YOG interessanti le prove di qualifica, ma...


Gli Youth Olympic Games sono certamente un tentativo sano ed onesto per  stimolare il mondo sportivo mondiale giovanile educandolo a quelli che sono i valori olimpici, ma organizzare le prove di qualifica come sono allo stato attuale diventano un "vorrei ma non posso"  rilegando lo sport ad una sorta di Giochi senza Frontiera e secondo il mio modesto parere senza logica di crescita. Vanno fatti comunque i complimenti a Jean-Michel Prono, Cyril Nivel e a Lluis Rabaneda e a tutti i loro collaboratori per il lavoro  profuso già da tempo nel portare avanti questo impegno. Speriamo che da questo evento possano ricevere molti feedback  al fine di non perseverare su questa strada, ma per trovare la via giusta nel promuovere il nostro magico sport in maniera più propositiva.
Gli YOG nascono per volontà del CIO che ha preso la palla al balzo da un’idea di Johann Rosenzopf che voleva dare uno stimolo a combattere l’obesità giovanile offrendo a loro la possibilità di cimentarsi con lo sport. Sostanzialmente l’organo internazionale ha questi obiettivi che sono:  radunare i migliori e talentuosi giovani sportivi di tutto il mondo, offrire a loro lo spirito olimpico con i suoi valori e informare e formare i giovani sui valori Olimpici;  partendo dal presupposto di non spingere troppo sull’agonismo considerandolo un fattore negativo. Forse  su questo ci sarebbero da aprire grandi discussioni in merito, ma sorvoliamo… Due le edizioni estive ed invernali già fatte e cioè le prime a Singapore nel 2010 e a  Nanjing 2014, mentre quelle invernali a  Innsbruck 2012 e a Lillehammer 2016.

62 i paesi che hanno partecipato alla selettiva mondiale disputatasi recentemente alle porte di  Barcellona sul canale olimpico del 1992 a Castelldefels per un totale di circa 300 atleti che hanno gareggiato nella prove di velocità e slalom o meglio hanno gareggiato in due specialità  riviste, corrette ed adattate a quelle che dovrebbero essere le discipline della canoa da velocità e dello slalom.

Sostanzialmente  sono quattro gli errori  di fondo.

-  Il primo è quello  legato all’età degli atleti ammessi ai Giochi Olimpici Giovanili (Young Olympic Games), infatti a queste prove e ovviamente a quelle  finali a Buenos Aires sono ammessi atleti nati negli anni 2002 e 2003 e cioè 16 e 15 anni, una fascia d’età che ormai ha già definito il suo futuro sportivo e in modo pure ben preciso e specifico e che certo non aspettano questo tipo di gare per avere soddisfazioni agonistiche o per decidere a quale delle due specialità dedicarsi in futuro. Tanto meno si scoprono talenti in queste occasioni, ma soprattutto a queste età.  Senza contare il fatto che, specialmente nel settore maschile, sono anni in cui c’è una grande disparità sotto l’aspetto dello sviluppo psico-fisico. Possiamo avere giovani già formati che si confrontano con compagni che devono viceversa  ancora iniziare la loro fase di sviluppo. 
- Il secondo errore sostanziale è non aver riservato delle quote specifiche per ogni disciplina e cioè se per l’Europa sono concessi sei posti si sarebbero dovuti dividere 3 per il settore velocità e 3 per il settore slalom, mentre  si distribuiranno questi sei posti dalla somma fatta nelle due specialità da ogni singolo atleta. Tanto più che nella Capital verranno assegnate le medaglie per specialità e allora qual'è il senso di una selezione sommando le prove?
- Il terzo punto sono le gare che sono state organizzate che hanno prima di tutto un costo elevatissimo come mi ha ben spiegato Lluis Rabaneda, il team manager di questo evento, oltre al fatto che sono un costo esagerato anche per le squadre che vi partecipano considerando il fatto che sarebbe stato più logico disputare queste qualifiche a livello di Continente oppure prendere di riferimento le prove di Campionato del Mondo Junior delle due varie specialità come era stato fatto fino ad oggi per le edizioni precedenti. Le gare di Barcellona sicuramente hanno avuto un valore competitivo sicuramente più elevato di quello che ci sarà a Buenos Aires ad ottobre, anche solo pr il fatto che erano ammessi due atleti per ogni nazione su ogni specialità.
- Il quarto punto è la lungaggine delle gare disputate in tutte le fasi, anche se contavano i tempi nelle batterie, con la formula «head to head». Ciò comporta tempi lunghissimi con l’inevitabile cambiamento meteorologico che influenza non poco i risultati specialmente nelle batterie che contavano i tempi.

