chiamano spendo un 1 euro ci parlo 30 minuti, mentre l’altro paga la sua tariffa ordinaria prevista dal suo piano telefonico) e anche mia mamma, spaventata normalmente dai costi per il fatto che chiamare lontano potrebbe valere una fortuna, se n’è resa conto e così praticamente tutti i giorni mi augura la buona notte al suo buongiorno. Poi c’è internet che mi aggiorna sulle “buone azioni” che il buon Silvio elargisce con magnanimità e mi tiene aggiornato sul bollettino, decisamente di parte, della nostra amata Fick: la nuova grafica non mi piace e confonde non poco le idee: è forse questo lo scopo del cambiamento? Non servirebbe… sono già abbastanza confusi da soli! A Ckfiumi poi un grazie perché ci fa condividere questa passione che vale ben una vita!
Non avendo una vera e propria base operativa devo affidarmi alla tecnologia che mi viene sempre più incontro riducendo di molto tutto il materiale di cui necessito per svolgere al meglio la mia professione. E pensare che un tempo per registrare le immagini di una allenamento o di una gara utilizzavo una telecamera a spalla con la cassetta VHS. Quella telecamera, una Panasonic che conservo ancora, l’acquistai ad Andorra dopo diversi mesi di ricerca e approfondimenti in materia. Le batterie erano lunghe e pesanti e per ricaricarle si necessitava di un marchingegno enorme. Ricordo che il dubbio era se puntare su una telecamera con cassetta VHS oppure su un altro modello con mini VHS che necessitava però di un estensore per essere vista nei normali lettori di cassette collegati al televisore. L’archivio di tutte questo materiale registrato, a casa, mi occupa parecchio spazio anche se lo custodisco con estrema cura e gelosia difendendolo dagli attacchi di Zeno che ogni tanto si rifugia nel mio spazio in cantina e ci passa le ore a guardare vecchie gare ed allenamenti dei tempi passati. Dal 1982 al 2004 tutte le immagini sono su video cassette VHS, ve le ricordate? Gigantesche con il nastro che a volte gioca brutti scherzi. Solo dal 2005 ho iniziato a digitalizzare ed archiviare su tera che stanno piano piano invadendo casa.
Oggi ho una telecamera Sanyo che non arriva al chilo, mi sta in tasca e quando serve è operativa in un batter d’occhio. Registro su delle memory card da 4 GB. Per rivedere poi basta cacciare la schedina nel PC e il gioco è fatto. Fra non molto però abbandonerò Microsoft e entrerò nel mondo Apple, ho troppe pressioni per farlo! Mi danno dell’antico e la cosa non mi piace, questa è la scusa ufficiale, però quella reale è che in effetti Apple è decisamente superiore per ciò che riguarda l’ elaborazione immagini e foto. Altro vantaggio è la tranquillità praticamente assoluta di non prender virus, almeno fin quando dura e come dice il mio amico Vladi Panato finche dura facciamola durare!

Il cronometro, da molto tempo, l’ho sostituito con due orologi Casio CHR 100, la praticità dell’oggetto da polso credo che sia comprensibile a tutti: lo porti sempre con te e non c’è dubbio che tu li possa dimenticare. Anche qui c’è stata una grande evoluzione. La salvezza è stato l’inserimento delle memorie, il mio ne tiene 200 x 2 uguale 400 tempi (spero di non sbagliare questo conto altrimenti Skillo mi riprende), più che a sufficienza, non devi scrivere e lo fai dopo con calma.
L’altro problema di un allenatore itinerante è il peso dei bagagli che deve portarsi appresso. Oggi si viaggia con i voli low-cost a prezzi stracciatissimi, ma bisogna stare attenti a cosa ti porti dietro e allora ci sono piccoli stratagemmi come quello di puntare molto sul bagaglio a mano ed informarsi bene sulla situazione del tempo nel luogo dove si andrà. Questo è un grosso vantaggio. Molte volte ci si porta via cose inutili e pesanti. In alcuni luoghi poi vale la pena acquistare magliette e calzoncini sul posto così come sapone e creme varie, che tra l’altro non uso: le creme intendevo, non il sapone! Per evitare peso e spazio l’ultima chicca arriva dal caricabatteria universale che funziona per: telefono, macchinetta fotografica, reflex e telecamera… non male 4 in uno!
L’allenatore itinerante cambia spesso luogo e quindi le stanze dove soggiorna le personalizza giorno dopo giorno. Cartine geografiche della zona, foto che scatto e stampo, foto della mia famiglia, foto che arrivano da casa e disegni che a volte mi diverto a fare prima di addormentarmi. Ci sono poi oggetti che mi fanno compagnia come le boccette della sabbia che raccolgo, qualche pietra di fiume o qualche legno segnato dal tempo, le candele che accese mi scaldano il cuore. A volte ciò che ci circonda assume un ruolo importante per farci stare bene e per regalare gioia al nostro spirito se pur lontano da casa e dai propri affetti: tutta questione di organizzazione.

Occhio all’onda! Ettore Ivaldi

Palmerston North, 31 gennaio 2010 – giorno di gara che vi racconterò
domani… oggi è andata così!


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nella foto Mauro Manganotti ai giorni nostri!

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