Facciamo un ragionamento tecnico e l’esempio più eclatante è quello della vincitrice nel K1 slalom donne, Lili Bryant, che non ha guadagnato la qualificazione olimpica poiché nella prova di velocità ha chiuso al 57^ posto. Quindi sommando lo zero dello slalom con la prestazione sulla barca lunga il totale da 57 che significa 22^ nel ranking mondiale assoluto è la 16^ in Europa e la sua compagna Lois Leaver che è arrivata 4^ nella velocità e 48^ in slalom la precede diventando la Gran Bretagna la 9^ nazione per il  Continente Europa. Rocambolesca pure la vittoria della britannica che nelle batterie non si qualifica nelle prime cinque e deve quindi passare per i ripescaggi. Qui ottiene l’ultima posizione utile per passare di 0,21 sulla spagnola Bernardez. Cosa che viceversa non è successo nella velocità considerando che le prime cinque
Considerate che la Bryant non era nella squadra nazionale Junior 2017, ma aveva finito le selezioni di categoria in 11^ pozione. Neppure quest’anno è entrata nella squadra che rappresenterà il Regno Unito ai Mondiali di categoria di Ivrea e agli Europei di Bratislava.  Ha partecipato nel 2017 all’ECA Cup Junior prendendo qualche podio e finendo in classifica generale al 5^ posto sulle 88 atlete partecipanti.
Il Regno Unito aveva organizzato delle vere e proprie selezioni a Holme Pierrepont, Nottingham, il 25 Novembre dello scorso anno, così in anticipo per offrire la possibilità  a questi giovani di allenarsi nelle due diverse specialità. La Bryant che normalmente ha dalle 8 alle 10 sezioni di allenamento alla settimana, una volta selezionata i suoi allenatori, Richard Lee e Tommy Power, le hanno inserito anche degli allenamenti settimanali nella canoa da velocità. Il risultato, se eccellente nello slalom, non c’è stato in una specialità come quella della velocità che richiede moltissimo tempo per riuscire ad esprimersi tecnicamente su un mezzo che è molto complesso e difficile.
La stessa cosa ha fatto Marc Domenjo per la sua atleta di Andorra, Noemi Font-Voorhoeve, allenandola tre volte alla settimana sulla barca da velocità a La Seu d’Urgell. Anche in questo caso i risultati non sono stati sufficienti per qualificarsi a Buenos Aires.
Eszter Rendessy, l’atleta ungherese che ha vinto la qualifica nella prova velocità e la classifica complessiva, di 1 punto  sulla francese  Romane Charayron ha chiuso la prova in slalom al 19^ posto, mentre la transalpina ha due decimi posti. Quindi per la magiara, di ovvia estrazione velocità, si è trattato di imparare l’eskimo e nulla di più, mentre per la Charayron si è trattato di essere mediocre in tutte e due le specialità.

Ora il dibattito si apre sotto l’aspetto tecnico e soprattutto sulla propedeuticità di queste proposte in ottica futura. Liquidiamo velocemente la prova dello slalom che con lo slalom olimpico non ha nulla a che spartire e soprattutto non aiuta i giovani ad avvicinarsi alla vera disciplina. Completamente opposto il principio tecnico proposto con quello che viceversa è lo slalom in acqua corrente, principalmente per il fatto che agli YOG le porte sono immerse nell’acqua mentre nello slalom sono appese. Capite bene la sostanziale differenza e che cosa ciò comporta.
Gli specialisti della velocità mi dicono che non incontrano affinità con la disciplina olimpica, certo è che comunque rimangono valide le proposte tecniche fosse solo per  il mezzo proposto ed utilizzato. 






TUTTI I RISULTATI DELLE GARE LI POTETE TROVARE CLICCANDO QUI

Occhio all’onda! 








Elena Borghi sulla sinistra con la campionessa olimpica di Slalom Emile Fer presente alle prove di qualifica come testimonial per la Francia.

La squadra dell'Argentina

con il  tecnico della Spagna Ander Diez Lizarribar sulla sinsitra, al centro il tecnico di Andorra Marc Domenjo e io. 

A destra Guille Diez Canedo attuale direttore tecnico slalom della Spagna con Maiara tecnco giovanile del Brasile e giudice arbitro di slalom internazionale.

La fantasia capace di dipingere le sfumature della vita

Si può fare ogni cosa bene, si può pagaiare, giocare,  ballare e cantare  con grande tecnica, si può essere eleganti e raffinati, si può essere pure casual, sportivi o rock,  ma ciò che eleva dal semplice fare e da’ forza e colore ad ogni gesto, interpretazione, movimento, parola o musica é principalmente determinato dalla  fantasia che il nostro essere sa esprimere.
La fantasia non è per tutti, la fantasia premia gli audaci e i curiosi. La fantasia porta l’arte al massimo compimento. La fantasia esalta la  semplicità e sa regalare non solo soddisfazioni a chi n’è l’autore, ma anche fa godere chi ammirato sa cogliere tanta essenza.
La fantasia è il guizzo che magari ti fa ricamare una passaggio delicato su una porta da slalom, ma è anche un abbraccio conquistato in una folle ronda di Waltz.  Fantasia… magica espressione di libertà che non conosce confini, barriere o limitazioni, capace di accompagnarti sempre nel cammino della vita. Nasce spontanea con la vita,  ma se non coltivata ed allenata ti abbandona e ti lascia un vuoto senza fine. Bella ed  emozionante quando la trovi anche negli altri che magari semplicemente a tempo ti fanno capire che la tecnica è nulla se non condita da cento, mille libertà che arrivano dalla capacità di esprimere liberamente sentimenti e amore senza confini e senza paure. Fantasia è come Raffy ha preparato per noi le patate al forno questa sera.  La fantasia, che può essere capace di salvare una vita,  è quella della maestra Elena Cecchini che rendendo partecipi i compagni di scuola di un ragazzino epilettico  scrive un cartellone su che cosa ogni ragazzo deve fare in caso di attacco. Fantasia è la danza di Alessandro Cipolla che al suo tango oltre ad una raffinata tecnica di base ci mette molto molto di più. Lui quando danza è decisamente in « flow » e il suo muoversi sulla pista è di un’armonia più unica che rara e lo capisci quando Gianni Perina, profondo conoscitore della vita, ti confida che veder ballare Cipolla lo emoziona perché gli regala leggerezza, semplicità e lo stimola a continuare a studiare per migliorare il suo tango. 
C’è chi sa esprimere la fantasia e c’è chi sa coglierla, c’è chi non  sa di averla e c’è chi viceversa sapendo di averla non la sfrutta come dovrebbe. Ecco perché bisognerebbe parlarne di più senza paura e senza vergogna di sbagliare uscendo da quelli che sono quei limiti che seppelliscono pericolosamente la gioia di vivere e non ti fanno esprimere come vorresti.

Occhio all’onda!

La Teoria è una cosa fantastica!

Dopo una giornata sul fiume a seguire gli atleti arrivano sempre le riflessioni che a volte vengono fatte a voce alta e condivise!

La teoria è una cosa fantastica che nutre chi pratica non ha!  Abbiamo  milioni di teorici in tutto e su tutto  e anche la canoa ha ovviamente i suoi! Lo confesso ho invidia per queste persone che si sentono competenti su ogni cosa e i nostri dubbi per loro sono solo  sinonimo di certezze.  
Io di mestiere faccio l’allenatore di canoa, ma più specificatamente allenatore di canoa slalom in pratica non mi sento un « tuttologo », posso parlare e mettermi in discussione sul tema slalom e annessi, ma per tutto ciò che riguarda il resto rimango sempre in ascolto e cerco di imparare.  Credo però di avere un altro grande problema: mi chiedo sempre cosa si possa fare per migliorare, ne parlavo giusto ieri con Alviano Mesaroli che è venuto a trovarmi al  Club e così abbiamo pranzato assieme tra un allenamento e l’altro. Con Alviano abbiamo lavorato assieme per molti anni e ogni volta dopo aver concluso una gara, un raduno, un allenamento la nostra ricorrente domanda era sempre la stessa: che cosa possiamo fare per far migliorare i nostri atleti.  I teorici invece hanno certezze assolute, ma soprattutto non hanno domande, ma solo risposte calate dalla loro sapienza presentate con arzigogolate parole che girano e girano attorno senza mai atterrare da nessuna parte.
Dicevo… nessun dubbio anche se magari alla richiesta di farci capire da dove  arriva tutto questo sapere, chissà magari sono stati atleti di alto livello in chissà quale vita o continente, oppure hanno formato giovani atleti che poi hanno sbalordito il mondo sportivo e non solo, non ci rispondono e si trincerano dietro al diritto di poter  esprimere le loro opinioni in merito. Diritto sacrosanto e doveroso, ma da esprimere al bar con amici di pari ceto e livello e non certo per assumere ruoli o mansioni creando problemi e facendo allontanare brave persone disposte con umiltà a collaborare.

Altra mio limite è quello di non capire chi riesce  a ricoprire più ruoli nello stesso momento, tanto più se si tratta di cariche arrivate dopo aver chiesto alla gente fiducia e voti.  Mi sembra una mancanza di rispetto verso coloro che hanno dato il loro consenso e appoggio per migliorare la nostra società. Ruoli che necessitano di un impegno costante e che molte volte sono a centinaia di chilometri di distanza. L’allenatore, a mio modo di vedere, ha necessità di tempo per mettersi in ascolto, per osservare, per capire e quindi intervenire in un processo lungo e meticoloso che si sviluppa solo con la costante presenza e condivisione.
Il politico diciamo che dovrebbe avere la stessa funzione per intervenire solo dopo aver veramente capito e partecipato alle problematiche della gente.
Io ho necessità di montare qualche volta ancora in canoa per non dimenticarmi e per non allontanarmi dalle problematiche che puoi capire solo se effettivamente le tocchi con mano, nel nostro caso solo se metti il culo sull’acqua che corre!

Occhio all’onda!

TARGET TIME


Per un allenatore è importate avere riferimenti precisi per capire dove intervenire e che suggerimenti dare al proprio atleta. Sicuramente valgono  molto le sensazioni che si vivono sul campo e conta molto pure l’esperienza che ti permette di vedere oltre il momento stesso, relazionando la eventuale problematica in un processo evolutivo e di crescita. Certo è che avere degli aiuti per approfondire le varie realtà  potrà facilitarci il lavoro. Sostanzialmente possiamo avvalerci di dati oggettivi come tempo e penalità, mentre le riprese video diventano  di supporto per avere conferme o meno sulle idee che ci siamo fatti durante l’allenamento.
Tempi e video, a mio modo di vedere, vengono sfruttati in maniera diversa dall’allenatore e dall’atleta stesso. Dal punto di vista di chi sta sulla riva e non ha il culo in acqua i tempi e gli  intertempi possono avere diverse chiavi di lettura e possono scindersi e integrarsi uno nell’altro al fine di raccogliere informazioni che ci fanno capire il vero potenziale di un atleta e su che cosa dobbiamo fare senza però correre nell’errore di affidare tutto esclusivamente ai tempi.
Prendiamo il caso di un allenamento come quello di   «simulazione gara» dove possiamo avere intermedi tra risalita e risalita, oppure anche tra porta e porta, quindi se prendiamo per ogni discesa un minimo di 6  intermedi (start/prima risalita - risalita/risalita - risalita/finale) più il tempo totale avremo una serie di dati per ogni discesa che possiamo confrontare tra loro per ogni prova. Se poi su 3 o 4 discese scegliamo il tempo migliore per ogni intermedio e li sommiamo avremo quello che chiameremo «target time» (TT) . Questo dato ci darà il vero potenziale di quell’atleta su quel percorso. Mettendo questo dato a confronto con il migliore tempo realizzato sul percorso intero dallo stesso possiamo ottenere la percentuale di «Potentional Improvement» (PI).
Un altro dato interessante è quello di far fare all’atleta il percorso diviso in sette parti per andare a scoprire la massima velocità che si potrebbe fare su ogni tratto se preso singolarmente e una volta comparato con quello che invece è l’intertempo sulla prova lunga ci farà capire la percentuale di differenza con cui lo stesso atleta affronta il percorso lungo e quello breve idealmente nelle migliori condizioni fisiche e tecniche. Questo è un elemento molto utile per calcolare le strategie da suggerire agli atleti in gara. Raffrontando poi uno con l’altro riusciremo a capire anche quanto può incidere la preparazione fisica e quanto viceversa incidono strategia, coscienza e determinazione al fine di una manche perfetta (The Ultimate Run - famoso titolo del libro di Bill T. Endicott ).

Se noi prendiamo i dati riportati nella foto in apertura,  che si riferiscono a una allenamento di simulazione run fatto da  Raffaello Ivaldi in C1,  possiamo vedere:

- la percentuale di distacco dal miglior K1 -  4,0%;
- il Potential Improvement  - 2,1%;
- il maggior distacco negativo è nelle prime 4 porte (se questo dato viene poi messo a confronto con tutte le prove che si fanno nel corso della stagione o di un periodo specifico, possiamo capire se diventa una costante oppure se è un fattore determinato magari da una combinazione particolare solo in quel determinato percorso. Se la cosa si ripete abbiamo elementi interessanti da analizzare e capire); 
- dopo poco più di 60 secondi di gara c’è ancora un distacco negativo importante in un tratto di acqua facile che avvantaggi sicuramente i K1 rispetto ai C1 (idem per quanto sopra specificato tra parentesi).                                 


Se poi tutti questi dati li raggruppiamo su una tabella complessiva riportando tutte le prove per questo tipo di allenamento possiamo avere degli indicatori precisi  che ci vanno a monitorare l’atleta stesso nel corso della stagione o degli anni (TAB. 2). 


TAB. 2




A conclusione sottolineo e ripeto il fatto che non dobbiamo mai prendere i tempi e  legerli in modo  asettico  e magari solo matematicamente. Questi elementi viceversa hanno una loro profondità nel farci capire bene i punti chiave su cui lavorare.

Occhio all’onda!

Cambio mano


Mi piace immensamente la riflessione dell’amico Antonio Armosino che tra le altre cose dice:

 « …Io non ci sto neppure a questo.
Io guarderei più in basso.
Io guarderei a noi.
Se vedo come parcheggiamo,
come usiamo le nostre strade (a piedi o in macchina),
come usiamo o NON usiamo i nostri cestini….
se vedo come usiamo il nostro posto di lavoro,
se vedo quante volte ci ricordiamo di chi ci paga realmente lo stipendio....
Se vedo con attenzione tutto questo io,
per tutto l’oro del mondo, vorrei mai e poi mai essere il capo di gente così.
Altro che vitalizio » .


Non vorrei essere quindi il buon Mattarella in questo momento così incerto sulle sorti del  leader che dovrà guidare il nuovo  governo, ma noi dobbiamo occuparci a  fare al meglio il nostro lavoro ed essere coerenti ed operativi come sempre, inutile perdersi in se e ma, perché così si fa poca strada. La positività e l’energia deve essere contagiosa solo così possiamo aspirare a vivere intensamente i nostri anni su questa terra.

Sempre aperto il grande dibattito sul cambio lato di pagaiata nella canadese femminile. Problematica però che sembra  anche interessare i colleghi uomini. Avevo già scritto che in occasione degli Australian Open il campionissimo David Florence aveva cambiato lato ben tre volte nelle sue discese di semifinale e finale. Cosa che avevamo visto fare anche al transalpino Martin Tomas che ha come lato principale il sinistro, ma nel corso della finale ha        «switchato» per il lato opposto. Il francese ha fatto registrare pure il miglior tempo peccato per lui le due penalità di troppo (porta 1 e porta 10), che lo hanno collocato in quinta posizione nella gara vinta dal campione olimpico Denis Gargaud. Incuriosito della cosa pure Raffy sta provando a cambiare quando è decisamente più veloce fare una combinazione sul lato opposto, anche se il veronese, in forza da qualche mese alla Marina Militare, lo utilizza soprattutto per velocizzarsi nei tratti diritti dove i sinistri riescono a spingere meglio la loro canoa.  Vedremo nel futuro i successivi sviluppi.

Le donne in canadese, viceversa, lo usano costantemente e qui però c’è chi, questo cambio di mano, lo sa far sfruttare anche per agevolare la rotazione, chi invece la rotazione la blocca proprio per passare a pagaiare sul lato opposto. Guardando soprattutto Jessica, che ritengo in questo momento due spanne sopra tutte le altre sue avversarie in questa specialità,  il cambio mano diventa un momento decisamente positivo per la sua azione propulsiva, infatti avviene solo dopo aver spinto la barca avanti e mai da una manovra di rotazione o di mezza pagaiata. Questo le permette di mantenere e dare velocità alla barca oltre al fatto di  avere momenti di recupero che vengono sfruttati per mettere a punto la rotazione nel passaggio aereo della pala.  La sottile alchimia è saper sfruttare il passaggio per recuperare e per ruotare senza perdere velocità e contatto con l’acqua. 
La differenza con le altre è la scelta del tempo in maniera perfetta, non ha cioè tentennamenti che invece si notano in altre atlete.  Tutto ciò le è possibile grazie all’enorme equilibrio che questa atleta ha sulla barca.  Equilibro che probabilmente arriva dalla sua acquaticità acquisita fin da piccola, ma se ci si pensa lei non fa altro che rispettare il principi della bicicletta che non sempre devi pedalare se il mezzo comunque sta andando. Molto spesso si vuole forzare troppo la mano puntando sulla frequenza, mentre è una azione pulita e decisa che porta la nostra canoa ad essere veloce e in mezzo alle porte.

Occhio all’onda! 


PS  - nel prossimo post parliamo di TARGET TIME -

Magia di un sorriso

L’infinita tenerezza  di una tartaruga che esce dall’uovo e scavando nella sabbia riemerge per raggiungere istintivamente il mare ti fa capire che la vita è magica e sublime. Ti accorgi di sorridere timidamente e senti dentro di te una forte emozione per quel piccolo simpatico essere vivente che ti fa venire i brividi quando la prima onda lo travolge, come se il mare volesse da subito metter in chiaro chi comanda.
L’infinita dolcezza racchiusa  in quel fiore marino contrasta con la potenza di un Oceano che accoglierà ancora una sua creatura. Lei così piccola, indifesa e impaurita capisce giusto in quel momento tutto ciò che le aspetterà. Impavida però non ritorna, lo farà forse un giorno, come ha fatto prima di lei sua madre, e si lancia sicura in quell’Oceano che l’abbraccia a questo punto senza più esitazioni.
Poi il mio sguardo cerca di seguire a più non posso la piccola tartaruga che viene portata via da una corrente che sta sotto le onde più grandi. Cerchi di capire se torna verso la spiaggia, vorresti prenderla e proteggerla, vorresti fermarla un attimo e raccomandarle di stare attenta, di ripararsi dai predatori, di cercare la mamma, di restare in gruppo che così si è più forti. Ti guardi attorno e il mare spazza via tutto con un’altra onda e per lei la grande avventura della vita ha inizio... parodia della vita!


Poi d’incanto ti trovi a nuotare in mezzo all’Oceano in una barriera corallina che trasforma  i colori in mille sfumature di azzurro e lì guardando il fondale ritrovi cresciuta la tartaruga che pacifica « vola » in quell’oasi del mondo che stenti a capire e collocare in questo universo, eppure esiste.  Come esiste l’eleganza di altri  mille ed oltre diversi esseri viventi che ti mettono allegria facendoti apprezzare le bellezze del mare. C’è   il polpo trasformista, i pesci juventini,  i molluschi e coralli dai colori che neppure disegnandoli riesci a riprodurre.
La sera ti regala ancora emozioni seduti sul divano accompagnati da una  chitarra  e da una dolce voce che rafforza, se mai ce ne fosse stato bisogno, un’amicizia sincera  nata per caso e cresciuta  anche dalla lontananza. 

Ma la mia vera grande  bellezza è racchiusa  in una donna tra il chiaro e lo scuro che si muove magistralmente su parole e musiche dolci e amare, vestita con la lucentezza dei colori che ci hanno inghiottito, frastornato, caricato e accarezzato e accompagnato in una vita corsa via veloce e colma e ricolma di emozioni: la magia della vita è sempre in un sorriso, in uno sguardo e in una parola dolce e carina che mai è mancata e spero mai mancherà!
 

Occhio all’onda!






Gare spunto per analisi


Il fattore casa è sempre più evidente e  più il livello cresce e più questo elemento diventa predominante. Infatti avere  3 K1 australiani in finale agli "Australian Open" non si era mai visto  prima. Se a questo aggiungiamo il fatto che Lucine Delfour, pur forte slalomista franco-australiano, vinca distaccando il secondo e il terzo  di oltre 5 secondi la cosa ci lascia chiaramente capire che gareggiare sul proprio canale e in uno stato di forma perfetto avvantaggia non poco. Considerando inoltre il fatto che in finale avevamo campioni del mondo e olimpici. Volete la conferma? Prendiamo la finale della canadese monoposto femminile dove qui le Aussie sono ben il 50%. Stratosferica poi la prova di Jessica Fox che ferma i cronometri a 106,81. Tanti per capirci questo tempo le sarebbe valso l’argento nel K1 donne dietro solo a… « lei medesima » davanti cioè a Riccarda Funk! Giusto per restare in tema medaglie le prime tre in canadese sono australiane (Jessica Fox, Noemi Fox e Kate Eckardt), mentre nel Kayak femminile le medaglie sono due. La vera sorpresa di queste gare, ma soprattutto per le prove di selezione australiane (gli Australian Open valevano come selezione) è Kate Eckhardt classe 1997, allenata da Myrian Fox, che con i suoi due bronzi nelle due diverse specialità ha dimostrato di aver fatto un grande passo avanti fra i paletti dello slalom. Lei,  che ha seguito le orme del papà Peter, 20esimo ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992 in C1 slalom, arriva a mala pena ai 50 chilogrammi e forse al metro e 55, ma di grinta e voglia di far bene ne ha da vendere.  Nel 2014 proprio qui ai mondiali Junior fu seconda dietro ad Ana Satila poi l’anno successivo in casa della brasiliana a Foz do Iguaçu prese un bronzo nel  C1 Junior.
Le gare portano sempre punti su cui riflettere, uno di questi è il fatto che a distanza di un anno esatto David Florence (si veda quanto da me scritto in quell’occasione cliccando qui)  si è ricreduto sull'utilizzare il debordè in  tutte le risalite con il cambio mano, ma non si è fermato qui.  In realtà il campione britannico, sarebbe più corretto scrivere scozzese,   ne ha tirata fuori un’altra dal cilindro del mago… Quest’anno il dottore in matematica e fisica nonché pure in giurisprudenza ad  honoris causa ha pensato bene di utilizzare la pagaiata in relazione a quello che teoricamente potrebbere essere il lato favorito.Ovviamente, ma secondo me solo teoricamente, ci sono combinazioni o porte medesime che potrebbero essere migliori per un destro o per un sinistro. Ad esempio nella semifinale e finale degli Australian Open parte a pagaiare dal suo lato e cioè a destra  e arriva fino a poco dopo la porta 10 pagaiando sempre dalla sua e mettendo in acqua solo 4 debordé. Tanto per avere un paragone nello stesso tratto Benus, anche lui destro, il debordé lo usa 9 volte facendo la combinazione 3/4 diritta, mentre Florence sceglie la retro, probabilmente per evitare proprio di incrociare.  David prosegue quindi fino dopo l’uscita della 15 pagaiando a sinistra, momento in cui torna dal suo lato per preparare la successiva risalita 17. Arrivato a metà buco e prima di entrare nella 18 a sinistra cambia mano e terrà questo lato fino alla fine della gara piazzandoci pure un debordé sul lato opposto.  Sempre per avere un confronto Benus di debordé nella seconda parte ne piazza ben 20.  Consideriamo che le due prove tra Benus e Florence sono praticamente due fotocopie con 99,69 per il primo e 99,89 per il secondo. ll 50 dello scozzese alla risalita 18 non influenza assolutamente l’analisi e il confronto tra i due. Le conclusioni che si possono trarre sono molteplici, tanto più se consideriamo  il fatto che parliamo di un campione già affermato e che per mantenersi ai massimi livelli ricerca sempre stimoli nuovi. Forse è proprio questa sua continua ricerca che gli permette di mantenere vivo l’interesse di mettersi in discussione a livello agonistico. Sinceramente credo che tecnicamente un C1men  possa essere efficace ed efficiente tanto quando utilizza il suo lato di pagaiata  o il debordé.

Le gare viste nell’ottica azzurra ci hanno portato delle conferme e delle certezze. Infatti abbiamo atleti nel kayak maschile e nella canadese monoposto che hanno tempi da finale e che le penalità o semplici e banalissimi piccoli errori possono farli passare all’ultima fase di gara oppure li possono lasciare fuori senza possibilità di replica. Il fattore determinate per questi atleti sarà la grande capacità di saper lottare fino alla fine senza aver paura di ottenere un grande risultato. Per il settore femminile con Stefy Horn non in gara c’è ancora molto da costruire prima di essere potenziali finaliste.

Occhio all’onda! 



Per fortuna che Jezek era presente alle gare australiane per collaborare con l'organizzazione che come sempre è molto scarsa. Si pagano 90 dollari per atleta gara e non si ha nulla in cambio neppure una bottiglietta d'acqua! Per non parlare dei servizi annessi e connesi che sono praticamente e totalmente assenti.

Il podio Under 23 della C1 men